SE UN UOMO ONESTO CADE

 

(In questa meditazione, spesso viene utilizzata la versione Nuova Diodati, quindi, quando il verso riportato non è conforme alla vostra Bibbia, esso proviene da tale traduzione – n.d.r.)

INDICE

1.         Mosè, Una vita di difficoltà

2.         Giona, Lottare con Dio

3.         Lot, Il costo delle ambizioni egoistiche

4.         Noè, Il laccio dell’alcolismo

5.         Gedeone, L’inganno del successo

6.         Sansone, Il costo nascosto della sensualità

7.         Asa, Il fallimento del compromesso

8.         Dema, Innamorato del mondo

9.         Salomone, Intrappolato dal laccio del potere

10.     Pietro, Superare le nostre paure

11.     Davide, Morire con i rimpianti

12.     Giuda, Orientato verso la direzione sbagliata

13.     Ristorare gli abbattuti, Come iniziare  


Riconoscimenti sono dovuti al mio buon amico, Les Stobbe, di San Bernardino (California), per il suo incoraggiamento e la sua valida assistenza editoriale nel rendere questo libro una realtà.


PREFAZIONE

w     Cosa succede quando un buon Cristiano viene colto in flagrante peccato?

w     Potrà lui o lei mai rialzarsi dalla sua sconfitta spirituale come l’araba fenice dalla polvere?

w     Se avesse luogo una votazione nella vostra chiesa, quante persone voterebbero per dare un altro incarico di responsabilità?

 

In aggiunta a tutte queste domande, ce ne sono altre da considerare.

w     Come risponde Dio ad una persona fedele che cade in un peccato vergognoso? Dovrebbe cadere per sempre un velo sul suo ministerio?

w     Dio ha mai usato di nuovo una tale persona?

w     Dio ha trattato in modo differente i santi del Vecchio Testamento perché Gesù non era ancora venuto?

 

Cercheremo le risposte studiando le cadute di dodici uomini del Vecchio e Nuovo Testamento.
Pensate alla varietà di cadute presentate nella Bibbia.

C’è Noè, l’irremovibile uomo di Dio, che costruì un’arca per centoventi anni a dispetto delle beffe dei suoi concittadini, eppure si ubriacò così liberamente tanto da mostrarsi nudo nella sua tenda. Qualche anno dopo un uomo giusto, Lot (giusto, così l’apostolo Paolo lo definisce) fu salvato dalla condanna delle ingiuste città di Sodoma e Gomorra, per poi commettere un incesto mentre era ubriaco; e cosa successe quando Mosè commise un omicidio e corse a nascondersi nel deserto?
Sapete che quaranta anni dopo la sconfitta dei Madianiti ad opera della sua squadra di trecento uomini, Gedeone  costituì un luogo di culto senza la presenza di Jahve? Inoltre prese molte mogli e uno dei suoi figli uccise tutti gli altri suoi fratelli. L’avere molte mogli straniere fu per Salomone motivo di caduta. Fu la paura di ciò che Dio avrebbe fatto che spinse Giona nella direzione opposta alla destinazione che Dio stesso aveva scelto per lui. Tutti noi conosciamo la vita lussuriosa di Sansone e la brutta fine che fece. Uno dei pochi re onesti di Giuda, Asa, servì il Signore con tutto il cuore per trentasei anni, per poi stringere un’alleanza fatale con un re siriano. Questa alleanza stese un velo sugli ultimi anni del regno di Asa. Un discepolo del Nuovo Testamento che fece un’alleanza sbagliata fu Giuda che scelse di unirsi alle guide politico-spirituali di quei tempi piuttosto che soffrire con Gesù.
Chi può dimenticarsi di Pietro, che fu non solo un buon pescatore, ma quella sorta di discepolo leale che ogni responsabile vorrebbe avere al suo fianco? Eppure permise che una serva lo portasse con l’inganno a rinnegare il suo Signore. Ricordate Dema, seguace di Paolo nel Nuovo Testamento, che un giorno nella pentola a pressione di Roma abbandonò l’apostolo. Che dire della caduta di Abramo in Egitto, del doppio peccato di Davide (adulterio e omicidio), delle accese discussioni di Giobbe riguardo la giustizia di Dio, dell’abbandono di Paolo e Barnaba da parte di Giovanni detto Marco durante il loro primo viaggio missionario?

Perché Dio include nella Bibbia così tanti fallimenti e cadute?

Perché siano per coloro che ha creato per servirLo un ricordo della Sua redenzione. Ripetutamente molte delle persone che scelsero il sentiero della disubbidienza, scelsero poi quello dell’ubbidienza e quando lo fecero, Dio li benedisse nuovamente. Egli perdonò e dimenticò!

Egli da ristoro per gli anni che le locuste hanno divorato!

 

Questo libro non è semplicemente una lista di fallimenti e sconfitte. Certo ne esamineremo una parte, compresi quelle di coloro che non si ritrassero dal peccato, ma lo scopo finale è quello di permetterci di diventare più consapevoli della grazia e del perdono del nostro Dio. Insieme vogliamo imparare a sufficienza riguardo alla nostra vulnerabilità per evitare i fallimenti di altri. Imparare abbastanza riguardo al perdono di Dio per essere spinti a perdonare gli altri che sono caduti, e abbastanza sul desiderio che Dio ha di ristorarci per darci coraggio e speranza quando ci pentiamo dopo essere stati intrappolati dal peccato. Vedete, vogliamo imparare di più riguardo al nostro Dio che riguardo ai fallimenti degli uomini.

 

 

 

1: MOSE’

Una vita di difficoltà


Recentemente ho ricevuto questa lettera:

 
”Sono un uomo di trentun’anni, divorziato, anche se ho affrontato questa separazione in modo molto amaro. Mi sento male perché non ho speranza per il futuro; spesso torno a casa dalla chiesa, piango, e non c’è nessuno vicino a me in quel momento, nessuno si prende cura di me. Ciò che mi ferisce di più è che ho implorato Dio di concedermi la grazia di essere un single per la Sua gloria e di aiutarmi a fissare i miei occhi su Gesù, ma niente cambia. Continuo a cadere e sono ormai sull’orlo del collasso. Qualcosa è davvero sbagliato. Sono paralizzato e amareggiato tanto che riesco a malapena a relazionarmi con gli altri. Sento che devo stare in un angolo in castigo per il retto della mia vita”.


Il castigo: ti sei mai trovato in questa situazione?

Forse è il risultato di una bancarotta che non hai potuto evitare, uno sgradevole comportamento che ti ha portato problemi di salute, una relazione immorale che si è conclusa, dopodichè hai cercato di rimettere le cose a posto.
Il fatto è che ti senti come se fossi in castigo, molto più di quanto nel calcio un giocatore è espulso per un’infrazione delle regole o per un comportamento irregolare; ma devi stare li per il resto della tua vita?

Ecco che hai trovato un amico in Mosè.

Egli visse per quarant’anni alla corte del Faraone, altri quaranta conducendo Israele fuori dall’Egitto ma, schiacciato nel mezzo, passò altri quarant’anni sotto il castigo dell’omicidio.
Stefano ci dice in Atti 7 che Mosè fu «istruito in tutta la sapienza degli Egiziani, ed era potente in parole ed opere» (v. 22).

Aveva studiato matematica, astronomia e chimica, così come anche i geroglifici.

Come figlio della figlia del Faraone poteva godere di un ruolo di prestigio e di tutto il lusso che l’Egitto potesse offrire.

F. B. Meyer ipotizzò che quando Mosè andava in giro per le strade lo facesse con un atteggiamento principesco in mezzo alle grida generali “inginocchiatevi!”.

Se navigava sul Nilo lo faceva su di un barcone dorato circondato da una musica voluttuosa.


Giuseppe Flavio dice che quando gli Etiopi invasero l’Egitto con successo, Mosè fu incaricato di condurre le truppe reali, egli sorprese e sconfisse il nemico tornando con il bottino della vittoria. Come Meyer ricordò: “La crema dell’Egitto fu versata nella sua coppa”.

Anche se Mosè ricevette un’istruzione da Egiziano, rimase comunque un Israelita nel suo cuore.

Il dolore lo avvolse quando vide gli Israeliti mentre facevano mattoni sotto il sole cocente; sapeva che dovevano lavorare ancora più duramente dopo che il Faraone aveva loro detto di raccogliere la paglia da soli.

Questo ragazzino immerso nel lusso e nella moda avrebbe potuto stare nel palazzo, ma scelse di fare lunghe passeggiate stando attento a ciò che stava succedendo fuori, nei campi.

I maltrattamenti subiti dal suo popolo lo facevano arrabbiare molto.
Mosè sapeva di essere stato chiamato ad essere il loro liberatore, sua madre gli aveva raccontato di come Dio l’aveva preservato in un cesto lungo il Nilo.

Niente vale di più del fatto che sentisse la spinta della conduzione: non si poteva liberare dell’impressione che il suo destino non fosse nel palazzo, ma nel correre il rischio di liberare il suo popolo.

Gli speciali privilegi che aveva avuto non andavano sprecati, egli era un uomo con un destino.
Un giorno vide un Egiziano frustare un Israelita. Questo era davvero troppo, era arrivato il momento di un’azione immediata. Si guardò attorno e quando si rese conto che nessuno lo stava guardando uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia (Esodo 2:12). Il giorno dopo uscì per sedare un litigio fra due Israeliti e fu sorpreso nel sentire l’offensore dire; “Chi ti ha costituito principe e giudice su di noi? Vuoi uccidermi come hai ucciso l’Egiziano?” (v. 14).

Mosè si meravigliò che qualcuno l’avesse visto uccidere l’Egiziano. Nonostante avesse scrutato attentamente l’orizzonte, evidentemente non era stato sufficientemente accorto, oppure non aveva coperto il corpo con abbastanza sabbia. Era comunque qualcosa’altro che lo infastidiva profondamente: il suo popolo lo aveva respinto. Stefano commenta: «Ora Mosè pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio stava per dar loro liberazione per mezzo suo, ma essi non compresero» (Atti 7:25). Egli supponeva che il suo popolo avrebbe capito, ma fu solo una sfortunata ipotesi!

 

Come centinaia di persone che sono cadute nella vita hanno dovuto imparare, è spesso presuntuoso supporre che il popolo di Dio capirà.


Il Faraone si sentì tradito da colui che era cresciuto sotto la sua tutela tanto da volerlo morto; nello stesso modo gli Israeliti non protessero Mosè come avrebbero dovuto, così gli rimasero ben poche opzioni: per salvare la sua vita scappò nel deserto.
Essere odiato dal Faraone era comprensibile, ma essere respinto dalle persone per cui aveva rischiato la sua vita, creò una ferita che per essere rimarginata richiese diversi anni.

 

La nostra delusione raramente viene dal mondo, ma piuttosto dal popolo di Dio da cui ci aspetteremmo comprensione. Come spesso è stato detto: i cristiani sparano ai loro feriti!

 

Quando giunse a Madian, Mosè era esausto, così si sedette di fianco ad un pozzo.

Aveva avuto molte onorificenze, era stato destinato a diventare il re d’Egitto ma, proprio là, la sua reputazione era per sempre rovinata.

Senza dubbio il Faraone fece sapere al popolo che razza di traditore era diventato il suo figlio adottivo.

Perché tutto questo?

Mosè doveva imparare alcune lezioni che il successo non poteva insegnargli.

C’è una trasformazione di carattere che può avere luogo solo nel deserto.

Tu puoi essere istruito, allevato nel palazzo, ma la saggezza viene nel deserto.
Che cosa impariamo quando siamo sotto il castigo?


LA LEZIONE DEL SERVIZIO

Prima di tutto dobbiamo imparare a servire.

Quando le figlie del sacerdote di Madian vennero al pozzo, Mosè le protesse dai pastori sgarbati e le aiutò ad attingere l’acqua (Esodo 2:17).

Anche se era stato addestrato per ben più prestigiose responsabilità, fece tutto quello che era nelle sue capacità per aiutare (cominciava ad aver luogo il cambiamento).
Quando Reuel, il padre delle giovani donne, chiese chi le aveva aiutate, poterono rispondere solo di aver incontrato un Egiziano.

L’uomo che aveva avuto così alti riconoscimenti in Egitto, era ora condannato a vivere nell‘oscurità e nell‘umiliazione.

Fu invitato nella casa di Reuel, sposò Sefora, una delle sue figlie e, da allora in poi, sarebbe stato un pastore.

Mosè era piuttosto lontano dall’Egitto sia dal punto di vista geografico che sociale.

I pastori erano un’abominazione per gli Egiziani.

Ora questo prestigioso ragazzo, pieno di fama e fortuna, avrebbe sprecato a sua vita facendo ciò che uno schiavo analfabeta avrebbe fatto molto meglio di lui.
Per quarant’anni fece ciò che in precedenza gli avevano insegnato a disprezzare.

 

Quando sua moglie diede alla luce un figlio, lo chiamarono Ghersom, che significa “straniero” (Esodo 2:22). Mosè non si sentì mai a casa nel deserto; era come il proverbiale paletto quadrato in un buco rotondo, la sua attitudine andava in una direzione, le sue responsabilità nell’altra; il suo addestramento appariva sprecato.
Per quanto lo riguardava, Mosè si aspettava di rimanere sotto il castigo a Madian per il resto della sua vita, nessuno sarebbe stato mai impressionato dalle sue credenziali; non restava altro che guardare ai suoi errori e riflettere sul modo in cui era stato trattato.

Laggiù, nel deserto, nessuno aveva cura, non ci sarebbero state promozioni, al massimo sarebbe passato da un gregge di pecore ad un altro.
In Egitto, le madri avrebbero senza dubbio additato Mosè dicendo ai loro figli: “Ecco Mosè.., sii come lui”, ma ora nessuno lo ammirava per la sua istruzione e le sue responsabilità.

