DOTTORE,

MI FACCIA MORIRE!

 

 

EUTANASIA: QUANDO MORIRE?

Shirley Barnett, un americano di 71 anni ex minatore, é «resuscitato» due volte nel corso della stessa giornata. Ricoverato il 16 gennaio 1988 all'Ospedale Oak Ridge (Tennesee) per dolori al petto, il Barnett fu colpito da blocco cardiaco. Il polso inesistente e l'elettroencefalogramma piatto convinsero i medici a staccare le apparecchiature, che artificialmente lo mantenevano in vita. I familiari, avvertiti, pensarono ai preparativi per il funerale. Poco dopo un’infermiera si accorse che il «morto» aveva ripreso, anche se impercettibilmente, a respirare. Gli furono riapplicati gli apparecchi per la stimolazione cardiaca, ma un'ora e mezzo dopo gli stessi familiari furono d'accordo con i medici di far staccare quelle apparecchiature per l'inutilità del tentativo di mantenere in vita il «risuscitato». Così fu fatto, ma a questo punto, tra la meraviglia dei presenti, il “due volte morto”, pian piano riprese vigore fino a recuperare tutte le sue facoltà” («Il Giorno», 4 Marzo 1988).

 

“Alle tre di pomeriggio è arrestato a Genova un infermiere del reparto geriatrico dell’ospedale di Sestri Ponente con l’imputazione di omicidio volontario. È ac­cusato di aver somministrato a una paziente, la notte del 25 gennaio, una micidiale mistura composta di un tranquillante e di uno psicofarmaco, che insieme hanno prima reso la donna incosciente e poi l' hanno uccisa. L’imputazione potrebbe muta­re da omicidio volontario a strage, se sarà dimostrato che l’in­fermiere in questione ha ucciso in precedenza altri otto pazienti con metodi analoghi” («Il Messaggero», 3 Aprile 1996, pag.7).

 

Un’infermiera di Catania è condannata all’erga­stolo per aver assassinato, quattro anni prima, due coniugi ultra ottantenni somministrando loro una dose letale di farmaci…Il tribunale di Milano condanna a 28 anni di carcere un altro infermiere perché ritenuto responsabile dell’uc­cisione di un’anziana paziente dell’ospedale romano «Fatebene­fratelli», nonché del tentato omicidio di una persona ricoverata nel centro di rianimazione di un ospedale milanese” («Il Messaggero», 3 Aprile 1996, pag.7).

 

Negli Stati Uniti, agli inizi del 1990, a una signora di 54 an­ni è diagnosticato il morbo di Alzheimer. Dopo essere stata informata delle caratteristiche e del probabile decorso della sua malattia, la signora decise di non voler finire i suoi anni in un progressivo deterioramento fisico, anche perché questo avrebbe comportato notevoli spese e fastidi per la famiglia d’appartenen­za. Chiede l’aiuto di un medico del Michigan, perché vuole lasciare questo mondo senza soffrire molto ed in breve tempo: le viene somministrato un particolare composto chimico e in soli cin­que minuti muore senza patire alcun dolore (John e Paul D. Feinberg, Ethics for a Brave New World, Wheaton, Il Crossway Books 1993, pag. 99).

 

Ospedale di Chicago: “Un bambino di 15 mesi stava sopravvivendo solo grazie a sistemi artificiali di supporto delle sue funzioni vitali. I genitori, esausti per la mancanza di miglioramenti di salute del piccolo, chiedono all’ospeda­le il permesso di «staccare la spina», ma non lo ottengono. Il pa­dre del bambino decide di acquistare una pistola ed entra armato nella stanza d’ospedale dove costringe, con «successo», gli infermieri a sganciare il respiratore artificiale” (Feinberg, Ethics for a Brave New World, Wheaton, IL, Crossway Books 1993, pag. 103).

 

“Secondo un sondaggio il 24% dei cattolici italiani ritiene superata la proibizione generale di praticare l’eu­tanasia, smentendo clamorosamente l’insegnamento ufficiale della chiesa cattolico­romana in materia” («Il Messaggero», 14 Agosto 1998).  

