MATRIMONIO CIVILE

O RELIGIOSO?

 

La lettera di un lettore consente di ampliare e di definire quanto affermano intorno alla celebrazione del matrimonio, sulla base di ciò che insegnano le Scritture.

 

Puoi chiarirmi le idee?

Chiedo un chiarimento in merito […] sul matrimonio civile o religioso […]. Grazie.

 

(...) Sono rimasto veramente allibito nel leggere il tuo [scritto] sul matrimonio, scusa la critica, ma […], quest’articolo non mi ha affatto edificato, mi è sembrata una presa di posizione abbastanza aspra, verso i ministri di culto, e verso la funzione della Chiesa locale nel riconoscimento del matrimonio!

Non ho ben afferrato se due figli di Dio dopo che hanno adempiuto gli obblighi di legge riguardo proprio al matrimonio, sono a questo punto legittimati a “consumare” lo stesso, perché se la Chiesa festeggia, e non riconosce, e non può celebrare con i ministri di culto il matrimonio, i due possono secondo quanto lasci intendere […], la cosa è lecita!

Se così fosse cosa dovrebbe festeggiare la Chiesa?

Mi sembra che questo è quello che succede nel “mondo” e che non è il pensiero Biblico!

Il matrimonio, la famiglia è la prima cosa che Dio abbia istituito, e che la vita di due cristiani debbano in modo essere regolate dal rispetto degli insegnamenti biblici, nel rispetto della legge, il matrimonio non è stato istituito dagli uomini ma da Dio, guarda per esempio le nozze dell’Agnello, Boaz ed Ester, il Cantico dei Cantici, la santità che la Bibbia riserva al matrimonio, cosa che le leggi degli uomini non tutelano, anzi esiste il divorzio, ci si può risposare, addirittura tra poco sarà riconosciuta legalmente la convivenza, mentre in alcuni stati si celebrano e riconoscono matrimoni omosessuali.

Maria la moglie di Giuseppe da chi sarebbe stata lapidata, dal “sindaco o chi per lui”o dal sinedrio?

E’ vero che la Bibbia non riserva molto sul cerimoniale del matrimonio, ma questo non deve trarci in inganno, né autorizzarci a far entrare le tradizioni del mondo nella Chiesa di Dio, e cosa ne pensi se due giovani vanno davanti al Sindaco, si sposano, e questi due non sono pronti al matrimonio per carnalità, o altre cose, la Chiesa cosa deve dire o fare?

Festeggiare ugualmente?

Far finta di niente?

Le leggi sono intervenute dopo, e noi dobbiamo adeguarci perché la Parola ci ordina di essere sottomessi alle autorità, ma per me il vero matrimonio è quello che abbiamo fatto davanti a Dio, perché lì c’è stata e c’è la benedizione di Dio, lì gli anziani e la chiesa hanno riconosciuto la nostra unione davanti a Dio, il giorno che un assessore ha letto le tre leggi del codice civile, per noi è stato un momento come un altro, e noi abbiamo conservato puro il talamo fino a quel giorno, perché i! vestito bianco deve avere un senso vero di purezza!

Ti chiedo gentilmente di chiarirmi le idee, scusami se ti ho offeso in qualche cosa, non è stata mia intenzione farlo, e se ho scritto con tale veemenza, è perché nella Chiesa del Signore ormai sta entrando di tutto, esistono addirittura pastori omosessuali, la possibilità di risposarsi da divorziati, e altre cose, la paura è tanta è pur vero che la Chiesa è di Cristo e che le porte dell’Ades non la potranno vincere, ma la mia paura è che io possa essere un mezzo per far permeare una falsa dottrina nella Chiesa.
Rimango in attesa di una tua cortese risposta.