...eppure Dio gli stava insegnando ad essere fedele nell’oscurità.

Francis Schaeffer disse che non ci sono persone grandi o piccole di cui Dio si occupa, solo persone consacrate o non consacrate. Ecco perché la nostra vocazione non è così importante per Dio quanto lo è per noi. C’è qualcosa che si compie nell’oscurità se lo facciamo per Lui. Sì, anche quando ci viene richiesto di compiere un lavoro per il quale non ci sentiamo portati, possiamo trasformarlo in qualcosa di piacevole se crediamo che lo stiamo facendo per Dio.

 

Quando Giacobbe andò a lavorare per Labano, acconsentì a servire per sette anni per avere Rachele. Il testo dice: «...così Giacobbe servì sette anni per Rachele e gli parvero pochi giorni per l’amore che le portava» (Genesi 29:20).

Il tempo passa molto più velocemente quando serviamo con il giusto atteggiamento!

 
Ruth Harms Calkin scrisse:

Signore Tu sai che io ti servo
con grande fervore
sotto i riflettori,
Tu sai con quanta diligenza parlo da parte Tua

alla riunione delle sorelle.
Tu sai con quanta effervescenza promuovo
i gruppi di comunione.
Tu conosci il mio genuino entusiasmo allo studio Biblico.

Ma penso a come reagirei
se Tu mi mettessi davanti una bacinella d’acqua

chiedendomi di lavare i piedi callosi
di una vecchia signora curva e piena di rughe

giorno dopo giorno
mese dopo mese
in una stanza dove nessuno vede
e nessuno sa
”.


Il servizio si impara meglio nel deserto, e il cambiamento non avviene quando ci viene richiesto di fare quelle cose per cui ci sentiamo fin troppo preparati. Mosè dovette imparare che ciò che importa a Dio non è quello che fai, ma perché lo fai.

 

LA LEZIONE DELLA FIDUCIA

 

Mosè dovette imparare altre lezioni oltre a quella del servizio; dovette ricordare che Dio è all’opera anche quando le Sue azioni sono impercettibili.

«Or avvenne che dopo molto tempo il re d’Egitto morì e i figli di Israele gemevano a motivo della loro schiavitù; essi gridarono ed il loro grido a motivo della schiavitù salì fino a Dio» (Esodo 2:23).

Nel corso del tempo Dio operò (per essere precisi, durante quattordicimilaseicento giorni). Ci vollero quarant’anni, ma Dio cominciò a rispondere alle preghiere del popolo.

Ci sono trentuno verbi che descrivono ciò che Dio stava facendo.

Egli udì i gemiti del Suo popolo, non era per niente sordo: anche se non rispose immediatamente alloro pianto, lo stava ascoltando.

Poi, Dio si ricordò del Suo patto: anche se noi dimentichiamo le promesse fatte, o non manteniamo quelle che ci ricordiamo, Lui non affronta mai i propri impegni a cuor leggero
Per Dio il tempo non cancella i dettagli, ogni cosa è ben presente nella Sua memoria. Ecco perché Dio è in grado di valutarci con tanta accuratezza, Egli si ricorda precisamente cose successe nel 1961... 1956... 1943.

Una delle ragioni che ci può aiutare a dimenticare le ingiustizie subite è perché Dio le ricorda, e dal momento che Lui è il giudice non c’è ragione per cui anche noi le dobbiamo ricordare!

Mosè stava imparando che, anche se la vita scorre lenta e Dio sta in silenzio, Lui è pienamente conscio di quello che sta succedendo.

Inoltre Dio vide i bisogni del Suo popolo, capiva le loro ferite; le loro vie non gli erano nascoste anche se la liberazione impiegò tempo ad arrivare.

Al momento Mosè doveva imparare a confidare in Dio anche quando Egli sembrava, all’apparenza, indifferente ai bisogni del Suo popolo. Naturalmente è facile aver fiducia quando il pruno sta bruciando, le acque si dividono, e le montagne sono scrollate, sono gli anni del silenzio quelli che scoraggiano.

È facile parlare di fede quando sei in salute e il tuo capo ti ha appena promosso. Quando sei soddisfatto del tuo lavoro e i tuoi figli stanno seguendo il Signore, la fede viene facilmente, ma, quando sei stato frainteso, presentato in qualche maniera, e quando sei inserito in un lavoro inadeguato alle tue capacità e alla tua istruzione, quando ti trovi davanti a salate parcelle mediche e un coniuge impossibile, ecco, qui è quando la fede ha significato per Dio. E’ nel deserto e non nel palazzo che Dio trova la profondità della nostra resa, E’ proprio quando sta in silenzio, quando non parla, che la nostra fede è preziosa ai Suoi occhi.


Mosè stava imparando: e così dobbiamo fare noi.

 

LA LEZIONE DELLUBBIDIENZA

 

Dio venne a Mosè nel pruno ardente e gli disse che era tempo di uscire dal castigo e tornare a far parte del gioco. Mosè replicò: «Chi sono io per andare dal Faraone e per far uscire i figli di Israele dall’Egitto?» (Esodo 3:11).

Mosè era un uomo diverso.

Quarant’anni prima pensava di portare a termine l’esodo con la sua propria forza, ma ora, aveva imparato la lezione. La sua domanda avrebbe potuto essere: “Dio, dove sei stato? Io mi aspettavo di tornare in Egitto!”, invece Mosè pose la domanda che solo chi è stato spezzato da Dio potrebbe fare: «Chi sono io per andare dal Faraone e per far uscire i figli di Israele dall’Egitto?».

È stato torchiato e ferito.

Questo è il punto dove Dio vuole portare ognuno di noi, alla domanda di un uomo che ha visto sé stesso come realmente è.

A. W. Tozer disse che le migliori guide non sono quelle che vogliono un’occupazione, ma quelle che sono costrette da Dio a condurre.

Alla fine Mosè era qualificato e, naturalmente, per Dio le limitazioni di Mosè non erano un ostacolo. Egli rispose: «Certamente Io sarò con te» (Esodo 3:12).

...ma Mosè era ancora ferito; anche se era stato nel deserto per quarant’anni, non poteva dimenticare il fatto che il suo popolo lo aveva rigettato. Forse preferiva addirittura che marcissero in Egitto.

Quando sei in castigo è facile diventare amareggiato.

Così Mosè presentò la sua seconda scusa: «Ma, ecco, essi non mi crederanno e non ubbidiranno alla mia voce perché diranno “l’Eterno non ti è apparso” » (Esodo 4:1). Mosè cercava di capire se sarebbe stato rigettato di nuovo, in che modo Dio supplì alle ferite di Mosè?

Lo fece chiedendogli: «Che cosa hai nella tua mano?», e Mosè replicò: «Un bastone» (Esodo 4:2).

Così Dio rese Mosè capace di fare speciali miracoli con quel pezzo di legno.

Quando lo gettò sul terreno divenne un serpente, ma quando stese la sua mano e lo afferrò, si ritrasformò in un bastone.

Da quel momento Mosè lo portò con sé e fu un mezzo che Dio gli diede per sconfiggere gli Egiziani.

Quel sottile pezzo di legno lungo circa un metro e mezzo, sarebbe stato per Mosè un costante ricordo del fatto che Dio era con lui lungo tutto il percorso.
La verga di Mosè divenne la verga di Dio e, dove Mosè ebbe questo oggetto? Naturalmente durante il suo servizio in tempo di castigo. Più tardi avrebbe steso il suo bastone sul mare e le acque si sarebbero aperte; così si sarebbe di nuovo ricordato dei suoi giorni nel deserto.

Alla fine, Dio superò anche le obiezioni di Mosè. Il riluttante Mosè fu spinto di nuovo nel servizio, ora era qualificato per fare ciò che in passato aveva cercato di fare con la sua propria forza.

 

Oggi Dio chiede a te e a me: “Cosa c’è nella tua mano?”.

Pazienza, fede, la capacità di amare le persone inamabili?

Hai imparato ad essere contento nell’oscurità, a confidare in Dio nell’avversità?

Ha la vergogna portato amarezza e rottura?

Davide, che spese la maggior parte della sua vita a riprendersi dal fallimento disse: «I sacrifici di Dio sono lo spirito rotto; o Dio Tu non disprezzi il cuore rotto e contrito» (Salmo 51:17).

 

Un pastore cadde nel peccato dell’immoralità.

Quando il suo peccato venne scoperto, la sua reputazione fu rovinata e la sua carriera sembrava finita.

Trovò un lavoro come magazziniere, un’occupazione per cui era, per dirla semplicemente, sprecato vista la sua preparazione.

Solo pochi credenti gli stettero vicino in questa esperienza.

Nessuno osava comandarlo ad un’altra chiesa anche se era pentito.

Dotato, istruito, qualificato per il ministerio, era diventato nessuno,
rigettato, messo in disparte. Avrebbe potuto amareggiarsi invece iniziò a servire Dio dove si trovava. Cominciò a frequentare una chiesa, prima come visitatore, poi come membro, e col tempo divenne un insegnante della Scuola Domenicale.

Era fedele in quello che faceva trascorrendo molto tempo in silenzio davanti a Dio.
Un anno passò e poi un altro.

Dio iniziò a dargli più grandi capacità, più opportunità. “Dio ama ferire il Suo popolo”, avrebbe detto, “è il ramo che porta frutto che affronta la potatura”.

Oggi quest’uomo è fuori dal castigo e ha un ministerio efficace.

 
Non tutte le storie, naturalmente, hanno un finale così felice, ma se impariamo la nostra lezione nel deserto, ci renderemo conto che non è del tutto un castigo, è solo l’addestramento di Dio per un più profondo ministerio, un ministerio meno concentrato su noi stessi. C’è un nuovo tocco di Dio che avviene nel deserto.
Mosè doveva imparare che Dio si diletta a fare servi e non Faraoni. Egli può compiere la Sua opera al meglio nell’oscurità piuttosto che sotto i riflettori.
Non permettere a satana di suggerirti di sprecare i tuoi fallimenti. Dio è con te nel tempo del castigo per insegnarti a servire, confidare ed ubbidire.
Essere messo in panchina non è una perdita di tempo se
chi ti prepara è l’allenatore in persona.

 

 

 

 

2: GIONA

Lottare contro Dio

 

Non ti è mai capitato di disubbidire deliberatamente a Dio?

Forse sotto l’effetto di un impulso hai fatto qualcosa che sapevi essere sbagliato. Forse hai rifiutato di perdonare qualcuno o ti sei ribellato al volere dei tuoi genitori per fare di testa tua; o ancora, hai rigettato la chiamata di Dio ad essere un missionario in un’altra cultura.

Come reagiresti se si scrivesse della tua disubbidienza sul giornale locale?

Ora immagina che sia stata fatta un’incisione su una pietra in modo che gli archeologi fra duemila anni possano dire: “Guarda questa storia, c’è una persona che ha volutamente disubbidito a Dio; era così bigotto che non voleva neanche fare amicizia con uno straniero di razza ispanica”.

Questo è ciò che è successo al profeta più conosciuto vivente in Israele durante il regno di Geroboamo II.

Non solo la storia dei pregiudizi di Giona fu trascritta come parte della storia del suo tempo ma, ci è stata data da Dio come lezione per tutte le età nella Sua Parola, la Bibbia.
Giona doveva essere un profeta particolarmente capace agli occhi di Dio per dargli fiducia nell’avvertire i residenti di Ninive, la capitale dell’Assiria.

Essi avevano la reputazione di gente particolarmente cruenta, in quanto avevano commesso le atrocità più orribili nei confronti dei propri nemici.

Un profeta avrebbe dovuto avere dell’acciaio nella sua anima per avvertirli del giudizio di Dio.

Così, quando Dio disse a Giona: «Levati, va a Ninive, la grande città, e predica contro di lei, perché la loro malvagità è salita davanti a Me» (Giona 1:2), non dovremmo meravigliarci della risposta di Giona.

Il suo problema?

Era rimasto scombussolato dalla volontà di Dio per lui. In effetti stava dicendo: Trovo la volontà di Dio ripugnante, voglio che quegli Assiri siano puniti prima che decidano di ritornare a Dio e magari anche di combattere contro di noi. Sono nemici, e come tali non si avvisano i nemici del giudizio che verrà su di loro.

Non sapremo mai in questa vita se Giona pensò veramente di potersi sottrarre al lungo braccio di Dio dirigendosi nella direzione opposta a Ninive. Sappiamo solo che si recò al porto della città di Ioppe e comprò un biglietto per Tarshish.

Facendo così apprese tre lezioni significative che ogni uomo onesto che cade dovrebbe imparare quando deliberatamente parte in una certa direzione.
Quali sono state le lezioni che hanno completato l’addestramento di Giona?

 

1.  QUANDO TU SCAPPI, DIO TI INSEGUE


Giona scappò a Tarshish... «...lontano dalla presenza del Signore» (Giona 1:3).

In Ebraico significa letteralmente che stava scappando lontano dalla “faccia del Signore”; Giona voleva uscire dal Suo raggio d’azione!

Mentre scappava scese a Ioppe, per scendere a Tarshish, scese all’interno della nave e, alla fine, scese nel ventre del pesce (1:3-17).

Scappare da Dio significa inevitabilmente scendere, mai salire.

Così Giona scoprì che non si può viaggiare in incognito quando cerchi di scappare da Dio, c’era sempre un’invisibile presenza alle sue calcagna.

Senza considerare quanto lontano potesse scappare, il Signore era con lui.
Dio inseguì Giona in due modi. Prima di tutto catturò l’attenzione di Giona attraverso le circostanze: «Ma l’Eterno scatenò un forte vento sul mare e si levò una grande tempesta sul mare, sicché la nave minacciava di sfasciarsi» (Giona 1:4).