 

Introduzione.

Esistono molte difficoltà nel parlare di eutanasia e di accanimento medico.

L'argomento dell'eutanasia, indissolubilmente legato a quello dell'accanimento medico, è sempre più attuale ed è molto sentito dalla gente, tanto da comparire quasi quotidianamente nei media e nelle varie riviste scientifiche. Ciò provoca quella pletora d’informazioni, di dati e di numeri che invece di aiutare la riflessione, ne riducono la profondità e confondono l'ascoltatore, attraverso anche l'uso di differenti linguaggi: il filosofico, il teologico, lo scientifico, lo psicologico, il sociologico, usati talvolta insieme in modo incoerente.

Affinché questo non accada, è necessario quindi scegliere un aspetto dell'argomento ed esplicitare il tipo di linguaggio prevalentemente usato.

Ovviamente noi sceglieremo quello biblico.

L'aspetto privilegiato in questo caso, è la domanda che il malato rivolge al medico: “Dottore mi faccia morire”!

Non è un paziente qualsiasi a porre la domanda.

Affinché si possa procurare la morte, il soggetto che richiede esplicitamente e ripetutamente di morire è colpito da un male incurabile e prova dolori insopportabili. 

Una domanda del genere è obbligante e significativa.

Ci obbliga a dare una risposta nel caso in cui un nostro parente stretto o amico, trovandosi in questa triste situazione, venga a coinvolgere la nostra vita. La nostra risposta a tale richiesta deve essere significativa nel senso che ne va della nostra vita e rivela noi stessi come credenti.

Anche una non risposta, una fuga, una pacca sulle spalle, oppure un "non dire sciocchezze che starai meglio", rivela tutto un mondo d’atteggiamenti e di valori del credente.

Cosa deve fare il credente di fronte ad una tale richiesta oppure, cosa deve pensare il credente quando sente parlare di eutanasia?

Cominciamo a trattare quest’argomento a monte ponendoci una riflessione diversa: “La domanda del malato terminale, che chiede di morire è legittima?

Può legittimamente un soggetto, affetto da malattia inguaribile e sottoposto a gravi sofferenze, richiedere al proprio medico la morte?

 

DEFINIZIONE.

La parola «eutanasia», dal punto di vista etimologico, è com­posta dal prefisso “eu”, che in greco significa «buono», e dal termi­nethànatos”, che in greco vuol dire «morte». Il significato lettera­le dell’espressione è quindi «buona morte».

Essa può essere intesa anche come il legittimo desiderio di ogni essere umano, consa­pevole della propria dignità, di lasciare questa vita nel modo mi­gliore possibile; ma è stato osservato a tal proposito come «già nel greco il significato della buona morte che tende a prevalere è quello di morte “dolce e facile”» (Giorgio Cottier, Scritti di etica, Piemme, Milano 1994, p. 382).

L’eutanasia è oggi praticata in diversi Paesi ed è consentita da leggi e da giudici di parecchie nazioni occidentali.

In Italia, almeno per il momento, essa viene ritenuta inammissibile.

Il Codice Deonto­logico Italiano rifiuta l’eutanasia.

In altri Paesi occidentali si è più favorevoli. In Olanda, ad esempio, una legge del 1994 permette al medico, a certe condizioni, di praticare l’eutanasia su richiesta del paziente.

Si calcola che oggi almeno un sesto dei decessi ospedalieri nei Paesi Bassi sia dovuto a questi casi.

In Germania, l’eutanasia è pienamente accettata dalla medicina ufficiale ed è possibile som­ministrare iniezioni letali su richiesta esplicita del malato.

In Gran Bretagna si assiste a una sempre maggiore apertura dell’opinione pubblica verso la liceità di alcune forme di eutanasia, dopo che negli anni scorsi la Camera dei Lord aveva respinto alcune proposte di legge favorevoli all’eutanasia.

