LA PREDICAZIONE E IL PREDICATORE

(1 CORINZI 14:31)

 

1. Definizione

L' Omiletica e la disciplina che riguarda la preparazione e la presentazione del Sermone.    

                                

Il termine OMILETICA deriva da un verbo greco ("omilein") che significa "parlare", "discorrere", "conversare" e quindi anche "predicare".

L’OMILETICA è pertanto quella parte della teologia che si occupa di tutti i problemi relativi alla predicazione dell'Evangelo.

Molti credenti pensano che la predicazione cristiana  non dovrebbe presentare alcun problema. Se confidiamo nello Spirito Santo, che la nostra guida, la predicazione dovrebbe sgorgare  - dicono alcuni – spontanea dalle nostre labbra.

Le cose non stanno cosi.

Indubbiamente il predicatore cristiano confida nell'azione dello Spirito Santo, quando deve annunziare l'Evangelo. Ma lo Spirito non è una forza automatica che prescinda dalla personalità del predicatore; al contrario, lo Spirito agisce attraverso la nostra persona senza annullarla.

Sta quindi a noi mettere a disposizione dello Spirito uno strumento sempre meglio preparato.

Come diceva un grande predicatore del passato: "Lo Spirito Santo può trarre una meravigliosa melodia da un violino con una corda sola; ma se il violino ha tutte e quattro le corde, lo Spirito potrà suonare una melodia migliore!!".

Cosi è per noi: la predicazione è sempre un miracolo ed un lavoro: un miracolo perché il Signore ci chiama ad annunziare con il nostro balbettio "le cose grandi di Dio"; noi uomini peccatori abbiamo lo straordinario privilegio e la gioiosa pretesa di poter parlare di una realtà che è infinitamente più grande di noi. Ed è un lavoro, perché - nella concretezza - la predicazione è un discorso anche umano, di uomini (e donne) rivolta ad altri uomini.

Un discorso chiaro, preciso, che va direttamente allo scopo è immediatamente comprensibile, è efficace.

Questo lo constatiamo ogni giorno nei cento discorsi che ci vengono offerti da radio e televisione: ci accorgiamo subito quando un discorso è chiaro e viceversa quando un discorso è confuso, involuto, superficiale.

Un discorso chiaro ha sempre dietro  una preparazione accurata, sovente lunga e laboriosa. Ma i risultati si notano.

L'OMILETICA è appunta la scienza che ci aiuta a mettere "quattro corde al nostro violino". Senza nulla togliere all'azione silenziosa e profonda dello Spirito, l'Omiletica ci indica alcune regole fondamentali affinché il nostro annunzio dell'evangelo non sia un ammasso informe di pensieri, spesso lontani dal testo biblico, bensì sia un discorso lineare, semplice, comprensibile alla mente di chi ci ascolta.

 

2. Scopo

Come preparare e comunicare efficacemente il messaggio biblico per far conoscere la verità e per suscitare delle decisioni che portino ad un beneficio spirituale e generale (1 Corinzi 14:3), a qualche cambiamento di vita.

·     Pertanto, nella potenza dello Spirito Santo, deve convincere le menti, toccare le emozioni, persuadere le volontà, con la verità della parola di Dio, coinvolgendo tutta la personalità di chi ascolta.

·     Il Signore Gesù Cristo deve essere innalzato, non il predicatore, un'altra persona, una chiesa.

·     Il predicatore deve mirare a portare il peccatore alla salvezza, il credente a essere ben nutrito, a risolvere i suoi problemi e a glorificare il Signore con una vita santa e di servizio.

 

CHE COSA SIGNIFICA PREDICARE

Gesù Cristo  è la Parola di Dio per eccellenza.

La Bibbia è  anch'essa Parola di Dio in quanto contiene l'Evangelo di Gesù Cristo e la testimonianza a lui resa dai Profeti e dagli Apostoli.

La predicazione è  l'annuncio della Buona Novella di Cristo Salvatore e Redentore, fatto mediante la spiegazione di un testo biblico.

Si può dire quindi  che anche la predicazione è Parola di Dio, in quanto attraverso essa Dio parla agli uomini d'oggi.

Ma è chiaro che la predicazione è Parola di Dio soltanto in modo derivato. Non solo, ma perché la predicazione diventi veramente Parola di Dio, occorre che intervenga lo Spirito Santo: l'unico che può trasformare il discorso di un uomo in vera Parola di Dio.

Senza la presenza e l'azione dello Spirito Santo, la predicazione rimane soltanto un parlare umano.

Quando lo Spirito agisce, allora è Dio stesso che afferra quell'uomo che parla e per mezzo di lui si rivolge agli uomini.

Nella predicazione, Dio è sempre soggetto e oggetto.

E’ Dio che parla e il discorso è intorno a Dio.

Il che equivale a dire: "Soltanto Dio parla bene di Dio".

E' indispensabile afferrare bene questo concetto per comprendere poi l'importanza che la preghiera ha per la predicazione.

Nessuna qualità dell'oratore (oratoria, morale o spirituale) può far si che nella predicazione Dio parli veramente.

E' soltanto l'azione di Dio per mezzo del suo Spirito.

Dio  è libero, e soltanto quando Egli vuole può parlare a noi per mezzo delle parole di un uomo.

La predicazione, abbiamo detto,  è la spiegazione di un brano della Bibbia, essa, ciò, deve essere sempre vincolata alla Rivelazione in Cristo com’è contenuta nella Sacre Scritture (Galati 1: 6-9).

Se la predicazione non è  biblica, non può mai essere da Dio.

Questo non significa riempire il discorso di tanti versetti biblici; significa cercare a fondo il senso della rivelazione biblica e scoprire in che modo il nostro testo è legato a Gesù Cristo.