La tempesta cominciò dopo che Giona sparì nella stiva per fare un sonnellino e il vento spaventò a morte l’equipaggio.

Chiaramente, una persona normale al tempo di Giona non avrebbe mai notato un collegamento tra la tempesta e il viaggio del profeta, ma allo stesso tempo, una persona normale del giorno d’oggi vedrebbe come Dio possa usare le circostanze per incatenare un giovane che scappa da una famiglia consacrata alla ricerca di libertà. Certamente non tutte le tragedie sono il risultato del peccato, ma alcune lo sono.
Mentre il vento si faceva fragoroso e le onde si frantumavano contro la nave , i marinai iniziarono ad invocare i loro dei per placare la tempesta. In quel momento Giona stava ancora dormendo in fondo alla nave. Questo ci fa comprendere che la persona che è fuori comunione con Dio può dormire tranquillamente come sempre.

Possiamo chiudere i sensi di colpa e alienazione fuori dalla nostra coscienza per un lungo periodo, e dormire aiuta!

Nel caso di Giona il suo più grande problema non erano i pagani, ma se stesso, il profeta di Dio!

 

A volte, quando guardiamo alla tempesta in cui Dio sta tenendo il nostro Paese, incolpiamo gli umanisti e i comunisti.

Non potrebbe essere, comunque, che la tempesta che Dio ha mandato avvenga a causa della caduta dei cristiani assopiti, che si sono allontanati dimentichi del vento forte?
Diamo ai pagani credito per aver cercato di tenere a galla la nave. A volte anche coloro che non conoscono il Signore fanno del loro meglio per riportare alla nostra nazione moralmente disunita, un senso di equilibrio.

 

Nel caso di Giona possiamo vedere i “credenti” assopiti, mentre Dio sta per parlare attraverso dei marinai pagani.

Dopo che la sorte cade su Giona, egli dice: «Buttatemi in mare» (Giona 1:12).

Sapeva benissimo che la colpa era sua ed era pronto ad affrontare ciò che stava per accadere.

Avete mai pensato all’ostinatezza di Giona?

Quando fu gettato dall’imbarcazione era convinto di annegare nel Mar Mediterraneo; in quel momento la morte era molto più attraente dell’obbedienza a Dio.

Ho incontrato dei credenti di questo tipo: ricordo di una donna il cui desiderio di suicidio era molto più allettante del vivere con il proprio marito e penso alle tante persone che ogni anno si tolgono la vita piuttosto che affrontare la realtà dell’ubbidienza a Dio.

 
Forse anche tu stai scappando da Dio, sia geograficamente che moralmente, sai cosa è giusto ma rifiuti di farlo, o sai cosa è sbagliato e lo fai ugualmente.

Può darsi che non te ne sia reso conto fino a questo momento, ma Dio ti sta inseguendo.

Niente di quello che farai ti sottrarrà al Suo sguardo, a dispetto di quanto lontano o velocemente tu possa correre, Dio viene con te.

 
Giona sta per imparare una seconda lezione.

 

2.  QUANDO TI PENTI, DIO TI ASCOLTA


Improvvisamente Giona si rese conto che aveva semplicemente cambiato “pancia”: dalla stiva della nave al ventre di un pesce, ma ora, era pronto alla chiamata di Dio.

L’ambiente in cui si trova ora confinato è piuttosto un “centro di apprendimento creativo”, però, Dio ha finalmente la completa attenzione del profeta.

E’ proprio lì, nel ventre del pesce, che Giona riscopre la preghiera ed ammette a sé stesso; “Questa faccenda di scappare da Dio non sta funzionando molto bene, devo tornare sui miei passi ad una più profonda comunione con Lui”.

Possiamo leggere la sua confessione in Giona 2:1-9 dove riconosce che Dio è con lui anche nel mezzo di questa situazione spiacevole.

Egli dice al versetto 5: «Sono stato scacciato dalla Tua presenza. Eppure guarderò ancora verso il Tuo santo tempio» (Giona 2:5 – versione Nuova Diodati).

Secondo il modo di vedere del Vecchio Testamento, Giona era un credente, non era ancora giunto alla salvezza ma doveva riacquistare la comunione persa.
Giona parla di tornare al tempio, al luogo dove era iniziato il suo andare alla deriva lontano da Dio.

 

Ogni volta che torniamo dobbiamo ricominciare esattamente dal punto dove avevamo perso la strada.

 

Una volta, una persona che era ritornata sui suoi passi mi ha chiesto da dove doveva ricominciare e la mia risposta è stata la seguente: “Quale peccato è stato più importante per te che fare la volontà di Dio? Se sei scappato da Lui per tre anni, come pensi ora di cavartela?”.

Spesso riflettere su questa domanda ci aiuta a capire perché abbiamo perso la giusta direzione per poter così ricominciare.


Dio accetta il pentimento di Giona e rinnova il suo incarico.

«La Parola dell’Eterno fu rivolta a Giona per la seconda volta dicendo: “Levati, vai a Ninive, la grande città, e proclama ad essa il messaggio che ti comando” » (Giona 3:2).

Recentemente un uomo sulla cinquantina è venuto da me dicendo; “Pastore, sento di aver rovinato la mia vita; il mio matrimonio è una catastrofe e i miei figli non seguono il Signore. E’ troppo tardi per ricominciare?”.

Che bello è stato rassicurarlo dicendogli che non è mai troppo tardi per fare ciò che è giusto.

 

Ricordate la parabola in cui Gesù racconta dell’uomo che assunto alle cinque e mezza della sera viene pagato tanto quanto coloro che iniziano il loro lavoro alle nove della mattina? Naturalmente i più mattinieri hanno delle grosse lamentele da fare; il padrone della vigna ricorda loro che hanno accettato di lavorare per un denaro, ma essi si lamentano ancora. Così il proprietario chiede ad uno dei malcontenti: «Non mi è forse lecito fare del mio ciò che voglio? O il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?» (Matteo 20:15 – versione Nuova Diodati).

Sì, Dio è generoso e può fare ciò che vuole con ciò che gli appartiene.

Ho visto Dio usare persone in modo potente per il Suo regno, dopo che si sono pentite di anni buttati al vento.

Dio fa cose meravigliose nella vita di coloro che arrivano sul far della sera: mai sottovalutare ciò che Dio può fare con una persona caduta e ristorata.

 

Alla fine, Giona prese i suoi appunti e predicò il suo sermone a Ninive.

 

Trovo più difficile da credere questa parte della storia, piuttosto che quella in cui Giona viene inghiottito dal pesce.

Consideriamo insieme perché non potremmo aspettarci nessun risultato positivo.

Da un lato, il limite di tempo era ristretto.

Quaranta giorni?

Chi ha mai sentito parlare di un risveglio in quaranta giorni dove non c’è un uomo in prima linea e cellule di preghiera in tutti i quartieri della città?

Queste cose richiedono tempo, specialmente in un ambiente pagano.

Consideriamo poi il predicatore: egli non voleva che le persone si pentissero, così il suo sermone difficilmente poteva essere pienamente sincero.

Infine, consideriamo il messaggio: non c’era grazia, solo la predizione di un periodo di terrore.

Che specie di risultati avrebbe una tale predicazione ai giorni nostri?

Ancora una volta vediamo la grazia di Dio.

 

Mi ricordo di aver parlato ad un uomo che non voleva pentirsi e, più tardi, scoprii che era colpevole di omicidio.

Poteva quest’uomo ritornare a Dio ed essere recuperato?

Certo, e sono felice di dire che lo fu.

La seconda lezione che Giona imparò è che Dio ascolta coloro che si pentono.

 

3.  QUANDO TI LAMENTI, DIO TI AMMAESTRA


Il capitolo conclusivo di Giona contiene una fantastica sorpresa; il profeta è protagonista di un risveglio che lo scuote, pur rimanendo contrariato.

Seicentomila persone si pentono e perfino gli animali vengono coperti di sacco, ma nonostante questo, la rabbia di Giona rimane.

«...così egli pregò l’Eterno dicendo: “Deh, o Eterno, non era forse questo che dicevo quando ero ancora nel mio paese? Per questo sono fuggito in precedenza a Tarshish, perché sapevo che sei un Dio misericordioso e pieno di compassione, lento all’ira e di gran benignità, e che ti penti dal male minacciato” » (Giona 4:2).

Invece di portare avanti il suo compito, Giona pensa: “Signore, spero che essi non siano mai discepolati così che il loro pentimento non duri e Tu sia costretto a giudicarli”.
Giona, alla fine, piombò in una tale depressione da desiderare la morte: «...or dunque, o Eterno, ti prego, toglimi la vita, perché per me è meglio morire che vivere» (Giona 4:3).

Come uno studente che viene bocciato al suo ultimo esame, voleva solo morire e rinunciare a tutto. Ancora una volta il suicidio era molto più attraente dell’affrontare la realtà.

Ora Dio sta per dare un’altra lezione a Giona; Egli pone una pianta che copre il suo capo, le grosse foglie produrranno certamente molto più fresco del rifugio che Giona ha eretto.

Attraverso l’evaporazione le foglie rilasciano umidità e, comprensibilmente, Giona è soddisfatto di questa pianta.

 
Dio è un conforto per noi anche oggi; Egli pone un tetto sopra la tua testa e provvede i vestiti che stai indossando.

Paolo, infatti, dice che la bontà di Dio ci conduce al pentimento.

Egli stabilisce il benessere della vita, ma per portare a compimento ciò che ha preparato per noi, a volte fa scomparire questo benessere.

Nel caso di Giona, manda un verme che fa seccare la pianta durante la notte.
Dio stava dicendo a Giona; “Io sono il Dio che ti fa star bene, ma anche il Dio del tuo disappunto. Io ti ho dato la pianta, ma te l’ho anche portata via. Sia la pianta che il verme, sono Miei strumenti” .

 

A questo punto Dio non ha ancora finito; «Quando si levò il sole Dio procurò un afoso vento orientale e il sole picchiò sul capo di Giona che si sentì venir meno e chiese di morire, dicendo: “Per me è meglio morire che vivere!” » (Giona 4:8).
Dio diede a Giona un assaggio della fornace ardente sapendo che niente come le cattive condizioni atmosferiche, portano alla luce il peggio di noi stessi!

Il cocente vento dell’est non asciugò solo il sudore sul volto di Giona, ma seccò anche il suo cuore raggrinzito.


Notate che per ben tre volte consecutive viene sempre usato lo stesso verbo per mettere in luce il tocco della mano di Dio nelle esperienze della vita.

Dio provvede la pianta, Egli provvede il verme, Egli provvede il cocente vento dell’est. Dio si prende la piena responsabilità del benessere, delle delusioni e delle tragedie della vita. Tutte sono equamente stabilite. Benedetta è la persona che riesce a vedere tutto ciò che gli accade come qualcosa che ha origine dalla Sua amorevole mano.
Ora Dio dà al profeta la Sua parola finale: «Ma l’Eterno disse: “Tu hai avuto compassione per la pianta per cui non hai faticato, né hai fatto crescere, e che in una notte è cresciuta e in una notte è perita. E non dovrei Io aver compassione di Ninive, la grande città, nella quale ci sono centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e una grande quantità di bestiame?” » (Giona 4:10,11).

Dio stava dicendo: “Io ho un cuore compassionevole. Volevo che tutte le persone di questa città si pentissero ed ora, ecco, tutto rischia di non realizzarsi perché tu non sei d’accordo con Me e non ti piace il clima di Ninive. Tu volevi che Io coprissi con una pianta la tua testa per farti ombra, piuttosto che vedere queste persone pentirsi ed essere salvate”.


Questo è il cuore di colui che è caduto, il Cristiano che ha peccato ed è in ribellione contro Dio.

E’ a questo punto che diventiamo egoisti, bigotti, arretrati, noncuranti, in poche parole, concentrati su noi stessi.

Possiamo avere gli stessi sentimenti anche nei confronti della nostra città.

Possiamo sederci all’ombra di una casa di periferia fino a che arrivi un tornado come il verme ai giorni di Giona e possiamo arrabbiarci con Dio per il brutto tempo perché ci ha reso la vita difficile.

Il libro di Giona ci insegna molto riguardo al cuore umano, ma è anche un commentario sulla grazia di Dio.

Pensate solamente a quanta strada Dio percorre per riportare un profeta caduto in comunione con Lui!

Naturalmente Dio non ha nessuna difficoltà con il pesce... con il vento.., con la tempesta... con la pianta... con il verme.

E’ l’uomo che pianta i piedi e dice “non voglio”.

 
Ho visto Dio trascinare cristiani da un sentiero di rovi ad un altro, spingendo e gridando. Egli sta solo cercando di attirare la loro attenzione per metterli al corrente della Sua cura. Tutto ciò che vuole sentire da loro è: “Signore, sono uscito di strada, marcerò al ritmo del Tuo tamburo”. Invece, si perdono in un bicchiere d’acqua per cose da poco. Hanno perso la propria visione, compassione e peso per gli altri.
Dov’è Dio per i cristiani caduti, per gli uomini onesti che sono inciampati?

Egli sta aspettando con amore e misericordia... aspettando che essi lascino la loro ribellione e meschinità umiliandosi davanti a Lui in fede e ubbidienza.
Forse anche tu pensi di essere stato nel ventre del pesce per molto tempo, ma Dio ti sta aspettando per riportarti dalla Sua parte se tu gli rivolgi la stessa preghiera di pentimento che Giona gli rivolse.

Ricorda di ritornare al “tempio” dove un tempo hai incontrato Dio.

Egli ha un compito per te.

 

 

 

 

3: LOT

Il costo delle ambizioni egoistiche

 

All’inizio, il peccato sembra sempre un buon affare.

La sua attrattiva è evidente, ma attraverso la storia, ogni resoconto è chiaro: non ci sono buoni affari dove il peccato è coinvolto, e Lot, un cittadino altamente onorato della antica storia biblica, è l’esempio saliente del costo elevato, pagato a causa del suo peccato.