In Svizzera, il cantone di Zurigo ha approvato con referendum nel 1977 una legge sull’eutanasia.

Negli Stati Uniti i tribunali sempre più spesso danno l’autoriz­zazione a procedere all’eutanasia e in alcuni Stati esistono già, o potrebbero essere approvate in tempi brevi, leggi simili a quelle che in Olanda permettono l’eutanasia.

Questa “buona morte” se richiesta dal paziente è definita volontaria e può essere ottenuta sospendendo il trattamento medico, che mantiene in vita artificialmente il paziente (eutanasia passiva) o si possono somministrare dei farmaci che affrettano o procurano la morte (eutanasia attiva).

 

Se diamo uno sguardo nell’antica Grecia pagana vedremo che anche qui è presente il problema della morte buona. Allora si parlava di eutanasia sociale e consisteva nell’abbandonare i malati incurabili; questo per fini di utilità collettiva.

Nel IV sec. a. C. Platone, riguardo alla “Repubblica ideale”, affermava: “Instaurerei nello stato una disciplina e una legislazione che si limitano a stabilire i compiti per i cittadini sani di corpo e di anima, quanto a coloro che non sono sani di corpo li si lascerà morire”.

Ippocrate, che invece era un illustre medico dell’antichità, contemporaneo di Platone affermava: “A chiunque mi chiederà un veleno, glielo rifiuterò, come pure mi guarderò dal consigliarlo”.

Anche oggi i giovani medici che sono all’inizio della loro professione pronunciano questa frase (il famoso giuramento di Ippocrate). Questo giuramento esigeva che il medico si rifiutasse di somministrare delle droghe letali ai pazienti che ne facevano richiesta. Questo era fatto per evitare che non si fosse coinvolti in quella forma definita “eutanasia-suicidio”.

Nel XVI sec. il filosofo Francesco Bacone, oltre ad essere guardasigilli del re Giacomo I d’Inghilterra affermò questo concetto: “La missione del medico è quella di restituire la salute e di lenire le sofferenze del paziente non soltanto in vista della guarigione, ma anche di procurare al malato inguaribile una morte serena e tranquilla”.

Ai nostri giorni questo modo di vedere le cose non è tanto cambiato; l’eutanasia ha preso l’aspetto della “morte per compassione”.

Vediamo che c’è una discrepanza, perché mentre da un lato la scienza odierna si è preoccupata, insieme alla tecnologia, di inserire nella società i disabili, eliminando le barriere psicologiche e architettoniche, dall’altro lato emerge un aspetto inquietante: quello di porre fine, per compassione, a quei cittadini che sono “un peso” e la cui vita non ha più nessun valore per coloro che li circondano.

Naturalmente esiste un’altra posizione estrema definita “vitalismo”, cioè si tende a conservare la vita il più a lungo possibile. Sono queste le posizioni estreme che l’uomo facilmente tende ad assumere.

 

I CANDIDATI ALL’EUTANASIA.

Chi sono i candidati per la “dolce morte”?

 

Nascituri con gravi malformazioni.

Poiché “imperfetti” o addirittura etichettati come scomodi, sono i primi seri candidati.

Un giorno, un Professore di Medicina dell’Università della California narrò ai propri studenti questa storia: “In una povera famiglia, il padre ha la sifilide, la madre la tubercolosi. I due hanno già avuto quattro figli: il primo è cieco, il secondo è morto, il terzo è sordo ed il quarto ha la tubercolosi e poco tempo da vivere; la madre è ancora incinta e i genitori stanno optando per un aborto. Al loro posto cosa avreste fatto”? La maggioranza si schierò a favore dell’aborto. “Congratulazioni”, rispose il professore, “Avreste ucciso Beethoven”.

 

Gli anziani.

Anche loro sono in “pole position” per la “dolce morte” per questi motivi:

·     Esiste una sproporzione grande tra gli anziani deboli e i giovani forti.

·     Si assiste alla crescita di un sentimento antifamiliare con l’imbarbarimento dei sentimenti nobili.