Una predicazione che dice tante belle cose, anche buone e giuste, ma che non annuncia anzitutto e soprattutto Gesù Cristo, sarà un bel discorso religioso, ma non è  una predicazione cristiana.

Quando è lo Spirito di Dio che guida il predicatore, per mezzo della Bibbia, il messaggio sarà sempre centrato sulla persona e l'opera di Gesù Cristo.

In ogni pagina della Bibbia bisogna saper sempre trovare l'Evangelo di Gesù.

Gesù è il Verbo di Dio, tanto nell'Antico come nel Nuovo Testamento.

Lo scopo della predicazione è di annunciare agli uomini la salvezza in Cristo e di portarli a Cristo per la trasformazione della loro vita (2 Timoteo 4:2).

Si può anche dire che lo scopo della predicazione è di suscitare la fede (Romani 10: 17), di edificare 1a Chiesa mediante la chiamata degli uomini al ravvedimento e alla fede (Atti 26: 16-18), di fortificare nella fede i credenti (Romani 1: 11-12), di a estrarre i figlioli di Dio nella vita cristiana (2 Timoteo 3: 14-17).

Ma non è scopo principale della predicazione voler portare delle modifiche nella vita sociale e politica. Esse tuttavia possono scaturire come conseguenza inevitabile di una predicazione fedele al testo biblico. Non deve, quindi, il predicatore preoccuparsi anzitutto di parlare contro questa o quella ingiustizia sociale, o contro un certo tipo di governo: il predicatore deve annunciare l'Evangelo del perdono di Dio in Cristo ed esso produrrà certamente dei frutti di trasformazione della società. Oppure sarà il testo stesso che condannerà l'ingiustizia. Cosi per esempio, il Nuovo Testamento non lotta contro la schiavitù, ma annuncia che tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio e fratelli in Cristo (Filemone) e su questa base si può annunciare che la schiavitù è incompatibile con la fede cristiana.

La Bibbia si rivolge a tutto l'uomo con i suoi problemi, a volte complessi, e sta appunto al predicatore renderla comprensibile e attuale.

Quando il predicatore parla deve sempre ricordare che non parla a dei fantasmi, ma a uomini e donne concreti, uomini e donne di quel determinato luogo, in quel particolare momento della loro vita, uomini e donne che hanno i loro problemi, le loro preoccupazioni, le loro ansietà.

D'altra parte il predicatore non deve dimenticare che è chiamato ad annunciare una Parola eterna, un messaggio che ha valore per tutti gli uomini di tutti i tempi.

Qui sta tutta la difficoltà della predicazione: dover annunciare a uomini che vivono nel tempo una Parola che è fuori del tempo.

Non è un problema di sostanza, ma un prob1ema di linguaggio.

La sostanza non Cambia (l'Evangelo di Gesù), ma il modo di predicare, il linguaggio che si usa deve per forza cambiare per essere comprensibile agli uomini ai quali la predicazione si rivolge.

Gesù sapeva parlare molto bene agli uomini del suo tempo pur annunciando verità eterne. Basti pensare alle parabole, che sono sempre vivaci quadretti di vita della Palestina di 2.000 anni fa.

Cosi, quando noi predichiamo, dobbiamo cercare di usare un linguaggio e delle immagini comprensibili alle persone alle quali parliamo.

Anche qui, è  chiaro, solo lo Spirito Santo può rendere contemporaneo il messaggio, ma sta al predicatore trovare quel modo di presentarlo che lo rende attuale.

Facciamo degli esempi pratici molto semplici.

·     Nell'Evangelo si parla spesso di "Samaritani" in contrapposto ai Giudei. Ora, ai nostri giorni, parlare di "Samaritani" non ha alcun significato particolare. Per far comprendere che cosa vuo1 dirci il Nuovo Testamento quando parla di Samaritani, bisogna alludere ai nemici, a co1oro che sono disprezzati ecc. Perché cosi erano i Samaritani all'epoca di Gesù.

·     L'Apostolo Paolo parla (1 Corinzi 8) di carni sacrificate agli idoli e dell'atteggiamento che i credenti devono assumere di fronte a tali cibi. E' evidente che oggi ben difficilmente si troverebbero in Europa delle carni sacrificate agli idoli. Bisogna quindi saper trovare quali sono oggi i problemi ai quali si possono applicare le esortazioni di Paolo a non scandalizzare il fratello (determinati  atteggiamenti, partecipazione a certi spettacoli ecc.). Questo significa attualizzare, applicare il testo biblico.

Abbiamo riportato due esempi molto semplici, ma a volte l'attualizzazione è  assai più difficile.

Sovente non è neppure il caso di farla noi direttamente: basta spiegare il testo e ognuno lo applica alla propria vita. L'importante è avere piena fiducia nell'opera dello Spirito Santo, il quale soltanto può far si che ogni uditore, ascoltando il messaggio, realizzi che esso è rivolto a lui personalmente.

Un messaggio che non  si rivolge alle persone, ma rimane vago, nell'aria, generico, non ha nessuna efficacia e non serve a nulla.

Quando lo Spirito agisce durante una predicazione (e perciò un predicatore non deve mai salire sul pulpito senz'aver prima umilmente ed insistentemente invocato lo Spirito Santo) apre il cuore agli uditori dicendo loro:

"Tua res agitur! = Si tratta proprio dite!"

…e benediciamo il Signore tutte le volte che questo avviene.

Accade talvolta (troppo spesso, purtroppo) che il cuore dei nostri uditori è chiuso e annebbiato ed allora è  necessario che il predicatore sappia fare una attualizzazione del testo, con saggezza e con chiarezza.

Abbiamo nell'A.T. il famoso episodio del profeta Nathan e del re Davide (2 Samuele 12).

Il grande Davide si era macchiato di un duplice grave peccato: adulterio e omicidio.

