Anche Platone parla dell'immortalità e dell'anima. E' conciliabile il suo insegnamento con quello biblico?

 

 

Esaminiamo brevemente i 4 punti di differenza.

Diversi eminenti teologi e alcuni Padri della Chiesa sono stati influenzati da Platone, e non solo per la materia in questione. Altri hanno abbracciato quasi nella sua totalità gli insegnamenti platonici, specialmente quelli che hanno a che fare con la realtà spirituale dell'uomo e della divinità.

Questo non ci esime, in questa sede, di valutare, seppur brevemente, le quattro caratteristiche principali che rientrano nella domanda.

· La filosofia platonica considera il corpo come "prigione dell'anima" e lo svaluta nei confronti della componente spirituale, in alcuni casi, lo tratta come qualcosa da castigare. Nella Bibbia invece sta scritto che l'uomo è stato creato come unità, definita da Dio: "molto buona" (Genesi 1:31). L'uomo, anche con il suo corpo, è stato creato da Dio a Sua immagine e somiglianza, e questo riguarda la funzione e la caratteristica peculiare del corpo nel contesto dell'individuo e non la carne o i componenti fisici o la forma. Il corpo poi è stato assoggettato alla corruzione in seguito al primitivo peccato.

· Alla filosofia platonica è estranea la resurrezione del corpo. Secondo tale teoria, alla morte l'anima fugge dal corpo come una farfalla, e tutto finisce lì. La Bibbia invece sottolinea che dopo uno stadio intermedio di vita liberi dal corpo, "nudi", "spogliati" (2° Corinzi 5:1-4), vi è la resurrezione del corpo. In questo caso, anche se la vita terrena muore, il corpo non viene svalutato, anzi viene rivalutato e reso glorioso (per i credenti), come quello di Cristo (1° Corinzi 15:42-44). Dal punto di vista biblico, la salvezza dell'anima è sempre in relazione con la resurrezione del corpo, cioè una nuova "corporalità" dell'anima.

· La filosofia platonica insegna anche che dopo la morte "ciò che di divino c'è nell'individuo" ritorna a Dio (questo inteso in senso fortemente panteistico). L'immortalità viene qui considerata come attitudine qualitativa propria per natura ad ogni individuo, indipendentemente da qualsiasi rapporto con un Dio personale. La Bibbia non conosce questo tipo di attributo divino insito nell'uomo, ma parla della tendenza naturale a peccare di ogni individuo e della morte da essa derivante, a cui segue, in caso di mancata conversione nel corso dell'esistenza terrena, l'eterna perdizione, lontano da Dio. La vita eterna, compresa come salvezza eterna, è un dono libero di Dio, e Lui solo dispone dell'immortalità e la conferisce agli uomini, per la salvezza o per la perdizione eterna.

· La filosofia platonica presuppone una preesistenza dell'individuo, cioè un'esistenza precedente alla sua procreazione, a volte persino collegata a una "migrazione dell'anima". Questo concetto viene escluso chiaramente dalla Bibbia. Essa ci parla di un Piano di Dio per la vita dell'uomo prima della sua procreazione e di un'elezione eterna degli uomini da parte di Dio, ma non parla dell'esistenza dell'uomo, anche sotto altra forma, prima della sua procreazione. Il pensiero e la descrizione della preesistenza  di qualcuno, prima della vita sulla terra, riguarda soltanto Gesù Cristo il Figlio di Dio (Giovanni 1:14, Efesini 4:9-10)).

Precisando, dobbiamo dire che Platone parla come di uno che cammina "a tastoni", cercando e descrivendo Dio nelle tenebre della sua intelligenza, non ha la piena rivelazione di Dio (Efesini 3:8-11).  Platone è totalmente diverso dagli scrittori dell'Antico Testamento che, seppur in forma frammentata e molte volte oscurata, hanno ricevuto e trasmesso la rivelazione del  Piano di Dio: il Vangelo.