Il cancro mi faceva paura, ma l’idea di stare al chiuso mi terrorizzava

 

Soffro di claustrofobia

 

Speravo in una liberazione a metà e ho ricevuto il massimo!

 

 

“Signora, lei ha un carcinoma papillare”.

Chi mi parlava era una dottoressa e io non mi aspettavo una risposta simile dall’esame istologico, dopo che mi era stata asportata la tiroide, piena di noduli, venti giorni prima.

Ci rimasi molto male.

La dottoressa mi spiegò che erano rimaste alcune cellule, che avrebbero potuto riprodursi e che avrei dovuto fare la radioterapia. Mi disse che si trattava di una cura che si fa in un luogo chiuso, sterile e in completo isolamento.

Oggi ho 62 anni e ho sofferto sempre di claustrofobia.

Alle parole della dottoressa non mi sono tanto spaventata per la malattia, quanto per le cure che mi proponeva!

L’idea di stare isolata mi terrorizzava.

Andai all’ospedale San Raffaele di Roma, che è immenso.

Per trovare la strada nei vari reparti si devono seguire certe strisce sul pavimento: nere, arancione, gialle.

Il posto dove dovevo andare era nel sottosuolo. Mi sembrava un bunker.

I corridoi non finivano mai e tutto era silenzioso.

Sentivo freddo, ero senza forza, muta, rassegnata, come una pecora portata al macello.

Mi chiamano per fare una scintigrafia.

E’ un altro incubo: la stanza è un frigorifero.

Mi sdraiano su un lettino e una macchina passa su e giù sul corpo. Mi sembra di non riuscire a respirare.

Finito l’esame, mi dicono che devo fare dell’altro.

Mi danno una compressa di iodio radioattivo e mi fanno ogni tipo di raccomandazione.

Per tre giorni devo stare lontana da tutti, usare solo piatti e posate di plastica, lavare il bagno con molta acqua quando lo usavo.

Passati tre giorni, devo tornare per verificare i progressi della cura sulle cellule cancerose.

Purtroppo, le cellule c’erano ancora e dovevano essere bombardate con una dose più forte di iodio radioattivo.

Il problema era che il trattamento doveva essere fatto in una stanza senza finestre e chiusa dall’esterno.

I cibi me li passavano come a una carcerata.

Niente visite, i vestiti che indossavo li avrei dovuti buttare, dovevo usare poca acqua.

Era una situazione fatta apposta per una che soffre di claustrofobia!

Sono stati tre giorni terribili. Non ho mai dormito e non potevo stato ferma...

Il quarto giorno mi hanno rimandata a casa.

Che gioia rivedere luce e sentire i rumori del mondo.


Ero molto giù di nervi e ho pianto per una settimana, poi, con l’aiuto dei Signore, mi sono ripresa.
Dopo un anno, viene il momento di rifare i controlli, ripetere la scintigrafia e forse passare altri tre o quattro giorni in quella camera...

Parlando con altre donne, avevo saputo che si trattava di una cura che spesso si doveva ripetere.
Ho pregato molto e ho chiesto ai fratelli in fede di pregare per me.

Ho chiesto al Signore che facesse quello che era bene per me e mi desse la Sua pace.

Un versetto della Bibbia mi ha aiutata tanto: “L’Eterno è buono; è una fortezza nel giorno della distretta, ed Egli conosce quelli che si rifugiano in Lui” (Nahum 1:7).

Era la parola di cui avevo bisogno.

Era come se il Signore mi dicesse: Angela, Io ti amo”.

Mi è sembrato quasi di poter toccare quell’amore che mi inondava, credevo di essere già in cielo. Se è stato così bello qui in terra, chissà come sarà quando ci saremo davvero!

Ho rifatto la scintigrafia e mi vengono i brividi nel ripensare al momento in cui la dottoressa dopo averla esaminata, mi ha detto: “Signora, lei è completamente guarita, non ha più niente, non deve più fare niente...”.

Rimango trasecolata e non ascolto più la dottoressa che continua a parlare.

Non mi aspettavo una risposta cosi straordinaria dal Signore...

Gli avevo chiesto solo di risparmiarmi  quei tre o quattro giorni nella camera chiusa e Lui mi ha guarita!

Mi ha dato il massimo.

Ho scritto questa testimonianza, che forse sarà letta da qualcuno col cuore a pezzi, in un momento di grande dolore o di lotta, per dirgli che il Signore lo ama. Chi crede in Lui e si affida a Lui non è mai solo.


Angela De Angells

 

Tratto da «LA VOCE DEL VANGELO»  dicembre 2005