L’episodio è raccontato in Genesi capitolo 13.

La scena si apre con il facoltoso Abramo che porta Lot, un nipote apparentemente trattato come un figlio, nella terra di Canaan dall’Egitto verso il Neghev.

Arrivati a Bethel ed Ai, Abramo proclamò la sua fedeltà all’Eterno costruendo un altare e invocando il Suo Nome in una pubblica adorazione.

La benedizione su Abramo e suo nipote produsse un terreno fertile per un conflitto. I pascoli erano inadeguati per entrambi i loro greggi, il confronto fra i mandriani scoppiò e così, Abramo, come capo della famiglia, suggerì una soluzione pacifica.
«Guarda», disse, «c’è una grande quantità di terra, così, perché non mettiamo un po’ di distanza tra uno e l’altro» e, per citare l’autore biblico: «Deh, non ci sia contesa fra me e te, né fra i miei pastori e i tuoi pastori, perché siamo fratelli. Non sta forse tutto il paese davanti a te? Separati da me! Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; e se tu vai a destra, io andrò a sinistra» (Genesi 13:8,9).

Quando gli occhi di Lot percorsero rapidamente la valle del Giordano, sapeva già quale parte di Canaan sarebbe stata di miglior nutrimento per il suo gregge e per la sua ambizione. Non c’era nessun dubbio a riguardo, l’area era ben irrigata, sembrava il giardino del Signore, ed era fertile come il terreno più produttivo dell’Egitto da cui lui ed Abramo erano recentemente venuti.

Così la scelse, lasciando il terreno meno fecondo a suo zio.

Il costo nascosto di questa scelta egoistica venne alla luce solo in un secondo tempo.
Al momento, Lot sembrava aver dimenticato che Dio aveva promesso ad Abramo l’intero territorio (12:7).

Tecnicamente, naturalmente, Lot aveva ogni diritto di scegliere e così fece.

Dopo tutto Abramo gli aveva fatto un’offerta molto vantaggiosa, ma come tutti noi sappiamo, non tutto ciò che è legale è anche giusto.

La scelta di Lot era basata sulla sua visione di un pascolo per il bestiame in una terra rigogliosa, piuttosto che sulla comprensione del piano di Dio.

La sua unica meta era il successo e la sua avidità gli costò molto di più dell’affare che concluse.


LOT: L’OPPORTUNISTA


Prima di considerare quale costo nascosto ci fu da pagare, sediamoci con il Signore per un colloquio.

Siamo alle porte di Sodoma, dove Lot vive, ammirando un corteo di asini e cammelli sovraccarichi di beni preziosi.

I passanti balzano di qua e di là con agitazione e determinazione.

Noi prepariamo un microfono e chiediamo: “Lot, lei era uno dei più ricchi allevatori di bestiame e pecore in tutta Canaan. Perché ha rinunciato a quel tipo di vita?”.
“Opportunità, amico mio, opportunità!”

“Esattamente, che tipo di opportunità?”

“L’opportunità di aumentare il tornaconto dei miei investimenti” risponde Lot.

“Dopotutto, tu puoi fare minimi affari parlando alle pecore; anche se aumenti il loro numero, la vita del pastore è piuttosto confinata. Io sto bene a stare con le persone e così pure mia moglie e la mia famiglia”.

“Capisco, ma cos’altro l’ha attirata a Sodoma?”

“Nella città ho trovato l’opportunità di essere rispettato, di guadagnarmi la reputazione di uomo d’affari di successo. Il Signore mi ha fatto molti doni e questo è stato un modo per usarli; in più mia moglie prende piacere nel partecipare agli incontri sociali che si svolgono in città”.

“Se mi guardo intorno, signore, credo che la sua presente posizione di possibile giudice rappresenti un altro tipo di opportunità”.

“Vero, vero” risponde Lot. “Questa è una giusta osservazione. Qui posso applicare tutta la saggezza accumulata dei miei padri. Alcune persone mi chiamano opportunista, ma come tu sai, abbiamo veramente bisogno di prenderci cura di noi stessi e io sono determinato a scrivere più di una pagina di storia su questa città. Per molte generazioni gli scritti mostreranno che il Signore aiutò questa città a diventare grande”.

 

Per ora siamo ben impressionati, ma prima di giungere a qualsiasi conclusione sulla decisione di Lot, osserviamo quanto tutto questo gli costò. Genesi capitolo 19 rivela tre pagamenti che Lot ebbe da saldare per il suo pascolo rigoglioso.

 

1.  GLI COSTA LA SUA TESTIMONIANZA


Anche se era stato allevato in pianura, il giovane Lot era attratto dalla vita cittadina. Ricordiamo che dopo aver lasciato Abramo, piantò la sua tenda nella valle e piuttosto in fretta, si spostò più vicino a Sodoma.

 

Genesi 19:1 inizia con uno sconvolgente resoconto: «Or due angeli giunsero a Sodoma verso sera mentre Lot era seduto alla porta di Sodoma».

Come abbiamo già menzionato, non aveva raggiunto solo i suoi obiettivi materiali, ma anche le sue ambizioni sociali e politiche.

Era un uomo arrivato sotto tutti i punti di vista, ma in quel momento, ancora, non si rendeva conto di quanto gli stava costando.

Il primo prezzo che Lot ebbe da pagare per la sua decisione egoistica, fu la perdita della sua testimonianza nella città di Sodoma.

Il fatto che avesse lavorato nel suo interesse per diventare uno dei cittadini più in vista, indica che non sarebbe stato a lungo una minaccia alla vita immorale condotta nella città.

“Lot”, devono avergli detto, “tu ci piaci. Sei stato in gamba a rinunciare a quella esistenza da nomade e hai proprio quelle caratteristiche per essere il capo di cui abbiamo bisogno. Poiché tu sei un uomo d’affari scaltro, vogliamo darti una posizione d’onore alla porta della città”.

 

La voce profetica che chiama le persone al pentimento viene stranamente messa in sordina quando hai la possibilità di sederti accanto agli uomini più in vista della città.
Evidentemente, Lot, non solo non testimoniò ai suoi amici a Sodoma, ma non insegnò nemmeno alla sua famiglia le vie del Signore.

Quando una folla in tumulto venne cercando i due angeli che erano venuti a visitarlo, egli fu disposto a lasciarli abusare sessualmente delle sue due figlie vergini.

Poi indicò anche i suoi amici come “fratelli” quando cercarono di abbattere la sua porta per arrivare agli angeli (Genesi 19:7).

Notate: a Sodoma nessuno viene onorato a meno che decida di mettere in disparte la propria fede nell’Eterno; ti devi semplicemente mischiare allo sfondo della grande città e pagare per il tuo successo perdendo la tua testimonianza.


Molti anni più tardi, Gesù disse: «Perché chi si vergognerà di Me e delle Mie parole, in mezzo a questa generazione adultera e peccatrice anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre Suo, con i santi angeli» (Marco 8:38).

L’apostolo Giovanni scrisse: «Ora dunque, figlioletti, dimorate in Lui affinché, quando Egli apparirà, noi possiamo avere fiducia e, alla Sua venuta non veniamo svergognati davanti a Lui» (1 Giovanni 2:28).

 
Il messaggio è inequivocabile.

Se siamo così ben considerati dal mondo tanto da compromettere la nostra testimonianza, abbiamo già pagato troppo per il nostro successo.

La gloria scolorita che ci dà il mondo non si può nemmeno paragonare all’approvazione di Gesù Cristo alla Sua venuta; ma a Lot restava ancora tanto da pagare.

 

2.  GLI COSTA LA SUA FAMIGLIA


Recentemente un politico disse a sua moglie che avrebbe dovuto accettare il fatto che lei e i bambini sarebbero stati posti al secondo o terzo posto nella sua lista di priorità.

Lot pagò un prezzo simile nella sua scalata sociale a Sodoma.

Ogni sua azione fu a spese della sua famiglia.

Abbiamo già visto che fu disposto a sacrificare le sue due figlie dandole alla folla in subbuglio e si salvò solo grazie all’intervento degli angeli.

Evidentemente, Lot aveva altre figlie che non avevano ancora lasciato Sodoma. Leggiamo: «...allora Lot uscì e parlò ai suoi generi che avevano sposato le sue figlie e disse: “Levatevi, uscite da questo luogo, perché l’Eterno sta per distruggere la città”».

Ma ai generi parve che volesse scherzare (Genesi 19:14).

Ecco qui un uomo che ha talmente perso credibilità con i suoi generi che essi scambiano il suo messaggio per uno scherzo.

Il momento più serio della sua vita era ridicolizzato dai suoi ragazzi che in effetti dissero: “Padre, non puoi dire sul serio!”

Sì, prese con sé due figlie quando scappò dalla città, ma anche se furono risparmiate fisicamente, Lot le perse spiritualmente, perché avevano assorbito i valori morali di Sodoma.

Lot perse anche sua moglie.

Gli angeli gli avevano detto: «Levati, prendi tua moglie e le tue figlie che si trovano qui, affinché tu non perisca nel castigo di questa città... non guardare indietro e non ti fermare in alcun luogo della pianura» (Genesi 19:15-17), ma la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale.

Mentre partivano Dio incendiò Sodoma e Gomorra e tutto lo zolfo in quella regione esplose e scese sulla città. Furono totalmente consumati e, dal momento che si voltò indietro, la moglie di Lot partecipò al giudizio.

Lot e sua moglie avevano investito molto a Sodoma.

Probabilmente avevano una bella casa e appartenevano all’alta società della città. Lasciare tutto questo alle spalle era molto più di quello che la moglie di Lot potesse affrontare, così, a dispetto del comando esplicito, disubbidì e Lot perse ancora.

 

Quanto dovette pagare Lot per questo trasferimento a Sodoma?

Niente cifre in denaro, ma gli costò la sua testimonianza, i suoi figli, e la sua intera famiglia,

Questo è veramente un costo elevato per rimanere in cima, ma dal momento che per il peccato si paga a rate, a Lot rimaneva ancora tanto da scontare.

 

3.  GLI COSTA IL SUO CARATTERE

 

Le cattive notizie continuano.

La storia biblica non si ferma nemmeno per prendere flato.

Lot finisce in una caverna ubriaco; le sue figlie gli hanno servito così tanto vino da fargli perdere tutte le sue inibizioni e commettere così un incesto con loro.

I risultati di questo peccato furono profondi: «La maggiore diede alla luce un figlio al quale pose nome Moab. Questi è il padre dei Moabiti, che sussistono fino al giorno d’oggi. Anche la minore partorì un figlio al quale pose nome Ammi. Questi è il padre degli Ammoniti, che sussistono fino al giorno d’oggi» (Genesi 19: 37,38).

 

Non molti anni più tardi le donne Moabite seducevano gli Israeliti portando il giudizio di Dio su Israele mentre viaggiavano verso Canaan (Numeri 25:1-3) e gli Ammoniti introducevano l’adorazione del dio Moloch in Israele, richiedendo il sacrificio di bambini sull’altare.

 

Se potessimo intervistare Lot ora, che prospettiva differente avrebbe.,

Il giorno che scelse i pascoli migliori non aveva idea di dove sarebbe finito.

La scelta appariva così innocente, così giusta, ma era così vicina a Sodoma.

Solo più tardi fu chiaro che il costo era sproporzionato ai benefici.

Quale fu la causa principale della decisione egoistica di Lot?

Cosa lo spinse a diventare un cittadino modello di Sodoma?

Lì si sentiva a casa lì perché era stato ritagliato dallo stesso pezzo di stoffa: era avido.

 

Spesso mettiamo in evidenza l’immoralità di Sodoma, ma Dio dà una ragione diversa del perché la città fu giudicata: «Come è vero che Io vivo, dice il Signore l’Eterno, tua sorella Sodoma e le sue figlie non hanno fatto ciò che hai fatto tu con le tue figlie. Ecco, questa fu l’iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell‘afflitto e del povero. Erano altezzose e commettevano abominazioni davanti a Me, perciò le tolsi di mezzo, quando vidi ciò» (Ezechiele 16:48-5O).


Naturalmente non dovremmo trascurare le abominazioni morali di Sodoma e Gomorra, ma fu l’arrogante ricchezza delle persone che causò il giudizio conclusivo.

Fu a causa dell’amore per l’agiatezza e il piacere, che Dio diede fuoco alla città.

IMPARARE DALL’ESPERIENZA DI LOT

 

Cosa impariamo dall’esperienza di Lot?

Primo, Dio pone un prezzo per il peccato e questo prezzo non è negoziabile.
Per Lot, il piacere di trasferirsi a Sodoma, fu più importante di qualsiasi senso di colpa che potesse avere nel lasciare suo zio con i pascoli più poveri.

Così, non importa quanto piacevole sia lo svago, Dio sempre pone un prezzo per l’egoismo, ed è sempre più alto del compenso dell’auto-gratificazione.

Alcolizzati, ladri, adulteri (se fossero costretti ad esser onesti) sarebbero d’accordo e, anche se non raggiungessero questa conclusione sulla terra, certamente lo farebbero nell’eternità.


Secondo, c’è una lezione di speranza.

Dio è in grado di liberare il Suo popolo come fece con Lot.

E’ questa per caso una contraddizione?

Sì, abbiamo messo in evidenza il prezzo del peccato nella vita di Lot, ma ciò non significa che lui abbia perso la sua condizione davanti a Dio.

Pietro si riferisce a Lot come ad un uomo giusto che fu salvato da Dio.

La vita di Lot fu... «oppressa dalla condotta immorale di quegli scellerati (quel giusto infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, tormentava ogni giorno la sua anima giusta a motivo delle loro opere malvagie)» (2 Pietro 2:7,8).

