L’OPERA DI DIO

NELLA MIA VITA

 

Il 4 maggio ha concluso il suo cammino su questa terra il fratello Mario Vonwiller. La figlia Clara ha trovato fra le sue carte una testimonianza autobiografica scritta nel 1988 che, oltre ad offrire motivi di riflessione e d’incoraggiamento, allarga la nostra conoscenza della vita in questo secolo.

 

La mia infanzia

Sono stato invitato all’età di 76 anni a stendere alcuni accenni autobiografici, ricavati dalle mie memorie.

Lo faccio “con timore e tremore”, supplicando il mio Signore perché mi tenga nei limiti dovuti alla verità, in modo che non venga spinto dalla carne, ma piuttosto che possa unirmi “ad ogni cosa che respira” per lodare Dio nella Sua gloria (Salmo 150:5).

Della mia infanzia posso parlare solo attraverso pallide immagini scolpite nella mente e poche lettere, nonché attraverso foto vecchie come me ma ancora ben conservate e nitide, che mi ritraggono all’età di due anni circa.

 

Dio ebbe cura di mia madre nella sua triste esperienza

Qui mi vedo allineato in mezzo ad altri bimbi che, come me, avevano trovato dopo la loro nascita un candido lettino e un’accoglienza caritatevole nell’Asilo Materno in via del Romito, 34 a Firenze, la cui direttrice, signorina Elettra Brasca, era un’evangelica che frequentava con sua sorella Modesta e con sua madre la locale assemblea dei Fratelli in via della Vigna Vecchia.

La cara ed amata Elettra, molto sensibile ed affettuosa, aveva consacrato tutta la sua vita e le sue affermate doti all’infanzia, rimanendo per questo nubile.

Fu lei a circondare di affetto e di comprensione mia madre, Fanny, durante i mesi di gravidanza resi ancor più affannosi dal suo essere ragazza madre.

Mia madre, originaria di S. Gallo (Svizzera) aveva conosciuto in quella città un bel giovane studente di nome Mario: un italiano, che le aveva fatto la corte e che, in un momento dei soliti capricci giovanili, l’aveva sedotta, rientrando poi a Firenze e lasciandola nei pasticci.

L’infelice giovinetta non raccontò nulla ai genitori, ma scese in Italia, portando con sé il suo segreto.

Cosa avvenne di preciso a Firenze in casa di Mario lo sanno solo il Signore e i protagonisti di allora.

Oggi, dalla mia umile esperienza, possono riconoscere che vi sono per gli uomini molte domande che rimangono senza risposta.

Infatti non mi fu mai raccontato per filo e per segno che cosa in realtà accadde né io ho mai provato il desiderio di riaprire nel cuore di mia madre una vecchia e profonda cicatrice. So soltanto che ella incontrò da parte di chi doveva rispondere al grido muto di una nuova creaturina il più gelido rifiuto.

Ma in questo stato di grave abbandono Dio non la lasciò confusa, ma le concesse d’incontrare nella direttrice del Rifugio per bimbi abbandonati, Elettra Brasca appunto, una donna piena di compassione che la sostenne moralmente durante i difficile mesi dell’attesa.


Adottato da una coppia di missionari inglesi ad Arezzo

Nacqui il 17 marzo 1912 e fui ricoverato in questo Rifugio, dove trovai nella direttrice una seconda mamma, che si prese molta cura di me tanto che spesso mi portava a casa dalla “nonna”.

“Il Padre degli orfani” vegliava su di me prima ancora che nascessi e provvide perché alla mia nascita trovassi un nido che mi accogliesse.

Dopo due anni mia madre lasciò Firenze e si recò in America in cerca di lavoro.

Negli Stati Uniti, conobbe uno svizzero che la sposò.

Più tardi seppi che lei gli nascose però di avere un figlio in Europa. Anzi dopo il matrimonio interruppe ogni comunicazione epistolare con me. Furono le autorità svizzere a rintracciarla quando avevo 17 anni e dovevo scegliere la mia nazionalità. Lei riconobbe che ero suo figlio, così potei avere la cittadinanza svizzera.

Il mio patrigno seppe di me soltanto qualche anno più tardi e sotto le mie pressioni.

Ritorniamo però un passo indietro all’Asilo materno di Firenze, dove trascorsi due anni sotto le cure premurose della direttrice che chiamavo “mamma”.

Ella ebbe occasione di incontrare una giovane coppia di missionari inglesi che erano scesi in Italia […] per lavorare nella vigna del Signore. Essendo senza figli, desideravano adottarne uno; ne parlarono con la direttrice Elettra che li portò nell’orfanotrofio dove  ero ospitato insieme ad altri piccoli compagni di sventura.

