STORIA DI VALERIE

 

Testimoniare agli Ebrei che Cristo è il Messia non è un impegno senza speranza, come qualcuno potrebbe pensare. Infatti anche nel popolo di Dio dell’Antico Patto ci sono persone, come Valerie, che cercano la verità con cuore sincero ed aperto.

 

Una famiglia devota e religiosa

Sono nata a Parigi, in una famiglia giudea immigrata in Francia dall’Algeria negli anni ‘60, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Sono cresciuta in una famiglia che amava mantenere le tradizioni ebraiche.

Nonostante vivessimo in una società non giudaica, andavamo regolarmente in sinagoga, osservavamo le feste ebraiche e mangiavamo kosher, vale a dire secondo le regole alimentari rabbiniche.

Mi piaceva far parte di quella realtà, anche se non era sempre facile essere ebrea in una città come Parigi, dove purtroppo era facile scontrarsi con dei pregiudizi antisemiti.

 

I ricordi dell’infanzia mi riportano ad un periodo sereno e felice.

Tra i miei ricordi più vivi, c’è quello dell’appuntamento del venerdì sera con mio padre, che mi portava alla sinagoga vicino a casa.

Sapevo che c’era Dio perché me lo avevano insegnato, ma lo capivo anche in modo razionale: guardando la natura, mi accorgevo dell’esistenza di Qualcuno più grande di noi. Quello che non sapevo è che era un Dio con cui era possibile avere un rapporto personale e pensavo fosse troppo lontano da raggiungere.

Avevo anche sentito parlare di Gesù, ma nella mia mente era solo un uomo morto, un personaggio importante per i cristiani, ma non certo per gli Ebrei.

 

Una visita… una sfida

Questa mia convinzione fu sfidata il giorno che alla nostra porta bussò una donna italiana, proveniente dalla Sicilia, che diceva di avere un messaggio importante per noi.

...incominciò a parlarci di Gesù e del fatto che era un ebreo proprio come noi!

Con gran rabbia le risposi che stava solo perdendo del tempo prezioso, perché noi Ebrei abbiamo già un Dio e non crediamo in nessun altro. Gesù non era per noi Ebrei! ...e poi, non era morto?

Se era davvero vivente come diceva quella sconosciuta... dov’era?

Fui di nuovo sfidata dalla frase: “Vai nella tua stanza e chiedigli di rivelarsi a te personalmente!”
“Non penserà mica che sono matta!”,
fu la mia risposta e la donna ci lasciò.

Io che sono molto curiosa di natura, in realtà avevo deciso di accettare la sfida.

Assicurandomi che nessuno mi avrebbe visto o sentito, mi chiusi nella mia stanza e prima di addormentarmi, ad alta voce, chiesi a quel Gesù che credevo morto, se era davvero vivente di mostrarmelo.


Gesù è vivente!

La stessa notte mi turbò un sogno: qualcuno, che stava cercando di uccidermi, fuggì da me quando vide che in mano avevo un libro, il libro della vita.

Ricordo che nel sogno guardai quel libro e mi accorsi che era la Bibbia, un libro che non avevo mai avuto in casa. Avevamo la Torah, i libri di letteratura rabbinica, ma di certo non la Bibbia dei cristiani.

Mi svegliai turbata, ancora con il cuore in gola.

Mi venne subito alla mente che la donna venuta a parlarci di Gesù mi aveva lasciato un libro... incominciai a leggerlo.

Iniziai dal Salmo 22 e fui particolarmente toccata dal versetto 18: “Si spartiscono fra loro i Miei vestimenti e tirano la sorte sopra la Mia veste”.

Di chi si stava parlando?

Di Gesù o di qualcun altro?

Continuai la mia lettura nel Nuovo Testamento.

Poco a poco il Signore mi trovò.

Mi toccò il cuore.

Piansi e capii di essere una peccatrice.

Avevo cercato il Signore e Lui mi aveva trovato.

Avevo trovato il mio Messia, con il quale ora avevo un rapporto personale, non lontano e distaccato.

Capivo anche di non aver perso la mia realtà di ebrea, ma di averla trovata nel mio Messia!


In famiglia: una dura reazione

La stessa donna che mi aveva parlato di Gesù, mi offrì di trascorrere insieme a lei un periodo in Italia e io accettai con molto entusiasmo; mi fu di grande aiuto trascorrere del tempo approfondendo la mia conoscenza delle Scritture.

Presto scoprii di non essere l’unica ebrea a credere in Gesù ed ero così felice che volevo raccontare quello che avevo capito alla mia famiglia, che ancora non sapeva della mia conversione.

Avevo molta paura della loro reazione che, infatti, fu molto dura.

Pensavano che fossi finita in una sètta e che fossi impazzita.

Una volta mandarono persino la polizia.

Mi dissero che non mi consideravano più loro figlia.

Soffrivo nel vedere quel “velo sui loro occhi” che impediva loro di vedere la verità.

La tensione aumentò quando annunciai che stavo per partire per Israele, per un breve periodo. Sentivo il desiderio di visitare quella nazione che prima della conversione non mi aveva mai attratto.

La mia famiglia, pur essendo ebrea, non era e non è tuttora sionista, cioè non credeva nell’importanza del ritorno degli Ebrei in Israele e per questo fui molto contrastata anche in quella scelta.


