LA DISCIPLINA,

PARTE INTEGRANTE

DELLA CURA PASTORALE

 

Domande

 

·     Qual è lo scopo della disciplina?

·     Quali sono le procedure da seguire?

·     Che cosa significa «fuori comunione»?

·     Un cristiano che non si ravvede deve sempre, alla fine, essere scomunicato, anche quando è colpevole di peccati che non intaccano la sfera morale o dottrinale o l’unità della chiesa?

·     Esistono situazioni per cui si può optare per una forma più «leggera» di disciplina, che non preveda la scomunica?

·     Quali altri sistemi di disciplina possono, oltre alla scomunica, allo stesso tempo:

Ø evidenziare il peccato e condannarlo;

Ø non dare libertà agli altri credenti di commetterlo?

·     Che cosa dire della prassi adottata ormai in diverse chiese di «far sedere all’ultimo posto»?

·     La scomunica è utile a far tornare un credente sui suoi passi o semplicemente può inasprire i rapporti con la chiesa? In questo caso la disciplina non risulterebbe essere fallita?

·     Che cosa deve fare la chiesa quando un credente viene disciplinato?

·     Si possono avere rapporti con chi viene disciplinato? Se sì, quali rapporti? Come ci si comporta nel caso di un familiare?

·     Cosa devono fare i pastori nei confronti di un credente che è stato disciplinato?

·     Se esistono gli estremi per una scomunica, cosa dovrebbe fare la chiesa nei confronti delle altre chiese locali con cui è in comunione? Informarle o no?

·     La chiesa locale deve perdonare il fratello pentito che ha riconosciuto la sua colpa?

·     Se la risposta alla prima domanda è positiva, la chiesa locale deve infliggere delle punizioni o penitenze o discipline al fratello pentito e perdonato, del tipo:

Ø astensione per un certo periodo dalla cena del Signore;

Ø non pregare e non citare inni nelle riunioni?

 

Risposte

 

Premessa

Mi permetto di fare alcune osservazioni preliminari.

Prima di tutto noto che il termine «disciplina» viene usato, nella prima serie di domande, come sinonimo di «scomunica».

In secondo luogo avverto una qualche incertezza su come la chiesa debba agire in quei casi dove si renda necessaria la «scomunica».

Evidentemente questo senso di disagio perdura anche dopo che il credente in questione passa dalla fase di disubbidienza a quella di ravvedimento.

In terzo luogo ho l’impressione che, almeno in certi casi, manchi una conoscenza adeguata, da parte dei conduttori, da parte di coloro che hanno agito contro la sana dottrina e da parte del resto della chiesa di quale sia la volontà di Dio in merito. Quindi, nella risposta che segue, cercherò di chiarire questi punti.

Sono consapevole che quest’approccio più globale alla problematica non permette, purtroppo di rispondere dettagliatamente a ogni quesito posto dai fratelli.

 

Che cosa si intende con il termine «disciplina»?

La parola «disciplina» significa innanzitutto «insegnamento, ammaestramento» e, in secondo luogo, «il complesso di norme che regolano il comportamento di un individuo o gruppo» e il dominio degli istinti, impulsi e desideri, richiesto da tali norme. Per estensione, il termine disciplina viene usato con riferimento all’applicazione delle sanzioni previste, qualora un membro del gruppo non rispetti il regolamento o le norme che lo riguardano.

È risaputo che parte del mandato missionario affidato alla chiesa riguarda l’ammaestramento dei nuovi «discepoli» di Gesù perché osservino tutto ciò che Egli aveva comandato ai primi discepoli (Matteo 28:18-20). A questo proposito il libro degli Atti ci informa che i tremila convertiti nel giorno della Pentecoste «erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli» (Atti 2:42). Inoltre fa sapere che ben presto la comunità dei discepoli venne descritta come «una [nuova] via» (9:2; cfr. 11:26). Non a caso tutti i membri di questa nuova via venivano chiamati discepoli (vedi 9:1 e 11:26).

In tutto, il termine discepoli ricorre ben 27 volte in Atti, con riferimento a coloro che fanno parte della chiesa.

Credo che questo modo di concepire la vita cristiana vada recuperato, anche perché la potenza della grazia si manifesta in una nuova disciplina di vita. Ciò trova eloquente testimonianza nel seguente resoconto che riguarda persone convertite a Dio dal paganesimo: “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non vi illudete; né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo, mediante lo Spirito del nostro Dio” (1 Corinzi 6:9-11).

