SE DIO CONOSCE LE NOSTRE NECESSITÀ,

PERCHÉ DOBBIAMO PREGARE?

 

È un interrogativo che ci è stato posto da un assiduo lettore che non riesce a spiegarsi quale sia lo scopo della preghiera.

Forse la prima ragione di questa domanda sta proprio in una concezione errata della preghiera.

Molti credenti continuano a considerare la preghiera come un dovere imposto dal Creatore alle Sue creature.

L’idea della coercizione rende poco attraente questo esercizio spirituale, che invece è il mezzo per eccellenza dell’intimità con Dio.

Questo concetto della preghiera-dovere lo abbiamo ereditato dalla religione tradizionale, che collega la preghiera all’idea della “penitenza”.

Tante più preghiere ripeti, tanto più riesci ad ottenere l’attenzione divina.

Ecco sorgere, quindi, nel tempo, delle guide alla preghiera, ognuna corredata da diversi metodi sistematici per recitarne un certo numero.

Tutto questo segue un sistema esteriore di adorazione simile a quello dei religiosi contemporanei di Gesù, da Lui esplicitamente condannato.

Nel pregare non usate soverchie dicerie come fanno i pagani, i quali pensano d’essere esauditi per la moltitudine delle loro parole. Non li rassomigliate…” (Matteo 6:7).

Una parafrasi di questo testo è stata formulata nel modo seguente: “Quando pregate, non usate tante parole come fanno i pagani: essi pensano che a furia di parlare Dio finirà per ascoltarli. Voi non fate come loro” (Matteo 6:7).

È logico che, impegnati per ore a seguire un sistema fisso e coercitivo di preghiera, sorga di conseguenza nella mente della gente il concetto di preghiera-dovere.

 

LA PREGHIERA-DONO

La Sacra Scrittura invece rivela la vera natura della preghiera, che è un dono fatto da Dio all’uomo. Infatti, pregando il credente può rivolgersi direttamente al Suo Creatore e Salvatore.

La preghiera è prima di tutto adorazione, benedizione, rendimento di grazie.

L’idea del sollecitare e del mendicare al cospetto della divinità viene dal concetto pagano di religione.

Gesù ci presenta la preghiera come le possibilità per l’uomo di entrare in intimità con Dio, proprio allo stesso modo di quando conversiamo in forma privata con gli amici o le persone che consideriamo intime.

Quando preghi entra nella tua cameretta, e serratone l’uscio fa, orazione al Padre tuo che è nel segreto” (Matteo 6:6).

Noi rendiamo grazie a Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, nelle continue preghiere che facciamo per voi” (Colossesi 1:3).

Tutto il Nuovo Testamento è permeato di questa gioiosa realtà della preghiera-dono, dell’adorazione offerta, ma non per dovere, ma elevata a Dio per mezzo di Gesù Cristo, come privilegio dei cristiani, redenti per l’opera perfetta di Gesù.

In Atti 4:24-30 troviamo l’unica preghiera comunitaria della Chiesa dell’era apostolica.

È una preghiera spontanea, che non segue schemi prestabiliti, e leggendola, anche dopo tanti secoli, possiamo valutarne il sentimento di gratitudine e di certezza che prevede ogni parola.

Sì, per mezzo di Gesù Cristo, il Signore vivente e glorificato, la preghiera diviene dono e privilegio.

 

LA PREGHIERA-CONTATTO

Tra i diversi termini usati nel Nuovo Testamento per indicare la preghiera, ne ricorrono frequentemente due, i quali esprimono l’idea di “entrare in contatto con Dio”.

Questo significato rivela il vero concetto cristiano di preghiera ed è il più usato nel libro degli Atti degli Apostoli: “…Alzaron di pari consentimento la voce a Dio, e dissero…” (Atti 4:24). In questo verso è espresso in tutta la sua estemporaneità il “contatto” vivo fra il credente e Dio, quasi un colloquio diretto per mezzo di Gesù Cristo “unico Mediatore”.

È un colloquio così reale e autentico che il Signore risponde: “E dopo che ebbero pregato, il luogo dov’erano radunati tremò; e furono tutti ripieni dello Spirito Santo, e annunciavano la parola di Dio con franchezza” (Atti 4:31).

Il cristiano rende nota la propria richiesta al Signore ed attende l’immediata risposta divina: questo atteggiamento è prima di tutto certezza della risposta e poi serena attesa dell’intervento divino.

La preghiera non è più un “monologo” del credente, ma tra lui ed il Suo Signore si instaura un contatto vitale e vibrante che si fonda sulla fede viva nelle promesse divine.

 

LA PREGHIERA, PERCHÉ?

Questo interrogativo ci richiama alle parole di Gesù: “Il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che Gliele chiediate” (Matteo 6:8).

Se il Padre sa, allora la preghiera è inutile; non ha senso chiedere se Egli nella Sua misericordia prende già cura di noi.

Gli interventi divini sono di due specie.

Dio il Creatore, come Sostenitore di tutte le cose, ha cura della Sua creazione con le leggi della natura che Egli stesso ha stabilite.

Esistono, però, atti che Dio compie soltanto se Glielo permettiamo.

Nel Suo rispetto assoluto della libertà di ogni individuo il Signore compie certe Sue opere in conseguenza del “permesso” che Gli concediamo.

Egli non può salvare chi non vuole essere salvato, non può benedire chi non lo richiede come non può intervenire direttamente in favore di chi non Glielo permette.

Infatti, Gesù a Nazaret non fece “…molte opere potenti a cagione della loro incredulità” (Matteo 13:58).

In ultima analisi l’incredulità è il non permettere al Signore di operare.

La preghiera espressa con fede è invece aprirsi a Dio e manifestare il desiderio del Suo potente intervento in favore di chi lo richiede.

L’apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito santo, afferma: “In ogni cosa siano le vostre richieste rese note a Dio in preghiera e supplicazione con azioni di grazie” (Filippesi 4:6).

La versione Diodati traduce lo stesso testo: “Le vostre preghiere siano notificate a Dio per l’orazione e per la preghiera”, sottolineando il fatto importante che in realtà la preghiera non è altro che una “notifica”, cioè rendere nota una richiesta in senso ufficiale e con impegno.

Tutti noi, per esperienza, sappiamo ad esempio che quando vienenotificata” ufficialmente una comunicazione da parte delle autorità, la persona che la partecipa è totalmente serena.

Il dovere di chi compie questo atto è soltanto quello di recapitare una comunicazione.

Questo è il senso vero che la preghiera rivolta a Dio deve avere.

Quindi, se abbiamo permesso al Signore di governare la nostra esistenza Egli deve prendere cura dei problemi che affrontiamo, Egli deve risolverli.

L’unica cosa che come credenti dobbiamo fare è quella di cominucarglieLo.

Questa è preghiera!

Dio conosce tutto, ma quando il cristiano rende nota al Signore la sua richiesta, allora esprime il desiderio che Egli intervenga proprio per quel caso e per quella richiesta.

Allora il credente manifesta la propria disponibilità perché il Signore operi; testimonia così la propria fede e fa posto a Dio nella sua esperienza quotidiana.

Compie tutto questo con tale fiducia che, “a priori”, esprime il proprio ringraziamento.

In questo caso la preghiera non è inutile, non è dovere o vana ripetizione di parole, ma ha senso perché è l’espressione più alta dell’animo del credente, il quale, per fede, dichiara la propria volontà di vedere adempiute le opere di Dio nella sua vita.

 

Tratto da “A DOMANDA RISPONDE. Volume 2”