Non seppi mai né mai domandai come avvenne quella scelta. Fatto sta che mi venni a trovare all’improvviso in una casa privata ad Arezzo, in via Curtatone 17, presso i coniugi missionari Nelly e Carlo Pinkham.

Per amore del Signore fui accolto affettuosamente in casa dei miei nuovi genitori. Specialmente lei, Nelly, fu per me la “balia fra le donne d’Israele” (Esodo 2:7) che mi nutrì in speranza del latte puro della Parola di Dio, in modo che più tardi, quando giunse anche per me il momento della conversione, scelsi di “vivere col popolo di Dio, anziché godere per breve tempo i piaceri del peccato” (Ebrei 11:25).

Gli anni della mia infanzia ad Arezzo rispecchiano quello che ricorda il fratello Artini nel libro “Sulle ginocchia del cuore”, edito a cura di Paolo Moretti: la famiglia Peruggia ed altri sconosciuti di nome furono le stimate persone evangeliche che mi circondarono e mi dimostrarono “la santa bellezza della vita prodotta dal cristianesimo puro: fede e opera, cammino nella verità e nell’amore, sana dottrina e vita coerente” (op. cit. pag. 304).
E’ probabile che le pratiche per l’adozione non abbiano mai avuto luogo, perché dopo tre o quattro anni della mia permanenza ad Arezzo, i coniugi Pinckham ebbero la gioia di avere un proprio figlio, Norman, e la mia presenza in seno a questa cara famiglia non poté protrarsi più a lungo anche per ragioni finanziarie.


A Pescara con Camillo Pace

Nel 1919 passai alla famiglia del compianto fratello Camillo Pace a Pescara, dove risiedeva anche la signorina Lilian Stockman, una missionaria inglese che svolgeva la sua attività fra i bambini e le donne.

Non so come si svolse il piano divino che mi portò nella città abruzzese; ricordo fuggevolmente che mi fu detto che in casa Pace c’era un maschietto, quasi mio coetaneo, che cercava ansiosamente un compagno di gioco.

Babbo Pace era un evangelico […] e mi fu un vero padre in ogni senso.

Al mio arrivo conobbi suo figlio adottivo Aurelio che mi fu fratellino e amico d’infanzia.

In questo mio nuovo focolare domestico, in via della Pineta, Villa Scala, ho trovato ciò di cui un semiorfano ha bisogno: sostegno, educazione materiale e spirituale.

Oggi, a tanti anni di distanza da quei giorni spensierati, ricordo con commozione che in quella casa ricevetti salutari insegnamenti evangelici per la critica età della fanciullezza e della pubertà ed imparai ad amare la Bibbia, il “vecchio libro” che sarebbe diventato il “compagno” fedele della mia vita: “O Dio, Tu mi hai ammaestrato fin dalla mia fanciullezza” (Salmo 71:17).

Quante volte mi sono gettato fra le braccia dei miei benefattori singhiozzando come un fanciullo senza protezione e senza conforto. Le loro parole d’affetto che ascoltai per tanti anni infusero in me nuovi sentimenti, nuove idee, nuove aspirazioni, dando alla mia vita un indirizzo chiaro, fermo, vigoroso.

 

Una famiglia ricca di valori

La casa del fratello Pace era paragonabile ad una delle bibliche “città di rifugio”, perché sempre aperta a tutti.

Quanti cuori oppressi hanno trovato fra quelle mura una mano pietosamente tesa, pronta a rialzarli, ed hanno ascoltato una parola dolce e comprensiva capace di consolarli (Isaia 50:4)!
Dopo pochi anni la famiglia aumentò con l’arrivo di altri orfanelli adottati: un maschietto, Toio e una femminuccia, Nina (quest’ultima tuttora vivente ed ospite della Casa di Riposo “Il Gignoro” a Firenze, n.d.R.).

Non dimenticherò mai le gradite visite in casa Pace di fedeli missionari e instancabili operai del Signore italiani e stranieri, nonché le loro sane conversazioni e i loro vibranti messaggi che Dio ha usato per preservarmi da gravi cadute e per condurmi infine alla decisione definitiva di riconoscere Gesù come mio solo Salvatore!

Altre due qualità spiccavano in modo specialmente luminoso in quella casa: l’umiltà e la fede.

Alla pregiata scuola di questi due egregi pedagoghi io e gli altri bimbi siamo stati allevati ed elevati verso pensieri e valori più nobili.

La loro influenza ha lasciato nella mia vita profondi solchi di benedizione.

Quando correvo dietro le chimere, mi si diceva: “Fermati presso la croce!”.

Quando provavo troppa superbia per il mio avvenire mi si diceva: “Umiliati davanti all’Agnello di Dio!”.

Quando mi perdevo per vie traverse (e quante volte è accaduto!), mi si diceva: “Impara a sperare in Gesù!”.