Allora il profeta Nathan viene mandato a lui dal Signore per riprenderlo.

Come poteva fare il povero Nathan a dire una cosa cosi pesante al re? E allora racconta a Davide la parabola del ricco possidente che per far festa can gli amici non uccide una delle sue magliaia di pecore, ma ruba e uccide l’unica agnella di un suo povero vicino di casa.

Il cuore di Davide era troppo annebbiato per poter capire subito e allora Nathan gli deve dire in modo molto chiaro: "Tu sei quell'uomo!"

Una applicazione molto chiara e severa.

Altre volte l'attualizzazione è  più "teologica" e va pensata a lungo.

Se ci   capitasse - per esempio - di predicare su Deuteronomio 24:6-13 dovremmo saper cogliere qual'è  lo spirito di questa "legge sui pegni".

Oggi più nessuno ha dei "pegni" per avere un prestito; tutt'al più si firmano delle cambiali. Ma il pensiero centrale è questo: dare sempre ragione all'uomo contro il denaro.

Se il tuo fratello non ti paga le cambiali, porta pazienza: la vita del fratello è più importante di tutto il danaro del mondo.

Se questa regola fosse alla base dei rapporti umani (anziché l'interesse, l'ingordigia, il guadagno ad ogni costo) non vivremmo in un mondo dove si muore ancora di fame!!

Ecco un'attualizzazione molto pregnante per la nostra epoca.

                                                             

CHE COS’E' UN  PREDICATORE

Predicatore è colui che Dio mette a parte per il compito specifico della predicazione; e colui che da un lato riceve la verità da Dio e dall’altro lato la trasmette agli altri. E’ in rapporto con Dio nell’interesse degli uomini; e in rapporto con gli uomini nell’interesse di Dio.

Questa non e una verità da esprimersi meccanicamente. 

Non deve trattarsi semplicemente di verità espressa con la bocca, con le labbra, con l’intelletto o attraverso la penna, ma di verità espressa attraverso il suo carattere e la sua personalità.

Ogni fibra della natura morale e spirituale dell’uomo deve sottostare alla verità.

La forza di un colpo non si misura soltanto dal braccio ma dal peso dell’intero corpo.

E’ questa la differenza che si avverte istintivamente fra un predicatore ed un altro.

L’uditore è persuaso che la verità che viene proclamata dal pulpito è discesa su un predicatore, laddove essa ha solo attraversato un altro.

Di conseguenza, la predicazione del primo è sbiadita e priva d’interesse, mentre quella dell’altro è energica, affascinante e convincente.

Il predicatore dev'essere convertito e ripieno dello Spirito Santo, avere una vita spirituale coerente, stabile, di preghiera e dello studio della Parola costante

Il predicatore non deve essere semplicemente una macchina, un automa; deve essere un vero uomo, un uomo buono, pieno di Spirito e di fede.

L’effetto di una vita e di una predicazione del genere sarà che molti si aggiungeranno alla chiesa del Signore (Atti 11:24).

La personalità del predicatore è grandemente legata all’efficacia del suo messaggio.

Un artista può produrre una statua o un dipinto che destino l’ammirazione della gente e tuttavia essere un dissoluto; un autore può essere un immorale e scrivere un libro che provoca una vampata di popolarità.

Ciò avviene per le opere d’arte che possono essere considerate distinte dall’uomo stesso. Ma ciò non avviene per il predicatore e per il suo sermone : esso è parte di lui stesso. Esso deve in realtà essere l’espressione della sua stessa vita ed esperienza.

Se tale non e il caso, allora quella che è chiamata predicazione altro non è che  un rame risonante o uno squillante cembalo.

Nella predicazione la personalità ha grande importanza.

E’ questa una delle ragioni per cui molti sermoni non si leggono bene.

La personalità del predicatore vi e assente.

Vi sono naturalmente delle magnifiche eccezioni a questa regola, ma spesso, purtroppo molto spesso, il sermone non è che l’eco dell’uomo.

Quante volte leggendo un sermone non ci siamo meravigliati della sua aridità, laddove quando lo ascoltammo esso il nostro essere nelle sue corde più profonde.

Che  cosa mancava?

La personalità del predicatore, tutto là !

Ma quanto è racchiuso in quella personalità!

Prima di potere esser proclamata con forza convincente nel sermone ed attraverso di esso, l’esperienza della verità deve trovarsi nel predicatore stesso.

Se avete un artista nato non dovete far altro che aggiungere alla paletta ed al pennello o allo scalpello l’abilità tecnica e avrete una statua o un dipinto.

E cosi, se avete un predicatore, con l’esperienza della verità in lui, vi renderete conto che occorre poco altro in lui per dar vita al sermone. Da ciò risulta in maniera evidente che la vera preparazione per il ministerio dell’Evangelo non consiste in semplici artifici da impiegare nella preparazione o nella presentazione del sermone, ma nello sviluppo della vera personalità.

Un uomo del genere sul pulpito si dimostrerà certamente un predicatore che toccherà le masse.

Sentiamo da ogni parte affermare che oggi la gente non vuol saperne di predicazione dell’Evangelo.

Si tratta di uno sbaglio.

Non v’è mai stato momento in cui la gente ne ha avuto un desiderio maggiore di adesso.

Ciò a cui obiettano è un Evangelo letto o declamato e non proclamato. In altre parole, chiedono che sul pulpito vi sia una personalità consacrata.

Guardatevi attorno; che cosa vedrete ?

Che dovunque l'Evangelo è predicato da una personalità consacrata ci sono degli uomini e delle donne che lo ascoltano.

Ogni predicatore deve poter dichiarare, "Cosi dice l’Eterno.." e basare ogni concetto espresso sull’autorità della Parola di Dio. Pertanto, non può compiacere a se stesso ne ad altri, strumentalizzando cosi il pulpito per fini personali o umani (Galati 1:10; 2 Timoteo 4: 2-5).