·     Una grossa difficoltà economica di fronte ad uno stile di vita prettamente edonistico. A questo proposito un noto medico inglese ha affermato che a fine secolo sarà obbligatoria una pillola della morte per gli anziani.

·     I malati incurabili.

 

Il quotidiano “La Stampa” di Torino ha riportato la storia di un’infermiera, che lavorava nel reparto di “Terapia Intensiva”, dove era ricoverato un anziano signore sottoposto ad una tracheotomia, a causa di un’insufficienza respiratoria grave.         L’infermiera racconta che in un pomeriggio fu indetta una riunione dell’equipe medica per annunciare l’intenzione di staccare l’anziano signore dalle macchine che lo tenevano in vita.

Fu staccata la macchina che lo aiutava a respirare e fu praticata un’iniezione.

Tutto fu zittito, soprattutto perché si avvicinava l’ora della visita dell’anziana moglie del paziente.

Il medico cercò di far intercettare la signora, affinché, non si accorgesse di cosa stesse accadendo al marito.

L’infermiera descrisse l’agonia del poveretto; ella si espresse così: “Entrai nella stanza un’ora dopo l’iniezione. Quell’uomo era violaceo, stava soffocando. Era da solo, nel suo letto. Fu un’agonia lenta e dolorosa. Due ore dopo era morto e non aveva nemmeno rivisto un’ultima volta sua moglie. Il paziente purtroppo si trovava in uno stato pietoso ed era affetto da un’infinità d’infezioni. Mantenerlo in vita significava un costo quotidiano altissimo”.

Da qui la decisione dell’equipe di sanitari di “aiutare il paziente a morire”.

Credo che questo gesto, da parte dei sanitari, possa essere ritenuto a “fin di bene”, ma non è ben visto da Colui che è il Creatore della vita.

 

Un discorso ancora più profondo deve essere compiuto per la cosiddetta selezione di morte, nella quale s’intende sopprimere persone che non siano più «degne» di vivere.

Per quel che con­cerne questa pratica, la condanna dei cristiani è unanime: “Nessu­na vita umana potrà mai essere considerata «indegna di essere vissuta», perché è il Creatore stesso, che sostiene l’esatto contra­rio, avendo Egli modellato ogni creatura umana a Sua immagine e somiglianza. Nessun uomo ha il diritto di sostituirsi a Dio e di decidere se e quando una vita umana debba o possa essere sop­pressa, anche se si tratta di malati terminali o di soggetti incura­bili, perché in ogni caso ognuno ha il diritto di vivere tutta la vita concessagli dal Signore”.

 

Bibbia ed Eutanasia.

Molte volte l’uomo tende a strafare, dimenticando che solo da Dio dipende la vita; l’uomo così arbitrariamente vuole innalzarsi al di sopra di Colui che siede nei cieli.

Qualcuno potrebbe affermare che l’eutanasia è applicata solo per ridurre i tempi di sofferenza per i propri cari; qui ci vedo di più un interesse egoistico, per risparmiare le proprie sofferenze.

Allora che fare?

Chi può rischiarare le idee e suggerire il da farsi?

La risposta c’è data dalla Parola di Dio.

Anche se l’uomo non vuole ammetterlo, Dio ha sempre un consiglio pronto ed utile per la Sua creatura, che ama infinitamente. Vuole far anche comprendere che esistono dei limiti che non devono essere superati e delle decisioni che non devono essere prese senza prima averLo consultato.

La Bibbia afferma che la vita è un dono di Dio: “Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell’Onnipotente mi la vita” (Giobbe 33:4)

In modo inequivocabile la Scrittura afferma che:

·     Dio è la fonte della vita: “Dio non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; Lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” (Atti 17:25).

·     La vita è un atto creativo di Dio: “Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’ uomo divenne un ‘anima vivente” (Genesi 2:7).

·     Dio è l’unico padrone e governatore della vita: “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il Nome del Signore” (Giobbe 1:21).