A dispetto dei suoi compromessi, Lot aveva ancora una coscienza attiva; si ricordò la devozione di suo zio Abramo, ma, nonostante questo, non volle compiere un taglio netto.
L’autore dell’epistola, usa il drammatico intervento di Dio nella vita di Lot e aggiunge: «Il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per essere puniti nel giorno del giudizio» (2 Pietro 2:9).

 

Forse Dio deve fare lo stesso con noi oggi, magari attraverso la mano di un amico o una persona a noi cara. Egli gentilmente ci conduce fuori da un ambiente di peccato, così che possiamo scampare il giudizio finale a venire.

Molti Cristiani saranno salvati, ma bruciacchiati!

L’apostolo Paolo dice che noi tutti dovremo stare in piedi davanti al
trono del giudizio di Cristo e il nostro lavoro sarà provato col fuoco. Alcuni si troveranno tutte le proprie opere bruciate, ma saranno salvati come attraverso il fuoco (1 Corinzi 3:15).

L’immagine è quella di una casa che brucia; mentre crolla, la persona fugge attraverso la porta coperta solo di una camicia da notte. Ogni altra cosa se ne va in fumo!
Lot rappresenta coloro che, nonostante siano stati salvati, non avranno, però, nessuna azione da mostrare; il costo del peccato include anche la perdita della ricompensa eterna.


C’è ancora una lezione finale: dobbiamo riscattare coloro che sono stati venduti a Sodoma.

Giuda scrive che noi dovremmo «salvare gli altri con timore, strappandoli dal fuoco» (Giuda v. 23).

Da una parte dobbiamo odiare l’indumento macchiato dalla carne peccaminosa, ma dall’altra, dovremo riscattare coloro che si sono adattati al vivere del mondo.


Chiediamoci cosa stiamo facendo per aiutare gli alcolizzati, gli omosessuali, e coloro che sono caduti nell’immoralità.

Non è sufficiente predicare contro questi vizi; dobbiamo porgere loro una mano, un aiuto.

Alcuni credenti, oggi, sono tormentati dai propri peccati, ma non conoscono la via per uscirne.
Oggi Dio manda i suoi “angeli”, fratelli in Cristo, per aiutare le persone ad uscire da Sodoma e, una volta lasciata la città, non dovrebbero più guardare indietro.

Forse ti senti intrappolato da alcuni peccati proprio come successe a Lot.

La tua famiglia e gli amici sono diventati così legati al mondo, che tu non riesci a sopportare il pensiero di staccarti da loro a causa dei legami d’affetto.

Prova dunque a immaginare la resistenza che Lot avrebbe avuto se avesse detto a sua moglie e alla sua famiglia che stava per lasciare Sodoma per ritornare ad una vita nomade.

Avrebbe presto scoperto che, un conto è portare la famiglia fuori da Sodoma, e un altro è portare Sodoma fuori dalla sua famiglia!

Eppure, incurante delle proteste, avrebbe dovuto essere saggio e fare così.

Se Lot avesse compiuto quel passo decisivo, Dio lo avrebbe aiutato lungo il cammino.
Forse tu stai cercando un angelo che ti riscatti dal tuo ambiente o da un atteggiamento di peccato.

Dio può usar un fratello, il tuo pastore, o un amico caro.

Il tuo compito, però, è quello di allungare la mano così che puoi essere reso libero dal giudizio imminente.

E’ questa mano di fede che Dio onorerà.

Sodoma rappresenta ogni parte del mondo che ha fatto un nido nel tuo cuore.

Se questo è il tuo caso, Dio sta aspettando che tu ti penta così che Egli possa cancellare tutti i debiti che alla fine dovrebbero essere saldati.

 

 


4: NOE’

Il laccio dell’alcolismo


Chiunque di noi ricorda uno zio gentile o un nonno che ha mostrato verso di noi uno speciale interesse quando eravamo bambini. Era il nostro ideale di uomo onesto, una persona in cui porre fiducia e amore.

Poi, forse, un giorno,nella nostra adolescenza, abbiamo scoperto che se ne andava in giro con donne senza morale o che non diceva la verità. Improvvisamente il nostro idolo si frantuma in mille pezzi, e noi desidereremmo solo di non aver mai saputo dei suoi sbagli.

Provo la stessa cosa nei confronti di Noè.

Lui è veramente la persona che avrei sempre voluto essere.

 

w     Ubbidì a Dio con una fedeltà inequivocabile, e trovò grazia ai Suoi occhi.

w     Ebbe abbastanza fede da riempire l’arca con una collezione di creature viventi che avrebbero mandato in estasi un qualsiasi, moderno, proprietario di zoo.

w     La sua fede vibrante influenzò la sua famiglia, ed essi si unirono a lui nell’arca.


Perché Dio non ha permesso che la storia si concludesse cori l’arca situata su un terreno arido e con Noè che offriva un sacrificio?

Perché Dio non ci ha lasciato un’immagine di Noè e la sua famiglia che ci potesse soddisfare?

Noi vogliamo che i nostri eroi restino eroi, ma questo non è l’approccio di Dio alle biografie: Egli ci dice le cose come stanno!

Questa è una ragione per cui crediamo che la Bibbia è la parola di Dio.

 

Se un uomo avesse scritto le Scritture, t’avrebbe fatto come Mary Ellen White fece. Ecco il resoconto di Doug Hakleman: “Nella sua storia dei Riformati, lei mi presentò questi uomini come persone senza alcun difetto, ma io conoscevo, allora, abbastanza per sapere che Martin Lutero, non era perfetto come lei me lo aveva descritto, Così diedi un’occhiata alle biografie del Vecchio Testamento e vidi uomini e donne con pregi e difetti. Niente di ciò che erano veniva coperto” (San Bernardino Sun, 7 aprile 1984, p. D7). Come risultato, Hakleman decise che la Bibbia poteva essere creduta come un valido messaggio da parte di Dio.


Quando veniamo a contatto con Noè in Genesi 6, non potremmo mai immaginate che si ubriacherà in Genesi 9.

Quando ci viene introdotto il personaggio, realizziamo che egli è l’unica persona in cui Dio pone la Sua fiducia per adempiere il Suo scopo.

«Noè fu un uomo giusto e irreprensibile tra i suoi contemporanei. Noè camminò con Dio» (Genesi 6:9).

Il primo e l’ultimo pensiero di Noè erano sempre per Dio.

Immediatamente dopo le sue esitazioni nel costruire l’arca, «edificò un altare all’Eterno, e prese di ogni specie di animali puri e di ogni specie di uccelli puri e offrì olocausti sull’altare» (Genesi 8:20).

Quale fu la reazione di Dio?

«...e l’Eterno sentì un odore soave, così l’Eterno disse in cuor Suo: “Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo perché i disegni del cuore dell’uomo sono malvagi fin dalla sua fanciullezza e non colpirà più ogni cosa vivente come ho fatto”» (Genesi 8:21).
Non solo Noè era un uomo giusto agli occhi di Dio,ma aveva anche un’ottima reputazione fra le persone dei suoi tempi.

Nessuno poteva trovare una singola azione sbagliata in lui, era irreprensibile.

Nessuno dei suoi nipoti fu mai deluso dalla sua condotta.

Anche se fosse stato sbattuto in prima pagina sul giornale dell’epoca come predicatore di giustizia, non sarebbe indietreggiato all‘arrivo delle critiche.

Nessuna critica lo fermò, anzi continuò a credere e lavorare.

Dio disse a Noè: «Ho deciso di por fine ad ogni carne, perché la terra a motivo degli uomini è piena di violenza, eccolo li distruggerò insieme alla terra» (Genesi 6:13).

Giorno dopo giorno metteva insieme assi e sovrastrutture che avrebbero dato vita all’arca e il suo lavoro rinforzava il suo messaggio.

Per centoventi anni condivise gli avvenimenti di Dio con gli altri.

...eppure un giorno, Noè, cadde nel peccato.

Il suo unico atto divenne una progressione di altri peccati nella vita della sua famiglia.

Quale monito è, per noi, il notare come è possibile anche per santi stagionati, inciampare negli anni migliori della propria vita.

 

IL PECCATO DI NOE’


Con tutte le raccomandazioni che Noè ricevette da Dio, uno potrebbe pensare che egli sia al di sopra della battaglia delle passioni, ma un giorno l’innominabile avvenne (perlomeno in molte chiese del peccato di ubriachezza non si parla se non in toni pacati).

Quest’uomo di Dio che aveva dimostrato una fede incondizionata in Lui, piantò una vigna, schiacciò i propri grappoli, convertì il succo in vino, e ne bevve abbastanza da ubriacarsi.

Stava giacendo indecentemente esposto, quando suo figlio, inaspettatamente, si presentò davanti a lui.

 

Questo ci ricorda che anche le persone più pie possono inciampare a pochi passi dal traguardo finale. In modo particolare, i giovani cristiani sono spesso devastati quando scoprono i peccati dei loro eroi spirituali. Dicono: “Tutte queste persone nella chiesa credono in Dio da dieci, quindici, o addirittura venticinque anni, probabilmente non si arrabbiano mai, né si scoraggiano. Lodano Dio in ogni momento, devono essere molto vicini agli angeli”. Poi, improvvisamente, accade: scoprono che uno di questi cari santi ha commesso adulterio, è diventato un ubriacone, o è stato disonesto negli affari.

A dispetto dei centoventi anni spesi a seguire Dio, Noè non era pronto ad indossare le ali da angelo.

Mentre sta seduto solo nella sua dimora bevendo vino, assume il tipico atteggiamento di colui che beve di nascosto: ecco la classica persona che è coinvolta nella chiesa, ma il cui mondo privato è sconosciuto alla congregazione.

 
Recentemente una donna confessò di aver coperto per anni il vizio dell’alcool del marito. Lei telefonava al suo ufficio dicendo che era malato, e così altre bugie furono inventate per spiegare la negligenza del coniuge, sia alla famiglia, che ai membri della chiesa.

Sì, tutto questo può essere abbastanza comune, ma qui l’uomo in questione era un anziano rispettato di una chiesa evangelica.


Che errore pensare, che, coloro che eccedono nel bere, sono solo nella Skid Row (pensiamo possa trattarsi di una comunità per il recupero di persone con certi tipi di problemi – n.d.r.).

Solo il 2% di tutti gli alcolizzati finiscono lì, il resto sono negli uffici, fattorie, chiese e case.

Anche se sono riluttanti ad ammetterlo, alcuni alcolizzati affrontano la vita bevendo un bicchiere dopo l’altro.

Mel Trotter, che divenne uno dei più grandi responsabili missionari di Skid Row, raccontò di aver tolto le scarpe della sua piccola, che giaceva in una bara, per venderle e comprarsi un “cicchetto”.

 

Se tutti gli alcolizzati in una chiesa, improvvisamente si manifestassero una domenica mattina, saremmo tutti sconvolti.

Molti credenti sanno cosa significa sentire il forte desiderio per un altro bicchiere.

E’ un problema che non potremo ignorare a lungo.

Il pastore Bill Seath, per molti anni a capo dell’associazione degli industriali di Chicago, afferma questo: “La ragione primaria dell’aumento dell’alcolismo, è la rapida degenerazione dell’ambiente familiare nelle ultime generazioni. I genitori non inculcano più ai loro figli il timore dell‘alcool, ma cercano di insegnare loro a bere con l’eleganza di signore e gentiluomini. e con moderazione. Con un atteggiamento di questo tipo nelle case, non c’è da meravigliarsi che sempre più ragazzini diventino alcolizzati ancora prima di ricevere il diploma”.


Se tutto questo è successo a Noè, può accadere a chiunque.

Anche se alcuni credenti ancora oggi dibattono sul fatto se sia o no possibile bere con moderazione, ricordiamoci che una persona su quattro, che inizia a bere, diventa un alcolizzato, e non possiamo individuare chi dei quattro sarà il candidato.


Non cerchiamo di scusare Noè, credendo come alcuni commentari ci suggeriscono, che venne a sapere per caso che il vino produce ubriachezza.

In Matteo 24:38 leggiamo che una delle caratteristiche dei giorni di Noè, era che essi mangiavano, bevevano e si sposavano.

Sicuramente, Noè non era così impegnato nel costruire l’arca tanto da non venire a sapere dai suoi contemporanei, quanto intossicante potesse essere l’eccesso di alcool!

 

Dio ha permesso che questa storia si trovasse nella Bibbia come un avvertimento a tutti noi, del pericolo dell’ubriachezza.


L’esperienza di Noè ci mostra che ubriachezza e spudoratezza, generalmente camminano di pari passo.

Questo è il primo esempio di ubriachezza nella Bibbia, ed ecco cosa troviamo: Noè si denuda nella sua tenda.

L’alcolismo abbassa sempre le difese morali; dopo qualche bicchierino le inibizioni se ne sono andate e le persone si sentono libere di fare quello che normalmente sarebbero imbarazzate a fare.

 

Recentemente ho sentito per caso un uomo che parlava delle sue prodezze immorali dicendo: “Ci siamo fatti alcuni bicchierini e poi...”.

L’alcool fa agire le persone come animali senza che esse provino il minimo senso di colpa. Lontano dall’annegare i propri problemi, l’alcolizzato scopre piuttosto che il bere li tiene ben irrigati!

 

Il peccato di Noè ci ricorda che chiunque può scivolare nel peccato, ma, inoltre, ci illustra che quando cadiamo, generalmente trasciniamo qualcun altro con noi.

Quando tu cadi, anche il tuo compagno fa lo stesso: non c’è niente di peggio che peccare da solo!


IL PECCATO DEL FIGLIO DI NOE’


A questo punto della storia, potremmo pensare che Cam sarebbe stato un figlio meraviglioso, qualcuno di cui Noè poteva veramente andar fiero.

