Riflessioni sull’Eutanasia

 

Ritorniamo sull’ argomento dell’eutanasia, già affrontato qualche tempo fa, perché l’involuzione morale della società nella quale viviamo sta conducendo alla sua legittimazione. I credenti sono chiamati a compiere scelte che testimoniano con chiarezza le loro convinzioni fondate sulla Bibbia.

 

Introduzione

L’eutanasia rappresenta,al giorno d’oggi un argomento molto dibattuto dopo la recente approvazione della legge sulla donazione degli organi. Molte conferenze sono state fatte, molti sono i congressi incentrati su questo argomento, ma spesso le idee sulla posizione che come figli di Dio dovremmo avere in materia sono poco chiare. Per tale motivo risulta necessario un approfondimento che ha il solo scopo di renderci edotti per dare una risposta giusta a persone che ci interrogano su questo argomento. Capita spesso che i mass-media trasmettono resoconti sconcertanti riguardanti il personale medico e paramedico ed il loro rapporto con l’eutanasia; non è difficile trovare notizie da giornali che parlano di persone colpevoli di omicidio per aver somministrato psicofarmaci in alte dose a pazienti in stato di malattia terminale. Il credente è chiamato a stare nel mondo e ad essere una guida per far comprendere agli uomini la volontà del Signore davanti al problema dell’eutanasia.

 

Aspetti di semantica

Nel vocabolario della lingua italiana Devoto-Oil al termine eutanasia corrispondono due informazioni:

1.  morte serena e indolore”

2.  Teoria medico- giuridica secondo cui è lecito dare una morte tranquilla, per mezzo di narcotici, agli infermi atrocemente sofferenti e inguaribili, inammissibile dal punto di vista del diritto positivo e della morale cristiana”.

 

La prima definizione è semplicemente la traduzione italiana dal greco eu= buono e thànatos= morte e corrisponde al significato letterario del termine; la seconda non è strettamente corretta, perché, come vedremo in seguito, la morte può essere data non solo con i narcotici o con veleni, ma anche spegnendo un respiratore o sospendendo una dialisi. L’eutanasia può anche essere intesa come il legittimo desiderio di ogni essere umano, consapevole della propria dignità, di lasciare questa vita nel modo migliore possibile; a tal proposito è stato osservato che già nel mondo greco il significato della buona morte era quello di “morte facile o dolce”. Possono essere oggetto di eutanasia, secondo alcuni, i pazienti in stato vegetativo permanente, che non sono atrocemente sofferenti, ma che comportano un prolungamento artificiale della vita umana, costoso e impegnativo. Anche se un simposio di Bioetica nel settembre1993 a Vancouver ne consiglia la revisione, la materia è distinta in due categorie: l’eutanasia attiva in cui la vita è soppressa direttamente con dei narcotici o altri tipi di narcotici o altri tipi di farmaci o sostanze naturali e l’eutanasia passiva in cui la morte viene data per sospensione di una condotta straordinaria, che assicura peraltro il mantenimento artificiale della vita attraverso il distacco da un respiratore o la sospensione di un trattamento dialitico. Fatti di cronaca, recenti e non, hanno fatto venire alla luce la causa della morte misteriosa di tanti anziani in alcuni centri geriatrici, dovuta proprio a eutanasia attiva. In questo caso, non si può parlare di contratto perché il malato non aveva dato in precedenza alcuna richiesta di “morte tranquilla” e quindi siamo nel campo dell’omicidio.

 

Aspetti legislativi

Al momento in Italia, l’eutanasia attiva è inammissibile, anche se alcuni ritengono che la variante passiva è argomento di ampio dibattito, poiché nel nostro paese chi compie atti di eutanasia dietro richiesta della persona interessata, incorre nell’imputazione di omicidio del consenziente ,oppure in quella più grave di omicidio doloso se il consenso non è considerato valido qualora condizionato da sofferenza psichica; tuttavia vengono prese in esame le attenuanti dei motivi di particolare valore morale. Tale consenso è sempre revocabile dall’interessato ed è privo di valore se questi non ha la maggiore età ovvero è infermo di mente o comunque incapace di intendere e di volere, o ancora se si può dimostrare che il consenso stesso sia stato estorto con violenza, minaccia o inganno. il  secondo comma dell’articolo 32 della nostra costituzione dice che: nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, nel capoverso successivo recita: “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. L’eutanasia può essere definita come un contratto fra il medico e il malato, che si stipula quando il primo accoglie la richiesta di morte del secondo. Il contratto viene a cadere per illiceità dell’oggetto, in quanto all’ art. 5 del codice civile si legge “gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente dell’attività fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico ed al buon costume”. Se sono vietati gli atti a disposizione del proprio corpo, quando cagionino una diminuzione permanente dell’ attività fisica, necessariamente deve considerarsi illecito l’atto estremo di disponibilità del proprio corpo, teso alla sua eliminazione. La legge italiana non può ammettere quindi l’eutanasia.

