IL DIRITTO ALLA VITA:

EUTANASIA, ABORTO

 

Sono sempre più frequenti nel mondo i casi conclamati di eutanasia; ormai non si ha più timore a parlarne e c’è chi la ipotizza come soluzione “normale” al problema del dolore e della sofferenza. Anche l’aborto non fa quasi più notizia; in Italia la legge che lo ha di fatto liberalizzato compie vent’anni e, in questo tempo, ha prodotto centinaia di migliaia di omicidi legalizzati senza che le coscienze si siano sentite scosse e riprese.

In entrambi i casi il credente biblico è chiamato ad andare contro corrente, testimoniando con coraggio e con coerenza di vita il pensiero di Dio.

 

Abbiamo qualcosa d’importante da dire

Affronto questi argomenti con un certo timore perché sono temi scottanti, non semplici, sui quali si sono pronunciate persone con conoscenze notevoli e probabilmente più portate di me ad affrontare problemi etici. Ma come credenti abbiamo la certezza di poter dire qualcosa di importante se ci impegniamo a ricercare e riportare quello che Dio pensa su questi problemi.

 

Cercherò quindi di affrontarli seguendo questo filo logico:

·     capire perché i cristiani non possono ignorare questi problemi, anzi devono prendere una posizione chiara;

·     sapere che il nostro modo di affrontare il problema deve essere diverso da quello degli uomini;

·     conoscere cosa dicono i pensatori di questo mondo;

·     chiarire che non dobbiamo avere un complesso d’inferiorità verso questi pensatori, ma essere consapevoli del perché i saggi del mondo dicono una cosa e noi ne diciamo un’altra;

·     la Bibbia non dice nulla di specifico su questi argomenti e allora dobbiamo capire che tipo di risposta dare;

·     conoscere i principi biblici che ci permettere di vedere questi problemi dal punto di vista di Dio.

 

La necessità di prendere posizione

Nella preghiera sacerdotale (Giovanni 17) Gesù espone con parole semplici e chiare la nostra posizione in questo mondo: siamo dei “diversi”, degli stranieri, che però non possono isolarsi perché mandati nel mondo da Lui.

Questo significa che noi abbiamo un compito da svolgere.

Un compito difficile proprio perché da svolgersi in territorio straniero.

Siamo come degli equilibristi sul filo, da una parte c’è il rischio di integrazione nel mondo e quindi di non rendere più visibile il nostro “non essere del mondo”, dall’altra corriamo il rischio di isolarci venendo però meno allo svolgimento della nostra missione.

 

Gesù comunque ci dice le due cose fondamentali che vanno fatte per non cadere.

Una riguarda Lui ed è il Suo impegno a pregare per noi perché siamo preservati dal maligno.

L’altra riguarda noi; ci è stata data la parola di Dio perché possiamo santificarci nella verità. Questo significa mantenere la nostra identità ricercando nella Parola di Dio quelle verità che devono guidare il nostro pensiero.

 

Ma quale è la missione che dobbiamo compiere?

Leggiamo un brano dal Sermone sul Monte: Matteo 5:13-16.

Il messaggio di Dio è chiaro: abbiamo una responsabilità verso il mondo.

Noi siamo il sale, una sostanza capace di conservare i cibi impedendone la contaminazione.

Dobbiamo essere luce, cioè qualcosa che nelle tenebre è sempre visibile e non solo, qualcosa che è capace di allontanare le tenebre.

Ma se dobbiamo combattere la contaminazione, se dobbiamo indicare la strada agli altri, è necessario prendere posizione. Non possiamo ignorare i problemi, andare avanti come se non ci riguardassero, né dobbiamo avere paura di dire le cose come stanno.

Dio ci avverte: “Se il sale diventa insipido non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato”.

Così noi saremo calpestati dagli uomini proprio se staremo zitti per timore di essere calpestati o se non avremo le idee chiare su certe questioni morali.

 

Evitare dialoghi rischiosi ed avere ben chiari i principi

Una volta stabilita la necessità di affrontare questi problemi, cerchiamo di capire come affrontarli.