·     L’ampiezza della vita dell’uomo dipende da Dio: “Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza” (Salmo 91:16).

·     La vita degli uomini è nelle mani di Dio: “Che Egli tiene in mano l’anima di tutto quel che vive, e lo spirito di ogni carne umana” (Giobbe 12:10).

·     Dio vieta all’uomo di togliere o di togliersi la vita: “Non uccidere” (Esodo 20:13).

·     L’omicidio è un terribile peccato: “Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna” (Apocalisse 22:15).

 

Quando Gesù è venuto sulla terra, ci ha insegnato quanto sia importante il valore della vita e quanto lo si debba tenere in considerazione: “Cinque passeri non si vendono per due soldi? Eppure non uno di essi è dimenticato dinanzi a Dio; anzi perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi siete da più di molti passeri” (Luca 12: 6,7)

Come accennavo prima dietro lo scopo di procurare la morte “per compassione”, si nascondono inconsapevoli motivi egoistici; non solo alleviare le sofferenze al malato terminale, quanto soprattutto alleggerire i parenti dal travaglio, dalla tensione e dal dispendio di energie che ciò comporta.

Questo modo di agire però non collima con il pensiero della Bibbia, perché l’eutanasia non è la soluzione che Dio propone. Infatti, Egli esorta ad onorare la persona del vecchio e a sostenere chi soffre.

Leggiamo, infatti, nella Sua Parola così: “Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni ti siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà” (Esodo 20:12)

Qualsiasi essere umano può avere il privilegio di entrare in un rapporto diretto con Dio, mediante Cristo Gesù; nessun’altra creatura può farlo.

Anche l’apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, pur essendo debole e malato affermava il valore della propria esistenza: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Galati 2:20).

Bisogna comprendere che la sofferenza, molte volte, è permessa da Dio, affinché, l’uomo possa rendersi conto di quanto la vita terrena possa essere fugace e possa così prepararsi all’eternità dove: “La morte non ci sarà più; né ci sarà cordoglio, né grido, né dolore, poiché le cose di prima son passate” (Apocalisse 21:4).

Quando si accetta Cristo come personale Salvatore e Signore della propria esistenza l’uomo può capire il vero significato della vita che Dio gli ha dato. Questo è confermato dalle parole straordinarie che pronunciò Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in Me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in Me, non morrà mai” (Giovanni 11:25,26).

Possiamo quindi affermare che il procurare la morte per compassione è un atto condannato da Dio. Solo Dio è il padrone della vita dell’uomo e solo Lui ha il diritto di disporre della vita e della morte. “L’Eterno fa vivere e morire” (1 Samuele 2:6).

“Ora vedete che Io solo sono Dio e che non vi è altro dio accanto a Me. Io faccio morire e faccio vivere, ferisco e risano e nessuno può liberare dalla Mia mano” (Deuteronomio 32:39).

La domanda allora sorge spontanea: “Esiste un’alternativa”?

Abbiamo considerato insieme che l’eutanasia non è una soluzione cristiana e biblica ad un problema rappresentato da una malattia incurabile. L’alternativa possibile è quella di prendersi cura di un malato terminale da un punto di vista morale e spirituale.

Molto spesso si dimentica che nel corpo della persona sofferente c’è un’anima che deve essere consolata, consigliata e confortata.

Purtroppo i malati, soprattutto quelli più gravi, sono afferrati da un senso profondo di solitudine e molto spesso anche le cure più avanzate possono non ottenere un grande effetto, a causa di questa sensazione di smarrimento.

Quante volte i parenti nascondono la terribile realtà di una malattia incurabile ai propri cari, che di conseguenza pur essendo edotti la nascondono per dignità.

La più grossa preoccupazione in questi casi è il destino eterno della persona.

Spesso si raggiunge l’ora estrema senza alcuna preparazione spirituale.

Purtroppo non tutti i malati terminali hanno accettato Cristo, nella loro vita, come personale Salvatore, ma anche in questo caso il paziente può deporre ai piedi di Cristo, la propria angoscia spirituale e la propria disperazione per la vita che vede sfuggirgli di mano.