 

L’atteggiamento di alcuni paesi

In Italia non esiste l’ambiguità di condotta derivata da opinioni disparate o di leggi contrastanti, come negli USA che accendono dibattiti. Qui il medico più che impegnato nel problema e trovare il limite fra morte naturale e morte provocata o accelerata, il cosiddetto mercy-killing, l’uccisione per pietà, termine addolcito in mercy-death, morte pietosa nel 1935 in Inghilterra e nel 1938 negli Stati Uniti si trasformano i primi gruppi e sostenitori dell’eutanasia attiva. In Germania, l’eutanasia è pienamente accettata dalla medicina ufficiale ed è possibile somministrare iniezioni letali su richiesta esplicita del malato. In Svizzera, come dal 1991 negli Stati Uniti, il paziente deve sottoscrivere una dichiarazione al momento del ricovero, per precisare quali cure intende eventualmente rifiutare e per chiedere che gli vengano somministrati analgesici per alleviare dolori e le sofferenze, anche a rischio di morire. L’eutanasia passiva è accertata in Danimarca e in molti Lande tedeschi, dove si può incaricare un’altra persona per l’opposizione alla accanimento terapeutico. Una sentenza dell’Alta Corte del Missouri per la prima volta ritenne valida la dichiarazione di una donna, che affermava di rifiutare il trattamento con il respiratore automatico. Nel 1977, così la California promulgava una legge statale, che ammetteva la morte con dignità. Per questo scopo i cittadini che desiderano l’annullamento delle manovre straordinarie di tipo rianimatorio, quando esse sono inutili sul piano del recupero, redigono un documento dove indicano anche un responsabile di decisioni, che riguardano il prolungamento della loto vita, nel caso di incapacità di intendere e di volere.

 

Un suicidio per mano altrui

Il punto principale, che qui desidero trattare, è la richiesta di morire rivolta dal paziente al medico. Per evitare che in Italia possono sorgere cliniche della morte, mi preme ricordare l’articolo 1425 del Codice Civile che dice testualmente: “il contratto è annullabile se una delle parti era legalmente incapace di contrattare. È parimenti annullabile, quando ricorrono le condizioni dall’articolo 428, il contratto stipulato da persona incapace di intendere o di volere”. Anche per l’articolo 1418 il contratto si annulla se la causa è illecita. Il paziente che chiede al medico di farlo morire è nel pieno delle sue facoltà mentali? L’aspettativa dolorosa di una morte magari lontana ma certa, il dolore fisico, la frustrazione e la depressione possono innescare un istinto di distruzione; in questo caso si configura un suicidio per mano d’altri. La richiesta di morte del malato può equivalere a quella del malinconico: il tedium vitae angosciante vede nella morte la cancellazione di ogni sofferenza, fisica o morale. La tremenda abulia del mattino, il senso di incapacità, la constatazione della propria inutilità e inferiorità sono insostenibili. Emergono sensi di colpa fino al delirio, fino alla negazione della morte quale simbolo di condanna eterna alla vita.

 

Professione ed etica medica

Il dovere del medico è la cura del malato.

Lo stato di grave depressione può essere rimosso, con viva riconoscenza del malato. Lo stato di riconoscenza indica che quando il paziente cercava attivamente la morte non era nel pieno delle sue facoltà mentali,”non era lui” possiamo allora ipotizzare che il paziente che chiede di morire si trovi nello stesso stato del paziente depresso.

Il compito del medico non è quello di dare la morte serena, compito assai facile e superficiale sul piano tecnico-professionale, ma è quello molto più difficile di curare il dolore, di  far sentire al paziente di essere ancora amato e stimato,di valorizzarne le abilità residue.

Anche un paziente nel polmone d’ acciaio può mantenere le sue capacità ideative e sentimentali, come diceva una coraggiosa ragazza in un’intervista televisiva.

La persona non si identifica con il suo movimento nello spazio.