Egli, insieme ai suoi due altri fratelli, aiutò il padre a costruire l’arca, si occupò della sistemazione degli animali nella stessa, e si prese cura di loro.

Senza dubbio, sopportò anche le derisioni della gente di quell’epoca, e non c’è nessun cenno di qualche resistenza o ribellione da parte sua.

 Il giorno che Noè si ubriacò e svenne, troviamo un’interessante informazione riguardante Cam, il figlio più vecchio.

La Bibbia ci dice che: «Noè bevve del vino e si ubriacò, e si scoperse in mezzo alla sua tenda. E Cam, padre di Canaan, vide la nudità di suo padre e andò a dirlo ai suoi due fratelli di fuori» (Genesi 9:21,22).

Come risultato, una maledizione cadde su Canaan, figlio di Cam.

 
Cosa ci fu di realmente sbagliato nell’entrare inaspettatamente nella tenda?

Ovviamente, non era il fatto che Cam avesse trovato suo padre senza vestiti, ma, piuttosto, che godette della vergogna del padre.

Uno dei commentatori traduce il passo in questo modo: “Egli lo disse ai suoi fratelli con delizia”.

Apparentemente, una radice di ribellione era spuntata nel cuore di Cam, anche se in quel momento era nascosta.

Nemmeno la vita pia di Noè e il miracolo del diluvio con il suo imminente messaggio di giudizio, riuscirono a sradicarla.

Nessuna di queste due cose insegnò a Cam il bisogno di portare rispetto e di vivere nella decenza.

Deliziarsi della caduta di qualcun altro, equivale a partecipare al suo peccato.

Anche le famiglie migliori producono figli ribelli.

Sì, vivere in un ambiente dove le persone sono consacrate aiuta, ma il cuore dell’uomo è ingannevole e disperatamente malvagio.

Senza un genuino pentimento e impegno verso la signoria di Cristo, una radice di peccato può improvvisamente crescere quando le condizioni sono favorevoli.

Per ripicca un ragazzo può cadere nella sensualità, abbracciare una setta o avere uno spirito indipendente.

Per questo come genitori abbiamo bisogno di pregare così tanto per i nostri figli, per non dare a satana un appiglio e la possibilità di piantare un seme che salterà fuori con l’andar del tempo.

Come per Noè e suo figlio, c’è un legame che ci tiene uniti.

Nel bene e nel male, noi siamo nella corsa della vita insieme.

Ho sentito persone dire: “Se non frequento la chiesa o se abbraccio il tal peccato, chi avrà cura di me?”, ma anche se non ci sono legami visibili tra i figli di Dio, questo non vuol dire che la relazione causa-effetto sia meno reale.

Quando cadiamo ci sono leggi morali che si mettono in movimento e che, inevitabilmente, ci portano ad influenzare altri.

Anche i peccati nascosti hanno conseguenze non tanto segrete.

Questo è il modo in cui Dio decide di procedere.


Quando Achan peccò in segreto, l’intera nazione di Israele perse la battaglia e, alla fine, lui e la sua famiglia furono lapidati.

Per quanto ingiusto ci possa sembrare, Dio non ci permetterà di peccare isolati e questo è particolarmente vero con l’alcolismo.

Studi hanno mostrato che le possibilità per un ragazzino di diventare un alcolizzato, crescono drammaticamente quando uno dei genitori è vittima del bere.

Infatti, sarà probabilmente necessario che passino alcune generazioni per neutralizzare l’effetto dell’alcool nella linea familiare.


Se Noè ha dovuto imparare quanto devastanti possono essere le conseguenze anche di un solo peccato, anche noi abbiamo imparato meglio la stessa lezione.

Nessun uomo vive per sé stesso e nessun uomo muore per sé stesso, e nessun uomo pecca per sé stesso.


IL PECCATO DELLE GENERAZIONI FUTURE


La catena di conseguenze dovuta all’ubriachezza di Noè, non ha termine con Cam.

Dio dice in effetti: “Cam, a causa del tuo atteggiamento nei confronti di tuo padre, tuo figlio Canaan riprodurrà la tua ribellione. Egli sarà perseguitato, sarà un servo per tutta la sua vita, e non seguirà il Signore”.

Gli archeologi hanno verificato questa predizione.

Quando portarono alla luce le iscrizioni dei Cananei, scoprirono che erano una delle più svalutate, peccaminose, e depravate popolazioni di quei tempi. Ogni specie di iniquità conosciuta ai giorni nostri era da loro praticata, e le conseguenze furono trovate in tutte le generazioni.

Per questo motivo Dio disse a Giosuè di sterminare i Cananei.

Forse ci suona troppo duro, ma il fatto è che Dio stava giudicando una nazione che era consumata dalla malvagità. Dal momento che aveva promesso a Noè che non avrebbe mai più distrutto la terra con un diluvio, Egli usa la guerra per liberare la Palestina da questa malvagia popolazione.

Qualsiasi problema possiamo avere con il Suo giudizio, impariamo una lezione importante: Dio odia l’iniquità e ogni via malvagia.

Anche se mi aspetto di incontrare Cam nel cielo, dubito che vedremo parecchi dei suoi discendenti.

Quando Dio dice che: «punisce l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che Mi odiano» (Esodo 20:5), intende questo.

Per esempio, Abramo mentì a proposito di Sara con il Faraone; Isacco finì nelle stesse circostanze con Rebecca, sua moglie; Giacobbe fu un bugiardo ed ebbe dodici figli, dieci dei quali lo tradirono con delle bugie.

Ecco il risultato: quattro generazioni sono state colpite a causa del peccato di uno dei genitori.

Naturalmente, questo non significa che la connessione tra padre e figlio sia infrangibile: Dio può trasformare le conseguenze dei peccati dei nostri genitori e nonni se ci pentiamo.

Ma c’è un giudizio che passa su di noi e che porta ad una certa predisposizione per il peccato. Ciò è certamente vero riguardo al peccato della carne, come l’ubriachezza, l’alcolismo, il gioco d’azzardo e l’immoralità.


Noè visse trecentocinquanta anni dopo la sua esperienza e fu un tempo sufficientemente lungo, per vedere la maledizione avere un effetto su Canaan; infatti, vide il risultato di quell’unico atto consumarsi davanti ai suoi occhi.

Sono sicuro che Noè fu ristorato da Dio, riportato in comunione e perdonato, dal momento che egli, è incluso tra gli eroi della fede citati in Ebrei capitolo 11, anche se le conseguenze del suo peccato non furono mai cancellate dalla faccia della terra.

Se satana ha vinto una battaglia nella tua vita, non permettergli di vincerne una seconda, come se fosse troppo tardi per pentirti.

Ha tre bugie che lancia sui credenti ingenui.

La prima è che un unico peccato non è veramente importante: “Fallo solo una volta, Dio ti perdonerà, e tu ne potrai controllare le conseguenze”.

Così, quando cadiamo, Lui si fa avanti con una seconda bugia: “Sei caduto così in basso che non c’è maniera di stare in piedi. Infatti se ricevi il perdono oggi, probabilmente domani rifarai la stessa cosa, perciò, perché preoccuparsi?”.

E, di conseguenza, ha anche una terza bugia: “Ora, guarda cosa hai combinato, ti sei spinto troppo oltre, hai commesso una marea di peccati e hai ferito molte persone. Impara a far fronte ai tuoi peccati, ma stai sicuro che Dio non vorrà più sentir parlare di te, sei troppo miserabile per essere perdonato”.

Quando il diavolo ti ha convinto che non c’è modo di tornare indietro, sei bloccato dalla maledizione, e così anche i tuoi figli.

 

Ma Dio vuole riportarti a Lui oggi, così che le conseguenze del peccato che hai già commesso, siano minimizzate.

Egli ti dice:”Voglio abbracciarti di nuovo, voglio cancellare il tuo peccato. Puoi camminare davanti a Me in purezza e santità”.


Quando leggiamo Ebrei 7:25 dove Gesù può: «anche salvare appieno coloro che per mezzo suo si accostano a Dio», la parola appieno si riferisce, alla persona che avrà, probabilmente, minime possibilità di essere cambiata.

E’ un riferimento all‘abilità di Cristo di cambiare coloro che sono un “caso senza speranza”; ma la frase “caso senza speranza” è una contraddizione alla presenza di Gesù Cristo. Nessuno è senza speranza agli occhi di Cristo, infatti egli può toccare coloro che sono oppressi da demoni e guidati dalle passioni.

Cristo è in grado di rendere un adultero fedele, un ladro onesto, e un ubriacone sobrio.

Se anche Noè cadde nell’ubriachezza, Dio certamente, non è sorpreso che noi cadiamo in alcuni peccati della carne.

In ogni modo, oggi è il giorno del pentimento, il giorno in cui possiamo portare noi stessi davanti alla misericordia di Dio, così che il dominio del peccato possa essere fermato.

 

 

 

 

 

5: GEDEONE

L inganno del successo

 

Non vi è mai capitato di vedere l’inizio di una maratona che si svolge in una grande città?

Una folla di oltre ventimila persone si trova dietro la linea di partenza.

Dopo lo sparo, ci vogliono diversi minuti prima che l’ultimo concorrente raggiunga la linea di partenza.

Mentre i partecipanti proseguono la corsa, i più veloci gradualmente si portano così avanti da essere soli, mentre i più lenti sembrano non uscire mai dal mucchio.
Essere distaccato dal resto della folla non ti garantisce, comunque, di vincere la gara.

In una maratona svoltasi nel Nord America nel 1983, un corridore cadde proprio a pochi metri dalla fine, mentre un altro lo sorpassava, vincendo. Il corridore ferito si riprese in tempo per raggiungere il traguardo e arrivare terzo.

La vita Cristiana è proprio così.

Paolo scrive ai Galati: «Voi correvate bene; chi vi ha ostacolato impedendovi di ubbidire alla verità?» (Galati 3:7).

Avevano cominciato bene, ma stavano per abbandonare la gara, perché qualcuno li stava distraendo dal traguardo. Infatti, sembrava che la loro attenzione fosse rivolta in un’altra direzione e che stessero perseguendo un altro obiettivo.

Uno degli eroi più conosciuti del Vecchio Testamento, Gedeone, ci illustra drammaticamente come il successo iniziale nella gara della vita, possa condurci ad un pericoloso auto-inganno, e che il risultato finale, sia un venir meno al taglio del traguardo.

Gedeone, chiaramente, è un uomo che dobbiamo studiare seriamente.

Gedeone crebbe in un ambiente che non era stato designato per produrre santità.

Nel cortile dei suoi genitori c’era un altare dedicato a Baal e una statua di Ascerah, due dii delle nazioni vicine.

Nel frattempo, subivano scorribande e devastazioni da parte dei Madianiti, che riducevano gli Israeliti in schiavitù.

A dispetto del passato pagano di Gedeone, un angelo del Signore gli apparve e gli diede degli ordini imperativi: «Prendi il toro di tuo padre e il secondo toro di sette anni, demolisci l’altare di Baal che appartiene a tuo padre, e abbatti l’Ascerah che gli sta vicino; poi costruisci un altare all’Eterno, il tuo Dio, in cima a questa roccia nell’ordine dovuto; prendi quindi il secondo toro e offrilo in olocausto sulla legna dell’Ascerah che avrai abbattuto» (Giudici 6:25,26).

 

Spaventato dallo scompiglio che le sue azioni avrebbero potuto causare, Gedeone fece tutto questo di notte, piuttosto che in pieno giorno. Anche se da vigliacco, aveva compiuto il suo primo passo decisivo di ubbidienza.

Dio onorò quell’impegno, lo Spirito del Signore venne su Gedeone, ed egli convocò tutto il popolo di Israele per unirsi a lui in un attacco, contro la nuova invasione dei Madianiti.

Come sapete, Dio lo aiutò a trasformare quel goffo esercito di reclute in una forza combattente di trecento unità.

La vittoria conclusiva fu fantastica: catturarono persino i due re conduttori dell’alleanza; ma è dopo la vittoria che arriva la tentazione.

A favore di Gedeone c’è il fatto che non diventò né provocatorio, né orgoglioso, ma fu spinto verso la tentazione dai suoi ammiratori. Purtroppo, quando ci sentiamo lusingati, non abbiamo la forza di dire no.

Essi gli dissero: «Regna su di noi tu, tuo figlio e il figlio di tuo figlio, perché ci hai liberai dalla mano di Madian» (Giudici 8:22).

Considerando gli attacchi subiti da diversi villaggi in Israele, doveva fare attenzione a non cadere in tale orgoglio. Saggiamente riconobbe che non era la volontà di Dio per lui, il diventare re: Dio non voleva un re per Israele in quel momento. Eppure, Gedeone, cadde in una tentazione collegata a questa: prese una serie di decisioni che ossessionarono le nazioni per anni dopo la sua morte. Anche se pensava di aver fatto bene, scivolò in un errore che ebbe effetti nel tempo.


LA TENTAZIONE DI UNA POSIZIONE PRESTIGIOSA


Gedeone declinò l’invito ad essere re, ma, evidentemente, si sentì obbligato ad aiutare le persone in un modo creativo.

Guardandosi intorno vide come i sacerdoti erano diventati corrotti, e così, penso che abbia detto a Dio: “Tu sai che qualcosa deve essere fatto. Non riesco certo a vedermi nei panni di re, ma potrei cavarmela con i sacerdoti”.

Così si fece avanti con quello che pensava fosse una valida alternativa.
Spesso spingiamo una persona di successo ad occupare una posizione per cui non è qualificata. Ci aspettiamo, che la persona che ha avuto buoni risultati in un compito, sia qualificata per cavarsela anche in altre responsabilità. Pensiamo che un pastore di successo dovrebbe diventare il presidente di una scuola Biblica, o che un aggressivo uomo d’affari sarebbe un buon anziano.