Devo dire a questo punto che, trovandomi nella necessità di approfondire questi problemi per poterne parlare in questi studi, mi sono reso conto di quanto fosse inadeguato il modo in cui pensavo di poterli affrontare. Ho sempre dato per scontato che le posizioni umane più libertarie in tema di eutanasia ed aborto fossero così chiaramente immorali da considerare superfluo il chiarire perché fossero immorali. E così senza avere chiari i principi divini che giustificano il prendere posizione in un certo modo avevo l’illusione di poter affrontare di volta in volta le applicazioni pratiche di queste posizioni morali.

Pensavo fosse sufficiente controbattere i sostenitori dell’eutanasia e dell’aborto a seconda delle situazioni particolari da affrontare.

 

Questo modo di fare presenta però il rischio di vederci trascinati in un dibattito dove ognuno dice la sua e poi si cerca di mettersi d’accordo su poche cose almeno per un principio di rispetto dell’altrui modo di pensare.

 

Chi si occupa di bioetica cerca questo tipo di approccio.

Questo termine indica quel campo della riflessione che si occupa delle regole di comportamento nei confronti della vita umana: la ricerca di regole di condotta, l’analisi dei valori, la riflessione sui fondamenti di questi valori, la realizzazione di questi valori.

Il termine bioetica è stato scelto appositamente al posto di morale perché appariva meno legato ad un approccio religioso.

Si è ritenuto necessario non avere una prospettiva religiosa, ma cercare delle risposte valide per tutti senza distinzione di ideologia e di credo.

Gli studiosi di bioetica chiedono un approccio secolare alla materia. Non significa che i credenti non abbiano voce in capitolo, né che debbano gettare la loro fede alle ortiche, non più di quanto si chieda ai non credenti di mettere tra parentesi i loro presupposti ideologici. Si chiede però ai credenti i non porre in primo piano le loro convinzioni religiose, di non argomentare a partire dalla fede. Ci deve essere un dialogo razionale e umano.

 

Questo modo di affrontare il problema è però pericoloso.

Satana è un maestro nell’abbindolarci durante un dibattito.

Il primo dialogo apparentemente razionale si è concluso abbastanza male per l’uomo.

Nel giardino dell’Eden il serpente ha iniziato ad argomentare con Adamo ed Eva su quali fossero i motivi dell’unico divieto e alla fine questi hanno disubbidito a Dio.

Se non vogliamo cadere in questi tranelli dobbiamo tenere in considerazione l’esortazione di Paolo a non conformarci a questo secolo, ma ad avere una mente rinnovata. Allora quello che dobbiamo fare è conoscere bene, avere ben chiari i principi che Dio ci ha dato. Quando avremo assimilato questi principi cominceremo a vedere le cose in modo molto diverso dagli altri uomini ed allora potremo spiegare il perché delle nostre scelte.

 

Se la vita non fosse un dono…

Proprio in questi giorni, una mia collega, cattolica di C.L. (= “Comunione e Liberazione”: noto movimento cattolico integralista, ndr), vedendo che stavo leggendo un saggio a favore dell’aborto, ha sbirciato l’indice e vedendo alcuni titoli ha esclamato: “Con uno che scrive titoli del genere non voglio neanche parlare, ha talmente torto che non vale la pena leggerlo”.

 

Così come è pericoloso essere trascinati in certi dibattiti senza avere le idee chiare, è sbagliato non dare una risposta corretta a chi sostiene posizioni morali che sono a nostro parere insostenibili.

Leggiamo 1 Pietro 3:15-16. Pietro ci chiama ad essere disponibili con tutti. E a tutti dobbiamo essere in grado di dare una risposta rispettosa.

Credo che l’applicazione di queste parole comporti non solo una conoscenza della Parola di Dio, ma anche una sforzo per cercare di seguire il filo logico che seguono i nostri interlocutori.

Per questo motivo dedicheremo una parte dello studio a riassumere i principi di base che stanno dietro un certo modo di intendere la vita e quindi al comportamento che si può seguire al suo termine o al suo inizio.

 

La vita intesa sia come complesso di tutte quelle funzioni biologiche che distinguono la materia vivente dalla materia non vivente, sia come complesso di attività psichica, intellettuale, affettiva culturale, ecc., è un dono, qualcosa che ci è dato.

Come tale appartiene a chi la riceve.

Se fosse un dono sul cui uso e destinazione continuasse a decidere qualcun altro, tutto sarebbe fuorché un dono. Sarebbe un prestito, al limite, e quindi un debito.