Il tetraplegico  può continuare ad apprezzare Beethoven ,il profumo di una rosa,i suoi cibi preferiti,può carezzare con gli occhi le persone amate.

Ci sono dei casi di spettanza neurologica,dove il limite fra morte naturale e morte accelerata non è chiaro. Mi riferisco alla Sclerosi Laterale Amiotrofica,malattia caratterizzata, come è noto, da progressiva perdita di fibre muscolari, che comporta l’inesorabile progressione verso la paralisi degli arti, del tronco, della fonazione, della deglutizione e della respirazione.

Il malato va incontro a morte certa, ma fino all’ultimo istante non è compromesso nelle sue capacità mentali.

E’ lecito rimuovere il respiratore artificiale o farne a meno?

Ovvero questo deve essere tenuto fino alla fine?

Nessun dubbio di legittimità quando il paziente in precedenza aveva già previsto l’uso del respiratore e l’aveva rifiutato. Al contrario, in un paese come la California, la violazione della volontà del paziente potrebbe essere oggetto di contestazione legale da parte dei parenti e in questo caso le convinzioni personali del medico vanno sacrificate. Per un malato terminale i livelli di assistenza sono nell’ordine:

1.  la cura infermieristica ( confort, igiene, dignità);

2.  l’idratazione e la nutrizione;

3.  le cure mediche;

4.  le cure strumentali(respiratori…).

 

Se invece non esiste dichiarazione esplicita del paziente o se questa è inammissibile, perché in contrasto con l’articolo 5 del Codice Civile, che riguarda gli atti di disposizione del proprio corpo, il medico è chiamato ancora a stabilire il confine fra morte naturale e morte accelerata.

A mio giudizio, la mancata applicazione di un respiratore o – peggio –il spegnimento anticipato è in contrasto con il principio medico di assistere una persona umana in difficoltà.

Si umanizzi il luogo di cura, diventato spesso nei Paesi cosiddetti progrediti un teatro di cavilli legali e un campo di interessi per avvocati specializzati nel settore, invece di sostenere il diritto alla morte. Come per il discorso politico sull’aborto: quante donne sono afflitte dal senso di colpe pur se in precedenza avevano predicato: “autodeterminazione” , “aborto libero”!

Dico chiaramente il mio punto di vista: solo se la condotta medica non porta al recupero, ma prolunga artificialmente lo stato di morte celebrare o di stato vegetativo permanente (del quale fatto i medici sono coscienti e sicuri al 100%), la condotta stessa diventa allora una contemplazione narcisistica, priva di basi razionali e di amore per un malato. E come se un chirurgo si lanciasse  nell’asportazione forsennata di un esteso tumore in un anziano o in un cirrotico, non idoneo per l’anestesia.

Se la condotta medica di 4° livello va sospesa, quale condotta straordinaria, non possono essere mai cancellati i primi due livelli, l’alimentazione e l’idratazione. In altri termini, il malato, condannato a morire per la sua malattia irreversibile, non può morire per fame e sete, piagato dai decubiti. Molti medici che hanno praticato l’eutanasia hanno affermato che dopo la prima esperienza si sentono più riluttanti a praticarla nuovamente. Evidentemente, non si cancella facilmente il ricordo dell’affievolimento di un respiro ancora valido, dell’allungamento di onde elettrocardiografiche, della continua perdita del tono muscolare e della progressiva ipotermia fino al raffreddamento di un corpo umano.

Noi non abbiamo nessuna autorità per porre termine all’esistenza terrena di una vita; questo non spetta a noi ma come Dio dona la vita Lui solo ha l’autorità ed il diritto di toglierla; la sofferenza è parte importante e  naturale dell’esistenza umana sia dell’entrata del peccato nel mondo. Per il credente la sofferenza non è solo un momento di dolore umano ma rappresenta il modo che Dio utilizza per far acquisire la pazienza che determinerà l’esperienza ed alla fine condurrà alla speranza.

 

Aspetti biblici

Anche se la Bibbia non parla in modo esplicito dell’eutanasia essa può gettare una chiara luce sulla posizione che come figli di Dio dobbiamo avere nei confronti di tale pratica.

Davanti a Dio ogni vita umana possiede il suo valore, non esistono malati incurabili o vecchi che debbano essere soppressi solo perché nella nostra società progredita spesso rappresentano un peso per le strutture  sanitarie e non.

La vita appartiene a Dio e l’uomo non ha alcun diritto di toglierla.

