Una festa ebraica ancora attuale


DALLA “PASQUA” AL “GIORNO DEL SIGNORE”


La conoscenza delle origini della festa di Pasqua ci consentono di coglierne il messaggio di liberazione, di vittoria, di gioia e di vita che essa annuncia; di comprendere meglio il desiderio di Gesù di celebrare la Pasqua con i suoi discepoli e di afferrare in tutto il suo significato profondo l’affermazione di Paolo: “Cristo è la nostra Pasqua!”.


Calendario e festività ebraiche

     Il calendario ebraico si rifà al calendario babilonese, del quale gli Ebrei vennero a conoscenza durante il periodo dell’esilio.Esso è così suddiviso:
     
      • Nisan (o Abhibh) - metà marzo/metà aprile.
      • ‘Iyyar - metà aprile/metà maggio.
      • Siwan - metà maggio/metà giugno.
      • Tammuz - metà giugno/metà luglio.
      • ‘Abh - metà luglio/metà agosto.
      • ‘Elul - metà agosto/metà settembre.
      • Tishri (o Ethanim) - metà settembre/metà ottobre.
      • Marcheshwan (o Bul) - metà ottobre/metà novembre.
      • Kislew - metà novembre/metà dicembre.
      • Tebheth - metà dicembre/metà gennaio.
      • Shebhat - metà gennaio/metà febbraio.
      • ‘Adhar - metà febbraio/metà marzo.
     
      I mesi cominciano sempre nel giorno della luna nuova.
      E il 1° di Nisan è la data che segna l’inizio di tutte le festività ebraiche (come prescritto nel libro dell’Esodo) che possono essere elencate e sintetizzate, nel loro significato, come segue.

      • Il 14 di Nisan: la Pasqua.

      •
Dal 15 al21 di Nisa, la festa degli Azzimi (in ebraico: Massoth). Si chiama così perché per sette giorni nel pane non viene usato il lievito (per la cui preparazione occorre un periodo di fermentazione). Il pane viene quindi cotto in fretta, in ricordo dell’ultima cena consumata prima della partenza dall’Egitto.

      • Nel mese di Siwan, cinquanta giorni dopo la Pasqua (cominciando a contare dopo il sabato del periodo 15-21 di Nisan), la festa di Pentecoste (Shabbucoth=cinquanta) e delle Settimane (“sette settimane dopo”) o della Mietitura. Viene celebrata dopo la prima raccolta di grano della stagione, in segno di riconoscenza verso Dio per la prima mietitura dell’anno.

      • Il 17 di Tammuz, il Digiuno in memoria della caduta di Gerusalemme.
      • Il 9 di ‘Abh, il Digiuno in memoria della distruzione del Tempio.
     
      • Il 1° di Tishri, il Capodanno (Rosh Hasshanah).Gli Ebrei erano soliti festeggiare anche il primo giorno di ogni mese, detto novilunio. Poi, come si legge in Levitico 23:23-25, siccome quello più solenne era il “novilunio del settimo mese”, salutato da squilli di tromba, fu celebrato solo quest’ultimo come inizio dell’anno giudaico civile.
     
      • Il 10 di Tishri, il Giorno delle Espiazioni (Yom Hakkippurì). È un giorno di purificazione, di umiliazione, di riconciliazione con Dio e di digiuno (chiamato il digiuno di Kippur = perdonare, annullare).Il peccato d’Israele viene simbolicamente caricato dal Sommo Sacerdote sopra ad un capro (il “capro espiatorio” descritto in Levitico 16 e 23) e poi abbandonato nel deserto.

      • Dal 15 al 22 di Tishri, la Festa delle Capanne (Sukkoth) o della Raccolta.Viene celebrata al termine della stagione della raccolta agricola dopo aver completato il raccolto del grano, delle olive, degli alberi da frutto e delle vendemmia.Durante la festa tutti stanno sempre in capanne o tende per commemorare i quarant’anni passati nel deserto. È l’occasione quindi in cui le tribù d’Israele si ritrovano insieme per ricordare e rinnovare il Patto di Dio (è il giuramento solenne che stabilisce la relazione fra Dio e Israele, ed ha la sua applicazione nella Legge, cioè la Torah, costituita dai comandamenti e da 613 precetti o Mizvot).

      • Dal 25 di Kislew al 2 di Tebheth, la festa della Dedicazione.Gli Ebrei ricordano la purificazione e la riconsacrazione delTempio dopo la rivolta dei Maccabei. Durante questi sette giorni vengono accesi dei “fuochi di gioia”.
     
