Dalla Chiesa cattolica, passai ai Testimoni di Geova per arrivare ai Mormoni

 

GRIDAI A DIO:

CHE VUOI DA ME?

 

Trovai solo rigidità imposta e programmata, acrobazie letterarie e forzate o venerazione e entusiasmo per un falso profeta morto.

 

La mia strada per arrivare a conoscere il Signore è durata più di 30 anni.

La mia famiglia era cattolica, ma non praticante; però, i miei genitori volevano che mia sorella maggiore e io assistessimo regolarmente alla messa.

 

Già da bambina, mentre frequentavo le elementari, mi sentivo a disagio durante la messa, che allora si diceva ancora in latino.

La mia mente vagava lontano, cosa che mi faceva sentire in colpa.

Anche le preghiere che noi dovevamo recitare sera e mattina, e che io  non riuscivo nemmeno a comprendere, mi sembravano piene di parole minacciose e tremende.

 

Passarono gli anni, mi sposai nella chiesa cattolica e, con mio marito, andai a vivere in Africa, a Nairobi, nel Kenya.

 

Non conoscevo nessuno e mi sentivo sola.

 

Qualche volta frequentavo la chiesa, quando mio marito, convertito cattolico dal protestantesimo prima del matrimonio su mia richiesta, ma indifferente alla religione, acconsentiva a accompagnarmi.

In quei primi anni di matrimonio, ancora senza figli, presi a leggere la Bibbia con interesse, ma con spirito spesso polemico.

Mi ci arrabbiavo, mi spazientivo, ma continuavo a cercare la verità.

Proprio in quel periodo fui visitata da alcuni Testimoni di Geova.

Il fatto costituiva non solo un interessante confronto nella mia ricerca, ma anche un diversivo per la mia solitudine, aggravata dalla mancanza di intesa con mio marito.

La visita dei Testimoni di Geova divenne un punto fermo nelle mie settimane, e credetti di trovare nelle loro dottrine una conferma di quanto avevo compreso in certi passi della Bibbia, oltre a una coerenza biblica che manca assolutamente nel cattolicesimo.

“Se devo sottomettermi a Dio”, dicevo fra me, “non devo farlo da ipocrita”.

Presi a frequentare le riunioni dei Testimoni di Geova con regolarità.

Mio marito me lo permetteva, purché non lo disturbassi.

Però, in queste riunioni trovavo molta rigidità e l’adorazione mi sembrava più imposta e programmata, che spontanea e sincera.

Troppe regole, troppo legalismo, troppe acrobazie letterarie per far combaciare alcune parti delle Scritture con le loro interpretazioni.

Inoltre non mi piaceva che gli studi biblici si facessero sui loro testi, con la Bibbia come supporto, e non il contrario.

Passarono alcuni anni.

Nacquero i miei figli.

Continuavo a frequentare le riunioni; infine accettai il battesimo dei Testimoni di Geova. Ma non mi sentivo felice, né sicura di essere sulla via di Dio.

Parecchi anni dopo il primo incontro, per una mia trasgressione, fui allontanata dalla congregazione.

Ne soffrii, ma ora capisco che fu un bene per me.

 

Nel frattempo, la mia prima figlia aveva preso a frequentare, nell’ambito scolastico, un gruppo di giovani della chiesa evangelica, dove aveva trovato amicizia, calore e, soprattutto, aveva conosciuto Gesù Cristo.

 

Per varie vicende, tornai in Italia coi miei tre figli.

Ci stabilimmo in Sicilia, perché mia sorella viveva lì con suo marito.

Subito trovammo una chiesa biblica e iniziammo a frequentarla.

 

Mia figlia era molto partecipe e cercava di trasmettermi le sue certezze, ma io ero dubbiosa. Non sentivo l’amore di Dio nelle nostre estreme difficoltà.

 

Due anni dopo, andammo a abitare al nord, dove speravamo che ci fosse una maggiore possibilità di lavoro per me e di studi per i ragazzi. Le cose non andarono bene neanche là, ma mia figlia concluse i suoi studi e trovò un lavoro.

Io non fui così fortunata e non ebbi mai un lavoro fisso e sufficiente ai nostri bisogni.

Queste difficoltà mi rendevano difficile credere in un Dio amorevole e sollecito. Lo ringraziavo quando mi sollevava da qualche avversità, ma Lo vedevo sempre come uno pronto a punirmi al primo sbaglio, sebbene Lo invocassi perché mi aiutasse nei miei problemi.

 

Cercai di dimenticarmi di Dio, ma non ci riuscii.