Oggi assiste però, ad un sempre più marcante “accanimento terapeutico”: si applicano delle cure molto sofisticate che spesso non sono opportune poiché non anno alcun effetto sulla regressione della malattia, ma a volte determinano un ulteriore aggravamento in questo caso è giusto che il malato o i suoi familiari possono dire di evitare un ulteriore accanimento terapeutico. Per una riflessione biblica è necessario esaminare almeno tre punti principali:

 

1.  Prolungamento della vita e sovranità di Dio.

Il prolungamento della vita è qualcosa di diverso dall’accanimento terapeutico. Importante riconoscere la sovranità di Dio se Dio è il Signore della mia vita dal momento del concepimento alla morte non posso sostituirmi a lui per spegnerla o prolungarla artificialmente.

Solo Dio conosce il momento richiamerà a se l’alito vitale che Egli stesso ha donato all’uomo, e nessuno può e deve intervenire in tale relazione tra il Creatore e la sua creatura. Parlando delle preoccupazioni di questo mondo Gesù disse ai suoi discepoli di stare tranquilli perché nessuno “può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita” (Matteo 5:27). È chiaro l’insegnamento di Gesù riguardo alla vita ed a chi la signoreggia; l’uomo non è colui che può decidere o stabilire se una persona debba vivere o morire. Forse egli pensa di arrivare a questo attraverso le sue ricerche, alle sue conquiste tecnologiche, ma….. dimentica quelli che sono i principi divini! Per tale motivo noi uomini siamo tenuti ad alleviare le sofferenze dei malati, a curarli e se possibile guarirli. In caso di coma reversibile, allora, il medico deve usare tutti i mezzi per il recupero del malato perché la sua è preziosa davanti agli occhi di Dio; in caso di coma irreversibile invece devono essere garantite almeno le cure ordinarie (alimentazione, igiene…..).

 

2.  L’uomo quale immagine di Dio.

L’uomo è stato creato ad immagine di Dio ed a Sua somiglianza; per tale motivo è un essere speciale che possiede una dignità. In Genesi 1:27 la Bibbia dice che “Dio creò l’uomo a Sua immagine; lo creò ad immagine di Dio”, per cui possiede una coscienza morale, la capacità di ragionare e scegliere, di provare sensazioni ed emozioni.

L’uomo a inoltre, il privilegio di poter avere una relazione diretta con il Suo Creatore, quale quella di conoscerLo ed amarLo e servirLo.

Proprio per la sua dignità l’uomo non può essere ucciso!

Troviamo conferma di questo nei comandamenti del Signore (Deuteronomio 5:17; 20:13); solo Colui che da il soffio vitale all’uomo è legittimato a riprenderlo.

 

3.  Il problema della sofferenza.

Le sofferenze attuali, per quanto atroci e terribili, non saranno mai paragonati con la gloria eterna che attende il credente quando vivrà e andrà con il Signore. Paolo nella sua lettera ai Romani al capitolo 8 verso 18 scriveva:” infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che deve essere manifestata a nostro riguardo”.

Prima dell’eternità noi uomini siamo destinati a soffrire e nella Scrittura la sofferenza è indicata come un mezzo di crescita e santificazione per coloro che hanno posto la loro fede in Cristo Gesù.

Le sofferenze devono essere vissute come strumenti dell’opera di Dio nella nostra vita perché l’afflizione produce pazienza, la pazienza produce esperienza e l’esperienza ravviva sempre di più la speranza di una vita eterna con il Signore (Romani 5:1,8).

Questa è la prospettiva di una vita futura per il credente.

Al contrario, coloro che non hanno posto la loro fede nel Figlio di Dio hanno un modo “proprio” di affrontare la sofferenza. Per loro la cosa più importante è vivere bene su questa terra senza pensare al futuro, al quale forse non credono. Tutto ciò che interrompe la loro “tranquillità terrena” è motivo di imprecazione nei confronti di Dio quale responsabile della loro insoddisfazione e paura, e guardano alla sofferenza come una punizione inflitta da Dio. A tali persone, che hanno scelto di vivere secondo la loro volontà, Dio ha riservato un destino che la Scrittura indica come “punizione eterna”.

Dio è Signore della nostra vita dal concepimento alla morte e nessuno può sostituirsi a Lui per porre termine all’esistenza.

                                                                                                                                                      Graziano Riccioni

 

Tratto con permesso da «ILCRISTIANO» Giugno 2000  www.ilcristiano.it