Il predicatore deve essere maturo e umile (1 Timoteo 3:6) con una attitudine sia ad imparare sia ad insegnare (1 Corinzi 2:6; Filipesi 3:15).

Deve avere una conoscenza della Bibbia e della teologia e dottrina biblica (2 Pietro 1:5-8; 3:18).

Deve avere una certa istruzione e conoscenza generale, una capacita intellettuale e comunicativa, e anche una certa esperienza della vita (2 Corinzi 11:6)

              

L’autorità del predicatore proviene...

1.  Dalla sua vita santa e coerente,

2.  Dal suo rapporto intimo col Signore, e

3.  Dall'essere di esempio per i credenti (1 Pietro 1:15; Giovanni 15:4-8; 1 Timoteo 4: 2). Se no, perde ogni credibilità anche se dotato di grande eloquenza e capacita intellettuali e comunicative (2 Corinzi 10:11; 1 Tessalonicesi 1:5,6).

 

LA STRUTTURA DEL SERMONE: NECESSITA', TESTO, TITOLO

         

1. La necessità

Basta guardare il creato e la Parola di Dio per capire che il nostro Dio è un Dio  di ordine e non di confusione (1 Corinzi 14:33) e che ogni cosa fatta nel Suo Nome, pertanto, deve essere  fatta "con decoro e con ordine" (1 Corinzi 14:40).

La mente umana e strutturata e addestrata a ricevere e a ritenere se certe informazioni e verità vengono presentate in modo chiaro, convincente e, soprattutto, ordinato.

Il sermone ben strutturato ha un punto di partenza, un percorso, e un punto di arrivo; cioè una introduzione, un "corpo" principale, e una conclusione.

Questo ci aiuta ad evitare inutili e fastidiose ripetizioni, a "battere l'aria" e "a correre in modo incerto" (1 Corinzi 9:26;14:2-9).

 

2. Il Testo biblico

Di solito e il testo biblico che deve determinare sia il titolo sia la struttura, e ogni parte del sermone. Se no, si rischia di "forzare" il testo e di farlo dire quello che non vuol dire (2 Timoteo 2:15).

Talvolta ci si sente guidati dallo Spirito ad affrontare una certa tematica. In tal caso si deve scegliere un testo biblico adeguato, che tratta il particolare soggetto stando attenti a considerare il contesto e lo scopo per il quale e stato scritto.

Se non si trova nessun testo adeguato, è meglio non predicare sul soggetto. Ma l'esperienza insegna che "tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà..." (2 Pietro 1:3) sono affrontate nella Bibbia.

 Frequentemente il Signore ci parla in modo particolare attraverso un brano della Bibbia e diventa il testo del sermone.

Quando si ha la convinzione che quel determinato brano e il testo che il Signore ci ha messo nel cuore, dobbiamo allora approfondire la sua conoscenza consultando altre traduzioni, Commentari Biblici e Dizionari biblici, facendo una vera e propria indagine chiamata ESEGESI con domande come: "Chi l'ha scritto ? Quando? In quale occasione? A chi? Per quale motivo ? In quale contesto esistenziale, storico, sociale ? Cosa vuole insegnare?"

 

3. Il Titolo

Dallo studio approfondito del testo verrà fuori l'idea o il soggetto principale che tratta.

Da questo si deve trarre il titolo.

Il titolo e necessario sia per se stessi, sia per gli ascoltatori anche se non sempre viene detto, perché scegliere un titolo ci aiuta a non divagare, e ad "armonizzare" ogni parte del sermone per farne un "tutt'uno": dall'introduzione, ai passi citati, alle illustrazioni date, ai punti principali, ai "sottopunti", alle applicazioni, ai principi insegnati, e alla conclusione.

Ogni parte del sermone deve quindi in qualche misura rifarsi al titolo del sermone, che a sua volta, si rifà al testo biblico.

Il titolo deve essere breve, conciso, incisivo e stimolante. Deve colpire l'immaginazione, essere creativo e interessante, affrontare qualche problema e qualche bisogno.

Possiamo imparare molto dai titoli di articoli giornalistici, di libri o di film.

 

3. LA STRUTTURA DEL SERMONE: INTRODUZIONE, SCHEMA, CONCLUSIONE

 

1. Introduzione

Ogni testo biblico e ogni soggetto trattato devono essere introdotti per chi ascolta.

Devono essere preparati all'esposizione del passo o del tema, e stimolati a meditarlo (antipasto, preludio).

L’INTRODUZIONE (detta anche “esordio”) serve per dare inizio al sermone e fissare l’attenzione dell’uditorio.

Non sempre è indispensabile e molti predicatori - oggi - preferiscono affrontare direttamente l’argomento.

L'introduzione deve attirare l'attenzione, quindi deve essere interessante, breve e incisiva, avendo qualche attinenza alla vita di tutti i giorni, partendo dall'esperienza umana.

Deve anche suscitare una certa curiosità e sollevare dei quesiti che troveranno poi la loro risposta nel resto del sermone. Deve quindi essere pertinente al soggetto trattato.

Attenzione però a non promettere quello che il resto del sermone non può mantenere.

Può essere: una constatazione, un'esperienza personale, o di qualcun altro, un fatto di cronaca, una statistica, una o più domande sul testo o intorno al soggetto trattato, una citazione (anche negativa) di qualche personaggio famoso, un problema attuale, o semplicemente una descrizione del contesto storico del passo.

Come in una corsa, la buona partenza è di massima importanza.

L’approccio iniziale determina in buona parte se si e guadagnato o meno l'ascolto della gente.

Tuttavia in qualche modo bisogna pur incominciare un discorso! E non sempre è cosa facile.