Lettera firmata

 

Accuse infondate

Carissimo fratello,

nonostante la confessata “veemenza” con cui mi hai scritto, ti ringrazio perché la tua lettera, che ho qui riportato integralmente, togliendo solo le poche righe che avrebbero violato davanti ai lettori l’opportuna discrezione dell’anonimato, mi offre lo spunto per approfondire un argomento che, nella brevità di un editoriale, non poteva che essere trattato nelle sole linee essenziali.

Per sgomberare il campo da ogni equivoco, in cui qualcuno potrebbe cadere leggendo il commento a quanto da me scritto così come riportato nella tua lettera, desidero con amore ma con fermezza respingere alcune colpe di cui mi accusi senza alcun fondamento. Infatti è ben lontana da me l’idea di incoraggiare le pratiche della fornicazione, della convivenza, dell’unione fra omosessuali, del divorzio, delle seconde nozze: nell’editoriale non c’è assolutamente traccia di quanto tu scrivi!

A monte di queste accuse ce n’è però una che la sostiene, quella secondo cui con il mio scritto avrei “introdotto nella Chiesa del Signore le tradizioni del mondo”.

Vedi, caro fratello, tu mi attribuisci di perseguire un obiettivo esattamente opposto da quello da me in realtà perseguito. Se ho scritto quello che ho scritto è infatti per incoraggiare i credenti a riflettere sul fatto (grave!) che la celebrazione del matrimonio davanti al ministro di culto e non davanti al Sindaco equivale ad aver introdotto nella Chiesa una tradizione del mondo e, più precisamente, come vedremo più avanti, una tradizione cattolica.

La celebrazione del matrimonio con il ministro di culto contiene in sé una grave conseguenza: quella di vivere (e, ahimé, anche di testimoniare) un insegnamento errato su cosa è il matrimonio e su cosa è la Chiesa secondo il pensiero rivelato da Dio nelle Scritture.

Scrivo questo con serenità e convinzione, ben sapendo che ci sono fratelli, che amo e rispetto nel Signore, che hanno convinzioni diverse sulle quali però non ho mai né letto né ascoltato una qualche legittimazione biblica; le uniche giustificazioni che ho sentito in merito non sono bibliche ma soltanto pragmatiche (“è più comodo e più conveniente… così non c’è bisogno di spostarsi dal Comune alla sala di culto.... ecc ).

Mi rendo conto che quello che io ho insegnato, nel mio editoriale, sulla base della Parola di Dio, è ben lontano dalle tue convinzioni e dai tuoi pensieri, perciò è bene procedere con ordine...

 

Si snatura la ricerca d’identità con la Chiesa neotestamentaria

Nella Chiesa neotestamentaria erano completamente assenti rapporti di “collaborazione” con le autorità, cioè con lo Stato.

Quando si parla di questo tipo di rapporti (Romani 13:3-5; 1 Pietro 2:13-14), si lascia intendere che essi dovevano riguardare i singoli credenti, come temporanei cittadini di uno Stato terreno, non certo la Chiesa. E questo perché la Chiesa non è istituzione umana, con una propria costituzione, con propri organismi e con propri rappresentati, tale da poter costruire un rapporto paritetico con l’istituzione-Stato.

Oggi, purtroppo, molte “chiese” si sono istituzionalizzate, ma la vera Chiesa, quella che ha in Gesù Cristo il fondamento e che, come tu giustamente ricordi, non potrà essere vinta dalle “porte dell’Ades” non può essere istituzionalizzata in forme umane. La Chiesa è l’organismo vivente e spirituale formato da coloro che sono nati di nuovo e che sono legati fra di loro non da patti, trattati o accordi di qualsiasi genere, ma dalla comunione creata dalla fede in Gesù come comune Salvatore e Signore (1 Corinzi 12 e 13).