A Pescara fui battezzato insieme ad Aurelio il 19 luglio 1929.

Gli anni sono passati e il tempo e la morte fisica mi hanno diviso da tanti cari strumenti di cui Dio si è servito per il mio sviluppo fisico e spirituale e il cui dolce ricordo vibra ancora oggi nell’animo.

Ciò che non potei mai fare (e che non potrò mai!) è di contraccambiare il bene immenso ricevuto, perché siamo sempre debitori a qualcuno di qualcosa, specialmente nell’amore (Romani 13:8).

Quello che posso fare è ringraziare ogni giorno il Sommo Dispensatore di ogni bene, per i conduttori e le conduttrici collocati con sapiente vigilanza al mio fianco e pregarLo perché la mia vita, che Egli ha liberato dal fuoco eterno, possa glorificarLo, affinché non debba vergognarmi di me nel giorno in cui comparirò davanti al Tribunale di Cristo (2 Corinzi 5:10).

 

 Da Pescara alla Svizzera

A 17 anni, dopo aver conseguito la licenza ginnasiale a Pescara, dovetti prendere una dolorosa decisione.

La famiglia Pace, nella quale si viveva molto modestamente, benché non fosse mai mancato sulla tavola il pane quotidiano, non poté farmi proseguire nei miei studi liceali.

Questa situazione finanziaria produsse in me un’indifferenza apatica per gli studi superiori, anche se desideravo ardentemente diventare avvocato per difendere i diritti dei poveri che notavo intorno a me bisognosi di protezione, vittime delle ingiustizie e trascurati dalle autorità (Proverbi 31:8-9).

Ma il giusto Avvocato divino mi fece comprendere meglio, più tardi, di quale Giustizia avrei dovuto essere banditore.

Dopo molte riflessioni sul da farsi, essendo io giuridicamente straniero ma senza documenti personali, il babbo Pace si rivolse all’ambasciata svizzera a Roma per ulteriori informazioni e per regolare la mia posizione, dal momento che mia madre, svizzera, non si era più fatta viva.

Le autorità svizzere, dopo assidue ricerche, rintracciarono mia madre a New York, già

sposata Hall.

Accertata la mia origine svizzera, l’ambasciata svizzera mi fornì di regolare passaporto e mi provvide un biglietto di sola andata per S. Gallo perché potessi recarmi in quella città per imparare un mestiere.

Fu nel 1930 d’inverno che abbandonai con grande tristezza la famiglia Pace e l’Italia per iniziare una nuova pagina della mia vita che, pur in un alternarsi di speranze e delusioni, conobbe ancora l’amorevole mano di Dio che mi conduceva giorno dopo giorno, in un nuovo mondo differente per la lingua, per i costumi...

La pietà divina mi seguiva e mi proteggeva dai brutti scherzi che ogni tanto mi giocava la forte nostalgia dell’Italia.


La mano di Dio ancora su di me

Quando giunsi alla stazione di S. Gallo, mi venne incontro un signore che mi chiese se fossi Mario Vonwiller.

Annuii con un cenno del capo, dal momento che non sapevo esprimermi nella lingua del paese.

Mi condusse in auto in un orfanotrofio della città e mi consegnò al direttore, signor Tschudi, del quale conserverò un eterno ricordo di gratitudine per il bene che mi fece, per la sua comprensione, per i consigli paterni, per gli insegnamenti.

Così come non dimenticherò la signora Tschudi che era una vera madre amorosa e tenera con noi, pronta a correre nel bisogno e sempre premurosa per il nostro bene.

Quante volte la incontravo per le scale!

e sempre con il viso sorridente e lo sguardo attento!

Il signor Tschudi mi suggerì d’iscrivermi alla scuola commerciale e di iniziare un tirocinio in una ditta, per ricevere dopo tre l’anni l’attestato professionale.

Prima di iniziare il lavoro di apprendista, mi fu necessario imparare la lingua tedesca che non conoscevo affatto.

Per alcuni mesi mi dedicai interamente allo studio del tedesco con lezioni private che mi prepararono, per quanto fosse possibile, a frequentare la scuola commerciale dove si parlava solo tedesco, mentre in casa, per le strade e nei negozi si parlava un dialetto che intralciava non poco per noi stranieri lo sviluppo della conoscenza della buona lingua.

L’ambiente di lavoro e di studio nel quale mi venni a trovare fu grave e pesante, ma il mio caro Docente Divino lo rese gradevole: era anche quella la disciplina che doveva dare un sicuro orientamento alla mia fede.

Del soggiorno a S. Gallo non ricordo tanto la vita monotona che condussi fra ufficio, scuola e orfanotrofio quanto piuttosto i momenti di sofferenza e di nostalgia e le esperienze spirituali che segnarono una nuova direzione nella mia vita.


