I due Kamikaze

 

Nel 1941 il sergente Jacob De Shazer era ancora scapolo e prestava servizio in una base militare dell’Oregon. Quando l’altoparlante diede notizia dell’attacco giapponese, tutto infuriato prese una patata dal piatto e la gettò sul muro gridando: «Sporchi giapponesi, dovranno pagare!». Il suo odio per i nemici crebbe di giorno in giorno, fino a diventare una vera e propria ossessione di vendetta.

Insieme ad alcuni amici, il sergente passava il suo tempo libero nei bar e a ballare, così, quando poche settimane dopo l’attacco a Pearl Harbor fu convocato dal capitano, sospettò che si trattasse di un solenne rimprovero.

Al comando trovò molti altri commilitoni ai quali fu rivolto un importante discorso nel quale si richiedevano dei volontari per una missione segreta estremamente pericolosa, della quale non si potevano conoscere i dettagli.

A De Shazer sembrò come un’avventura e subito si offrì volontario.

Dopo essersi addestrato come bombardiere, divenne membro dell’equipaggio del Doolittle Raiders, conosciuto come «Capo del rischio calcolato».

Lo scopo della missione ad alto rischio era il bombardamento del Giappone.

Dopo aver bombardato Tokio e altre città, i soldati si ritrovarono senza carburante, abbandonarono gli aerei e si lanciarono con i paracadute. Molti degli aerei erano in terra cinese, loro alleata, e quindi atterrarono in territorio amico, ma altri come l’equipaggio di cui faceva parte De Shazer  furono costretti ad atterrare in territorio nemico.

Furono catturati e imprigionati per 40 lunghi mesi, sottoposti a stressanti interrogatori, privati di cibo, battuti e torturati in modo terribile. Insetti, pidocchi e topi infestavano le celle e diversi uomini soffrirono per atroci infezioni.

Nell’ottobre del 1942, tre uomini furono condannati alla pena capitale e gli altri (compreso Jacob) condannati all’ergastolo e trasferiti a Nankino per due anni di cella di rigore, dove due di loro morirono di malnutrizione.

Per anni supplicarono gli aguzzini di procurare loro dei libri e finalmente, nel 1944, ottennero ciò che desideravano tra cui una copia della Bibbia. Durante le tre settimane nelle quali potevano avere la Parola di Dio, ogni soldato la lesse avidamente. Sebbene la luce nella cella fosse molto debole, Jacob lesse tutta la Bibbia diverse volte e per sei volte i profeti dell’Antico Testamento. Imparò a memoria il Sermone sul Monte, 1 Corinzi 13, gran parte di 1 Giovanni e l’8 giugno chiese a Dio il perdono dei peccati e la salvezza in Cristo Gesù.

 

Ubbidienza

 

La parola più importante della sua vita, da quel momento in poi fu «UBBIDIENZA». L’ordine «…amate i vostri nemici…», includeva anche i suoi terribili aguzzini, specialmente quello che lo aveva torturato senza pietà. Dal momento della sua conversione in poi, Jacob cercò di essere gentile con i suoi carcerieri i quali, gradualmente, cominciarono a trattarlo con più umanità.

Nel giugno del 1945 gli uomini furono trasferiti in una tenebrosa prigione di Pechino, anche lì Jacob passò molto tempo in preghiera e sperimentò la potenza di Dio intorno a lui e in lui.

Quando alla fine della guerra fu liberato, con sua somma meraviglia scoprì che Dio lo chiamava come missionario in Giappone!

S’impegnò a studiare seriamente la Bibbia, nel frattempo sposò Florence e insieme nel dicembre del 1948 arrivarono in Giappone dove, con loro grande sorpresa, trovarono molte persone, compresi i media nazionali ad aspettarli sul molo.

La storia di come Jacob aveva fatto parte della famosa missione «Capo del rischio calcolato», di come era rimasto prigioniero per così tanto tempo e ora tornava a servire nel Nome di Cristo i suoi nemici, aveva veramente fatto notizia.