Non dimenticate mai che dalla bontà dell’introduzione dipende spesso se gli uditori saranno ben disposti o non all’ascolto del sermone.

L’introduzione non deve essere troppo generica: deve introdurre quel sermone e non qualsiasi sermone.

Deve contenere un solo pensiero ed essere molto semplice, chiaro, facilmente comprensibile. Una introduzione pesante o difficile da capire pub rovinare tutto il resto della predicazione.

Bisogna inoltre che sia breve in modo da non stancare.

Quale deve essere il contenuto dell’introduzione?

Non si possono dare regole fisse a questo proposito, ma solo indicazioni.

·     Se il testo è un episodio: breve narrazione dell’antefatto e delle condizioni che hanno provocato quell’episodio;
·     Spiegazione del contesto nel quale si trova il testo;
·     Accenni alla persona o alle persone di cui parla il testo;
·     Accenni al libro della Bibbia da1 quale è tratto il testo (soprattutto se è un libro poco conosciuto); Spiegazione della situazione particolare in cui il testo è stato scritto e pronunciato;
·     Un pensiero, un’osservazione, una citazione che pur non facendo parte del testo, vi sono strettamente connessi per attinenza o per contrasto;
·     Un fatto o avvenimento del giorno della vita ecclesiastica o politica, economica o sodale, che abbia colpito 1’opinione pubblica e per il quale il vostro testo abbia un messaggio particolare.

Beninteso: questo non vuole essere un elenco completo. Vi sono cento modi di incominciare un sermone. Con questi suggerimenti, tuttavia, avrete una gamma di possibilità abbastanza varia.

 

2. Schema

Lo schema è come la "struttura ossea" della parte principale del sermone.

Per “costruire” un discorso (sermone) è quindi indispensabile seguire uno schema.

Il primissimo lavoro da fare, quindi è quello di scoprire lo schema, o - come si suol dire - fare la divisione del testo. Si tratta di mettere in un certo ordine i punti che intendiamo usare per spiegare il testo ed il messaggio.

Non mettetevi mai a parlare se non avete bene chiaro nella vostra mente il messaggio centrale del testo e lo schema che volete seguire per spiegarlo!!

Non esiste uno schema fisso e obbligatorio del sermone; è il testo stesso che suggerire lo schema.

Non bisogna adattare il testo al nostro schema, ma viceversa è lo schema che deve adattarsi al testo,

Tuttavia, lo schema tradizionale, molto semplice e abbastanza elastico, rimane quello più usato e adatto a moltissimi testi.

Secondo questo schema il sermone si divide nelle seguenti parti:

 

Introduzione (o esordio)

1. punto       Divisione         

2 punto        Divisione           

3’ punto      Conclusione (o perorazione)

 

L’introduzione e la conclusione che sono parti brevi si devono preparare dopo aver preparato la parte centrale del sermone.

 

Studiamo ara brevemente la:

DIVISIONE DEL TESTO

Una volta trovato il pensiero centrale del testo, il messaggio, occorre spiegarlo, svolgerlo, articolandolo in diversi punti.

Questo è appunto la divisione.

Si tratta di ordinare i vari pensieri del testo alla luce del pensiero centrale del messaggio.

Ho indicato sopra la divisione in tre punti. Ma, evidentemente non è una regola fissa. I punti possono essere anche molti di più e anche meno. In linea generale, però, si può dare questa regola: non meno di due e non più di quattro.

Come fare questa divisone?

Essa ci deve essere suggerita dal testo stesso, o dal contesto, o dal pensiero centrale in relazione al testo.

Per fare una buona divisione è necessario quindi meditare attentamente.

Più che molte regole e suggerimenti saranno utili alcuni esempi pratici.

 

a)         Testi a pericope (brani)

 

Daniele 1

1.  Iddio offre il suo cibo

2.  Il mondo offre il suo cibo

3.  Il credente vive del cibo di Dio

 

Genesi 13 = “Abramo e Lot

1’ La necessità di una separazione

2’ La scelta di Lot: il progressivo avvicinarsi al peccato

3’ La scelta di Abramo: Dio è la sua parte

 

Luca 12:13-21 = “Il ricco stolto”
1’ La figura del ricco preoccupato solo di possedere

2’ La vita non sta nelle cose che si possiedono

3’ La vera ricchezza: ricchi “in vista di Dio”

 

Luca 17:7-10 = “I servi inutili”

1’ La totalità del servizio cristiano: nessun momento è senza una volontà di Dio per noi

2’ La gratuità del servizio cristiano: non per avere una ricompensa, ma come riconoscenza a Dio.

 

b)         Testi ad un solo versetto

 

Salmo 119:136 = “Le lacrime del credente”

1’ Passione per le anime: sofferenza perché i1 mondo non crede

2’ Amore per la Chiesa: sofferenza per la nostra infedeltà

3’ Cristo: il servo che soffre e piange per gli increduli e la Chiesa e con la sofferenza salva.

 

LO SVILUPPO DEI PUNTI
Abbiamo visto insieme che, una volta scelto il testo sul quale vogliamo predicare, occorre trovare il messaggio centrale, il nocciolo fondamentale e quindi dividerlo in due o tre o quattro punti per poterlo spiegare chiaramente, ossia per poterlo “predicare” in modo che chi ci ascolta riceva veramente il messaggio che quel testo ha dato a noi.

Qualcuno si domanderà allora: come fare a sviluppare ciascun punto?

La  risposta non è facile e, anzi, ogni predicatore deve trovarla per conto proprio.

Qui possiamo dare soltanto alcuni consigli e alcuni esempi.

Si tratta anzitutto di saper mettere a frutto i risultati dello studio del testo, studiando attentamente il testo, meditandolo, confrontandolo con altri passi della Bibbia sorgono nella nostra mente tanti pensieri che servono di spiegazione al testo. Bisogna quindi sistemare questi pensieri nei vari punti del1a divisione.