Un incontro determinante

Con l’aiuto del caro babbo Pace che mi seguiva sempre col cuore, con le preghiere e con le lettere, ricevetti un giorno due indirizzi di fratelli svizzeri di S. Gallo.

Andai a visitarli, poi mi recai una domenica del luogo di culto, alla Rosenbergstrasse 42c.

Notai subito che mi trovavo nella medesima atmosfera di radunamento dei fratelli di Pescara.
Più tardi riconobbi che la Mano premurosa di Dio mi aveva guidato a conoscere questi fratelli […]. Da loro infatti ricevetti un forte sostegno morale e spirituale.

I fratelli Gamper, Kupfer, Rufle, Tanrìer, Torge, Zutter e Kiene a S. Gallo e Herter a
Winterthur, con le loro famiglie, restano nomi scolpiti nel mio cuore.

Questi fratelli mi ammisero alla tavola del Signore e furono gli strumenti usati da Dio per inculcarmi i principi biblici che seguo, credo e predico ancora oggi.

Con loro restarono ininterrotti i rapporti di familiarità divina anche quando nel 1934 ritornai in Italia, prima a Pescara, poi a Milano e Firenze.

Sono certo che mi hanno accompagnato con le loro preghiere e le loro intercessioni davanti al Trono della Grazia.

E’ difficile per la mia mente descrivere con linguaggio appropriato le copiose benedizioni che la mia vita ricevette da Dio attraverso questi fratelli durante il mio breve soggiorno a S. Gallo.

 

La guida del Signore nel soggiorno a Milano

Rientrato in Italia nel 1934 per la forte nostalgia dei miei cari, mi recai a Pescara dal babbo Pace per un breve tempo.

Qui ebbi una forte crisi spirituale che si protrasse per alcuni mesi, ma il Signore non mi lasciò anzi fece in modo che potessi trovare a Milano un impiego presso la filiale di una ditta tedesca, l’Adrema, che cercava appunto un impiegato che conoscesse la lingua tedesca.
Così nel luglio 1935 abbandonai di nuovo la generosa casa Pace per recarmi a Milano.

Non persi tempo a prendere contatto con la comunità […] di via Capri dove rincontrai visi che avevo conosciuto tempo addietro a Pescara e, fra questi, lo stimato fratello Daniele Valente e la sua simpatica moglie Ada che mi aprirono subito la loro casa ospitale che divenne per me un asilo ed un rifugio nelle ore tempestose della mia vita giovanile.
A Milano veniva una volta al mese il fratello Daniele Bianco di Voghera (PV) per tenere degli studi che mi scossero energicamente.

Il 10 gennaio 1936 (ricordo ancora bene la data!) mi alzai la sera nell’adunanza e davanti a tutti diedi la mia testimonianza esprimendo il desiderio di voler consacrare la mia vita al Signore.

Spesso andavo a Voghera dal “nonno” Daniele per incontrarmi con lui e chiedergli spiegazioni su passi biblici che erano per me dei bocconi troppo acerbi ed egli, con pazienza e bontà squisite, mi conduceva lungo i cortili del santuario biblico stimolandomi ad un esame più approfondito.

A Milano mi legai molto alla famiglia di Daniele e Ada Valente.

Con lui andavo spesso a visitare delle famiglie che, causa la distanza, non potevano frequentare le adunanze della chiesa.

In questo periodo conobbi il lavorante di un negozio di parrucchiere, presso il quale mi recavo spesso per farmi fare la barba e i capelli.

Un giorno gli parlai del Signore e gli consegnai un Nuovo Testamento.

Antonio, questo era il suo nome, lo portò a casa e lo mostrò alla vecchia madre, donna molto bigotta, la quale però, dopo averlo letto, esclamò: “Ecco il libro che da tanto tempo cercavo!”.

Così si aprì una nuova porta.

Con il fratello Daniele visitammo spesso quella famiglia che si convertì interamente a Cristo.
La famiglia De Santis, così si chiamava, dovette ritirarsi durante le seconda guerra mondiale nel paese d’origine, S. Marco in Lamis (FG) dove diede inizio ad una testimonianza che è viva ancora oggi.

 

Un’inaspettata porta aperta

Le esperienze fatte durante il soggiorno di Milano mi spinsero a considerare seriamente la mia formazione biblica: da un lato desideravo accrescere le mie ancora scarse conoscenze; dall’altro lato, desideravo diventare capace di proteggere la fede evangelica e di vivere in modo pratico e coerente il cristianesimo in mezzo ad una società traviata.

Il mio desiderio conobbe l’esaudimento in modo molto originale.