 

Sarebbe istruttivo valutare tutta la storia della Chiesa attraverso la lente del discepolato cristiano, notando:

1. quanto fedelmente i vari movimenti e le Confessioni abbiano trasmesso l’insegnamento di Cristo e degli apostoli e

2. quanto abbiano insistito che tale ammaestramento venisse osservato.

A questo proposito dovrebbe essere evidente che chi si ritiene chiamato dal sommo Padre a pascere le Sue pecore e i Suoi agnelli è in obbligo di trasmettere loro il Suo insegnamento affinché l’osservino (Matteo 28:20). Inoltre, qualora i nuovi discepoli non osservino le direttive del divino Maestro, dovrebbe essere altrettanto evidente che occorre applicare le sanzioni disciplinari previste, per ricondurre i discepoli a una vita di ubbidienza che glorifichi Dio.

 

Quale effetto ha prodotto l’istituzionalizzazione della chiesa sulla disciplina?

Purtroppo la trasformazione della chiesa in un’istituzione composta da una gerarchia di potere e da una moltitudine di «fedeli» ha snaturato anche la pratica della disciplina voluta da Cristo. Da un lato ha portato a un abuso di potere nella gestione della disciplina, fino ad arrivare a eccessi come l’istituzione della cosiddetta «Santa Inquisizione» mentre, dall’altro, ha fatto sì che la disciplina biblica, che ha di mira la crescita nella santificazione, venisse trascurata. Purtroppo la mancanza di equilibrio nella gestione della disciplina, essendo o troppo severi oppure troppo indulgenti, esiste in forma attenuata anche in ambito evangelico. Quindi appare opportuno esaminare nuovamente questo aspetto della cura pastorale.

 

In che consisterebbe uno studio completo sulla disciplina nella chiesa?

Uno studio completo su questo argomento dovrebbe occuparsi almeno dei seguenti aspetti:

1. l’opera di discepolato,

2. la definizione dei casi in cui occorre una disciplina correttiva,

3. la procedura da seguire in tali casi e

4. il contesto in cui questa procedura deve aver luogo.

Dal momento che le domande poste dai nostri lettori riguardano soltanto gli ultimi tre punti anche noi ci limiteremo a trattare questi aspetti.

 

1. I CASI IN CUI OCCORRE UNA DISCIPLINA CORRETTIVA

 

Premesse

A. Il presupposto della disciplina correttiva è la norma della crescita nella santificazione

Leggiamo nella lettera agli Ebrei: «impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore» (Ebrei 12:14; cfr. 1 Timoteo 4:3; 5:23; Romani 6:19-22).

Il bisogno di impegnarsi in un cammino di santificazione significa due cose per la collettiva dei discepoli di Cristo.

a.  Innanzitutto significa che i componenti della chiesa, sebbene giustificati dalla grazia di Dio, non sono ancora giunti alla perfezione. Infatti hanno bisogno di crescere nella santificazione giorno per giorno. Detto in altre parole, sono figli adottivi che hanno bisogno di imparare dal loro Padre celeste e da altri membri della famiglia, anche loro figli adottivi. Quindi non dobbiamo pensare che per ogni piccola imperfezione occorra intraprendere una qualche azione disciplinare. A questo proposito rimane essenziale l’esercizio dell’amore e la pratica di ammonirsi ed esortarsi a vicenda (1 Pietro 1:22; 4:8; Romani 15:14; Ebrei 10:24-25).

b. Ma se è vero che non dobbiamo cercare la perfezione gli uni negli altri, ma piuttosto incoraggiarsi a vicenda nel cammino della santificazione, è altrettanto vero che la chiamata a essere santi (Romani 1:5-7) implica il bisogno di esercitare una disciplina correttiva qualora una persona che si dice cristiana persista nel vivere fuori della volontà di Dio.

Sono distinguibili almeno cinque casi in cui esiste il bisogno di applicare una qualche sanzione disciplinare. Li considereremo a uno a uno, ma prima è necessario aver chiaro quale sia lo scopo delle sanzioni disciplinari.