Se invece la persona è salvata e pone la sua fiducia in Cristo, potrà liberarsi tranquillamente del suo segreto e gioire nella gloriosa speranza cristiana della vita eterna con Dio. Da qui vediamo che la vita dell’uomo, oltre alla dimensione terrena e visibile, ne possiede un’altra: la vita eterna. Infatti, lo stesso Gesù disse: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in Me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in Me, non morrà mai” (Giovanni 11:25, 26).

La compassione che ha un cristiano, lo spinge a consolare gli afflitti, a consigliare chi è nell’incertezza ed ad annunciare la misericordia e l’amore di Dio.

Le cure spirituali più appropriate per i più sofferenti sono rappresentate dal perdono, dalla gioia della presenza del Signore, dalla lettura della Parola di Dio ed infine da una umile e fervida preghiera che deve essere rivolta a Dio. Solo così si scoprirà il segreto dell’ intervento diretto di Dio e della consolazione dello Spirito Santo.

Così i malati incurabili affronteranno la loro dipartita, verso l’eternità, sereni, con gioia e certi di essere con Cristo: “Quanto a me sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede” (2 Timoteo 4:6, 7)

 

La seguente testimonianza, ha benedetto molto la mia vita: “Cristina, una sua cara sorella in Cristo, era stata incaricata da un’infermiera di accudire una signora anziana malata. Era una donna ricca di denaro, ma era povera da un punto di vista affettivo; non aveva neanche una persona che la volesse assistere e che le mostrasse un po’ di tenerezza. Questa donna era terrorizzata al pensiero della morte, al solo sentirne parlare faceva gli scongiuri e pronunciava frasi irripetibili. Quando Cristina incontrò questa donna ella si trovava in un profondo stato di abbattimento, e nemmeno tutte le immagini di madonne e santi potevano lenire il dolore. A contatto con quest’amore, l’anziana signora, giorno dopo giorno, era trasformata. Questo sentimento, mai provato prima, aiutava la signora a sciogliere il suo cuore inaridito da un continuo vento di indifferenza; il dono di una rosa, un abbraccio improvviso, una carezza, la sua mano chiusa tra le mani di una estranea, stavano contribuendo al cambiamento della anziana signora. Il discorso su Gesù fu introdotto in modo naturale; Cristina si rivolgeva a Gesù, pregandoLo, con una tale familiarità e confidenza, come se si rivolgesse all’amico più caro. La donna ascoltava e rivolgeva molte domande, finché, per l’anziana signora, Gesù non divenne Colui che era morto al suo posto, a causa dei suoi peccati, proprio perché ella potesse vivere. Di conseguenza, le immagini dei santi furono rimosse e sparirono anche le parole oscene dalla bocca; infine svanì anche la paura della morte. Quando però la paura si riaffacciava, Cristina consigliava l’anziana signora di parlarne con Gesù, così la serenità tornava nel suo intimo; ella era ormai certa che era il suo Salvatore a tenerla per mano per condurla in pace all’altra riva. In un modo così sereno la donna raggiunse il suo Padre celeste, un modo che non era stato immaginato dal personale paramedico e neanche dalla stessa signora”.

 

Riteniamo che il cristiano, seguendo l’esempio biblico del «buon Samaritano», avrà senz’altro compassione del sofferente e non si opporrà alle misure volte ad alleviare i suoi dolori, non l’aiuterà mai a morire solo perché egli sta sof­frendo. Anzi, il suo impegno sarà volto ad alleviare, per quanto possibile, i dolori del malato, nonché a proclamare a quest’ulti­mo la salvezza per il solo Sangue di Gesù Cristo, in un vero atto d’amore verso un’anima che altrimenti rischia di soffrire per tutta l’eternità.

Quello che deve caratterizzare un cristiano è la capacità di spandere, attorno a sé, l’amore che Cristo gli ha messo nel cuore.

