Che importanza si deve dare al culto?

 

“Gradirei alcune delucidazioni concernenti il culto, come ad esempio:

a) l’importanza del culto;

b) la posizione del credente al culto;

c) il comportamento del credente al culto;

d) il tipo di preghiere da innalzare al culto.

Questo perché ritengo sia essenziale realizzare una buona comunione e non perdere mai di vista la serietà ed il valore di un tale memoriale. In attesa di una vostra benevola e fraterna attenzione, vogliate gradire fraterni saluti”.                                                                                A.D.

 

 

Rivedere la nostra vita ed il nostro comportamento alla luce delle Scritture, anche per quegli aspetti della nostra relazione con Dio che riteniamo definitivamente acquisiti, è sempre una buona cosa.

L’esortazione profetica a guardare e «domandare quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada» (Geremia 6:16) è una esigenza irrinunciabile, perché abbiamo il timore che, col passare del tempo e con la perdita del «primo amore» (Apocalisse 2:4), anche nelle nostre comunità si sia finito per «seguire sentieri laterali, una via non appianata» (Geremia 18:15).

Il culto a cui si riferisce il nostro lettore, dal momento che parla di «memoriale», è chiaramente l’incontro che normalmente viene dedicato alla «rottura del pane». Questa precisazione è necessaria perché, in altri ambienti evangelici, dando alla parola «culto» il significato più ampio di servizio (vedi Romani 12:1), la applicano invariabilmente ai diversi incontri della chiesa, per cui si hanno culti di preghiera, culti di testimonianza, culti evangelistici, ecc… Tuttavia nel considerare il «culto di adorazione» non vogliamo limitarci a qualche pia osservazione su un momento che riteniamo importante, perché tale è agli occhi del Signore, ma vederlo anche nel suo contesto più ampio, per non rischiare di svuotarlo del suo significato.

 

Nel libro degli Atti vediamo che dopo la nascita della chiesa, i primi cristiani, erano perseveranti: «nell’attendere all’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere» (Atti 2:42).

Questa precisazione è estremamente preziosa perché ci mostra gli elementi che caratterizzavano l’attività ecclesiale dei primi giorni.

Quasi certamente, questi quattro elementi erano contemporaneamente presenti negli incontri della chiesa. Solo più tardi, per un principio di ordine, si notano degli incontri distinti, più specifici, dedicati a ciascuno di questi aspetti così essenziali per la vita comunitaria (Atti 12:5; 20:7).

Col passare dei secoli a seguito delle deviazioni della Chiesa Romana, la «rottura del pane» perse il suo carattere di momento commemorativo, in cui stava al centro il Signore come oggetto di adorazione, per diventare un momento sacramentale con tutte le deviazioni che ne sono derivate.

Con l’avvento della riforma certi errori sono stati respinti, ma per delle ragioni che non enumereremo, ma che non sempre trovano una giustificazione biblica, la «rottura del pane» è diventata una cerimonia saltuaria.

 

Perciò, rispondendo al nostro lettore, non abbiamo timore di affermare l’importanza della rammemorazione come momento che, vedendoci raccolti attorno ai simboli che ci parlano dell’opera di Cristo, ci porta ad esaltare il nostro Dio, ad adorarLo, ed a rendere a Lui solo il culto che è tributo di onore e venerazione (Matteo 4:10; Giovanni 4:23-24).

Un momento quindi solenne di impegno e di riconoscenza che deve vedere la totale partecipazione del credente, senza riserve di sorta. Come spiega l’apostolo Paolo, ognuno deve esaminare se stesso (1 Corinzi 11:28), per evitare che l’affermazione di comunione con il Signore e con i fratelli, non sia rinnegata da peccati nascosti ed inconfessati o da disaccordi con i fratelli (Matteo 5:23-24).

Può essere opportuno ricordare qui la riflessione dell’Ecclesiaste: «Bada ai tuoi passi quando vai alla casa di Dio, e appressati per ascoltare, anziché per offrire il sacrificio degli stolti, i quali non sanno neppure che fanno male. Non essere precipitoso nel parlare, ed il tuo cuore non si affretti a proferir verbo davanti a Dio; perché Dio è in cielo, e tu sei sulla terra; le tue parole siano dunque poche» (Ecclesiaste 5:1-2).

 

È evidente dunque che se si è riuniti per ascoltare il Signore e per concentrare la nostra attenzione su quell’opera che verrà ricordata per l’eternità (Apocalisse 5:9-13), si dovrà, per principio di ordine, rimanere su questo tema. Inoltre, in questo incontro, deve essere concessa a tutti i credenti la libertà di esprimere la propria gratitudine e la propria gioia al Signore, esercitando, sotto la guida dello Spirito Santo, il sacerdozio universale dei credenti (1 Pietro 2;9; Apocalisse 1:6). Perciò le nostre preghiere e le nostre espressioni di ringraziamento, dovrebbero avere come centro il Signore e non l’enumerazione dei nostri bisogni personali o delle nostre miserie.