 

B. Lo scopo della disciplina correttiva

Come suggerisce lo stesso termine «disciplina correttiva», lo scopo generale è la riabilitazione delle persone interessate. Tutta la chiesa deve sapere che lo scopo primario dell’azione disciplinare presa nei confronti di colui che è stato «sorpreso in una colpa» è quello di «rialzarlo con spirito di mansuetudine» (Galati 6:1a), mentre lo scopo secondario è quello di permettere a tutti di fare un esame di coscienza («bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato» v. 1b). tenere conto a ogni punto della procedura faciliterà il raggiungimento degli scopi previsti. Fanno eccezione alla regola generale soltanto i casi di persone che risultano essere «falsi fratelli» o, per usare le parole di Gesù, «lupi rapaci» (Matteo 7;15).

Quando manca l’obiettivo della riabilitazione, l’applicazione di sanzioni disciplinari rischia di trasformarsi in una semplice condanna, più o meno definitiva. Una simile azione, anziché favorire la crescita qualitativa della chiesa, spesso provoca una reazione negativa, specialmente se ci sono dei membri nella chiesa che simpatizzano con il membro «sorpreso in una colpa».

Qualche volta queste persone arrivano addirittura a provocare una divisione nella chiesa.

 

C. Alcuni esempi

1. Peccato contro un fratello e insubordinazione alla chiesa

Il primo a parlare di una sanzione disciplinare nei confronti di un membro di chiesa è stato Gesù stesso (Matteo 18;15-20). Il caso di cui Egli parla riguarda chi ha commesso un non meglio definito «peccato» contro un fratello.

Si arriva alla sanzione disciplinare qualora la persona che ha commesso questo peccato non voglia ammetterlo né voglia ascoltare la chiesa.

Nella seconda parte del nostro studio esamineremo la procedura da seguire in questi casi. Matteo 18:15-20 riveste un’importanza particolare in quanto qui troviamo la seconda e ultima volta in cui Gesù nomina la chiesa (cfr. Matteo 16:18).

Evidentemente la chiesa, per poter crescere, deve rispettare l’etica e l’ordine stabiliti da Colui che l’edifica.

 

2. Falsi insegnamenti

Per «falsi insegnamenti» intendiamo quelli che non si basano sul fondamento di Cristo e degli apostoli (1 Corinzi 3:10-11; Efesini 2:20).

Ecco alcuni esempi di falsi insegnamenti documentati nel Nuovo Testamento:

a)  Nella lettera indirizzata alla chiesa di Pergamo (Apocalisse 2:12-17), Gesù insiste che la chiesa cambi idea riguardo ai «Nicolaiti» i quali istigano all’idolatria e alla fornicazione, come fece Balaam (vv. 14-16).

b)  Nel caso dei «seduttori» di cui parla l’apostolo Giovanni nella sua seconda epistola, l’errore dottrinale riguarda la cristologia (2 Giovanni vv. 9-11).

c)  L’errore dei giudaizzanti, contro i quali Paolo lancia un anatema in Galati 1:6-9, era di far passare per vangelo un messaggio che contraddiceva il Vangelo di Cristo.

d)  1 Timoteo 6:3-5 dice che chi insegna una dottrina diversa e non si attiene alle sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e alla dottrina che è conforme alla pietà è un orgoglioso e non sa nulla; ma si fissa su questioni e dispute di parole, maldicenza, cattivi sospetti, acerbe discussioni di persone corrotte di mente e prive della verità, le quali considerano la  pietà come una fonte di guadagno.

 

3. Divisioni e l’uomo settario

Come nel caso dei falsi dottori, anche che fomenta divisioni è da considerarsi un «seduttore» che serve, non il Signore Gesù Cristo, bensì i propri interessi (Romani 16:18).

Per comprendere il bisogno di azioni disciplinari nei confronti di chi fomenta le divisioni, conviene ricordare la preghiera sacerdotale di Gesù in cui Egli prega per l’unità di tutti coloro che credono all’annuncio apostolico (Giovanni 17:3-23).

Paolo scrive: «Ora vi esorto, fratelli, a tener d’occhio quelli che provocano le divisioni e gli scandali in contrasto con l’insegnamento che avete ricevuto. Allontanatevi da loro» (Romani 16:17).

L’uomo settario, che provoca divisioni, viene descritto come «traviato» a motivo della sua predilezione per le «questioni stolte».

Nei confronti dell’uomo settario la Scrittura richiede che vengano prese delle misure disciplinari (Tito 3:9-11).