Occorre inoltre prendere ciascun punto della divisione e - sempre tenendo presente tutto il testo - meditarlo separatamente, svilupparlo, trovare le parole, i pensieri e le immagini per renderlo vivo e comprensibile agli uditori.

Occorre stare molto attenti, nel fare questo lavoro, di non perdere di vista l’unità del sermone. Non bisogna, nel meditare i vari punti, fare due o tre sermoncini attaccati l’uno all’altro,

I vari punti del sermone devono essere complementari, devono cioè completarsi a vicenda e avere un medesimo filo conduttore che è appunto rappresentato dal messaggio centrale.

Una parte molto importante nello sviluppo dei singoli punti, occupano le citazioni bibliche.

Abbiamo già detto che non bisogna esagerare nel citare la Bibbia e il sermone non deve essere una catena di versetti biblici. Tuttavia è ottima cosa sottolineare con delle citazioni bibliche i pensieri che stiamo esponendo nel sermone.

Per questo è cosi importante lo studio della Bibbia.

Se non conoscete la vostra Bibbia, farete sempre le stesse citazioni che tutti oramai sanno a memoria. Se invece conoscete bene la Bibbia saprete trovare al punto giusto i versetti più adatti (e anche meno comuni) da citare per avvalorare le vostre affermazioni.

Leggete molto la Bibbia; non stancatevi mai, in essa troverete tesori che neppure sospettate e nessun’altra lettura può aiutarvi altrettanto come la Bibbia a sviluppare i vostri sermoni.

Inoltre per rendere il vostro soggetto più impressivo e per attirare l’attenzione su un punto particolare sono molto utili le illustrazioni. Sono dei brevi racconti, delle immagini, degli esempi, degli aneddoti che servono a meglio spiegare e provare le vostre affermazioni. Non bisogna abusarne. Due o tre illustrazioni per ogni sermone è il massimo che sia consentito.
E molti ottimi predicatori non usano mai delle illustrazioni.

Tuttavia, quando sono dette al momento giusto e con una certa abilità, servono per aiutare la memoria dell’ascoltatore a ricordare questo o quel concetto espresso nel sermone.

Spurgeon affermava: “Con ogni probabilità i vostri ascoltatori non ricorderanno mai un sermone, ma non potranno dimenticare una bella illustrazione”.

Pensiamo alla predicazione del Signore Gesù: i Suoi insegnamenti sono sovente espressi in forma di parabola, che non sono altro che vivaci illustrazioni le quali rendono chiari alla mente certi concetti.

Da quale fonte dobbiamo prendere le nostre illustrazioni?

Le due fonti principali sono: la Bibbia e la vita intorno a noi.

Nella Bibbia abbiamo centinaia di episodi, di espressioni, di preghiere, di tipi particolari che sono di grande utilità per illustrare i concetti che vogliamo dare ai nostri uditori.

La vita che viviamo ogni giorno, poi, è cosi ricca di fatti e momenti interessanti che possono bene illustrare le verità eterne della Parola di Dio.

Non necessariamente la nostra vita personale, ma la vita cosi come si svolge intorno a noi, le relazioni sociali, i rapporti fra l’uomo e la natura, ecc...

Le parabole di  Gesù non sono forse tutte dei vivaci quadretti tolti dalla vita quotidiana del suo  tempo?

Oltre a questi due punti principali, si può attingere alla storia della Chiesa, alla storia delle missioni, alla letteratura, alla scienza, ecc...

L’importante è sapere scegliere con cura le illustrazioni che si vogliono usare, fra quelle che realmente dimostrano qualcosa.

Bisogna saperle poi raccontare con molto gusto, con vivacità, con freschezza e con quella puntina di “humour” che spesso troviamo nella Bibbia.

Usate immagini che siano subito facilmente comprensibili agli uditori (perciò è bene prenderle dalla vita attuale) usando un linguaggio semplice. E non ripetete mai alle stesse persone le stesse illustrazioni perché perderebbero tutta la loro immediatezza.

Sviluppando cosi i vari punti nei quali avete diviso il vostro testo e preparata la parte centrale del vostro sermone, è giunto il momento in cui  dovete preparare l’introduzione e la conclusione.

Secondo il testo e il soggetto o il titolo, dobbiamo prima elaborare i punti principali.

Questo ci aiuterà a sviluppare il tema in modo organizzato, organico, metodico e logico, e a non divagare o a ripeterci.

Aiuterà 1'ascoltatore a capire e a ritenere il messaggio.

I punti principali non devono essere troppi (2-4) e possibilmente dei "sottotitoli" del tema principale, o sfaccettature di esso.

Ogni punto principale deve poi essere sviluppato e amplificato con dei "sotto punti" e dei passi biblici che li sostengono, e delle illustrazioni che li chiariscono e li suggellano nella mente.

Poi ogni "sotto punto" o concetto o insegnamento, deve essere applicato in qualche modo alla vita degli ascoltatori con lo scopo di suscitare qualche decisione o presa di posizione.

Le illustrazioni possono essere tratte: da esperienze personali o di altri, dalla natura, da osservazioni o letture, da episodi biblici o extra biblici.

Ci deve essere una certa progressione o "crescendo" nei punti principali e nei sotto punti, che conducano il pensiero l'uno verso l'altro in vista del culmine che i la conclusione.

 

3. La conclusione

La conclusione deve seguire in modo naturale l'ultimo punto, ma fare riferimento a tutto il resto del sermone.

LA CONCLUSIONE (detta anche “perorazione”) è la parte finale del sermone e serve appunto per conclusione, per terminare il vostro discorso.

Come l’introduzione può rendere più o meno bene disposti all’ascolto, i vostri uditori, cosi una buona Conclusione aiuterà a ricordare il messaggio della vostra predicazione.