Il diritto alla vita si trasformerebbe in dovere alla vita.

E se fosse un prestito, ci sarebbe un creditore.

Chi sarebbe il creditore?

Dio, la Natura, il Caso, un Essere superiore…?

Praticamente rimarrebbe anonimo fino al momento dell’identificazione con una istituzione o un individuo.

Se il dono diventasse un prestito, chiunque, individuo od istituzione, avanzasse la pretesa di parlare a nome del creditore, avrebbe il dominio sulla mia vita.

 

Mi permetto a questo punto per chiarire le idee, di fare un paragone banale.

Tu hai in mano una penna.

Se questa penna è tua, allora tu la usi come ti pare per fare quello che ti pare.

Se però un giorno qualcuno ti dice: “guarda che quella penna è in prestito”, tu realizzi che da qualche parte ci deve essere il padrone della penna anche se tu non lo conosci.

A questo punto chiunque venga da te e affermi di parlarti a nome del padrone della penna potrà dirti come usarla e per che cosa.

Cosa succede?

Che tu hai la penna in mano, ma proprio tu non potrai decidere cosa farne, mentre in teoria tutti gli altri hanno questo potere.

In pratica se la vita non è un dono tutti potranno avere potere su di essa tranne il CHI unico ed irripetibile che sta vivendo proprio quella vita.

Il dono della vita cesserebbe di essere un’esistenza umana.

 

Il diritto alla vita come dono produce il diritto alla morte

La vita umana possiede una sua dignità non perché vita, ma perché specificatamente umana.

Il tratto peculiarmente umano che dà dignità alla vita è la sua individualità.

È questo che trasforma la semplice vita biologica in esistenza.

È solo la circostanza che la vita umana appartiene come unica al CHI irripetibile che la sta vivendo. Solo se si riconosce che la vita è essenzialmente di chi la vive ed a questo CHI appartiene illimitatamente, la vita umana diventa la vita di una persona. Senza questa caratteristica di essere il mio più proprio, la vita individuale cesserebbe di essere irripetibile e quindi di essere l’esistenza di una persona. Perciò se il dono della vita viene cambiato in debito è la dignità dell’uomo che diventa parola senza senso.

 

Tirando le somme, dignità dell’uomo, diritto alla vita, irripetibilità dell’esistenza fanno corpo unico con il diritto del CHI, che la vita vive, a decidere su di essa.

Su quale base mai qualcun altro, individuo come me, potrebbe arrogarsi il diritto di decidere al posto mio sulla mia vita e sulla mia morte?

Per quanto è dato all’uomo, se la vita per essere vita umana è libertà, cioè la possibilità di decisione autonoma su di essa del CHI che la vive, allora lo deve essere anche la decisione sulla morte.

La mia morte è per eccellenza ciò che nessuno potrà “vivere” al mio posto, dunque l’assolutamente mio, come termine ad orizzonte. Sulla mia morte inoltre il mio potere è fragile perché posso al limite accelerarla e non allontanarla.

Questo potere è allora ancora più prezioso.

Chi ha il potere sull’orizzonte della mia vita, ha il potere su tutta la mia vita.

 

Ciascuno ha diritto sulla propria morte perché ciascuno è padrone della propria vita.

Il diritto a morire è parte integrante del diritto alla vita.

Se il parlare dell’eutanasia è diffuso, il parlare del proprio diritto a morire provoca disagio e viene evitato come per scaramanzia.

Ma bisogna parlare di diritto a morire davanti al progresso della medicina.

Il progresso medico è tale da consentire un notevole prolungamento della vita e quindi sempre più persone saranno interessate personalmente a questi problemi.

Sempre più diventeranno i malati terminali.

Si tenderà a parlare non più di sacralità della vita, ma di diritto alla qualità della vita.

L’interesse viene trasferito dalla conservazione della vita, che viene data quasi per scontata, al tipo di vita che questa conservazione obbliga ad avere.

 

La questione è il dovere o meno alla sofferenza; si è obbligati alla condanna di una sofferenza inenarrabile ed insensata?

Nella malattia terminale, proprio perché terminale non c’è un senso ad affrontare la sofferenza.

Questa diventa una tortura a morte.

Una tortura inenarrabile perché nessuno potrà raccontare il dolore, la disperazione e l’angoscia che caratterizzano ogni minuto del malato terminale.