Ogni anno, come ancora oggi, vi erano delle agapi a Spinetta Marengo (AL) che frequentavo sempre.

Nel 1937, trovandomi a quest’agape, ebbi il piacere di conoscere un fratello tedesco […], Erich Sauer con la sua consorte, che stavano facendo un lungo viaggio missionario all’estero. Mi fu chiesto di tradurlo nel messaggio al culto (parlò su Apocalisse 5) e durante l’intera giornata fui la sua guida e il suo interprete.

Desiderando parlargli più personalmente, lo invitai a Milano.

Venne con la moglie.

Approfittai di quest’incontro per aprirgli il mio cuore e per partecipargli il mio desiderio di passare alcuni mesi in una Scuola biblica, per godere un tempo di riflessione profonda e spirituale sulla Bibbia, lontano dall’implacabile rumore della vita nel mondo.

Con mia grande sorpresa mi disse di essere il preside della Scuola biblica di Wiedenest in Germania ed aggiunse che avrei potuto subito rivolgermi alla segreteria della scuola per avere i moduli d’iscrizione. Avrebbe fatto il possibile per agevolare la pratica.

Dopo poco tempo ricevetti i moduli che rispedii, debitamente compilati e accompagnati dalla raccomandazione scritta dei fratelli dell’assemblea di Milano.

Tutto si svolse così rapidamente che già nell’autunno dello stesso anno, 1937, lasciai Milano per raggiungere la Germania.


In Germania alla Scuola biblica, poi una difficile scelta

Ai piedi del Sommo Maestro a Wiedenest ebbi la possibilità di prendere conoscenza di tante materie: dogmatica, apologetica, omiletica ed altre discipline più o meno difficili e rigorosamente scientifiche.

Sono stati giorni di ascolto e di sottomissione alla voce divina.

Come studenti ci fu concesso il privilegio di non incartapecorirci negli studi perché il pomeriggio veniva dedicato a lavori pratici e la sera venivamo invitati in località limitrofe per rendere testimonianza e collaborare con brevi messaggi biblici, secondo le nostre capacità, presso comunità in molte delle quali i fratelli erano assenti perché richiamati sotto le armi dal regime nazista.

Durante l’estate del 1938 potei conoscere ed apprezzare molti fratelli maturi nella fede e missionari che passavano da Wiedenest per parteciparci le loro esperienze sui “campi di battaglia” spirituali e per incoraggiarci a difendere con la spada dello Spirito la nostra professione di fede conservando intatto “il buon deposito”.

Il tempo trascorso a Wiedenest fu un periodo benefico che mi allargò il cuore e mi diede la possibilità di respirare a pieni polmoni “ossigeno spirituale” e di rientrare quindi in Italia, a Firenze, presso l’Istituto fondato da Giuseppe Comandi, dove iniziai il mio primo tirocinio di servizio alle dipendenze del Signore.

Voglio precisare che durante il soggiorno a Wiedenest, gli insegnanti avevano incoraggiato la mia riflessione per capire dove andare alla fine del corso di studio.

Con l’aiuto del Signore dovetti prendere una chiara decisione, perché il mio cuore mi aveva condotto a un bivio.

Infatti avevo conosciuto la vedova Senkbeil, una figlia del fratello G.B. Falda. Essa aveva sposato il fratello tedesco Emilio Senkbeil, che aveva sviluppato fra il 1911 e il 1915 una benedetta opera missionaria tra gli italiani in Germania, a Stoccarda, e nel Ticino.

Avevo conosciuto il fratello Senkbeil nei giorni della mia fanciullezza a Pescara e lo avevo stimato per la sua severità teutonica e per la dirittura biblica.

Morì all’età di 66 anni il 17 settembre 1937.

La stimata sorella Senkbeil cercò di convincermi a continuare l’opera missionaria del marito nel Ticino: là v’erano molto famiglie evangeliche isolate, che avevano bisogno di essere visitate e curate.

Quando nel 1938 rientrai in Italia, passai per il Ticino e con la vedova Senkbeil visitammo le famiglie dei credenti ticinesi.


Attratto dall’opera di Giuseppe Comandi a Firenze

Dall’altro lato, però, avevo un altro peso nel cuore.

Durante i miei ultimi soggiorni a Pescara e Milano avevo sentito parlare dell’opera del dott. Giuseppe Comandi ed avevo conosciuto questa attività per averla visitata da giovane quando nel 1922 l’indimenticabile fratello Gino Veronesi ne era l’efficiente direttore.
Il babbo, Camillo Pace, era il presidente del comitato italiano, formato “oltre che dalla vedova Comandi da un rappresentante della Tavola valdese e da tre Fratelli” che s’incaricavano del buon andamento e dello sviluppo di quest’opera.

Il fratello Gino Veronesi si era spento a soli 35 anni il 10 agosto 1935.