Certo il Signore comprende anche i Suoi figli che non sanno esprimersi correttamente, ma questo non  deve essere una scusa per restare in uno stato di infanzia e di carnalità.

In questo campo ed a questo riguardo vi è ancora molto spazio per arrivare ad una maggiore consapevolezza di che cosa sia l’adorazione, per viverla più intensamente.

Gli anziani che hanno veramente a cuore il progresso del gregge (1 Pietro 5:2), dovrebbero impegnarsi a presentare con chiarezza l’insegnamento biblico.

 

Purtroppo, come si dice, ogni medaglia ha il suo rovescio.

Se da un lato ci rallegriamo che nelle chiese vi è questo desiderio di dare spazio all’adorazione ed alla proclamazione della centralità del Signore Gesù Cristo, si deve anche aggiungere con onestà che sovente «l’oro si è oscurato e l’oro più puro si è alterato» (Lamentazioni 4:1).

Come abbiamo osservato all’inizio, nella chiesa primitiva i cristiani erano perseveranti nell’attendere non solo al «rompere il pane», quello che noi chiamiamo «culto di adorazione», ma anche all’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna e nelle preghiere. Da questa indicazione della Scrittura deduciamo perciò che quei cristiani davano la medesima importanza e quindi la stessa frequenza a ciascuno di questi momenti della vita comunitaria.

Possiamo noi dire che oggi avviene la stessa cosa nella chiesa del Signore?

Quasi ovunque noi costatiamo una buona frequenza al «culto» e poi una enorme disattenzione ed assenza agli altri incontri.

Su quale insegnamento biblico ci si fonda per giustificare questo comportamento?

E non si venga a dire che ci sono delle motivazioni valide per essere assenti, salvo quelle dell’indifferenza, della freddezza e dell’attaccamento egoistico agli interessi che un giorno saremo chiamati ad abbandonare repentinamente.

Quando pensiamo che in una settimana ci sono 168 ore e per molti cristiani le due orette prese per partecipare al culto sono le uniche dediche al Signore, allora sorgono molti interrogativi e ci si domanda quanto è stato capito del Vangelo e del Signore Gesù Cristo.

Certo, sappiamo bene che in questi casi, si dice subito che si può benissimo pensare al Signore e servirLo in casa propria, ma queste sono scappatoie che esulano dalla norma scritturale.

L’esortazione della Parola di Dio non fa certe distinzioni, ma ci dice perentoriamente di: «non abbandonare la nostra comune adunanza» (Ebrei 10:25).

Il divario di presenza fra il «culto di adorazione» e gli altri incontri è un problema molto grave che non può lasciarci indifferenti, e che ci costringe a domandarci se non ci siano errori di impostazione e di accentuazione.

A veder le cose come stanno, c’è da chiedersi se non si stia facendo il culto del «culto».

Questo significa che non si è ancora capito che il «culto di adorazione» non è fine a se stesso, ma un momento di incontro collettivo per esprimere una realtà che deve caratterizzarci continuamente.

 

Ora, qualcuno potrebbe pensare che la frequenza a tutti gli incontri sia l’ideale, ma in mancanza di questo sia bene avere almeno la partecipazione al culto.

Rispondiamo che la Scrittura non ci autorizza a fare simili concessioni.

Anzi ci deve essere coerenza su tutta la linea.

Il Signore non si accontenta di meno.

Pensiamo ai culti solenni che il popolo di Israele presentava a Dio; non trovandosi però questo popolo nelle giuste condizioni spirituale, il Signore disse loro: «Questo popolo Mi onora con le labbra, ma il cuore è lontano da Me. Ma invano Mi rendono il loro culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Marco 7:6-7; Isaia 1:10-17; Matteo 15:8-9).

Qualcosa di simile l’apostolo Paolo lo dice alla chiesa di Corinto.

Anche i Corinzi credevano di essere a posto e di presentare un culto a Dio, ma l’apostolo deve disilluderli dicendo: «Mentre vi do queste istruzioni, io non vi lodo del fatto che vi radunate non per il meglio, ma per il peggio» (1 Corinzi 11:17) questo ci ricorda come sia facile per noi accontentarci della forma esteriore, mentre il Signore guarda al contenuto.

E tanti di quelli che noi consideriamo dei bei «culti», per il Signore non lo sono affatto.

Perciò non accontentiamoci di considerare importante e serio un determinato tipo di incontri, ma ricordiamoci che ogni tipo di incontro nel Nome del Signore, ha valore e importanza per la presenza stessa di Cristo ed è veramente grave che si mostri disattenzione ed indifferenza, oppure si stabiliscano dei diversi livelli di importanza che non hanno nessun sostegno da parte delle Scritture.

«Io vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio; il che è il vostro culto spirituale» (Romani 12:1).

 

 

 

Tratto con permesso, e liberamente adattato, da «IL CRISTIANO» maggio 1981  www.ilcristiano.it