È vero che gli animali si processavano?

 

Ci sono i documenti che testimoniano di processi agli animali, sia domestici sia selvatici, in varie date del Medioevo.

Cavalli, asini e, spesso, maiali erano portati in giudizio perché accusati di aver ferito o ucciso esseri umani, soprattutto bambini.

Una giustificazione di questa pratica si può trovare nella Bibbia (Esodo, 21-28), dove si dice: “Quando un bue cozza con le corna un uomo o una donna e ne segue la morte, il bue sarà lapidato e non se ne mangerà la carne”.

Questi animali venivano imprigionati, un tribunale laico valutava le loro responsabilità e, se giudicati colpevoli, erano condannati a morte.

La pena era eseguita in un luogo pubblico da un boia incaricato.

Come un cristiano.

Nel 1394, in Normandia fu impiccato un maiale accusato di infanticidio.

L’animale colpevole veniva ucciso sia per punirlo personalmente, sia per evitare che commettesse altri delitti.

C’erano poi i processi per danni, soprattutto all’agricoltura, dove gli imputati erano gli insetti e i topi che rovinavano i raccolti. In questo caso, i tribunali erano ecclesiastici, perché per “convincere” bruchi e ratti ad andarsene ci voleva l’intervento divino, mediato dai sacerdoti e dai loro riti.

Per esempio, si intervenne contro le cavallette a Roma nell’880 e nel 1338 dalle parti di Bolzano.

Oltre a tentare di risolvere problemi pratici, questi processi cercavano di ripristinare l’ordine sociale e di eliminare comportamenti che turbavano il regolare svolgersi delle attività umane.

 

 

Tratto da FOCUS DOMANDE E RISPOSTE Agosto 2005