Un viaggio avventuroso

Il viaggio verso Israele prese presto tutte le caratteristiche di un’avventura guidata dall’Alto!

Durante lo scalo in Grecia, persi la coincidenza (per aver malinteso l’orario di partenza) e quindi tutti i documenti e i pochi soldi con cui ero partita che erano già sulla nave che ci avrebbe portato in Israele.

Chiesi disperata ad un pescatore a riva che mi portasse con la sua piccola barchetta in quella che pensavo essere la direzione che la nave aveva preso.

Quando all’orizzonte apparì la nave ci avvicinammo velocemente e io incominciai ad urlare perché mi notassero.

Un gruppo di passeggeri alla mia vista incominciò ad applaudire.

Provai un gran senso di sollievo fino a quando mi resi conto che non avrebbero potuto aprirmi per farmi salire, perché la nave era già al largo.

Alcune delle persone che avevano assistito al mio arrivo, decisero di formare una scala umana... mi ritrovai sulla nave ancora incredula di avercela fatta!

Decisi di andare a ringraziare il capitano che pensavo avesse fermato la nave per darmi la possibilità di salire.

“La nave è ferma per un guasto improvviso” — sorrise il capitano.

La mano del Signore era su di me e nonostante le difficoltà sapevo che Lui stava dirigendo il mio cammino.

 

Da turista e cittadina israeliana

Era una notte fredda, quella del gennaio del 1989, quando per la prima volta misi piede in Israele.

Era un miracolo che fossi arrivata.

Nel mio cuore sentivo ancora il dolore delle parole della mia famiglia che mi stava facendo guerra, contrastandomi con durezza.

Il Signore mi aveva portato in Israele e, quello che io pensavo essere solo un breve viaggio, si trasformò in qualcosa che avrebbe dato alla mia vita una direzione inaspettata.
Un giorno ricevetti una telefonata a casa delle persone che mi ospitavano.

Qualcuno voleva parlare con me.

Diceva che il mio nome appariva tra i nominativi di un esame d’ammissione ad un corso per assistente dentistico.

Ancora oggi io non so come il mio nome possa essere finito in quella lista.

Risposi che non ero interessata perché ero solo una turista e che sarei tornata in Francia dopo non molto tempo.

La donna al telefono insistette che io mi presentassi e quasi per scherzo accettai, spinta in parte dalla paura di tornare in Francia, dove avrei dovuto riaffrontare la mia famiglia.

Il giorno del concorso scoprii, con mia gran sorpresa, che tutto l’esame era in ebraico e io non sapevo neanche una parola! Sorrisi e dissi che non potevo partecipare, a meno che qualcuno non mi traducesse in francese o in inglese.

La risposta fu negativa.

Non avendo niente da perdere, decisi di mettere a caso le crocette sulle risposte e ovviamente fui la prima a finire e ad andarmene.

Potete immaginare lo stupore che provai il giorno che ricevetti la telefonata in cui mi si diceva che avevo passato l’esame e che ero stata ammessa al corso!

Non potevo proprio crederci.

Il Signore aveva un piano diverso dal mio e me lo stava facendo capire tramite delle situazioni che ripensandoci avevano dell’incredibile.

Sono passati tanti anni da quel momento.

Ora sono una cittadina israeliana. Ho imparato l’ebraico mentre frequentavo il corso per assistente dentistico.

Potete solo immaginare quanto difficile sia stato imparare la lingua mentre frequentavo quel corso, dovendo studiare con la misera conoscenza di ebraico che avevo.

Quel corso fu principalmente una scuola di vita in cui stavo toccando con mano la fedeltà del Signore.

Per la grazia di Dio, superai quei momenti di gran difficoltà, di solitudine e alla fine del corso, durato un anno, fui promossa!

Immediatamente mi si aprì la porta per il lavoro per il quale avevo studiato presso l’ospedale Hadassa, di nuovo tramite una telefonata inaspettata!

Era un altro miracolo che mi confermava che il mio posto era Israele.

Non avevo mai pensato che avrei lavorato in questo settore e per di più in Israele!

Ma questo era il piano di Dio per la mia vita, perché fossi una testimonianza tra il mio popolo.
Passarono ben quattro anni prima del mio ritorno in Francia per una breve visita e affrontare la mia famiglia era sempre una scelta difficile e dolorosa.

Ci sono stati piccoli miglioramenti nel nostro rapporto e di questo ringrazio il Signore.

Lascio come soggetto di preghiera la conversione dei miei cari, ancora tanto lontani dalla verità.


Questa è in breve la storia di come il Signore ha cambiato il mio cuore, trasformando la mia vita interamente.

Vivere in Israele non è sempre facile e spesso avverto la solitudine e la mancanza della mia famiglia. Ma Dio continua a provvedere ai miei bisogni e con la mia presenza qui posso testimoniare che Gesù è il nostro vero Messia, il Figlio di Dio, ancora vivente e che non ha dimenticato il Suo popolo.

 

Valerie
(Testimonianza raccolta e tradotta da Anna ed Aaron Hornkohl)

 

 

Tratto con permesso, e liberamente adattato, da «IL CRISTIANO»   maggio 2003   www.ilcristiano.it