Il descrivere esperienze personali di dolore può colpire l’immaginazione, ma resta comunque lontano dall’esperienza di chi vive il dolore. Chi lo patisce davvero è colui che nel dolore arriva a morire. Per questo è un’esperienza indicibile. Allora negare il diritto a morire è come esercitare il diritto alla tortura da parte di chi lo nega.

Se si accetta come lecito l’intervenire per alleviare una sofferenza o se è lecito staccare la spina evitando un accanimento terapeutico, perché non deve essere lecito intervenire per accorciare anche temporalmente le sofferenze?

 

Eutanasia attiva e passiva

E questo ragionamento pone le basi alla giustificazione dell’eutanasia, parola che significa buona morte.

È la morte provocata o facilitata di una persona al fine di evitare sofferenze ed agonia, o con un’altra definizione è la rapida conclusione, con qualsiasi mezzo atto a procurare la morte in modo non doloroso di chi soffre di una malattia o prognosi infausta accompagnata da sofferenze che si ritengono intollerabili.

Alcuni parlano di eutanasia attiva, cioè provocata attraverso la somministrazione di farmaci o altri agenti, e passiva, indotta dalla sospensione di cure ritenute non più risolutive e dall’interruzione di misure tecniche di mantenimento in vita. Riguardo quest’ultimo punto ritengo che il termine eutanasia passiva anche se usato frequentemente non sia corretto. Credo che in questi casi si debba semplicemente parlare di morte naturale.

 

L’aborto: un problema collegato

L’argomentazione umana sulla qualità della vita e sulla superiorità di questo principio su quello della sacralità della vita arriva naturalmente a prendere in considerazione non solo il termine della vita ma anche il suo inizio.

Il problema dell’aborto è quindi strettamente collegato all’eutanasia anche perché il tipo di ragionamento proposto per giustificarlo è simile.

L’aborto è l’interruzione, volontaria o spontanea, di una gravidanza entro la ventottesima settimana.

Questa definizione si porta dietro il primo problema da affrontare.

 

Quando ha inizio la gravidanza?

Sappiamo infatti che dopo la fecondazione l’ovulo scende dalle tube fino all’utero dove comincia ad “annidarsi” intorno al settimo giorno e questo processo si conclude intorno al quattordicesimo giorno.

La gravidanza comincia alla fecondazione o all’annidamento?

La precisazione è importante perché alcuni mezzi considerati “contraccettivi” in realtà sono “contragestativi”, cioè non impediscono la fecondazione ma l’annidamento (lo IUD o “spirale”, la pillola RU-486 e la pillola “del giorno dopo”).

Molti tendono per definizione a far iniziare la gravidanza con l’annidamento con le seguenti motivazioni: la donna non si accorge dell’eventuale fecondazione e quindi psicologicamente non ci sarebbe differenza tra contraccezione e contra-gestazione; solo con l’annidamento si instaura un rapporto biologico tra embrione e donna, già in natura moltissimi ovuli fecondati, probabilmente la maggioranza, non riescono ad annidarsi.

 

L’embrione è “un individuo”?

Ma la questione più importante da affrontare è stabilire se il prodotto del concepimento è una persona e, se lo è, da quale momento.

Parlare di persona potenziale non è sufficiente perché una persona “in potenza” già per definizione non è una persona.

Per definire una persona bisogna definire alcune condizioni minime che individuano tutti e solo quegli enti per i quali abbia senso supporre la presenza di caratteristiche non solo biologiche proprie della persona. Tali condizioni minime sembrerebbero soddisfatte dalla definizione tradizionale di “individuo razionale”.

L’embrione soddisfa le condizioni di individualità e razionalità?

Per chiarire questo punto bisogna riassumere brevemente alcuni dati biologici riguardanti le prime fasi di sviluppo.

Una volta che l’ovulo è stato fecondato, e già questo processo dura 24-36 ore, cominciano le prime divisioni cellulari, con la formazione della “morula”.

In questa prima fase, detta generalmente di pre-embrione, le cellule sono “totipotenti”, cioè il tutto è ancora così indeterminato da poter dividersi in due e dare origine a due gemelli oppure le due parti possono nuovamente riunirsi e ogni cellula può ancora differenziarsi in qualsiasi tipo di tessuto.