 

4. Immoralità sessuale

Secondo la legge mosaica, unioni sessuali illecite e peccati contro natura meritano la morte (Levitico 18).

Gesù, oltre a condannare la dottrina dei Nicolaiti (Apocalisse 2:6, 14-16), biasima l’immoralità praticata nella chiesa di Tiatiri (Apocalisse 2:20-22).

Paolo, oltre a spiegare l’incompatibilità, di ogni unione sessuale illecita, con il Regno di Dio (1 Corinzi 6:9-20), insiste su un’azione disciplinare nei confronti di uno che, dicendosi fratello, viveva in un rapporto di incesto (1 Corinzi 5:1-13; cfr. 1 Timoteo 4:1-5).

 

5. Persistenza in una vita disordinata

Questa categoria appare abbastanza generica.

Per comprendere la normalità di una vita ordinata, bisogna ricordare che il Vangelo è al servizio della giustizia (Romani 1:17-32) e che la santificazione riguarda tutta la vita (Romani 6:19b; 1 Timoteo 4:1-8). Così Paolo, Silvano e Timoteo scrivono ai credenti di Tessalonica: «Vi ordiniamo nel nome del nostro Signore Gesù Cristo che vi ritiriate da ogni fratello che si comporta disordinatamente e non secondo l’insegnamento che avete ricevuto da noi» (2 Tessalonicesi 3:7). Più avanti nello stesso brano leggiamo: «Difatti sentiamo che alcuni tra di voi si comportano disordinatamente, non lavorando affatto, ma affaccendandosi in cose futili» (v. 11).

La parola di Dio non elenca ogni tipo di disordine che possa richiedere una qualche sanzione disciplinare. D’altra parte, gli esempi non mancano. Senza dubbio appartiene alla categoria dei disordinati chi si mette con un infedele (2 Corinzi 6:14-18) e chi usa il dono della parola per fare maldicenza anziché per edificare (Efesini 4:29).

 

2. LA PROCEDURA DELLA DISCIPLINA CORRETTIVA

 

Nello stabilire la procedura da seguire nell’amministrazione della disciplina correttiva, conviene distinguere fra casi riguardanti i «peccati di ignoranza» e quelli di «disubbidienza consapevole».

 

A. I casi di «peccati di ignoranza»

I «peccati di ignoranza» in genere riguardano nuovi convertiti che vengono per la prima volta a contatto con l’insegnamento della Parola di Dio.

In questi casi il tipo di disciplina da praticare è quella preventiva (svolta per mezzo di predicazioni e corsi organizzati per nuovi credenti).

Troviamo un esempio di questo tipo di disciplina in Atti 18:24-26.

Sebbene insegnasse pubblicamente, Apollo aveva una conoscenza imperfetta della via del Signore. Sentendolo parlare nella sinagoga di Efeso, Priscilla e Aquila se ne resero conto e lo presero con loro e gli esposero con più esattezza la via di Dio (Atti 18:24-26).

Durante più di mezzo secolo di ministero in Bolivia, mio suocero ha riscontrato che, delle persone adulte che si convertivano al Signore, relativamente poche erano quelle regolarmente sposate, mentre la maggior parte conviveva. Di conseguenza, uno dei primi aspetti della cura pastorale verso questi nuovi credenti era quello di aiutarli a mettere in ordine la loro posizione matrimoniale. In alcuni casi si trattava di un processo molto complesso. Nel caso di chi non si era mai posto il problema di formalizzare il proprio rapporto con il convivente o la convivente, c’era bisogno di realizzare l’ordine voluto da Dio, partendo da una situazione di caos.

Il tipo di intervento da praticare nel caso di «peccati di ignoranza» è l’ammaestramento che ha di mira l’ubbidienza.

È possibile commettere «peccati di ignoranza» anche molti anni dopo la conversione se l’ammaestramento ricevuto è stato lacunoso o se si tollera che i credenti si assentino dagli incontri di studio biblico.

In questi casi, il tipo di intervento più appropriato è l’ammonimento.

Lo scopo dell’ammonimento è quello di «mettere nella mente», ossia di far comprendere alla persona che sta sbagliando quegli aspetti della volontà di Dio che lui o lei non conosce.

Lo scopo dell’ammonimento è di convincere la persona a cambiare idea e modo di agire.