L’ultima testimonianza ci parla di un ragazzo convertitosi sotto una tenda di evangelizzazione. Questo giovane, di nome Gavino dopo aver accettato Cristo come suo personale Salvatore cominciò a frequentare la Chiesa, socializzando con i suoi coetanei; ogni pretesto era buono per stare insieme. Si studiava insieme la Bibbia e si giocava insieme a pallone; durante una di queste partite il giovane ragazzo morì improvvisamente. Per la famiglia, che non era convertita, questo fu un vero e proprio dramma, mentre per i giovani della comunità fu solo “un arrivederci”. Solo poco tempo dopo si apprese la notizia che il giovane aveva fin da piccolo un ematoma al cervello ed era straordinario che fosse riuscito a vivere così a lungo; questo fu motivo di ringraziamento e di lode per il Signore, che gli aveva concesso il tempo di ravvedersi e arrendersi a Lui.

 

Possiamo concludere affermando che nella Bibbia l’ eutanasia non è praticata.

Solo leggendo e credendo nella Parola di Dio, si può ottenere la “buona morte”, conoscendo in tempo il nostro destino futuro ossia sapere che godremo pienamente la gloria e l’amore di Gesù.

Ciò scaccerà via la paura e sarà motivo di gioia.

La vi­ta umana è inviolabile, perché creata e donata da Dio, nonché plasmata a Sua immagine, a meno che sia Dio stesso a porvi fine con la morte naturale.

 

SI PUÒ DESIDERARE LA MORTE?

Nella Scrittura, alcuni uomini di Dio hanno chiesto a Dio di morire.

Uno di questi è Giobbe.

Si tratta di una preghiera frutto della disperazione.

Giobbe è angosciato e desidera la morte perché neanche i suoi intimi amici lo compren­dono, anzi lo giudicano, attribuendogli la sofferenza come conseguenza del suo peccato. Egli non sa rispondere a tanti interrogativi, ma gli sembra in­giusto il duro giudizio dei suoi amici ed esprime tutta la sua amarezza desiderando che Dio lo schiacci e tagli il “filo dei suoi giorni” (Giobbe 6:9).

La disperazione e l’ango­scia spesso conducono ad ele­vare a Dio delle richieste avventate.

Disperazione e preghiera non possono andare insieme.

L’una annulla completamente l’altra.

La disperazione è mancanza di speranza e di fede, mentre la preghiera si fonda proprio sulla fede e sulla speranza.

Questa richiesta di Giobbe è inoltre temeraria.

Se è umana­mente comprensibile, appare però in antitesi con la sua pro­fessione di fede in Dio.

Quando tutte quelle tremende sventure gli erano cadute addosso, egli aveva avuto ancora la forza di dire: “Il Signore ha dato, il Si­gnore ha tolto; sia benedetto il Nome del Signore” (Giobbe 1:21).

Quando fu colpito da un’ul­cera maligna, ebbe la forza di di­re a sua moglie che lo spingeva a ribellarsi a Dio: “Tu parli da donna insensata! Abbiamo ac­cettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accetta­re il male?” (Giobbe 2:10).

Il giudizio e l’incompren­sione degli amici lo gettano, invece, nella più profonda disperazione.

Certamente le prove mate­riali e fisiche sono più soppor­tabili di quelle morali, ma “l’argilla dirà forse a colui che la forma: “Che fai?” (Isaia 45:9).

La pre­ghiera innalzata a Dio perché ponga fine ai nostri giorni, non è una vera preghiera, è una richiesta temeraria e senza alcu­na fede, in quanto l’uomo vuo­le modificare il programma di­vino ed amministrarlo secondo la propria volontà.

Giobbe vuole morire per­ché ritiene che Dio non difenda la sua causa.

Allora se Dio non lo ascolta come può pensare che Egli esaudisca la sua preghiera?

Possiamo anche comprendere la sua angoscia, ma la consideriamo eccessiva, perché considera l’opinione ed il giudizio umano così importante da essere va­lido motivo per lasciare questa terra.