La fase di pre-embrione termina verso il quattordicesimo giorno, più o meno in concomitanza con il completamento dell’annidamento, quando si forma la prima struttura differenziata, la notocorda.

Proprio per queste caratteristiche biologiche il pro-abortista afferma che durante la fase di pre-embrione non è soddisfatta la condizione di individualità.

Per quanto riguarda la razionalità è da intendersi come caratteristica non-naturale propria della persona che va oltre la semplice naturalità. Non è importante definire il livello di razionalità, ma la possibilità almeno teorica che questa esista.

Sappiamo che tale attività è possibile per la presenza di una corteccia cerebrale, quindi l’embrione possederà la razionalità dal termine del terzo mese quando sarà presente una corteccia appena formata.

Nella legislazione italiana l’interruzione volontaria della gravidanza è consentita fino alla dodicesima settimana, quando secondo quanto appena esposto l’embrione è da considerasi un individuo razionale.

 

Il coraggio di resistere alla “sapienza” di questo mondo

Mi rendo conto che tutti questi ragionamenti su eutanasia e aborto possano lasciare esterrefatti per il distacco con il quale i pensatori pro-eutanasia e pro-aborto parlano di vita e morte, ma non dobbiamo stupirci perché già sappiamo che «il cuore dell’uomo è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno» (Geremia 17:9).

Come ci ha avvisato l’apostolo Paolo questi uomini «soffocano la verità con l’ingiustizia», «si sono dati a vari ragionamenti e il loro cuore privo di intelligenza si è ottenebrato», «si dichiarano sapienti, ma sono diventati stolti», «hanno mutato la verità di Dio in menzogna» (Romani 1:18-25).

Sono sicuramente dei sapienti di questo mondo e di fronte a loro potremmo essere culturalmente intimoriti, ma sempre Paolo ci ricorda che sta scritto che «Dio farà perire la sapienza dei saggi e annienterà l’intelligenza degli intelligenti» e che Dio «ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti e le cose deboli del mondo per svergognare le forti» (1 Corinzi 1:19, 25-27).

 

Il confronto tra il pensiero dell’uomo e la Parola di Dio

La nostra certezza è che «il timore dell’Eterno è il principio della scienza».

Il credente può e deve ricercare la risposta di Dio.

Spesso la risposta è proprio da ricercare, non la abbiamo a portata di mano.

Quasi mai troviamo risposte dirette.

Lui vuole che noi “lavoriamo” sui suoi princìpi perché possiamo crescere e maturare.

Abbiamo ricordato che nella preghiera sacerdotale Gesù prega per la nostra santificazione nella verità.

Gesù mostra di conoscere a quale tipo di conflitto andremo incontro non essendo stati tolti dal mondo. Siamo stati “separati” con uno scopo preciso: essere distinti dal peccato del mondo, dai suoi valori ed obiettivi.

Per rendere possibile il raggiungimento di questo scopo ci ha dato la Parola di Dio. È qui che dobbiamo ricercare quella verità che ci “separa”, che rende diverso il nostro modo di pensare (Giovanni 17:14-17).

La risposta non sempre è ovvia, anzi il più delle volte succede il contrario.

Gesù affrontando la tentazione che subì nel deserto all’inizio del Suo ministerio ci dà anche l’esempio perfetto di comportamento da seguire durante questi conflitti.

Almeno due delle tentazioni portate da satana apparentemente non comportavano la disubbidienza ad un comandamento, anzi a sostegno di una di queste viene addirittura citato un Salmo. Gesù con le Sue risposte dimostra di avere compreso completamente la portata di queste tentazioni e risponde con citazione bibliche chiare ed assolute.

Così noi potremmo venire raggirati da tanti “illuminati” ragionamenti se non confrontiamo attentamente quello che dice l’uomo con quello che insegna la Scrittura su cosa è la vita e su cosa è la morte.

 

Tre atti creativi

I princìpi fondamentali che ci permettono di vedere le cose dal punto di vista di Dio li ritroviamo proprio all’inizio della rivelazione biblica. È nei primi capitoli della Genesi che ci viene presentata l’origine della vita, l’origine dell’uomo e l’origine della morte.

La parola “vita” compare per la prima volta in genesi 1:20. La parola usta nell’originale, “nephes”, viene tradotta esseri viventi in Genesi 1:20 e 21 e, applicata all’uomo, anima vivente in Genesi 2:7.