Una Missione americana fece pubblicare un milione di trattati che riportavano la testimonianza di Jacob: «SONO STATO PRIGIONIERO IN GIAPPONE». I trattati furono distribuiti per tutto il Paese e, dato che «il vento (di Dio, cioè lo Spirito Santo) soffia dove vuole» (Giovanni 3:8), uno di questi trattati «capitò» tra le mani di Mitsuo Fuchida, capo dei piloti dei 360 aerei che attaccarono Pearl Harbor, soldato che sembrava non conoscere la paura e che a 39 anni, aveva a suo carico più ore di volo di qualsiasi altro pilota giapponese. Fu lui a dare l’ordine dell’attacco gridando: «Tora! Tora! Tora! » (Tigre! Tigre! Tigre!).

La vittoria sugli Stati Uniti fece di lui un eroe nazionale e venne perfino convocato a corte dall’imperatore Hirohito in persona.

Un giorno di agosto (Jacob) era stato convocato al quartier generale e il giorno dopo guidò la missione nella quale fu lanciata la bomba atomica si Hiroshima.

Ore dopo (Mitsuo) fu mandato nella città distrutta e passò tre giorni a camminare sulle rovine pericolosamente radioattive. Molti suoi colleghi si ammalarono gravemente, ma lui rimase perfettamente sano.

Il giorno dell’attacco Mitsuo era scampato alla morte per un pelo e la stessa cosa era avvenuta diverse altre volte. Sebbene non fosse religioso, pensò che ci fosse da qualche parte «Qualcuno» che vegliava su di lui.

Poco dopo la guerra, Mitsuo parlò con un amico che era stato catturato e tenuto prigioniero dagli americani. Gli chiese come era stato trattato e l’amico gli raccontò la storia di una volontaria di 18 anni che lo aveva particolarmente aiutato. Qualcuno le aveva chiesto perché fosse così gentile con loro, e lei aveva risposto: «…perché i giapponesi hanno ucciso i miei genitori!». Gli aveva spiegato che i genitori erano stati missionari in Giappone e che, quando era scoppiata la guerra, erano stati falsamente accusati di spionaggio, catturati e imprigionati nelle Filippine dove, mentre stavano pregando in ginocchio, erano stai decapitati.

La ragazza, che si chiamava Peggy, aveva prima odiato i giapponesi con tutta se stessa, ma poi li aveva perdonati e ciò le permetteva di amarli ed essere gentile con loro.

Questa storia lasciò Mitsuo senza parole. Si ricordò di una frase nel discorso dell’imperatore il giorno della resa: «…per preparare la strada a una grande pace per le generazioni future»…ma pensò che la pace poteva venire solo da una forza soprannaturale.

…poi un giorno, nell’ottobre del 1948, mentre si trovava nella stazione ferroviaria di Tokio, qualcuno gli diede una copia del trattato « SONO STATO PRIGIONIERO IN GIAPPONE ». stava per buttarlo via, quando notò che era stato scritto da un membro dell’equipaggio del Doolittle. Lo lesse con interesse e decise di comprare subito una Bibbia. Per alcuni mesi neanche l’aprì, ma quando si decise a farlo il suo messaggio lo colpì in modo straordinario.

La preghiera di Gesù sulla croce: «…Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», lo fece piangere e comprese che il Signore era morto proprio per lui. Accetto Cristo come suo personale Salvatore e poco dopo fu battezzato.

Jacob e Mitsuo s’incontrarono e divennero amici. Insieme parlarono in molte riunioni e il loro ministerio fu usato dal Signore per la salvezza di molte persone.

Mitsuo morì nel 1976 a 74 anni e Jacob, che ora ne ha 88, vive nell’Oregon con sua moglie Florence.

 

Tratto e liberamente adattato da «TRAGUARDO» 2° bimestre 2002