Ogni volta in cui sentivo parlare dell’Istituto G. Comandi il mio cuore batteva forte.

Dopo intense supplicazioni al Padre, provai intimamente la serenità d’animo e la piena libertà di consacrarmi al servizio tra i ragazzi che vi erano accolti.

L’Istituto Comandi cercava di seguire debolmente le orme del suo fondatore.

“Il buon dott. Comandi riporto uno stralcio tratta dal libro “Dall’alba al tramonto” di Giovanni Luzzi, pag. 48 era di Montalcino: di quella terra senese, che fu sempre terra di mistici. Aveva studiato legge a Siena e s’avviava alla carriera diplomatica. Sposò una figliuola di Enrico Meyer e, dopo un anno o poco più di matrimonio, perdette quell’angelo di donna e la bambina ch’ella gli aveva dato. Quella prova tremenda fu l’occasione della crisi spirituale del dott. Comandi. Egli cercò il suo conforto in quel Vangelo ch’era stato il continuo pane spirituale della sua pia e diletta compagna. Venuto a Firenze, conobbe i Valdesi, entrò nella loro Facoltà teologica e vi fece il triennio regolamentare; poi, spinto dal bisogno di uscire dal campo delle astrazioni, per entrare in quello del cristianesimo pratico e consacrarsi interamente al bene dei derelitti e dei sofferenti, fondò nel 1872 l’Orfanotrofio o l’Asilo e Istituto professionale evangelico (come fu poi sempre chiamato), ch’ei fornì di buonissime scuole e di eccellenti officine, dove gli orfani potessero prepararsi ad entrare nella vita e a guadagnarsi onestamente il pane”.

Quest’Asilo si trovava allora a Firenze in via Aretina (oggi via Vincenzo Gioberti) “e fu destinato a diventare una delle imprese più grandi del giovane mondo evangelico italiano” (Maselli, “Libertà della Parola”, pag. 38).

Per amore della verità dobbiamo dire che l’Istituto Comandi che si era più tardi trasferito in una splendida tenuta in via Trieste, 25, un enorme edificio di proprietà della Tavola valdese, che era stato chiamato “Ebenezer”, non era più negli anni 1938- 1942, quando vi giunsi, come ai tempi del suo fondatore.

Le scuole e le officine erano scomparse e i ragazzi si recavano nelle scuole statali.

 

Il servizio all’Istituto Comandi

Vi stetti dunque pochi anni e precisamente dal 1938 al mese di maggio 1942.

Vi conobbi come direttrice dell’opera la gentilissima sorella Elvira contessa Fanelli e sua figlia Marcella; lei era vedova del conte prof. Leonardo Fanelli, che l’aveva lasciata nel 1936 a soli 58 anni, restando però sempre vivente nel ricordo.

La sorella Fanelli dirigeva con giustezza e dirittura esemplari l’opera proprio in quegli anni di degradazione dei valori morali, conseguente alla disgregazione della nazione.

Fu una madre amorevole, benevola e comprensiva non solo per i ragazzi ma anche per me, sempre disposta ad ascoltare ogni cuore che desiderava aprirsi e sfogarsi in quel difficile momento storico della nostra Italia.

L’amata sorella Fanelli avrebbe chiuso la sua operosa giornata terrena per entrare nella gloria del Padre celeste nel 1959.

In quell’istituzione benefica, dove si cercava di far brillare l’Evangelo attraverso un cristianesimo pratico, mi dedicai anima e corpo ai ragazzi come sorvegliante preoccupandomi anche della loro educazione spirituale.

Mi trovai presto a collaborare alla Scuola domenicale […].

Le giornate trascorrevano molto movimentate come avviene quando si vive fra bambini di età diversa, orfani, vittime innocenti di una società travagliata. Molti di quei ragazzi divennero poi, nel corso del tempo, come venni a saper dopo, bravi padri di famiglia e operai provetti.

Devo con gioia affermare che vi passai dei giorni impegnativi ma felicissimi, perché potevo fra l’altro star vicino all’amato babbo Pace che continuava ad essere presidente del comitato dell’opera Comandi.

Così come potei stare vicino a mamma Lucietta, sua moglie, che aveva abbandonato Paglieta in Abruzzo per spingersi fino a Firenze per lavorare all’Istituto come dispensiera nella cura delle faccende di cucina, a causa della mancanza di personale in un’epoca estremamente disturbata e difficile che aveva portato le nazioni europee allo scontro bellico. Anzi la situazione tendeva sempre più al peggio e dense nuvole annunciavano all’orizzonte temporali in agguato. Infatti il console svizzero a Firenze comunicò a tutti i suoi connazionali che non poteva più assumersi ulteriori responsabilità per la loro incolumità, dal momento che la guerra si stava combattendo ai confini dell’Italia e che presto l’Italia stessa sarebbe diventata una campo di battaglia.