È un concetto di “vita” evidentemente diverso dalla semplice vita biologica.

Non viene infatti usato per la vita vegetale e, significativamente, quando in Genesi 1 viene usata la parola creare per la seconda volta, avviene all’introduzione della vita animale.

 

In Genesi 1:1 con il primo atto creativo di Dio abbiamo la creazione delle entità di base dell’universo: lo spazio, la materia, il tempo. Le piante sono dei sistemi chimici altamente complessi, in grado di riprodursi, con un codice basato sul DNA come gli animali.

 

Ma gli animali possiedono una “vita” diversa, una coscienza di vita che le piante non hanno e che richiedeva un secondo atto creativo di Dio. Questa vita è anche parte integrante dell’uomo, ma con una particolarità perché la “nephes” è stata sì creata il quinto giorno, ma essendo il corpo umano estremamente complesso e ricco di capacità, Dio è intervenuto direttamente per dare all’uomo quest’anima vivente (Genesi 2:7). Uomini e animali possiedono comunque ugualmente questa “nephes” appositamente creata.

Per quanto riguarda l’origine dell’uomo sappiamo dalla Genesi come il suo corpo sia stato formato allo stesso modo del corpo degli animali (1:24, 2:7) e abbia similmente un alito vitale (2:7, 7:22). Ma l’uomo doveva essere ben più che un animale anche se complesso ed altamente organizzato.

«Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza…. Dio CREO’ l’uomo a Sua immagine, lo creò ad immagine di Dio» (1:26-27).

Nel racconto della Genesi compare così per la terza volta l’atto del creare.

Questa immagine e somiglianza di Dio, questa verità profonda e misteriosa, è qualcosa di completamente nuovo che differenzia l’uomo da tutto il resto del creato.

È stato necessario che Dio la creasse.

Non è semplice capire cosa significa questa qualità umana e probabilmente qualsiasi definizione è riduttiva o incompleta e imprecisa.

Non è sufficiente dire che all’uomo fu dato uno spirito oltre all’anima. Si può dire che l’uomo, come Dio possiede uno spirito che non muore con attributi estetici, morali e spirituali.

 

L’essere ad immagine di Dio attribuisce all’uomo quegli aspetti della natura umana non condivisi dagli animali come l’avere coscienza morale, la capacità di pensiero astratto, la comprensione della bellezza, il provare emozioni ma soprattutto la capacità di adorare e amare Dio.

Ma anche del nostro corpo possiamo dire che è fatto ad immagine di Dio nel senso che ha caratteristiche appropriate affinché Dio potesse apparirci in forma umana. Dio ha disegnato e formato per l’uomo un corpo capace di funzionare fisicamente come Lui stesso può fare anche se senza un corpo.

Dio può vedere (Genesi 16:139), ascoltare (Salmo 94:99), sentire odori (Genesi 8:21), toccare (Genesi 32:32) e parlare (2 Pietro 1:18) che abbia o no in senso fisico occhi, orecchie, naso, mani e bocca.

 Inoltre quando ha deciso di apparire agli uomini lo ha fatto in forma di corpo umano (Genesi 18:1-2).

 

Creato… a quale scopo?

Ma perché Dio ha creato l’uomo proprio così?

Se lo ha fatto era sicuramente giusto che lo facesse! (Romani 9:20).

Senza dubbio la natura d’amore di Dio ha un posto centrale nel motivare la creazione dell’uomo.

Anche se è una affermazione che coglie solo alcuni aspetti, possiamo dire che Dio desiderava un’entità spirituale che non fosse Lui stesso verso la quale manifestare il Suo amore.

Però l’amore è una relazione reciproca.

Non si può amare realmente un oggetto inanimato e perché l’amore possa esprimersi pienamente deve essere reciproco.

Un creatore perfetto non poteva essere soddisfatto da una relazione d’amore imperfetta.

Dio ha creato l’uomo con lo scopo di manifestargli il Suo amore, ma lo ha anche creato capace di amare a sua volta.

Questo atto di amore deve poter essere volontario.

L’uomo per amare realmente Dio deve poter scegliere di amare Dio in risposta al Suo amore. Quindi se Adamo era libero di scegliere di amare Dio era ovviamente anche libero di non farlo.