      • Il 10 di Tebheth, il Digiuno in memoria dell’inizio dell’assedio babilonese a Gerusalemme.

      • Il 14 e il 15 di ‘Adhar, la festa di Purim. L’origine di questa festa è spiegata e narrata alla fine del libro di Ester.
     
      • Tutti i Sabati (Shabbath = cessare). È la festa in ricordo del riposo fatto, proprio in quel giorno, da Dio dopo la Creazione. È un giorno di riposo dal lavoro, un giorno di gioia. “Mosè disse: «Ricordati, Israele, di consacrare a Dio il giorno di sabato; hai sei giorni per fare il tuo lavoro, ma il settimo è consacrato a Dio” (Es 20:8 e De 5:12). Inizia il venerdì al tramonto con la “cerimonia dell’accensione dei lumi” e finisce il giorno dopo, sempre al tramonto, con la recitazione dell’Havadalah, che è la formula di chiusura di tutte le feste.


Un pasto rituale e familiare

     
In ebraico Pasqua è Pèsach, cioè passaggio. Cioè il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Infatti in questo giorno viene commemorata la liberazione del popolo di Israele dall’oppressione egiziana.
      “Mosè disse al popolo: «Ricordate questo giorno nel quale siete usciti dall’Egitto, dalla casa di schiavitù, perché il Signore vi ha fatti uscire di là con mano potente, ma non si mangi pane lievitato... Quando, in avvenire, tuo figlio ti interrogherà, dicendo: «Che significa questo?» Tu gli risponderai: «Il Signore ci fece uscire dall’Egitto, dalla casa di schiavitù, con mano potente...».Ciò sarà come un segno sulla tua mano e come un ricordo fra i tuoi occhi, poiché il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto con mano potente»”. (Es 13:3, 14, 16).

      Durante la cena della Pasqua ebraica viene consumato un pasto rituale di carattere familiare, tramandato di padre in figlio, che non ha lo scopo di ricordare un passato morto, ma che serve per riprendere coscienza e rivivere l’avvenimento che è il fondamento dell’unità del popolo eletto. È un ricordo gioioso, è un impegno rinnovato nel presente, motivato dalla fiducia e dalla speranza in Dio.

      Il rito si svolge così:
      • prima viene distribuito fra i commensali un poco di vino;
      • poi vengono fatte delle preghiere, letture e spiegazioni sulla liberazione operata da Dio.
      • Prima del racconto, che in ebraico si chiama ‘Aggadah (vedi “nota” a fine articolo), il ragazzo più piccolo domanda all’uomo più anziano: “Perché questa notte è diversa da tutte le altre?”.E riceverà questa risposta: “Perché oggi il Signore Dio ci ha fatti uscire dall’Egitto”.
      • Vengono poi mangiate delle erbe amare, seguite dal canto dei Salmi 113 e 114;
      • poi il vino viene fatto passare una seconda volta.
      • A questo punto vengono consumati il pane azzimo e l’agnello arrostito, il cui sangue posto sopra le porte ricorda la protezione contro la morte dei primogeniti ebrei.
      • Dopo aver mangiato, il vino passa una terza volta (nel Nuovo Testamento è chiamato il “calice della benedizione”; 1Co 10:16 e 11:23-26).
      • Per concludere si cantano i Salmi 115 e 118.
     
     
La cena pasquale di Gesù

      Anche Gesù ed i suoi discepoli, essendo Ebrei, fanno insieme questa cena pasquale ed è proprio durante quest’occasione, nel suo ultimo pasto, che Cristo dà disposizioni perché quella Cena sia ripetuta in sua memoria.
      L’espressione “Cena del Signore” è usata da Paolo in 1Co 11:20; poi nei versetti successivi ripercorre i momenti rituali compiuti da Gesù:
      “...prese il pane, e, dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me». Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga” (cfr. Mt 26:26-28; Mr 14:22-24; Lu 22:19-20).
     
      La parola “cena” vuol dire “pasto preso insieme” e, come tutti i banchetti consumati durante le festività ebraiche, serve a stabilire un vincolo tra i partecipanti e Dio. L’immagine del banchetto è rappresentata in diversi passi della Bibbia:
      • “Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte un convito con cibi succulenti, un convito di vini vecchi, di cibi pieni di midollo, di vini vecchi e raffinati” (Is 25:6).
     
      • “E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli...” (Mt 8:11).
     