Fu proprio negli successivi, terribili, dell’occupazione tedesca che il mio caro babbo Pace si addormentava nel Signore, il 2 ottobre 1946 all’età di 75 anni, mentre la mamma, Lucia Scotti in Pace, si addormentava alcuni anni più tardi, il 22 febbraio 1954 all’età di 85 anni.


Costretto a lasciare l’Italia

Questo stato di cose mi costrinse, come straniero, a far bagaglio e nel maggio 1942 abbandonai nuovamente la terra italiana per ritornare nella mia patria terrena, la Svizzera, che, come un’isola in mezzo ad un mare agitato, rimaneva preservata per grazia di Dio dalla guerra attiva, sentendone da lontano gli ululati e risentendone di tanto in tanto per arrivi imprevisti alla frontiera: erano gli sventurati che chiedevano asilo politico per salvare la vita.

Ricordandomi di quanto mi aveva raccontato a suo tempo la sorella Senkbeil, mi decisi, con l’aiuto del Signore e con la raccomandazione della fratellanza italiana, di raggiungere il Canton Ticino per esaminare la possibilità di un servizio lì; così mi fermai a Locarno.

In precedenza avevo scritto alle famiglie dei credenti ticinesi esponendo il mio desiderio di fermarmi un po’ di tempo nella Svizzera italiana e ricordando che l’italiano era la mia lingua materna.

Nel tragitto Firenze-Locarno, feci tappa a Milano dove visitai i miei cari fratelli.

A Lugano mi resi conto che il lavoro missionario dei coniugi Senkbeil nel Ticino stava spegnendosi, dopo la dipartita della vedova Teresa Falda Senkbeil avvenuta il 9 ottobre 1941.

Al mio arrivo nel maggio 1942 erano rimaste fedeli solo tre famiglie evangeliche che curai fino al 1945, anno del mio trasferimento a Zurigo.

La situazione nuova che si era creata nella mia vita mi spinse a cercare un lavoro: fu una scelta saggia perché l’essere finanziariamente indipendente mi aiutò più tardi nell’iniziare l’opera di evangelizzazione fra gli italiani in Svizzera, consentendomi anche di essere libero da legami che avrebbero potuto in qualche modo intralciarmi.

Trovai lavoro prima come aiuto giardiniere presso la Pensione Iris di Monti Locarno, il cui direttore, signor Hotz, era un noto predicatore evangelico; poi, dal 31 agosto 1942, presso l’Impresa costruzioni Lucendro che lavorava sul Gottardo con uffici ad Airolo.

 

Il dono di un aiuto convenevole

Il più bel dono che ebbi dal Signore non fu solo il posto di lavoro; Egli aveva capito il mio bisogno di un “aiuto convenevole” (“Chi ha trovato moglie ha trovato un bene e ha ottenuto un favore dal Signore”, Proverbi 18:22).

Fu infatti durante il mio breve soggiorno a Locarno che ebbi il privilegio di conoscere un’infermiera comunale d’origine svizzero-tedesca che si mostrò molto gentile, cortese e premurosa nei miei riguardi.

Con il tempo nacque non solo una simpatia reciproca, ma anche il serio desiderio di legarsi l’uno all’altra nel dolce vincolo del matrimonio.

Luisa era il suo nome ed era una figlia di Dio, con un cuore molto aperto e generoso.

Non era una di quelle bellezze che colpiscono il cuore maschile sì da fargli perdere il cervello e il controllo dei suoi sentimenti. Tutt’altro. Luisa aveva delle capacità tipicamente femminili che sono oggi rare a trovarsi, talché quando essa mi lasciò nel 1982 dopo 40 anni di vita assieme, nessun altro viso femminile poté riempire il vuoto profondo nella mia vita.

Di lei posso dire come lo scrittore sacro nel Cantico dei Cantici: “Tu m’hai rapito il cuore, o mia sorella, o sposa mia” (Cantico dei Cantici 4:9) o, ancora, come il passo di Proverbi 31:29: “Molte donne si sono portate valorosamente, ma tu, Luisa mia, le hai superate tutte”.

Luisa mi fu fedele compagna per 40 anni a cominciare dai periodi difficili della guerra e del dopoguerra. Mi fu sempre saggia ammonitrice, pratica consigliera e madre amorosa, premurosa ed esemplare per nostra figlia Clara.

Ad Airolo trovammo un appartamentino formato da due piccole stanze più la cucina e vi preparammo il nostro nido nel quale doveva nascere il 4 agosto 1944 la nostra unica figlia Clara.