Come fare a concludere un sermone?

Diciamo subito che non bisogna mai iniziare la conclusione con le parole “E concludo...” oppure “Per concludere...” oppure “In conclusione...” ecc. Queste espressioni non fanno altro che annoiare.

La conclusione dev’essere sempre breve, concisa, chiara e deve scaturire spontaneamente e logicamente dal sermone. Deve apparire come “inevitabile” agli ascoltatori.

Non deve mai portare nuovi elementi o nuovi pensieri, ma essere realmente la conclusione di quanto precede.

E’ importante che sia vivace, energica, forte, mai banale e che sia rivolta agli uditori direttamente e personalmente. Non dimenticate che la predicazione è rivolta agli uomini che avete davanti a voi e non a uomini astratti o all’uomo come entità filosofica.

Circa il contenuto della conclusione, è difficile dare dei consigli (come per l’introduzione) in quanto ogni predicatore deve affidarsi all’impulso dello Spirito e alla propria sensibilità.

Si possono dare alcune indicazioni:

·     Una vivace e veloce (la conclusione deve essere breve) ricapitolazione dei punti del sermone esponendo il filo ed il centro del discorso;

·     Riaffermazione del messaggio centrale del testo;

·     Un’applicazione centrata delle verità esposte agli ascoltatori (se non è stata fatta nel corso della predicazione);

·        Un’esortazione pastorale sia d’incoraggiamento che d’ammonimento;

·     L’ultimo punto della divisione pub anche essere la conclusione stessa;

·     Un appello alla conversione o alla consacrazione.

Questa è certamente la conclusione più bella, ma ATTENZIONE!! Non fate un appello se non lo sentite profondamente. Non usate una emotività esteriore, superficiale, artefatta, che non  serve a niente ed è controproducente. Non c’ e’ nulla di peggio di un appello forzato. L’essenziale è la sincerità totale dei vostri sentimenti. Se il Signore vi spinge realmente a fare un appello, allora lasciatevi tranquillamente guidare dal suo Spirito ed Egli opererà.

…tuttavia  tutto il sermone deve essere in qualche modo un appello.

Anche se non si conclude (come il più delle volte) con un invito personale e diretto alla decisione, tutta la predicazione deve spingere l’uditore verso una presa di posizione, verso una decisione interiore.

Una predicazione che lascia l’uditore contento di sé e senza problemi non è una buona predicazione.

L’Evangelo, rettamente annunziato, pone sempre dei problemi e mette l’uomo in questione, per cui questi si sente direttamente interpellato. Il miglior sermone è quello che obbliga uditore a dire: “ allora che cosa debbo fare?” (Atti 2:37).

Deve essere breve, incisiva, conclusiva e avere lo scopo di portare l'ascoltatore a prendere una posizione e decisione personale per rispetto alle verità esposte nel sermone, motivando tale decisione.

Dev'essere quindi uno sprono ad una qualche forma di azione (Atti2:37).

Può essere in forma interrogativa o di sfida.

Si può chiamare le persone a ravvedimento, alla conversione, alla consacrazione o a qualche impegno particolare, secondo il contenuto e l'impostazione del messaggio.

 

COME COMUNICARE EFFICACEMENTE IL MESSAGGIO

Fino a questo punto abbiamo concentrato la nostra attenzione sulla preparazione del sermone, perché è come nell'atletica, cioè ci vuole un anno di preparazione per partecipare a una gara di pochi secondi o minuti.

Una buona preparazione è  di vitale importanza per una buona presentazione del Sermone.

Disse qualcuno: "preparati come se tutto dipendesse da te, parla come se tutto dipendesse dal Signore".

Se non c'é peccato inconfessato nella nostra vita, se si è in armonia e sintonia col Signore e con gli altri, se si ha fede in LUI e nelle Sue preziose promesse, "non siete voi che parlerete, ma è lo Spirito Santo che parlerà in voi" (Matteo 10:19-20).

Gesù, il più grande comunicatore di tutti i tempi, sarà al nostro fianco (leggere anche Esodo 4:10-12; Numeri 22:28; Salmo 8:2; 81:10; Geremia 1:4:9; Daniele 7:8).

Il sermone e un atto "comunicativo" e come tale, i seguenti particolari sono da curare: presenza, linguaggio, proiezione di voce, dizione, gesticolazione, espressione del viso, contatto visivo, espressività...

 

1. La presenza

Il modo di vestire deve essere il migliore possibile, ma modesto, pulito, con colori       in armonia e non troppo vistosi da attirare l’attenzione e distogliere le persone dall'ascoltare il messaggio.

Evitare di portare grossi anelli, spille di cravatta, braccialetti ecc.

 

2. Il linguaggio

Deve essere comprensibile, ordinato, semplice e chiaro; il meno ecclesiastico o "sacro" possibile.

Se termini particolari non comuni devono essere usati, vanno spiegati.

Chi ha una istruzione elementare deve capire le parole, le frasi idiomatiche, le espressioni o i concetti.

Mai prendere per scontato che le persone conoscono la Bibbia e comprendono espressioni teologiche e dottrinali, o parole inusuali o difficili.

Il linguaggio deve essere "vivo", espressivo, attuale, non obsoleto.

Il vocabolario, le espressioni idiomatiche devono essere più vaste, varie e ricche possibili.

Le frasi non devono essere troppo lunghe o pedanti e contorte, per non perdere o far perdere il filo del discorso o l'attenzione.

Espressioni idiomatiche o proverbi popolari possono essere usati occasionalmente, ma mai usare espressioni o parole volgari o impure.

 

3. Proiezione e modulazione di voce

La voce non dev'essere "gutturale", ma naturale, non troppo forte da dare fastidio a chi sta vicino, né troppo debole da non essere sentita da chi sta più lontano.