      • La parabola delle nozze (Mt 22:1-14).
     
      • “Ma mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa” (Mt 25:10).
     
      • “Beati quelli che sono invitati alla cena delle nozze dell’Agnello” (Ap 19:9).
     
      Il nuovo vincolo instaurato da Gesù consiste nel fatto che Egli è risorto ed è vivente e fa diventare i partecipanti al “nuovo pasto”’ dei fratelli, uniti insieme dal “nuovo” comandamento: “Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri” (Gv 13:34). E dato che, come Gesù stesso dice: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento” (Mt 6:17), il “nuovo” comandamento è il compimento del secondo comandamento della Legge: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Le 19:18).


Analogie fra due “Pasque”

      Le analogie fra la Pasqua ebraica e la “Pasqua cristiana” non sono nei particolari del rituali, ma nel concetto fondamentale della liberazione concessa da Dio al suo popolo e nel sacrificio che l’accompagna, dove, nella seconda Pasqua, il primogenito immolato non è più il primo nato del gregge, ma è Gesù, il Figlio Unigenito di Dio, morto per liberarci dalla schiavitù del peccato, cioè dalla separazione da Dio stesso:
      • “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna” (Gv 3:16).
      • “Gesù disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me»” (Gv 14:6).
      • “Degno è l’Agnello che è stato immolato di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode” (Ap 5:12).
      Dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù e dopo la discesa dello Spirito Santo, i primi credenti, già numerosi, “erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere... E ogni giorno andavano assiduamente e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore” (At 2:42, 46).
      Poi questa usanza di riunirsi ogni giorno, con l’andare del tempo, viene abbandonata.Contemporaneamente vi è anche un distacco sempre più netto dalla religiosità giudaica. Il sabato non risponde più alle esigenze della “nuova fede” e anche Paolo in una sua lettera scrive:
      “Uno stima un giorno più di un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente.Chi ha riguardo al giorno lo fa per il Signore...” (Ro 14:5-6).
      Ancora Paolo scrive:
      “Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere o rispetto a feste, a noviluni, a sabati...Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio.Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra... la Parola di Cristo abiti in voi abbondantemente... Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di lui” (Cl 2:16; 3:1, 2, 16, 17).
      Così i cristiani cominciarono a riunirsi “il primo giorno della settimana... per spezzare il pane” (At 20:7).La scelta del primo giorno della settimana (per gli Ebrei il sabato è l’ultimo giorno della settimana) o “giorno del Signore” (Ap 1:10) è in stretto rapporto col fatto che per la Chiesa primitiva era il giorno della risurrezione di Gesù.
     
E quindi per tutti i credenti, anche per noi oggi, il primo giorno della settimana, cioè ogni domenica, è il giorno della risurrezione di Gesù Cristo: “Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti; affinché in ogni cosa abbia il primato” (Cl 1:18).
     

Silvia Sandoni Bosca

     NOTA.
     
Aggadah (scritto con l’alef iniziale) è il termine che indica specificatamente il solo racconto dell’uscita degli Ebrei dall’Egitto.Invece il termine generico Haggadah indica un racconto che si rifa al testo biblico accompagnato dal supporto di commenti scritti provenienti dalla tradizione rabbinica.
      Sono storie in cui si trova descritto qualcosa in più rispetto alla narrazione della Bibbia, come: il colore di un vestito, la presenza di qualcuno, le parole di qualcun altro, un angelo ecc...
      I modi di raccontare in ebraico sono molteplici.Infatti l’Haggadah è una forma per esprimersi del Midra (= ricerca, studio, spiegazione). Il Midras è un vasto genere letterario, in cui si ritrova l’atteggiamento mentale di ricerca e di investigazione delle Scritture, per coglierne le infinite possibilità di lettura.
      Poi c’è il Misal (= proverbio) che è il raccontare per il solo gusto di raccontare una storia, per farsi ascoltare anche dopo duemila anni.Sono storie che “da un luogo all’altro gli Ebrei non dimenticano di portare con sé” (citazione della scrittrice Elena Loewenthal).
      C’è anche il Vajehi che vuol dire “E accadde...”, in un tempo ben preciso, nello spazio di un momento, cosicché si possono raccontare altre storie.
      In tutti questi racconti il passato ed il presente si fondono insieme, dato che la lingua ebraica non conosce il tempo dell’azione di quel che viene espresso.

 

 

Tratto da: “ IL CRISTIANO” Marzo 2003 ( www.ilcristiano.it )