Dio sia ringraziato, perché non risponde a richieste “miopi”, disperate ed angosciose, ma continua ad attua­re il Suo meraviglioso piano per la nostra vita. Egli potrebbe giudicarci per la nostra proter­via, ma “conosce la nostra na­tura; Egli si ricorda che siamo polvere” e paternamente per­dona le nostre intemperanze.

Queste richieste disperate sono pur sempre uno stolto tentati­vo che compiamo con lo scopo inconfessato di riprendere la gestione della nostra vita, che invece abbiamo affidato alla Sua saggia ed eterna amministrazione.

 

Desiderare la morte.

Desiderare la morte è innaturale ed è un’aberrazio­ne.

L’uomo ha in sé l’istinto di conservazione, è stato creato per la vita.

I cristiani amano la vita, perché ritengono che sia un’occasione per servire Dio. Non hanno una visione pessi­mistica dell’esistenza terrena, anche se desiderano l’eternità come traguardo supremo di ininterrotta comunione con Dio.

L’apostolo Paolo, nono­stante le grandi difficoltà che aveva incontrato nella sua esistenza di credente, afferma: “Se il vivere nella carne porta frutto all’opera mia, non saprei che cosa preferire. Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto me­glio; ma dall’altra, il mio rima­nere nel corpo è più necessario per voi” (Filippesi 1:22,23).

Quanto è diversa quest’espressione dalla disperata pre­ghiera di voler morire.

Il credente non è attaccato alla terra, desidera la gloria del cielo, non nutre una visio­ne oscura e pessimistica della vita e della morte: “La morte è stata sommersa nella vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?” (1 Corinzi 15:54,55).

Il saggio Salomone, duran­te il suo sviamento, è preso da un funesto pessimismo e giun­ge ad affermare: “Io ho odiato la vita” (Ecclesiaste 2:17).

Mentre la promessa di Dio a chi pone la fiducia in Lui è: “Poiché egli ha posto in Me il suo affetto, Io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il Mio Nome. Egli mi invocherà e Io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; Io lo libe­rerò, e lo glorificherò. Lo sa­zierò di lunga vita e gli farò ve­dere la Mia salvezza” (Salmo 91:14-16).

Alcuni si chiedono se sia moralmente accettabile «lasciar morire» un malato terminale ovvero «affrettare la sua morte» con strumenti idonei a tale scopo.

In relazione all’eutanasia attiva, si può dichiarare che essa è im­proponibile per un cristiano evangelico, dal momento che qualsiasi somministrazione di farmaci, volta a provocare la morte di un pa­ziente, equivale a un omicidio; inoltre, essa viola il sesto comandamento di Dio.

Sotto il profilo biblico solo il Signore può di­sporre della vita che Egli stesso ha creato e nessun uomo, per nessuna ragione, può in alcun modo avere il diritto di abbreviare l’esistenza terrena di un suo simile.

Nella vita quotidiana possono presentarsi casi limite di diverso genere, ma in nessuno di questi potrà legittimarsi biblicamente la deliberata eliminazione di una vita creata ad immagine e somiglianza di Dio.

 

CONCLUSIONE.

Da queste considerazioni nasce una riflessione sul valore unico della persona e dell’opera di Cristo nella prospettiva di preparare un sereno incontro con la morte.

Nell’ambito cristiano è prevalso un giudizio negativo nei confronti dell’eutanasia.

Esso si fonda sulla Bibbia e si riassume nell’affermazione che Dio solo è l’unico che la vita e la può togliere.

L’uomo non può sostituirsi a Dio e non può accogliere la richiesta di morire da parte di un malato terminale.

Il cristiano è chiamato anche ad avvisare e istruire le persone che sono favorevoli all’eutanasia, che in questo modo si renderebbero colpevoli d’omicidio e a coloro che magari dicono di credere in Dio voglio ricordare un comandamento riportato nella Sua Parola: “Non uccidere” (Esodo 20:13).