Anche la cadenza deve essere naturale.

Mai adottare una "lagna sacra" o declamare e, soprattutto, mai essere monotoni. Dobbiamo variare tono, volume, espressione.

Il volume, l'espressione della voce devono essere determinati dal contenuto dei vari momenti del messaggio.

 Le pause devono essere rare e comunque non troppo lunghe.

Servono a far riflettere e a dar "digerire" il concetto.

 

4. Dizione e gesticolazione

Le parole devono essere ben scandite e pronunciate, ma senza esagerazione, evitando inflessioni o cadenze dialettali.

La gesticolazione non deve essere esagerata, ma normale e naturale, sempre secondo quello che uno dice, tenendo conto del proprio temperamento.

E' importante guardare le persone il più possibile. Il contatto visivo aiuta a mantenere l'attenzione della gente e ad avere un contatto spirituale.

Il tutto deve comunicare la vastissima gamma di sentimenti come: la gioia, il disappunto, l'amore, la paura, la pace, la preoccupazione, la fiducia, la speranza, la tristezza, l'incitamento, l'incoraggiamento...

Soprattutto è importante pregare per le persone che uno serve, e amarle sinceramente.

Tutto questo trasparirà nel messaggio al di là delle parole.

 

CONSIGLI PRATICI

Terminiamo il nostro studio con una serie di consigli di ordine pratico.

1.      Occorre scrivere tutto il sermone?

I primi anni in cui uno è chiamato a predicare, direi di si.

All’ inizio è molto facile fare ripetizioni, usare frasi ed immagini incomprensibili, fare delle citazioni fuori luogo ecc. Si possono evitare tutti questi inconvenienti soltanto scrivendo completamente il sermone.

Quando poi si è acquistata una certa pratica, basterà. salire sul pulpito tenendo davanti una traccia

2.      Dal pulpito, però, non bisogna leggere il sermone, ma predicarlo.

Predicare significa parlare alle persone, non recitare o leggere una lezione.

Si può ogni tanto dare un’occhiata agli appunti, tanto per non perdere il filo, ma non di più.

Perciò, una volta scritto il sermone, occorre studiarlo bene, non tanto per impararlo a memoria, quanto per mettersi in mente i concetti fondamentali.

3.      Il predicatore deve guardare in faccia coloro che lo ascoltano.

Chi guarda il soffitto, i muri o i banchi vuoti commette un grande errore: la comunità ha l’impressione che il predicatore non si stia rivolgendo a lei.

4.          Evitate, nei limiti del possibile, l’ improvvisazione.

Abbiamo visto insieme quanto lavoro sia necessario per preparare un buon sermone. Perciò scegliete il testo molto per tempo e lavorateci con cura e meditazione. Questo non significa, evidentemente, che se siete invitati a dire quattro parole in una riunione non lo dobbiate fare! In tal caso scegliete un soggetto semplice, parlate poco e lasciatevi guidare dallo Spirito.

5.      Una volta scelto il testo nella preghiera e nella meditazione, non cambiatelo di fronte alle prime difficoltà. Anche se vi sembra che non  dica nulla, andate avanti nello studiarlo con attenzione. Se è il testo che il Signore vi ha dato certamente vi parlerà.

6.          Non leggete sermoni di altri predicatori sul vostro testo prima di aver fatto il vostro schema.

Quando avrete studiato il testo, trovato il messaggio e fatta la divisione, allora potrete anche leggere un sermone di un altro predicatore che può darvi qualche idea.

Ma solo dopo che avrete lavorato da voi stessi.

7.      Non servitevi della Parola di Dio come di una frusta per fustigare gli ascoltatori.

Qualche volta è necessaria una riprensione “forte” ed una messa a punto di questo o quel peccato; ma sia solo di sfuggita. Noi siamo non predicatori del peccato, ma della grazia e del perdono di Dio in Cristo.

8.          Non parlate mai “ad personam”. Cioè non servitevi del pulpito per fare le vostre piccole vendette personali e colpire questo o quell’uditore.

Parlate direttamente alle persone, agli uomini e alle donne che avete davanti, ma mai alludendo ad una persona in particolare.

9.      Parlate il meno possibile di voi stessi, delle vostre esperienze, dei vostri sacrifici.

Ricordatevi che siete chiamanti a predicare l’Evangelo e non voi stessi.

Qualche volta un accenno ad una propria esperienza può essere utile per illustrare un concetto, ma sia assai di rado.

10.  Nel parlare di vita futura, del giudizio e del paradiso, siate molto sobri, cosi com’è la Bibbia stessa, la quale non spaventa con descrizioni fantasiose dell’inferno né entra nei dettagli per descrivere quale sarà la nostra vita nel Regno dei cieli. Lasciamo al Signore svelarci al momento opportuno in che cosa consisterà la vita del credente dopo la resurrezione.

11.  Cercate di tenere desta l’attenzione dei vostri uditori con un più di vivacità del parlare ed evitando la voce monotona e le ripetizioni.

Qualche bella illustrazione, una pausa ogni tanto, un esempio azzeccato sono spesso assai utili per rendere meno pesante la predicazione. Soprattutto ricordate che se il vostro soggetto ha veramente afferrato il vostro interesse, afferrerà anche quello dei vostri uditori.

12.  Non “declamante” i sermoni, ma predicateli parlando semplicemente come in una normale conversazione.

Usate per un tono di voce tale che tutti possano udirvi e parlate distintamente senza mangiare le parole.

Non urlate: ogni tanto, quando volete sottolineare un pensiero, potete  pronunziarlo a voce più alta; state attenti però che il vostro alzare la voce non diventi un urlare continuo che stanca gli uditori e non serve a nulla.

Siate quindi anche molto sobri nel gestire: non agitatevi troppo!

BUON LAVORO !