Ogni chiesa locale, che è espressione geograficamente circoscritta e visibile della Chiesa universale, vive quindi sottomessa alla Signoria di Cristo e all’unica autorità della Sua Parola, cammina e cresce grazie ai doni, umanamente non registrabili e solo spiritualmente riconoscibili, che lo Spirito Santo affida ai Suoi membri “per l’utile comune”. Ma non ha al suo interno statuti e organismi che la rappresentino, perché, se così fosse, cesserebbe di essere organismo spirituale per trasformarsi in istituzione umana.

Come ben saprai la nomina di “ministri di culto”, richiesta da alcune “chiese” generalmente soprattutto per la celebrazione dei matrimoni, è frutto di una trattativa con le autorità dello Stato, trattativa che, per essere avviata e conclusa, richiede proprio quegli “statuti” e quegli “organismi” che in realtà snaturano l’identità di una chiesa che vuole essere fedele al Signore e alla Sua Parola.

Il “ministro di cultodiventa in questo modo, all’interno di una “chiesa”, il rappresentante riconosciuto dallo Stato come suo “delegato” per la celebrazione dei matrimoni. Fra l’altro egli è costretto a leggere, al momento della celebrazione, gli articoli del codice civile relativi al matrimonio, il cui contenuto non è certo in sintonia con quanto insegna la Parola di Dio, vivendo così una grave incoerenza fra ciò che è costretto a dire, quando esercita questa funzione civile, e ciò che il Signore lo chiama ad insegnare o a confessare nella chiesa.

Il Nuovo Testamento, quindi, ci insegna che Chiesa e Stato sono due realtà completamente diverse e distinte, per natura, per struttura e per funzione, e che il loro cammino deve restare rigorosamente separato, non potendo avere alcun tipo di incontro se non quello rappresentato dalla sottomissione alle pubbliche autorità da parte dei singoli credenti.

Non c’è quindi alcun testo biblico sulla base del quale si possa legittimare un procedimento giuridico che porti una chiesa a chiedere allo Stato di riconoscere chi, al suo interno, può esercitare la funzione di ministro del proprio culto.

Se poi consideriamo che, per definizione il ministro è “il titolare di un ufficio esercitato in nome e per conto di un’autorità superiore” (Dizionario Devoto-Oli della lingua italiana), diventa ancor più grave e compromettente il fatto che egli svolga all’interno della chiesa un servizio di cui deve rendere conto ad un’autorità ad essa esterna ed estranea.

Per questo ho scritto nell’editoriale che una “chiesa” che ricerchi, attraverso statuti ed organismi rappresentativi, la nomina di ministri di culto finirà per conoscere “la trasformazione da organismo vivente e spirituale ad istituzione umana”.

E’ proprio questa la fine che ha fatto la chiesa cattolica, diventata “istituzione umana” perché al magistero di Cristo e della Sua Parola ha sostituito quello degli uomini e dei documenti conciliari.

Per giustificare la celebrazione del matrimonio con rito religioso, la chiesa cattolica ha dovuto addirittura trasformarlo in un “sacramento, attribuendo alla figura della persona che lo celebra un connubio biblicamente improponibile, fra la sua funzione sacerdotale e la sua funzione di delegato civile dello Stato.

Questo, come tutti sanno, ha portato anche a conseguenze aberranti, tipo il matrimonio religioso di pensionati vedovi, per i quali, per non far perdere loro la pensione di reversibilità del coniuge defunto, il prete esercita nel celebrare il matrimonio solo la sua funzione sacerdotale e rinunciando, per opportunismo economico a quella di delegato civile dello Stato; così i due sposi potranno vivere con quattro pensioni, perché risultanti ancora vedovi per lo Stato.

Anche all’interno di chiese “evangeliche”, però, quando si celebrano matrimoni con ministri di culto si finisce inevitabilmente per trasmettere un’immagine religiosa e clericale della Chiesa.

 

Si snatura l’identità del matrimonio

Potrei fermarmi qui, dal momento che potrebbe apparire superfluo passare ora a disquisire di matrimonio, dopo aver affermato che una chiesa locale che vuole essere fedele al Signore e alla Sua Parola non può istituzionalizzarsi in forme e strutture umane per celebrare matrimoni. Cioè: che senso ha parlare ancora di matrimoni dopo aver affermato che la chiesa, se vuole conservare la sua identità di organismo spirituale, non può celebrarli?