In condizioni normali i credenti dovrebbero essere capaci di ammonirsi a vicenda (Romani 15:14).

 

B. I casi di disubbidienza consapevole

Probabilmente ci sarà diversità di opinione riguardo ai «peccati» che richiedono un intervento di disciplina correttiva. Infatti, le regolari predicazioni e le discipline spirituali promosse dagli anziani della chiesa dovrebbero permettere di superare a mano a mano idee e comportamenti che sono frutto della natura adamitica.

Per poter individuare idee e comportamenti da correggere con appositi interventi, si dovrebbero prendere in considerazione i comandamenti di Cristo (Matteo 28:20) e le varie direttive apostoliche intese per tutte le chiese (1 Corinzi 7:17; 14:33).

Quando idee e comportamenti errati persistono nonostante i credenti abbiano ricevuto un insegnamento chiaro e un modello di comportamento confacente alla chiamata a essere santi (Romani 1:7; 1 Pietro 5:1-3), occorre intervenire.

Ma anche nel caso della disubbidienza consapevole, il primo intervento dovrebbe essere l’ammonimento, non l’applicazione di sanzioni disciplinari. A questo proposito l’apostolo Paolo istruisce Tito ad ammonire l’uomo settario, una volta e anche due (Tito 3:10).

 

Chi dovrebbe fare questo? E a che punto dovrebbe intervenire la chiesa, nel caso che la persona non si ravveda dopo essere stata ammonita?

 

Per rispondere a queste domande, risulta di fondamentale importanza Matteo 18:15-20. Questo brano contiene le istruzioni di Gesù riguardanti la procedura da seguire quando un membro della chiesa viene colto in peccato.

 

 

C. Una procedura in quattro fasi

1. L’approccio personale

Dopo aver parlato del pastore che lascia le novantanove pecore per cercare quella perduta (Matteo 18:10-14), Gesù disse: «Se tuo fratello ha peccato [contro di te], va’ è convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello» (v. 15).

Le parole messe fra parentesi non appaiono nei manoscritti più antichi, il che fa pensare che siano state aggiunte con l’intento di completare il senso della frase.

È possibile che Gesù non avesse in mente soltanto i casi in cui un credente subisce personalmente gli effetti del peccato di un altro fratello, bensì la cura che ogni credente deve avere del proprio fratello.

Giacomo scriverà: «Fratelli miei, se qualcuno tra di voi si svia dalla verità e uno lo riconduce indietro, costui sappia che chi avrà riportato indietro un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima del peccatore dalla morte e coprirà una gran quantità di peccati» (Giacomo 5:19-20).

Capita spesso che un credente venga a conoscenza del peccato di una altro fratello prima che la cosa diventi di dominio pubblico. In questi casi il credente che è a conoscenza dei fatti dovrebbe andare personalmente dalla persona interessata senza parlarne con nessun altro.

Facendo così agisce come il pastore che va a recuperare la pecora smarrita.

Quest’approccio, indicato da Gesù, evita il clamore che facilmente accompagna le cadute nel peccato di persone che professano di essere Suoi discepoli. Allo stesso tempo permette di recuperare il fratello e salvaguardare la testimonianza, a patto che chi ha peccato sia pronto a riconoscere il proprio errore.

Gesù non chiarisce subito il significato delle parole se ti ascolta; però, dopo aver definito la procedura disciplinare, Pietro gli fa una domanda riguardante il perdono. La risposta di Gesù costituisce il brano classico sul tipo di perdono che i Suoi discepoli sono chiamati a praticare (vv. 21-35).

Dall’insegnamento di questa parabola (vv. 23-35) possiamo dedurre che l’ascolto di cui Gesù parla nel v. 15 comprenda sia l’ammissione di colpa da parte di chi ha sbagliato sia il perdono da parte di chi ha subito le conseguenze del peccato commesso.

Anche Paolo consigliò l’uso di un approccio personale per ricucire la comunione fra Evodia e Sintiche, entrambi membri della chiesa di Filippi (Filippesi 4:2-3).

Un altro esempio dell’uso di tale approccio, questa volta da parte della coppia Priscilla e Aquila, riguarda l’esposizione imperfetta dal Vangelo da parte di Apollo.