 

Qualche anno più tardi, bussarono alla mia porta due giovani educati, vestiti sobriamente, di buone maniere.

Erano Mormoni.

Li feci entrare, dicendo loro subito che non avevo intenzione di parlare di religione. Chiacchierammo piacevolmente per qualche minuto del più e del meno, mi dissero che erano americani (a me faceva piacere parlare con loro in inglese, poiché avevo raramente la possibilità di farlo), che erano in missione in Italia per due anni.

Appresi che le spese di questo periodo di missione erano a carico delle loro famiglie; ammirai tanta dedizione e non mi riuscì di evitare che la conversazione toccasse l’argomento della loro religione.

Accettai una seconda visita.

Si parlava, si leggevano testi biblici e anche testi del libro di Mormon.

 

Avevo cercato Dio e ero rimasta tanto delusa, convinta che non si curasse di me. O almeno così mi sembrava. Lo avrei trovato fra quei giovani mormoni così zelanti, così felici ed entusiasti, disposti a fare tanti sacrifici per parlare di Lui alle persone?

Come mai, però, parlavano del loro profeta più di quanto non parlassero di Dio o di Gesù Cristo?

 

Presi a frequentare le loro riunioni, abbastanza interessanti dal punto di vista intellettuale, ricche di informazioni sempre più dettagliate su quella complessa religione. Però, più partecipavo e più imparavo e più dei dubbi mi assalivano.

 

Per motivi di lavoro dovetti allontanarmi dalla città in cui ero.

In una cascina sperduta accudivo giorno e notte una vecchia signora invalida.

Avevo molto tempo.

Ripresi a leggere la Bibbia, tormentata sempre dai miei dubbi, dalle mie contestazioni contro il Signore, dalle mie richieste di aiuto apparentemente cadute nel vuoto.

Dove sei?” gli chiedevo. “Dove posso trovarti? Perché mi fai fare tutti questi percorsi tortuosi? Che cosa vuoi da me?”

 

Ero ormai persuasa che neppure coi Mormoni ero sulla via giusta.

Scritture alla mano, avevo capito che le loro dottrine e i loro cerimoniali non erano compatibili con la Bibbia.

 

Lasciai i Mormoni, ma non avevo trovato Dio.

 

Proprio in quel periodo, però, mia sorella, da poco convertita nella stessa chiesa evangelica di Cefalù che avevo a suo tempo frequentato con mia figlia, cominciò a scrivermi e a telefonarmi per parlarmi della sua nuova certezza e della gioia che aveva nel cuore. Mi dette anche l’indirizzo di una chiesa evangelica nella città dove allora vivevo e, una domenica, ci andai.

Non rimasi particolarmente impressionata, ma alcune domeniche più tardi, ci tornai.

Parlai con uno degli anziani. Fissammo un appuntamento.

Venne con gli altri anziani della comunità e rimasero tutti scossi dalla mia aggressività nel contestare le Scritture e nel porre domande su domande.

Ma non si scoraggiarono.

Piano piano ebbi le risposte che cercavo.

Con il loro aiuto e l’aiuto di Dio, compresi il piano della salvezza per grazia e accettai Gesù come Salvatore e Signore.

Era il settembre del 1996.

 

Guardando indietro a quel tormentato e lungo percorso, capisco che tutte le mie avventure spirituali sono state necessarie per portare alla resa una persona particolarmente contestatrice e ribelle, esigente e niente affatto arrendevole, come me.

Sono stata in molti ambienti, spiritualmente parlando, ho visto varie realtà, ho sperimentato legami che erano fatti passare per libertà, dottrine umane contrabbandate come dottrine di Dio.

Egli ha meravigliosamente usato i miei stessi errori per portarmi finalmente alla meta.

Adesso so qual è la differenza fra l’appartenere ad una religione e l’essere una vera figlia di Dio.

Adesso sono libera.

Ho scritto tutto questo pensando a chi, come era per me un tempo, trova difficile accettare la stupenda semplicità del vangelo di Dio come unica e salvifica verità.

Spero e prego che, forse, la mia storia lo aiuterà a sfuggire ai percorsi tortuosi di tante religioni che non portano mai dove si vorrebbe arrivare: a conoscere il solo vero Dio e l’unico Salvatore che Dio ha dato agli uomini, Gesù Cristo.

 

  Mara Sella

 

Quest’articolo è tratto dal mensile evangelico LA VOCE DEL VANGELO del maggio 2004. Pubblicato con il permesso dell’editore.