Ma la tua lettera richiede ancora qualche altra precisazione.

Ribadisco, come ho scritto nell’editoriale, che “il matrimonio è un progetto divino legato non alla redenzione dell’uomo, ma piuttosto alla sua creazione”.

Anche Rinaldo Diprose, […] scrive, all’interno dello studio su 1 Corinzi 7:1-16, che “il matrimonio è un ordinamento creazionale”, osservando giustamente che, se così non fosse, Paolo avrebbe ordinato al coniuge diventato credente la separazione dal coniuge rimasto non credente.

In ogni Paese del mondo quindi i credenti sono chiamati a rispettare quanto disposto in merito alla celebrazione del matrimonio dalle “autorità costituite da Dio”.

Il cambiamento del proprio stato civile, da nubile o celibe a sposata o sposato, così come il distacco dalla propria famiglia per formarne una nuova, così come ancora il percorso della nuova famiglia che è stata formata (nascita di figli ecc...) non sono eventi che devono essere registrati dalla chiesa locale, ma dalle autorità civili.

La pubblicità del matrimonio che Dio richiede con le parole “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie” (Genesi 2:24) non riguarda certo la Chiesa ma la società civile di cui gli sposi sono parte.

D’altronde dove ci si deve recare poi per avere le necessarie certificazioni di matrimonio e di stato di famiglia?

Ecco qui l’equivoco di fondo.

Il matrimonio è celebrato davanti a Dio non per la presenza degli anziani e della chiesa, come tu scrivi, ma per la presenza dell’autorità che Dio ha costituito per celebrano.

Gli anziani e la chiesa locale hanno, nei confronti degli sposi, ben altri compiti da svolgere: i primi un compito di formazione e di guida, la seconda un compito di comunione e di edificazione.

Del resto, se “il matrimonio è un ordinamento creazionale”, così come insegna chiaramente la Parola, tutti coloro che si sposano lo fanno davanti a Dio, credenti o non credenti che essi siano, che lo sappiano o non lo sappiano.

Quando Gesù ha affermato il grande principio, “quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi”, oltre a confermare l’indissolubilità del legame matrimoniale, ha anche affermato che ogni vincolo matrimoniale viene unito e ratificato per volontà di Dio.
Infatti nel dire “quello che Dio ha unito” Gesù non distingue assolutamente la posizione spirituale degli sposi, perché, qualunque essa sia, i due sono comunque (lo ripeto: volenti o nolenti) uniti da Dio, perché si inseriscono nel piano creazionale divino. Di conseguenza è un grave errore pensare che il matrimonio sia stato istituito da Dio solo per i credenti!

Perciò, quando una coppia di credenti si sposa davanti al Sindaco lo fa davanti a Dio, perché si sta sottomettendo all’autorità che Dio ha voluto per questa celebrazione.

Se ben capisco dalla tua lettera, tu hai vissuto nel tuo matrimonio la situazione conosciuta anche da tante altre coppie: quella di sposarti davanti al Sindaco uno o più giorni prima e poi di festeggiare con la chiesa uno o più giorni dopo.

Molto serenamente posso dirti che, davanti a Dio, tu eri nella libertà di essere con tua moglie “una sola carne” dopo che il Sindaco vi aveva ufficialmente e pubblicamente dichiarati “marito e moglie”, perché la pubblicità richiesta dal testo di Genesi 2:24 e confermata da Gesù (Matteo 19:4-5) non ha carattere ecclesiale ma carattere sociale!

Potremmo dire, alla luce di tutto questo, che non è corretto parlare di “matrimonio cristiano” perché, appunto, il matrimonio non ha connotazione “religiosa”.