Verosimilmente avrebbero potuto dargli dell’eretico e farla sapere in giro. Invece, accorgendosi della natura difettosa della dottrina di Apollo, lo presero con loro e gli esposero con più esattezza la via di Dio (Atti 18:26).

Evidentemente Apollo era disposto a lasciarsi istruire da Priscilla e Aquila.

La buona riuscita dell’iniziativa di questa coppia è testimoniata non solo dal fatto che i fratelli scrissero per Apollo una lettera di raccomandazione ma anche dal fatto che, a Corinto, egli fu di grande aiuto a quelli che avevano creduto mediante la grazia di Dio, perché con gran vigore confutava pubblicamente i Giudei, dimostrando con le Scritture che Gesù è il Cristo (vv. 27-28).

Tutti i membri di una chiesa dovrebbero essere capaci di ammonirsi a vicenda (Romani 15:14) e quindi essere in grado di impegnarsi nella prima fase della procedura descritta da Gesù.

 

2. Con due o tre testimoni

Gesù prevedeva che l’approccio personale non avrebbe avuto sempre l’effetto desiderato.

Quando l’esito dell’approccio è negativo, bisogna passare alla seconda fase della procedura: «ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni» (Matteo 18:16).

Il fallimento del primo tentativo rende il caso più complicato, in quanto l’accusato non ha voluto ammettere la sua colpa. Quindi, per poter appurare autorevolmente la verità del caso, bisogna seguire la seguente regola: «Un solo testimone non sarà sufficiente per condannare un uomo, qualunque sia il delitto o il peccato che questi ha commesso; il fato sarà stabilito sulla disposizione di due o tre testimoni» (Deuteronomio 19:15).

Di là dalla presenza dei testimoni, lo scopo principale dell’incontro rimane quello di guadagnare il fratello.

Dal momento che questa fase della procedura disciplinare, se non porta alla soluzione del problema, sarà seguita (nella terza fase) dal coinvolgimento dell’intera chiesa, è consigliabile coinvolgere almeno uno dei conduttori della chiesa in qualità di testimone anche nella seconda fase. Intanto la sua presenza dovrebbe indurre la persona che ha peccato a riflettere bene, favorendo così il ravvedimento.

Nota: Un altro caso che richiede la presenza di due o tre testimoni riguarda un’accusa fatta contro un anziano di chiesa (1 Timoteo 5:19). Dal momento che conduttori fedeli si troveranno costretti a prendere delle decisioni talvolta impopolari, è importante insistere su questo principio. Così si potrà impedire che eventuali false accuse, formulate da credenti non sottomessi all’autorità degli anziani, si facciano strada, a danno della chiesa.

 

3. Il coinvolgimento della chiesa

Nel caso che chi ha peccato respinga il secondo tentativo di condurlo a ravvedimento, Gesù ordina alla persona che era andata personalmente a convincerlo del suo errore, di informare ora la chiesa dei particolari del caso, in vista di un incontro in cui la persona interessata «ascolti» la chiesa (Matteo 18:17).

Prima di quest’incontro sarebbe saggio, da parte dei conduttori, dare alla chiesa un insegnamento esauriente riguardo alla questione sotto esame. Così facendo, si può creare compattezza di convinzione affinché la persona che ha sbagliato senta la gravità delle sue azioni e affinché si eviti che qualcuno, senza rendersi conto della gravità dell’avvenuto, prenda le parti di chi ha sbagliato.

La riprensione pubblica, in presenza di tutta la chiesa, serve perché anche gli altri abbiano timore (1 Timoteo 5:20).

Dovrebbe essere un anziano informato personalmente del caso a presiedere a quest’incontro (1 Tessalonicesi 5:12; Ebrei 13:17; 1 Pietro 5:1-2). Si tratta di un momento molto delicato nella vita della chiesa che, se non gestito bene, rischia di causare ulteriori danni. D’altra parte, se gestito con spirito di mansuetudine, qualunque sia la reazione della persona sorpresa in un fallo, questo momento potrà contribuire alla crescita spirituale di tutta la chiesa e al rafforzamento della testimonianza.

La chiesa, radunata nel Nome di Cristo, è autorizzata a legare o a sciogliere, ossia a giungere a una decisione autorevole in merito alla persona che ha peccato (vedi Matteo 18:18-20).

 

4. «Sia per te come il pagano e il pubblicano» (v. 17b)

Il Capo della chiesa prevede che neanche la terza fase condurrà sempre al risultato desiderato. Quindi aggiunge una quarta direttiva: «se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano».