Dio ha creato un essere spirituale moralmente libero, cioè a Sua immagine, correndo il rischio di vedere rigettato il Suo amore.

È importante cercare di afferrare il senso di questa creazione speciale di Dio perché è la caratteristica di essere stato creato ad immagine e somiglianza di Dio che rende l’uomo “diverso”.

La sua vita è sacra per queste motivazioni non perché vita biologica pura e semplice o per l’intelligenza o per le sue capacità affettive.

 

Dopo la creazione… la morte!

Proseguendo la lettura di Genesi ci imbattiamo però subito nella descrizione dell’origine della morte.

L’uomo, creato con la capacità morale di fare una scelta, amare Dio ed ubbidirgli o rifiutare il Suo amore, sceglie la disubbidienza.

La morte fa la sua entrata nel mondo come conseguenza di questa scelta.

«Il salario del peccato è la morte» (Romani 6:23).

L’uomo ha volontariamente rifiutato l’amore di Dio e con questa scelta un elemento negativo è penetrato nel mondo influenzando ogni cosa.

«Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Romani 5:12).

Nel racconto della Genesi possiamo riconoscere i due aspetti della morte, fisica e spirituale.

L’aspetto fisico è quel principio di disordine e decadimento che agisce su ogni cosa e porta prima o poi al crollo di tutti i sistemi anche complessi come il corpo umano, «… sei polvere e in polvere ritornerai» (Genesi 3:19).

L’aspetto spirituale è la separazione e la lontananza da Dio vissute con l’angoscia e l’insoddisfazione continua che caratterizza la vita dell’uomo nonostante i ripetuti tentativi di negare la realtà. «Dio il Signore scacciò l’uomo dal giardino d’Eden» (Genesi 3:23-24).

È importante ricordare bene cosa è la morte secondo la Bibbia perché è cosa ben diversa dalle varie “razionalizzazioni” costruite dall’uomo con girevole ingegno per sfuggire alla paura che incute.

A questo punto credo che siamo in grado di avventurarci nel tentativo di dare una risposta biblica all’eutanasia e all’aborto.

 

Eutanasia: un inganno frutto dell’illusione

Possiamo affermare con certezza che già il termine eutanasia è un inganno.

Non esiste una buona morte perché la morte è una punizione estesa a tutto il creato a causa del peccato.

Come pure è una grave illusione quella dell’uomo che pretende di controllare la qualità della propria vita, che rivendica il diritto di usare come vuole il dono della vita e che quindi crede anche di avere il potere di decidere sulla propria morte.

La Bibbia ci insegna che in realtà l’uomo è tenuto schiavo dal timore della morte per tutta la vita e che è il diavolo ad avere il potere della morte (Ebrei 2:14).

L’uomo si illude in questo modo perché in lui opera lo spirito del principe della potenza dell’aria (Efesini 2:2) e perché ha la mente accecata dal dio di questo mondo (2 Corinzi 4:4).

Satana fa di tutto perché l’uomo non si renda conto che non credendo è già giudicato e che la decisione di ravvedersi e convertirsi per ottenere il perdono dei peccati può essere presa solo finché si è in vita.

L’uomo di oggi o non crede ad una vita futura successiva alla morte fisica o crede in una non precisata vita migliore negando l’esistenza dell’inferno.

Questo purtroppo un segno del “successo” di satana ed un inganno mortale per l’uomo. Sappiamo infatti che tutti quelli che commettono l’iniquità, tutti quelli il cui nome non è scritto nel libro della vita saranno gettati nello stagno di fuoco, nella fornace ardente dove sarà il pianto e lo stridore dei denti (Apocalisse 20:15 e Matteo 13:42).

Altro che buona morte e sollievo dalle sofferenze fisiche!

Spesso anche noi credenti dimostriamo di non aver ben chiaro il significato reale di questi versetti.

Non vi è mai capitato di dire o sentire frasi del tipo “per lui la morte è stata una liberazione”, “ormai soffriva così tanto che è stato meglio così” e così via?

Qualsiasi grado di sofferenza raggiunto durante la vita umana non è neanche paragonabile alle sofferenze che proverà chi, non avendo accettato Gesù Cristo come Signore e Salvatore, sarà gettato nello “stagno di fuoco”.

Non scordiamolo mai.

Il detto “finché c’è vita c’è speranza” è vero.