Abbiamo bisogno di resistere fermamente alla tentazione di spingere le persone oltre i limiti delle abilità e della chiamata che Dio ha dato loro.

Gedeone, infatti, stava per caricarsi di una responsabilità che era contraria alla volontà di Dio: «Voglio però chiedervi una cosa: ciascuno di voi mi dia gli orecchini del suo bottino» (Giudici 8:24), disse alle persone.

Essi risposero con un’ovvia gratitudine.

Dal momento, che essi avevano appena sbaragliato centotrentacinquemila Ismaeliti che indossavano orecchini, l’oro si accumulò velocemente. Calcolando un prezzo odierno, il valore dovrebbe aggirarsi intorno ai 350.000 euro.

Gedeone non era avido.

Gli storici hanno scritto semplicemente, «Gedeone ne fece un efod» (Giudici 8:27).

Questo era un indumento il cui modello assomigliava ad un grembiule e che era indossato dal sommo sacerdote durante l’adorazione nel tabernacolo. Sopra esso, il sommo sacerdote indossava un pettorale con due pietre usate per determinare la volontà di Dio (vedi Esodo 28:1-14).

Gedeone sapeva che Dio era con lui e quindi presunse che questo efod potesse aiutare la nazione.

Sfortunatamente, fallì nell’ubbidire agli espliciti comandamenti di Dio riguardo al sommo sacerdote.

Nello specifico, Gedeone aveva violato tre comandamenti.

 

Il primo era che i sacerdoti dovevano provenire dalla famiglia dei Leviti e solo dalla linea genealogica di Aronne (Esodo 28).

Dal momento che Gedeone non veniva da una famiglia Levita, non aveva il diritto di assumersi alcun compito riguardante il sacerdozio.


Secondo, Gedeone usò il materiale sbagliato per fare l’efod; infatti doveva essere confezionato con stoffa blu, e non oro.

Naturalmente, le persone pensavano che Dio sarebbe stato compiaciuto nel vedere un metallo così prezioso, ma Egli preferisce l’ubbidienza alla bellezza.


Alla fine, Gedeone pose il centro dell’adorazione a Ophrah, la sua città d’origine.

Eppure, Dio aveva chiaramente detto che il tabernacolo, il centro dell’adorazione, doveva essere a Shiloh. Così, Gedeone infranse il terzo comandamento.

 
Senza riguardi a quanto corrotto potesse essere il sacerdote, Gedeone non aveva alcun diritto di ignorare le istruzioni di Dio. Non c’è ombra di dubbio che fosse sincero, ma Dio non accetta scuse.

I compromessi di Gedeone possono sembrare minuscoli, ma portarono velocemente al dispiacere di Dio.


La stessa cosa è ancora vera oggi.

Un giovane può desiderare di sposare una ragazza non credente; o può compromettere la sua morale per aver soddisfatto alcuni piaceri immediati.

Anche se il comportamento può essere razionalizzato, Dio non scusa il peccato.

Un uomo d’affari può dire: “Guarda, tu non puoi capire la giungla degli affari; ci sono concorrenti alla mia sinistra e alla mia destra che stanno frodando. Non c’è maniera per me di rimanere negli affari senza scendere nel compromesso. Se dovessi essere completamente onesto, la competizione mi porterebbe alla bancarotta”.

Ma, Dio non onora la disubbidienza, anche se i fatti possono farcelo sembrata ragionevole.

Il nostro cuore può essere nel posto giusto, come quello di Gedeone, ma Dio non cambia le regole per noi; il fine non giustifica i mezzi.

Gedeone aveva compiuto il primo passo verso una pendenza scivolosa.

Un peccato ne avrebbe presto generati altri e, alla fine, un’intera generazione ne sarebbe stata influenzata.


LA TENTAZIONE DELL’IDOLATRIA


Una volta che Gedeone aveva posto sé stesso come sommo sacerdote, e portato il centro dell’adorazione nella sua città, l’idolatria seguì rapidamente.

Il resoconto Biblico ci dice inflessibilmente: «Tutto Israele vi andò a prostituirsi con esso (l’efod), e diventò un laccio per Gedeone e la sua casa» (Giudici 8:27).

Chiaramente l’efod d’oro rappresentava il potere sui comuni cittadini d’Israele. L’avvertimento di Dio contro l’idolatria, non sembrava essere così importante per coloro i cui cuori si focalizzavano su una rappresentazione tangibile della fede.

 
Naturalmente, anche la cristianità può avere i suoi ornamenti.

Non c’è niente di sbagliato nell’avere una bella chiesa, ma per alcuni potrebbe essere un intoppo.

Potrebbero pensare che Dio rimane impressionato dalle pietre, dall’acciaio, e anche dal cristallo.

...e cosa dire delle reliquie venerate da alcuni membri della Chiesa Cattolica Romana?

 

Mia moglie ed io siamo stati in diverse chiese cattoliche in Italia.

Abbiamo visto le catene che, si suppone, fossero state usate per incatenare Pietro e Giovanni quando erano in prigione, e la bacinella che, sempre si suppone, Gesù abbia usato quando lavò i piedi dei discepoli.

Vediamo persone inginocchiarsi davanti a reliquie del genere, pensando che in qualche modo ciò, aggiunga loro dei potenziali meriti agli occhi di Dio.

Questi oggetti sono diventati un laccio per molti.

 
Gedeone sicuramente sapeva che le persone stavano peccando, ma evidentemente, non alzò la sua voce, né le sue mani mentre la processione di adoratori si accostava all’efod.

Forse, pensò anche che Dio aveva fatto un’eccezione per lui.

 
Ci sono molte altre forme di idolatria. Ogni volta che abbracciamo un peccato, stiamo ammettendo che c’è qualcosa nella nostra vita che è più importante di Dio. Forse è l’avidità, la bramosia, o l’orgoglio. L’idolatria, è qualsiasi cosa che ci frena quando Dio comincia a investigare i nostri cuori.


Ricordo di aver sentito un missionario raccontare di come le persone del posto catturavano le scimmie (in una cultura pagana): con un metodo simile a quello usato in una delle favole di Esopo.

Prendevano una zucca, e facevano un buco largo abbastanza per la mano di una scimmia; poi introducevano nella zucca ogni tipo di leccornia.

La scimmia avrebbe fatto scivolare la sua mano nel buco, spingendo sulle leccornie, e cercando di ritirare la mano.

Naturalmente, la sua mano gonfia non avrebbe potuto muoversi nel buco così, mentre le persone si avvicinavano, la scimmia avrebbe cercato freneticamente di estrarre la sua mano.

Anche se questo significava essere catturata, si rifiutava di lasciare il suo tesoro.

Il tesoro era più importante della vita stessa.


Cosa c’è nella tua mano?

Forse ci sono i tuoi sogni: il matrimonio, la carriera, il sentirsi accettato da parte della famiglia, o l’ammirazione dei tuoi simili.

Sei disposto a lasciare tutto questo per Dio?

Forse Lui vuole usarti in un posto e in un ministero meno appariscente.

Sei disposto a lasciare i tuoi sogni?

Dio odia lo spirito diviso, che non si localizza sull’adorazione dovuta a Lui solo, e quando ci rifiutiamo di donarGli ogni cosa che è nelle nostre mani e nel nostro cuore, compiamo il primo passo che ci porta lontano da Lui, in totale disubbidienza.
Per Gedeone, il passo successivo fu l’appagamento dei sensi.


LA TENTAZIONE DELL’APPAGAMENTO DEI SENSI


Le retribuzioni per la leadership sono tante.

C’è la sindrome “Io me lo merito”, e per Gedeone la ricompensa personale per le sue responsabilità, fu un gruppo di bellezze: molte mogli.

La Bibbia ci dice: «...poi Jerubbaal, figlio di Joash, tornò a dimorare in casa sua. Or Gedeone ebbe settanta figli che uscirono dai suoi lombi, perché ebbe molte mogli. La sua concubina, che stava a Sichem, gli partorì anch’ella un figlio, a cui pose nome Abimelec» (Giudici 8:29-31).

Ai giorni di Gedeone, come ai nostri, la conduzione, cioè essere a capo, significava avere molto di più di chiunque altro.

Il suo valore militare l’aveva stabilito come il giovane più straordinario dei suoi giorni, e l’abbondanza delle mogli sembrava meritata.

...eppure Dio aveva esplicitamente proibito l’abbondanza delle mogli (vedi Deuteronomio 17:17), e ciò era stato detto in modo particolare per i sacerdoti.
Gedeone aveva donato tutto sé stesso ad uno stile di vita  sensuale, e quindi non era mai soddisfatto di sé stesso o del suo harem privato.

Pose una concubina sulla seggiola del potere, Sichem, ed ella gli diede un figlio. Naturalmente il termine concubina è un eufemismo sociale per indicare una prostituta.
Quale fu il risultato?

Abimelec, il figlio della concubina, si unì ad una banda di canaglie e uccise tutti i suoi settanta fratellastri.


Quando impareremo che Dio non fa eccezione per i leader religiosi?

Quando iniziamo a pensare che meritiamo alcuni extra, il nostro “Abimelec” salta fuori per tormentarci.

Non possiamo prendere delle scorciatoie riguardo alla purezza morale e all’integrità. Senza riguardo a quante benedizioni Dio ci darà quando scendiamo a compromessi, alla fine Egli riscuoterà.


Cosa accadde dopo la morte di Gedeone?

«Dopo la morte di Gedeone i figli d’Israele ricominciarono a prostituirsi ai Baal e presero Baal-Berith come loro dio. I figli d ‘Israele non si ricordarono dell’Eterno, il loro Dio, che li aveva liberati dalle mani di tutti i loro nemici tutt’intorno» (Giudici 8:
33,34).

 

Quando il corridore che conduce la gara fa qualcosa di sbagliato, tutti gli altri gli vanno dietro. L’idolatria di Gedeone diventa l’idolatria dei suoi discendenti; ma c’è di più.
Leggiamo:  «...e non dimostrarono alcuna gratitudine alla casa di Jerubbaal (cioè di Gedeone) per tutto il bene che egli aveva fatto a Israele» (Giudici 8:35).

Quando inganni la tua famiglia, la lealtà ha la memoria corta.

Il risentimento prende il posto del ringraziamento dopo la morte del grande capo o dopo la caduta dalla sua importante carica.

 

Gedeone iniziò la sua vita in una casa pagana, poi Dio entrò nella sua vita ed egli distrusse gli idoli di famiglia, ma nella sua vecchiaia tornò agli idoli della sua gioventù.

E’ un fenomeno che ho visto nella vita di molte persone: i peccati di gioventù tornano a galla per tormentarli in tarda età.

Ecco perché è così importante per i giovani questo passo della Scrittura: «...ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza» (Ecclesiaste 12:1).

Quando seminiamo la nostra avena selvatica, il suo sviluppo può richiedere anni, ma alla fine spunterà.

 

I Russi hanno una parabola che illustra cosa accade quando scendiamo a compromessi con il diavolo.

Un cacciatore era fuori nei boschi quando incontrò un orso.

Accostandosi all’uomo l’orso chiese:

“Che cosa vuoi? “,

e il cacciatore rispose: “Voglio una pelliccia calda”.

L’orso replicò: “Beh, è una cosa lecita. Io, d’altro canto, voglio uno stomaco pieno. Possiamo parlarne e negoziare? Forse potremmo trovare un compromesso”.
Mezz’ora dopo l’orso si alzò camminando lento lento; sul terreno c’era il fucile del cacciatore.

Mentre vi fermate per un attimo a pensare cosa successe, realizzerete che ci fu una sorta di compromesso: l’orso ebbe lo stomaco pieno e l’uomo ottenne la sua calda pelliccia.


Spessissimo parlo con persone che dicono: “Lasciatemi solo. Posso arrangiarmi e affrontare la lussuria, come anche l’alcool e il gioco d’azzardo di tanto in tanto. Posso anche maneggiare la pornografia perché so quando frenarmi in tempo”.

 

Gedeone, però, non poté andare lontano con il compromesso e, così non possiamo neppure noi.

La vita cristiana non è la corsa dei 100 metri, ma una corsa costante attraverso la nazione. Non è solo per coloro che vogliono diventare gli eroi del ventunesimo secolo. Molti iniziano bene, ma finiscono con un disastro.

Ho notato che le future generazioni, generalmente ricordano una persona per il modo in cui ha finito la sua vita; senza nessun riguardo a quanti successi possa aver avuto, se finisce male, l’impressione finale sarà che ha mollato, ed ha fallito.

Come nel caso di Gedeone, essi dimenticarono le sue vittorie per il Signore e ricordarono solo l’idolatria e la sensualità.


Le cadute possono essere arrestate, ma abbiamo bisogno di gridare a Dio con pentimento, iniziando a camminare nella potenza dello Spirito Santo.

Se potessimo parlare oggi con Gedeone, sicuramente ci avvertirebbe di camminare pienamente nell‘ubbidienza, senza riguardo al costo.

Ciò che fa la differenza è come finisci la corsa e non come la cominci!

 

 

 


6: SANSONE

Il costo nascosto della sensualità


Non ti è mai capitato di dire a te stesso: “Ecco, l’ho fatto! Anche se mi avessero detto che avrei avuto dei guai, io l’ho fatto, e oltretutto il Signore mi sta ancora benedicendo, io so che Lui mi capisce”.


Ho fatto consulenza a uomini che hanno ceduto alla tentazione di sbirciare riviste pornografiche nell’edicola dell’aeroporto; a uomini e donne che si sono uniti in matrimonio con non credenti, e a persone che persistono nel portare avanti una relazione extra coniugale.

Dal momento che Dio non li ha colpiti con un giudizio, hanno razionalizzato il fatto che Egli capisce, e che, probabilmente, chiude anche un occhio sul loro stile di vita.

 

La Bibbia ci racconta la storia di un uomo che sembrò credere in tutto questo per vent’anni mentre era giudice in Israele.