È preferibile piuttosto parlare di “matrimonio fra cristiani”.

“Il talamo” non sarebbe stato conservato “puro” e “il vestito bianco” avrebbe perso il suo “senso vero di purezza” soltanto se tu avessi vissuto l’essere “una sola carne” prima della dichiarazione pubblica del tuo avvenuto matrimonio da parte dell’unica autorità competente per farlo.

Qual è stato il giorno vero del tuo matrimonio?

Certamente quello in cui tu ti sei recato in Comune dal Sindaco!

E’ da quel giorno che, nelle certificazioni pubbliche, tu risulti sposato.

Anni fa un servitore del Signore, a me molto caro, declinò l’invito da parte di una chiesa di partecipare ad una festa di matrimonio dopo aver saputo che gli sposi si erano già sposati davanti al Sindaco molti mesi prima, per l’esigenza di acquisire un maggior punteggio in un concorso pubblico. So personalmente quanto abbia sofferto per quella scelta, ma il matrimonio davanti al Sindaco non può essere ridotto una farsa, ad una formalità da osservare contro voglia e proprio da noi che dichiariamo di voler vivere sottomessi alle autorità.

Il matrimonio davanti al Sindaco è dunque il vero matrimonio!

 

Un ulteriore chiarimento

A questo punto qualcuno potrebbe osservare: allora per evitare il disagio provocato da questa discrepanza temporale, è bene ricorrere al ministro di culto, perché con la sua presenza non ci sarà più bisogno di sposarsi prima davanti al Sindaco e dopo qualche giorno di festeggiare con la chiesa, infatti con lui le due “cerimonie” possono avvenire contemporaneamente.

Qualcuno aggiungerebbe anche, come motivazione, il disagio provocato agli invitati “costretti” spesso a spostarsi, in un breve arco di tempo, da una sala (quella comunale) ad un’altra (quella dove la chiesa locale svolge i suoi culti).

Premetto che ci troviamo, ancora qui, davanti ad un tentativo pragmatico e non biblico di giustificare la necessità della figura del ministro di culto.

Ma quello che mi chiedo (e ti chiedo!): non vale forse la pena affrontare anche dei disagi pur di vivere e testimoniare in modo fedele ciò che il Signore insegna relativamente alla pubblicità sociale del matrimonio?

O ritieni che sia cosa migliore evitare i disagi, esponendosi così a forme d’incoerenza e di compromesso?

Ricordo con riconoscenza al Signore due feste di matrimonio alle quali gli sposi, alcuni anni fa, mi hanno concesso il privilegio di partecipare.

La prima a Reggio Calabria: gli sposi, pur di essere fedeli a quanto richiesto dal Signore, hanno dovuto affrontare l’opinione dei familiari e degli amici, per i quali in Comune vanno a sposarsi solo gli atei e i divorziati.

La seconda a Milano: tutti gli invitati hanno dovuto compiere un tragitto lungo, e piuttosto impegnativo per chi, come me, non conosceva la città, per spostarsi dalla sala comunale, dove un consigliere comunale delegato dal Sindaco ha guidato la pubblicizzazione sociale del matrimonio, fino alla sala dove la chiesa locale ha gioito con gli sposi e testimoniato il valore del matrimonio alla luce della Parola di Dio.

In entrambe le occasioni vi è stata la gioia di sottomettere il disagio alla fedeltà!

 

Concludo, caro fratello, confermandoti il mio affetto fraterno e la mia comprensione per la tua reazione e facendo mie le parole dell’apostolo Paolo: “se in qualche cosa voi pensate diversamente, Dio vi rivelerà anche quella” (Filippesi 3:15): perciò la mia preghiera è che sia Dio (non io!) a convincerti con la Sua Parola.

 

Paolo Moretti

 

 

Tratto con permesso, e liberamente adattato, da «IL CRISTIANO»  maggio 2004  www.ilcristiano.it