E’ giusto accogliere in chiesa un omosessuale?...

 

 

Premetto subito che, secondo me, questa è una domanda mal posta, perché, così come è formulata, non si può rispondere né “sì” né “no”. Infatti, il problema dell’accoglienza in una chiesa, non mi sembra legato all’omosessualità o all’eterosessualità, bensì, più in generale, a una condizione manifesta e persistente non in linea con la volontà di Dio. In altre parole, la questione più generale (a cui la domanda forse implicitamente allude) ritengo sia questa:” E’ giusto accogliere in chiesa chi manifesti palesemente nella propria vita una condotta che non si uniforma agli insegnamenti della parola di Dio?

Ora, in prima battuta, la risposta sembra ovviamente essere “”. Infatti, premesso che TUTTI gli esseri umani sono da considerarsi “peccatori”, se l’ingresso in chiesa fosse riservato solo a coloro che non lo sono, allora penso di poter dire che la naturale conseguenza sarebbe quella di avere tutte le panche desolatamente vuote. Anzi, rimarrebbero vuoti anche il posto dell’organista ed il pulpito!

... La chiesa, come disse qualcuno (non mi ricordo più chi), non è un museo di santi, bensì un ospedale per peccatori. Dunque, le sue porte dovrebbero essere aperte a TUTTI senza distinzioni.

Però (c’è un “però”!) la questione non è così banale. Infatti, in un ospedale per peccatori, ci sono medicine, dottori, e terapie a cui sottoporsi volontariamente e responsabilmente

In altri, termini, e fuor di metafora, nella chiesa c’è un Evangelo predicato, una Parola di Dio che sensibilizza le coscienze e le chiama a profondi cambiamenti, e ci sono anche fratelli e sorelle coi quali si entra in rapporto responsabile, di mutua edificazione e servizio. E’ un rapporto in virtù del quale non possiamo più tirare dritti per la nostra strada senza preoccuparci di quel che accade a coloro che ci sono accanto.

Dunque, l’essere accolti in chiesa non vuol dire semplicemente mettersi a sedere con gli altri, ma vuol dire condividerne gli ideali, gli scopi, i metodi

Entrare in un contesto comunitario implica un atteggiamento di umile e continuo ascolto di Dio, ma anche dei fratelli, in modo che, con l’aiuto del Primo, e con gli stimoli che ci provengono dai secondi, si possa crescere nella conoscenza e nella prassi di ciò che, a ragione, può essere definito “il Bene”.

Una caratteristica essenziale di chi davvero possa definirsi “credente”, a parer mio, è la umile flessibilità sotto le mani di Dio. Chi crede, anzi, è pronto a mettersi profondamente in discussione, in modo da realizzare in se stesso i piani e la volontà del Creatore (da distinguersi da quella, non sempre benigna, della chiesa e dei suoi conduttori!…).

Ebbene, in tal senso, entrare a far parte di una chiesa implica necessariamente una certa flessibilità mentale, una coscienza aperta al cambiamento, una sana dose di autocritica che ci mostri con chiarezza dove la nostra prassi di vita necessita di opportuni correttivi. Strano, invece, sarebbe l’affermare: “Io voglio entrare a far parte di questa chiesa, però non voglio cambiare nulla di me stesso”; oppure: “Io voglio essere un credente in mezzo a voi, ma su questo preciso argomento non accetto discussioni”, oppure ancora: “Io rispetto tutti, ma pretendo che nessuno metta bocca nella mia vita personale”.

Se uno la pensa così (com’è, del resto, legittimo fare), non credo che la vita di chiesa faccia per lui. Se uno pone se stesso e la sua libertà sopra tutto e tutti, allora è meglio non vada ad impelagarsi in questioni di carattere comunitario, dove la vita e le scelte di uno solo finiscono inevitabilmente per ripercuotersi, bene o male, su tutti gli altri.

Ciò detto, in relazione all’atteggiamento di chi si presenta, qualche parola va spesa relativamente alla chiesa, cioè all’atteggiamento di chi sarebbe chiamato ad accogliere i “novizi” (il condizionale, qui, è d’obbligo, vista la rigidezza settaria che contraddistingue alcuni gruppi religiosi…).

E’ noto come non si possa (e non si debba) essere troppo esigenti nei confronti di chi sia ancora agli inizi del suo cammino spirituale, cioè di chi non abbia ancora in se stesso un’adeguata capacità di discernimento in merito al Bene e al Male, né una solida maturità che gli consenta di padroneggiare i propri impulsi e dirigere saggiamente la propria condotta.

Dunque, la chiesa non dovrebbe sottoporre al “setaccio” coloro che si avvicinano, né tantomeno dovrebbe “censurarli” in merito a certi aspetti della loro vita. Infatti, sarà la stessa predicazione della Parola (se ascoltata!), sotto l’azione dello Spirito,  a produrre i dovuti cambiamenti nel cuore di ognuno. E quelli saranno cambiamenti veri, e non invece compromessi di facciata (come talvolta avviene per essere accettati dagli altri!...).

D’altra parte, però, la chiesa dovrebbe essere chiara fin da subito, coi nuovi che si avvicinano, su un tema fondamentale: la Parola di Dio è, in primo luogo, un forte richiamo al ravvedimento; e pertanto non c’è da stupirsi se, già dai primi contatti con essa, ci si scopre carenti, “sbagliati”, “colpevoli”… Infatti, solo dopo aver sperimentato e considerato tutta la bassezza del proprio essere, il credente è accolto dalla misericordia di Dio e reso capace, dalla viva presenza del Suo Spirito, di vivere una vita di servizio santa, giusta, e piena di profondo significato.

In altri termini, forse più espliciti, la chiesa dovrebbe far capire ai neofiti che si può appartenere al popolo di Dio solo se ci si pone in reale ascolto di ciò che Egli dice. Anzi, detto quasi come uno slogan, “è proprio l’ascolto della Parola di Dio, e la sua messa in pratica, a renderci Suo popolo”.

Non ha importanza, quindi, sedere sulle panche di questa o di quella congregazione, se poi il cuore rimane freddo e distante da quella Parola d’Amore e di Verità che vorrebbe accoglierci e trasformarci.

Dunque, come si vede, il problema di essere accolti o no, in un dato contesto comunitario, è del tutto secondario rispetto a quello, ben più sostanziale, di mettersi o no in un reale rapporto di discepolato nei confronti di Colui che ci chiama.

Si può essere non accolti (o, peggio, cacciati) da una congregazione cristiana, e nello stesso tempo essere dei veri figli di Dio. Oppure, al contrario, può accadere di essere accolti con tutti gli onori e i riguardi possibili, per poi diventare dei “tiepidi” insignificanti, dei fedeli “ortodossi e allineati” il cui unico interesse sarà quello di adeguarsi alle tendenze religiose del loro gruppo.

Uno squallore spirituale, insomma!...

Forse queste riflessioni non rispondono direttamente alla domanda posta, ma spero che saranno comunque utili a chi saprà leggerle.

Un caro saluto a tutti.

 

Angelo Galliani

 

 

Tratto da : http://www.ilritorno.it/