L’uomo ha realmente la possibilità di ristabilire il suo rapporto con Dio in qualsiasi momento prima della morte, ma non dopo. È quindi solo Dio, che conoscendo ogni cosa, può sapere quale è il momento giusto per lasciare che una persona muoia, quando cioè questa persona ha avuto tutte le possibilità di potersi ravvedere.

 

La morte di chi ha creduto

Cosa dire della morte dei credenti?

Credo che anche per noi la morte non sia buona nel senso che rimane pur sempre una punizione per il peccato che anche noi abbiamo commesso.

È naturale provare timore per una punizione e non credo quindi che sia un errore provare un certo timore della morte.

Il credente però ha la certezza di non essere più schiavo di questo timore. Per lui la morte non è la fine della speranza ma piuttosto l’inizio di una nuova vita alla presenza di Dio.

Paolo disse addirittura di considerare il morire un guadagno.

Tutto questo non vuole per dire che il cristiano può allora “concedersi” l’eutanasia in caso di sofferenza perché Paolo ha anche detto che il vivere è Cristo.

La decisione sulla morte è sempre qualcosa che non ci riguarda.

Dio ci ha affidato un compito in questa vita e solo Lui sa il momento in cui questo compito è terminato.

 

L’aborto: quando è che la vita umana diventa “sacra”?

Anche per dare una risposta cristiana all’aborto dobbiamo considerare l’importanza del rapporto che Dio vuole avere con l’uomo.

È proprio il poter avere questo rapporto, l’essere a immagine e somiglianza di Dio che rende sacra la vita umana. Ed è quindi a questo rapporto che dobbiamo riferirci per stabilire il momento in cui la vita diventa sacra.

La vita umana comincia da questo Dio, anche se in un modo per noi incomprensibile, comincia ad avere un rapporto con l’uomo.

Non ha valore il tentativo di definire le qualità minime di una personalità per sapere quando il bambino, il feto o embrione ha dignità umana.

Quello che conta è ciò che Dio dice su quando Lui inizia questo rapporto.

 

Sono numerosi i brani della Bibbia che dichiarano come questo rapporto inizi prima della nascita.

Sono versetti meravigliosi che non hanno bisogno di commento e che ci dicono di come Dio si occupi di noi nella nostra interezza.

 

·     “Le Tue mani mi hanno formato, m’hanno fatto tutto quanto… Ricordati che mi hai plasmato come argilla… Tu mi hai rivestito di pelle e di carne e mi hai intessuto d’ossa e di nervi. (Giobbe 10:8-11).

 

·     “Sei Tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre… Le mie ossa non ti erano nascoste, quando fui formato in segreto e intessuto nelle profondità della terra. I Tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo e nel Tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi erano destinati, quando nessuno d’essi era sorto ancora.” (Salmo 139:13-16).

 

·     “Così parla il Signore che ti ha fatto, che ti ha formato fin dal seno materno…(Isaia 44:2,24).

 

·     Prima che Io ti avessi formato nel grembo di tua madre, Io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, Io ti consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni.” (Geremia 1:5).

 

·     “…sarà grande davanti al Signore… e sarà pieno di Spirito Santo fin dal grembo di sua madre” (Luca 1:15).

 

Potrebbe rimanere il dubbio che esista però un momento successivo al concepimento in cui inizia questa opera di Dio. Questo dubbio è completamente fugato da un’affermazione di Giobbe (Giobbe 3) dove, pur in un contesto diverso dai versetti prima citati perché sta esprimendo il suo dolore per la situazione che si è trovato ad affrontare, fa esplicitamente risalire il momento dell’inizio della sua vita umana al concepimento. È quindi da questo momento che l’uomo è una creatura ad immagine e somiglianza di Dio con la quale Dio può avere un rapporto.

È dal concepimento che la vita dell’uomo è sacra.

 

La Bibbia non ci presenta due capitoli di trattazione sistemica su eutanasia e aborto ma credo che il suo insegnamento sia al riguardo molto chiaro.

I versetti citati sono chiari e difficilmente possono essere interpretati diversamente.

Senza scuse sta a noi sostenere, evitando condizionamenti umani, il giusto punto di vista di Dio.

 

Emanuele Negri

 

 

Tratto con permesso da «IL CRISTIANO» Luglio 1998   www.ilcristiano.it