Il Signore ci diede così un altro scopo nella vita: allevare questa piccola nel timor dell’Eterno e guardare avanti, nonostante il mondo di allora attraversasse momenti di tormento, di crisi e di profonde trasformazioni.

Durante i tre anni trascorsi ad Airolo continuai a visitare i pochi credenti rimasti nel Ticino, ma qualche volta mi spinsi con Luisa a visitare altri gruppi di fratelli a Lucerna, a Rheinach, a Zurigo e a Winterthur.

Mi fu molto caro il tempo trascorso ad Airolo perché vi vissi momenti di raccoglimento e di silenzio che mi fecero tanto del bene.

Fu qui che compresi come il Signore mi stesse preparando per qualche compito più importante.

 

Annunciare la Parola!

Infatti giunse l’istante in cui dovemmo lasciare Airolo, perché gli uffici della ditta erano stati trasferiti in montagna ed il lavoro stava terminando.

Capii che per il bene della mia famiglia dovevo cercare un lavoro più sicuro.

Il Signore mi trovò un impiego a Zurigo presso Schweiz-Handelsgenossenschaft come corrispondente italiano e più tardi, nel 1947, presso la Polizia Cantonale come impiegato amministrativo ed interprete (lavoro che proseguii fino alla pensione nel 1977).

Con grande gratitudine al Signore, devo riconoscere che Egli non distolse mai
il Suo sguardo benigno dalla mia vita e non lasciò mancare mai nulla alla mia famiglia.

Lasciammo Airolo,io nel 1945 e Luisa e Clara nella primavera del 1946, con cuori gonfi di commozione, ricordando i giorni felici trascorsi ad un’altitudine di 1.100 mt dove spesso la neve sembrava non sciogliersi mai.

A Zurigo potemmo trovare un appartamento alla Ottikerstr. 8 in una casa di proprietà del fratello Conod, membro della comunità che noi frequentavamo alla Friedensgasse.

Questo indirizzo è una pietra miliare nel nostro pellegrinaggio, perché segnò l’inizio di un’attività nella quale vivemmo il caldo, pratico, dolce cristianesimo di Cristo, ricevendo prove tangibili dell’efficacia della fede cristiana, che allarga il cuore.

“Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo” (2 Timoteo 4:2): queste parole mi spronarono a svolgere il nuovo compito al quale Dio mi chiamava.

 

Il lavoro fra gli italiani

Fin da quando ero rientrato in Svizzera nel 1947 non trascurai di dedicarmi al mio intenso desiderio di testimoniare del Signore fra gli italiani che arrivavano come immigrati per motivi di lavoro.

Volle il Signore che a Zurigo incontrassi una vecchia conoscenza: il fratello Dante Argentieri, un pastore metodista che si trovava in Svizzera da anni e che avevo conosciuto a suo tempo in Italia, nella mia fanciullezza, quando da deputato socialista si era convertito all’Evangelo.

In lui trovai un valido aiuto perché mi sostenne paternamente in questa ardua iniziativa, che ebbe inizio nel 1949 quando cominciarono in casa nostra dei raduni saltuari per gli italiani.
In breve tempo il numero dei partecipanti agli incontri aumentò e l’attività si sviluppò sotto la benefica mano di Dio, così che nel marzo 1952 iniziammo degli incontri regolari la prima e la terza domenica di ogni mese al Glockenhof, dando vita alla “Missione Evangelica Italiana” (attività cessata nel 1994 quando “nonno Mario” entrò in una casa di riposo; n.d.R.).

Durante tutti questi anni restammo fedeli ai principi neotestamentari […]: quei principi che avevo conosciuto ed amato sia in Italia che in Svizzera.

Mia moglie e mia figlia mi sostennero validamente e fedelmente in questa piccola attività, come molti altri e fra questi il mio caro genero Armando Tiso, che mi fu vicino per molti anni.

Nel 1982, dopo la dipartita della mia cara Luisa, dovetti ridurre di molto il mio lavoro missionario anche a causa dell’età avanzata e della mia salute.

 

Ringrazio nel nome del Signore tutti coloro che mi compresero e mi sostennero durante questi anni e che ebbero per me delle parole d’incoraggiamento specialmente dopo la dolorosa assenza di mia moglie.

Ma ringrazio prima di tutto il mio Signore e Buon Pastore che mi ha guidato dolcemente e pazientemente durante tutta la mia vita, usando verso di me moltitudini di compassioni, malgrado la mia insufficienza e la mia debolezza nel seguirlo con fedeltà.

“Io Ti esalterò, o mio Dio, mio Re, e benedirò il Tuo Nome in eterno” (Salmo 145:1).

 

Mario Vonwiller

 

Tratto con permesso, e liberamente adattata, da «IL CRISTIANO»  agosto 1999   www.ilcristiano.it