L'arca perduta

 

In questi ultimi tempi, e anche nell'ultima settimana, è stato pubblicato un gran numero di libri e articoli sui temi della ricerca archeologica; una buona percentuale di questi si sono occupati di materia biblica.

Spicca, su tutti gli argomenti, quello della ricerca dell'arca di Noè.

Pensando al vascello del diluvio viene subito in mente il monte Ararat. Ma niente di meno scontato.

Ron Wyatt, che per un certo tempo ha collaborato col celebre archeologo Dave Fasold, è convinto che il vascello originale si trovi su un picco della catena dell'Ararat, ma 35 chilometri più a sud della vetta tradizionale.

Dopo aver lasciato Dogubeyazit, nella Turchia nord-orientale, si sale fino a quota 2000, a Durupinar. Qui, incastonato in una colata lavica, giace, protetto dalle intemperie, un vascello di misure corrispondenti alle genesiache dimensioni dell'arca di Noè. Non solo; a poche miglia di distanza dallo scafo pietrificato, sono state trovate 13 pietre di ancoraggio, alcune alte quasi due metri. Queste pietre, spesso utilizzate dai locali come lapidi tombali, erano usate nell'antichità per stabilizzare la navigazione di navi, e date le misure si possono immaginare le dimensioni dello scafo che le utilizzava.

Sul perimetro dello scafo sono state trovate condensazioni elevate di ferro e reperti di legno pietrificato, il che ha convinto Dave Fasold che la formazione non può essere di carattere naturale, bensì un manufatto umano, un vascello di origine sumera.

Ron Wyatt ha voluto riprodurre con un modello in scala la morfologia della zona dell'Ararat, simulando le fasi di innalzamento e abbassamento delle acque attorno alle "montagne".

Un modellino dell'arca è stato fatto galleggiare mentre il liquido decresceva, e si è constatato che lo scafo, avvicinandosi alle montagne, non si posava dolcemente su esse: vi girava intorno mentre lo stesso scafo tendeva a essere intrappolato da un gorgo formatosi grazie alla conformazione di un gruppo montano disposto a mezzaluna. In questo "bacino" naturale lo scafo tendeva a fermarsi, galleggiando dolcemente fino a posarsi su una "radura" dei monti una volta calato il livello delle acque.

Una conformazione identica è quella di Durupinar.

Nulla di simile sarebbe potuto accadere con l'Ararat, dove la barca, attirata dalle acque, tutt'al più avrebbe potuto schiantarsi contro le pareti della montagna, finendo in mille pezzi. Inoltre, essendo l'Ararat un cono vulcanico turbolento, è improbabile che a una sua potente eruzione abbia potuto resistere una fragile struttura in legno.

A paragone citiamo la devastazione prodotta dall'esplosione del picco vulcanico del monte S. Elena e la scomparsa di un intero villaggio in conseguenza dell'eruzione del 1840 dello stesso Ararat.

Cosa di non poco conto, la cima dell'Ararat è ricoperta da ghiacci che, perennemente in movimento, avrebbero stritolato le assi dell'arca; a Durupinar, invece, il vascello è stato ricoperto da una colata lavica di un distante vulcano che, a differenza del ghiaccio, ha perfettamente conservato il reperto proteggendolo dalle micidiali sferzate dei secoli.

Le autorità turche, convinte dai numerosi importanti ritrovamenti in zona, hanno dichiarato il sito monumento nazionale.

 

Luigi Caratelli

 

Tratto dal sito:  http://www.creazionismo.org