Non si vorrebbe mai arrivare a questo punto e l’uso della parola «se» ci ricorda che quando le prime fasi vengono gestite bene c’è una buona speranza di non dover andare oltre. Ma rimane il fatto che ci siano persone che non danno l’importanza dovuta all’ammonimento pubblico della chiesa. In questi casi Gesù parla in modo radicale. Dice di considerare alla stregua del pagano e del pubblicano la persona che si dimostra insubordinata verso la chiesa e ostinata nel sostenere di non avere nulla di cui pentirsi.

Come bisogna intendere le parole alla stregua del pagano e del pubblicano?

Un pagano non aveva cittadinanza in Israele mentre il pubblicano era visto come un collaborazionista e traditore degli interessi del suo popolo.

Allo stesso modo, chi rifiuta di ascoltare la chiesa dimostra di ignorare la natura comunitaria del Corpo di Cristo. La chiesa è chiamata a prendere atto ufficialmente di questa stato di cose e ad agire di conseguenza, trattando la persona come chi ha bisogno ancora di convertirsi (cfr. Atti 8:21b).

Quanto al suo rapporto con la chiesa, non si tratta semplicemente di togliergli il diritto di partecipare alla Cena del Signore bensì di togliergli tutti i privilegi riservati a coloro che danno prova di far parte del Corpo di Cristo.

Non sempre ci si rende conto che il servire insieme nel Nome di Cristo è un grande privilegio.

Nel caso dei peccati più gravi come quello di chi nega la dottrina di Cristo (2 Giovanni 9:11) o di chi, pur vantandosi di essere fratello, contraddice la nuova Via, comportandosi come fornicatore, avaro, idolatra, oltraggiatore, ubriacone o ladro (1 Corinzi 5:9-11), la comunità dei credenti deve prenderne le distanze, evitando anche i normali contatti sociali come il saluto e il sedersi alla stessa tavola.

Soltanto prendendo una posizione forte al riguardo la chiesa potrà svolgere il suo ruolo di «colonna e sostegno della verità», in un mondo in cui molti negano la dottrina di Cristo (1 Timoteo 3:15-16), e dimostrare come Dio trasforma la vita di coloro che vivono sotto la Signoria di Cristo (cfr 1 Corinzi 6:9-11).

Gesù non dice che la persona esclusa dalla comunione dei santi sia un pagano, quanto piuttosto che essa sta agendo come tale e come tale va trattata.

Qualunque cosa abbia professato in precedenza, chi si ostina a ignorare la voce del Signore, che gli arriva attraverso la chiesa, fa dubitare che ne faccia parete.

Il Nuovo Testamento non contempla fede a salvezza che non si manifesti in una vita di perseveranza. Infine, vale la pena ricordare che Gesù, mentre verso pagani e pubblicani mostrava compassione, verso gli ipocriti assumeva un atteggiamento molto fermo, senza però rinunciare a mostrare loro il Suo amore.

 

D. Un esempio

A proposito del credente di Corinto che viveva in un rapporto di incesto, Paolo scrive: «Ho deciso che quel tale sia consegnato a satana, per la rovina della carne, affinché lo spirito sia saldo nel giorno del Signore Gesù» (1 Corinzi 5:5).

Privo del conforto della comunione dei santi e vivendo nel dominio del «dio di questo mondo», quest’uomo avrebbe potuto meglio comprendere la gravità del suo comportamento, senza peraltro perdere la speranza della salvezza.

È incoraggiante pensare che in 2 Corinzi 2:6-9, Paolo si riferisca allo stesso uomo di cui si parla in 1 Corinzi 5:5. Se è così, circa un anno dopo aver raccomandato che venisse «consegnato a satana», l’apostolo scrive: «Basta a quel tale la punizione inflittagli dalla maggioranza; quindi ora, al contrario, dovreste piuttosto perdonarlo e confortarlo, perché non abbia a rimanere oppresso da troppa tristezza. Perciò vi esorto a confermargli il vostro amore; poiché anche per questo vi ho scritto: per vedere alla prova se siete ubbidienti in ogni cosa».

