Può un credente che vuole fare la volontà di Dio svolgere la funzione di tutore dell’ordine come poliziotto, carabiniere, etc.?

 

 

Per prima cosa dobbiamo fare delle premesse.

1) L'Antico ed il Nuovo Testamento sono i codici da dove noi possiamo estrarre le regole che ci danno la guida anche per i nostri giorni;

2) Nel periodo in cui è stato redatto il N.T. vi erano in esercizio dei funzionari statali, governativi, ed altro, che svolgevano delle funzioni, che oggi li possiamo tranquillamente equiparare ai poliziotti, carabinieri, soldati, etc.:

3) Questo caso rientra tra quelli che possono essere gestiti dalla libertà personale e non rientrano nei comandamenti fondamentali.  Il Signore e la Chiesa, lasciano  la libertà di scelta individuale; è una questione di coscienza. L'apostolo Paolo in diverse occasioni ci fa comprendere questo. Come il caso del matrimonio e del celibato; del mangiare cibi; del matrimonio con un componente non credente; ed altri. I primi tre sono riportati nella 1° lettera ai Corinzi.

4) In questo contesto rientrano: Gli ispettori di polizia; generali, capitani e soldati semplici dell’esercito; carabinieri; poliziotti; guardie carcerarie; etc..

Secondo la realtà dei fatti, riguardo vita della chiesa trasmessi dai sacri scrittori nel N.T. non è specificato che è vietato l'esercizio della professione di tutore dell'ordine istituito dal monarca, dal governante e da altri, a secondo del tempo e della posizione geografica. Anzi in diversi parti viene consigliato ai credenti di rispettare le autorità, di esercitare con decoro ed esemplarità il compito che hanno nella società, sia come subalterni che come superiori. Come conferma di ciò abbiamo il passo di Luca 3:14 dove Giovanni Battista, rispondendo ai soldati che si fanno avanti al suo appello al ravvedimento, non gli proibisce di svolgere la loro funzione, ma gli consiglia di essere incorruttibili e imparziali. Non c'è nessun passo della Bibbia che vieta ai tutori dell'ordine credenti di

esercitare la loro funzione.

L’apostolo Paolo nella lettera ai Romani al capitolo 13 ci esorta (ed è un comandamento) ad essere sottoposti alle autorità superiori, e li chiama anche “ministri di Dio”. Se in questo contesto ci sarebbe stato qualcosa da vietare, sicuramente l’apostolo c’è lo avrebbe trasmesso. Non si può dire neanche che Paolo proibisce i credenti di essere magistrati o autorità cittadine e statali, anzi per essere più in armonia con la Parola di Dio e con il desiderio di Gesù (“sia fatta la volontà di Dio sulla terra”) è più auspicabile che nella società ci siano autorità e ministri credenti che abbiano veramente fede in Dio e svolgono la loro mansione nel timore di Dio.

Per rafforzare questo possiamo citare il caso del carceriere di Filippi, che quando alla sua conversione l’apostolo Paolo non gli ha vietato o consigliato di cambiare lavoro (Atti degli Apostoli 16: 22-34). Neanche possiamo dedurre che lo avrebbe dovuto fare in seguito, perché trattandosi in quel caso di un comandamento, il sacro scrittore lo avrebbe sicuramente trascritto.

 

 

 

Quesito tratto con permesso dal sito: www.incontraregesu.it