Anche se il soggetto sottinteso in 2 Corinzi 2:6-9 non fosse l’uomo di cui parla 1 Corinzi 5, si tratta sicuramente di un caso che, pur richiedendo che si aggiungesse alla quarta fase della procedura disciplinare, terminò felicemente con la riabilitazione di chi aveva peccato.

In altri casi l’espulsione, come pure l’allontanamento spontaneo, si riveleranno definitivi, qualora le persone interessate dimostreranno effettivamente di non far parte della comunione dei santi (vedi 1 Giovanni 2:18-19).

 

3. IL CONTESTO IN CUI AVVIENE L’AZIONE DISCIPLINARE

 

Gesù ha conferito alla Sua Chiesa l’autorità di legare e di sciogliere (Matteo 18:18). Ma sorge una domanda: fin dove si estende la validità di queste sanzioni?

Prima di poter dare una risposta a questa domanda, bisogna riflettere sul concetto di chiesa insegnato nel Nuovo Testamento. Tanto le parole del divino Maestro (in Matteo 16:18 e 18:15-20) quanto la testimonianza degli scritti apostolici (ad esempio in Atti 9:31; 16:4-5; 1 Corinzi 1:2; Efesini 4:1-16) fanno sapere che ciò che è vero della chiesa considerata nella sua interezza è vero anche della chiesa locale che vive la signoria di Cristo. Ne consegue che sanzioni disciplinari che vengono decise nel contesto di una chiesa locale devono essere rispettate da ogni altro gruppo di persone che si radunano nel Nome di Cristo e si considerano chiesa.

 

Esistono eccezioni a questa regola generale?

Fanno eccezione a questa regola generale le sanzioni decise da una chiesa locale le cui deliberazioni, per motivi oggettivi, non possono essere considerate vincolanti; ad esempio, quando manca l’ordine nella chiesa stessa oppure quando l’insegnamento impartito comprende dottrine in contrasto con «la fede una volta per sempre tramandata ai santi».

Talvolta succede che un gruppo, forse ansioso di crescere di numero o convinto di avere una dottrina migliore di un’altra chiesa, accolga con leggerezza credenti che sono stati messi «sotto disciplina» dalla chiesa di appartenenza.

Quando il rispetto reciproco fra le chiese viene meno in questo modo, gli scopi della disciplina, ossia di portare al ravvedimento chi ha peccato e di stimolare la crescita nella santificazione, vengono compromessi. Inoltre, nell’accogliere le persone che sono sotto disciplina, accontentandosi di sentire soltanto la loro «campana», si agisce più come un club che non come espressione, nella propria località, della chiesa di Dio.

La grande mobilità che caratterizza il mondo contemporaneo, nonché la divisione del Corpo di Cristo in diverse denominazioni e movimenti, facilitano il passaggio incontrollato a un’altra chiesa di chi vive un rapporto di disaffezione con la propria chiesa locale.

I conduttori di una chiesa presso la quale un credente vagante cerca comunione, prima di decidere se sia opportuno accoglierlo in comunione, dovrebbero aver cura di prendere informazioni sul suo conto dai conduttori della sua chiesa di origine, per non rendersi complici del suo peccato.

 

CONCLUSIONE

Nelle chiese di oggi, si notano due tendenze, per certi versi contraddittorie: da una parte una riluttanza a esercitare una disciplina correttiva, dall’altra, una certa lentezza nella riabilitazione delle persone che, dopo aver peccato, dietro ammonimento e azioni disciplinari si dimostrano pentite.

La prima di queste tendenze potrebbe dipendere da diversi fattori, ad esempio l’insufficiente coinvolgimento della chiesa nel processo della disciplina correttiva e di conseguente timore che un’azione disciplinare potrebbe causare divisioni nella chiesa. Ma, indubbiamente, dipende in parte da una generale disattenzione per quella che è la vocazione santa di ogni membro del corpo di Cristo.

La lentezza nella riabilitazione delle persone che, dopo aver peccato, dietro ammonimento e azioni disciplinari si dimostrano pentite, invece, sembrerebbe dipendere da insufficiente consapevolezza che siamo tutti accettati da Dio sulla base della grazia e che siamo chiamati a perdonarci gli uni gli altri come noi stessi siamo stati perdonati (Efesini 4:32). Se Dio sollecita il pentimento e accorda il perdono, noi dobbiamo fare altrettanto.

 

Rinaldo Diprose

 

Tratto da LUX BIBLICA 23 - 1° settembre 2001