Si concesse tutto quello che i suoi occhi trovavano piacevole.

Il suo record di successi era così strabiliante, al punto di convincersi di essere imprendibile. E i suoi compagni sembravano applaudirlo come un uomo onesto. Comunque, l’attitudine di quest’uomo, Sansone, è chiaramente moderna: “Se ti piace, fallo!”.

 

Alcuni anni fa apparvi in una trasmissione televisiva per dibattere sul tema della lussuria. Molti dei presenti erano convinti che Gesù fosse sadico nel farci fare un “viaggio nella colpa”, quando disse: «...ma Io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Matteo 5:28).

Una dichiarazione del genere appare incredibile e, naturalmente, la persona non credente non accetterà mai i suoi drastici suggerimenti riguardo al comportamento da tenere.

Così, la storia di Sansone ci rivela che quando non vogliamo prendere una posizione contro la lussuria, saremo intrappolati e rovinati da essa stessa. Non c’è sensazione che prometta così tanto e che, alla fine, imbrogli così amaramente.

 

C’è un certo fervore quando sentiamo di servitori del Signore che divorziano dalla moglie per la segretaria o di figure politiche nazionali che confessano una relazione adultera, anche se hanno la reputazione di mettere in luce lo sfacelo della famiglia di oggi.

C’è una vignetta nel nostro giornale di un ministro di gabinetto britannico che si è dimesso a causa di una relazione extra coniugale, dopo una fantastica carriera politica, e di una Miss America a cui è stata strappata la sua corona.

Chiaramente, ognuno credeva di poter fare quello che ha fatto.

 
Sansone iniziò la sua carriera come giudice d’Israele con una tale audacia che probabilmente spaventò anche i suoi genitori.

Stiamo parlando di una persona veramente dotata.

Aveva il fisico di un’atleta Olimpico e la capacità di essere un uomo anche brillante. La sua abilità nel proporre indovinelli meravigliava perfino i nemici di Israele, i Filistei. Per di più, era una persona attraente. Aggiungete a tutti questi vantaggi personali, il fatto che Sansone era stato scelto da Dio per «cominciare a liberare Israele dalle mani dei Filistei» (Giudici 13:5).

Fin dalla nascita, attraverso l’apparizione di un angelo, Dio disse ai suoi genitori che doveva essere appartato per Lui, cioè un nazireo.

Gli storici hanno concluso che due cose devono essere messe insieme, perché una persona diventi grande e importante.

Una è di possedere una reale abilità, l’altra è di avere l’opportunità di provarla.

Considerate Sir Winston Churchill, le cui considerevoli abilità non vennero largamente notate fino a che non ebbe l’occasione di salire alla ribalta, all’inizio della II Guerra Mondiale.

Sansone rappresentava una simile combinazione di abilità e opportunità.

La nazione di Israele stava sperimentando un vuoto di leadership.

C’era un disperato bisogno che qualcuno potesse combattere il potente e implacabile avversario di Israele: i Filistei.

Sansone coprì un ruolo cruciale nella leadership per vent’anni.

Le sue forti gesta lo resero caro al popolo, ma nonostante fosse grandemente ammirato dagli Israeliti, rimase impigliato nelle corde del proprio peccato.

 

Martin Lutero disse che Dio permette ai leader di cadere nell’immoralità come giudizio sul peccato d’orgoglio nella loro vita.

Dio è così geloso della propria gloria che porterà qualsiasi uomo a vergognarsi di essere diventato presuntuoso.

L’orgoglio, dice Lutero, precede sempre peccati sessuali.

Senza dubbio, ciò è stato vero per Sansone: il campione lottatore che purtroppo divenne Sansone il debole; il combattente che fece girare tremila uomini con una mascella d’asino divenne uno schiavo. L’uomo che apparentemente poteva avere qualsiasi donna solo perché la desiderava, finì invece per essere un opprimente “callo” per i nemici.

Dal momento che i suoi occhi erano stati tolti, fu guidato al suo posto per essere un’attrazione durante la celebrazione nazionale.

Cosa cambiò tutti i complimenti in beffe, l’eroe nel buffone?

Io penso fosse la cecità, l’inabilità di guardare la vita dal punto di vista di Dio.

Era cieco spiritualmente, moralmente, e anche fisicamente.

 

1.  LA CECITA’ SPIRITUALE


Il primo passo verso la cecità spirituale è sempre a causa della disubbidienza.

E’ l’errata concezione che tu ne sai più di coloro che sono in autorità, siano essi i tuoi genitori o Dio.

Il Signore ha detto specificatamente che gli Israeliti non dovevano unirsi in matrimonio con dei pagani. Eppure Sansone decise che ne sapeva di più.

La Bibbia è molto diretta riguardo agli eventi: «Sansone scese a Timnah e là vide una donna tra le figlie dei Filistei. Tornato a casa, ne parlò a suo padre e a sua madre, dicendo “Ho veduto a Timnah una donna tra le figlie dei Filistei; or dunque prendetemela come moglie” » (Giudici 14:1—2).

I genitori di Sansone ricordavano ciò che Dio aveva detto e cercarono di farlo rinunciare. Purtroppo però provarono invece, l’insuccesso che vivono molti genitori con figli che non hanno guadagnato un’acuta “vista spirituale”. La replica di Sansone avrebbe potuto essere la risposta di un giovane durante un dibattito di una famiglia del giorno d’oggi: “Prendetemela, perché lei sembra essere fatta per me”.

Il matrimonio era destinato a fallire.

Se molti di noi soffrono di astigmatismo quando si inoltrano nel matrimonio, Sansone doveva avere invece una cataratta.

Come ci si può aspettare che un matrimonio fatto in disubbidienza a Dio possa funzionasse non è chiaro, eccetto per il fatto che Sansone fu cieco alla realtà delle sue azioni.

Così disubbidì ai suoi genitori, nonostante che la rivelazione fosse stata fatta a loro! Senza dubbio, avranno ripetuto spesso la storia dell’apparizione dell’angelo, del suo sorprendente messaggio riguardo ad un figlio che avrebbe liberato Israele dai Filistei, e dell’importanza di aderire al voto di nazireato.

Così mentre gli allontanavano il vino e rifiutavano di tagliare i capelli, devono averne condiviso le ragioni con lui.

...eppure quando i genitori chiesero: «Perché prendere una donna dei vicini incirconcisi?», Sansone candidamente replicò: «Prendimi quella, perché mi piace» (Giudici 14:3).

Era una disubbidienza consapevole.

Con i genitori sotto la propria guida, Sansone organizzò la festa di matrimonio.

Fece l’indovinello riguardo all’avere miele dal leone che aveva ucciso, ma nessuno immaginò di cosa stesse parlando.

Piuttosto che essere umiliati da questo giovane Israelita, gli ospiti Filistei mandarono la sua futura moglie a carpire il segreto dell’enigma. «Tu non mi ami veramente» (Giudici 14:16), continuava a ripetere lei, finché Sansone cedette alle sue suppliche dicendole il significato nascosto dell’indovinello.

Dio, in accordo con Giudici 14:19, trasformò l’incidente in un’opportunità per indebolire i Filistei.

Sansone stabilì che se qualcuno gli avesse rivelato il significato dell’indovinello, gli avrebbe donato trenta cambi di vestiti.

Così scese ad Ashkelon e colpì trenta uomini per consegnare le vesti di cui aveva bisogno e mantenere in ogni caso la sua promessa.

Ovviamente, arrabbiato con la moglie, per la sua collaborazione con i Filistei nel forzarlo a rivelare il segreto del suo enigma, Sansone andò a casa di suo padre. Durante la sua assenza, sua moglie fu data all’uomo migliore che si trovava al matrimonio. Quando Sansone tornò, gli fu concesso un breve tempo per giustificarsi e il suo presunto suocero gli rifiutò di vedere l’ex-moglie. Così Sansone, notevolmente arrabbiato, prese trecento volpi, attaccò le loro code a due a due, ponendovi delle torce accese e spingendole verso il grano. Il fuoco che ne risultò si scatenò sia nelle vigne che negli uliveti dei Filistei. In cambio, i Filistei bruciarono la giovane donna e suo padre in un altro rogo. Di nuovo, Sansone ricambiò con un massacro dei Filistei.
Il massacro di una dozzina di Filistei da parte di Sansone, lo stabilì come il nemico pubblico numero uno. Eppure, quando cercarono di ucciderlo, egli uccise altri tremila Filistei.

Chiaramente, era un uomo investito da una forza sovrumana.

A questo punto, l’autostima di Sansone crebbe. Posso immaginarlo, mentre dice a sé stesso: “Guarda! Posso fare  quello che mi pare e lo Spirito del Signore Iddio è ancora su di me”. Egli poteva disubbidire ai suoi genitori, ricambiare con un’ira immorale, e Dio era ancora con lui.
Probabilmente, uno dei più grandi incentivi nel continuare a peccare, è la realizzazione che Dio non sembra avere fretta a eseguire il Suo giudizio.

Salomone scrisse: «Poiché la sentenza contro una cattiva azione non è prontamente eseguita, il cuore dei figli degli uomini è pieno di voglia di fare del male» (Ecclesiaste 8:11). Sansone aveva disubbidito a Dio, ma la benedizione di Dio non era stata ritirata, almeno non ancora.


Un responsabile che era stato coinvolto in un adulterio, disse che per lui il più grande shock fu che Dio continuava a benedirlo nel suo ministero a dispetto del suo continuo peccato. “Ciò andava contro a tutto quello che mi era stato insegnato”, commentò. E dal momento che la benedizione continuava, sembrava potesse continuare nella sua ribellione, ma, alla fine, naturalmente, Dio lo fermò.

 

2.  LA CECITA’ MORALE


Se da una parte la disubbidienza rese Sansone spiritualmente cieco, dall’altra fu la lealtà alle sue passioni che lo rese invece, moralmente cieco. L’autore dei Giudici ci riporta quanto segue: “Poi Sansone andò a Gaza e là vide una prostituta, ed entrò da lei” (Giudici 16:1). Uno sguardo era tutto quello di cui Sansone aveva bisogno perché la concupiscenza avesse il controllo della situazione.
Quando gli uomini di Gaza circondarono la città per prendere in trappola Sansone, egli scappò portandosi via i battenti delle porte della città. Nella sua mente questa fu la prova che né gli avvertimenti dei suoi genitori, né i comandamenti di Dio, si applicavano alla sua vita, perché Sansone oramai pensava che Dio fosse con lui senza riguardo a ciò che stava facendo.


Naturalmente il peccato non controllato diventa sempre più forte, mai più debole. Quando cadiamo nella tentazione, questa ultima guadagna forza per la prossima volta che ci girerà intorno.

 

Quando Sansone incontrò la prostituta, deve aver pensato: “Se soddisfo me stesso questa volta, sarà sufficiente”. Ma, naturalmente, ciò lo condusse ancora di più verso il peccato di sensualità.

Stava piantando dei semi che avrebbero portato frutto per molto tempo.

C’è sempre un certo lasso di tempo che intercorre fra la semina e il raccolto.
Dal momento che solo il pentimento può rompere quella spirale di peccato che spinge verso il basso, Sansone, che non si voleva sottomettere a Dio, era ora innamorato di un’altra donna che l’avrebbe certamente portato alla rovina.

Come molte donne che sono pienamente coscienti della loro abilità nel sedurre gli uomini, Delilah sapeva di essere la chiave per la caduta di Sansone.

I Filistei riconobbero velocemente il valore di questa donna.

Era una “superstar” e fu pagata come tale.

Dopo tutto, aveva chiaramente quell’abilità manipolatrice per far cadere Sansone nelle loro mani, una volta sprovvisto della sua forza sovrumana.

Come vi sareste sentiti ad essere l’agente di Delilah?

I capi dei Filistei vi avrebbero corteggiato, promettendo al vostro cliente una valanga di sicli d’argento. Tutti i tipi di favoritismi erano implicati, se solo avesse sedotto Sansone per portarlo a rivelare il segreto della sua forza.

Delilah firmò il contratto e se voi fosse stati il suo agente, ora sareste ricchi e famosi.

A questo punto il divertimento cominciò.

La manipolazione si sviluppò in quattro stadi.

 

w     All’inizio, Sansone era al controllo. Tre volte Delilah cercò di convincerlo a dirle il segreto della sua forza, e per tre volte le diede false informazioni, dando l’apparenza di “dire tutto”. Ma quando essi lo legarono con sette corde d’arco fresche, non ancora asciutte, Sansone fu in grado di liberarsi facilmente,
La sua terza bugia fu molto interessante: «Non dovresti che intrecciare le sette trecce del mio capo con l’ordito» (Giudici 16:13). Sì, questa era un’altra bugia, ma notate che stava cominciando a soccombere alle carezze di Delilah, infatti Sansone aveva iniziato a menzionare i suoi capelli, segno di indebolimento. Comunque, era ancora in grado di dire no. Uno degli inganni del peccato è che quando comincia a crescere nei cuori, sembra assolutamente che si possa tenerlo sotto controllo. Se ci riteniamo capaci di resistere alla tentazione, corriamo il rischio di sviluppare una certa confidenza nella propria abilità, nel gestire la situazione.

 

w     Questo ci conduce al secondo stadio della caduta di Sansone: non scappò della tentazione, ma si tenne nelle vicinanze. Satana è piuttosto contento nel permetterci di avere alcune vittorie, se però ci manteniamo intorno alle attrattive che egli stesso pone sul nostro sentiero. Egli sa, che se non ce ne scappiamo via, alla fine egli avrà la meglio. Possono volerci sei mesi o due anni, ma egli è disposto ad aspettare. Sansone pensò di poter dire no stando accovacciato sul grembo di Delilah, proprio come qualcuno che pensa di poter continuare a resistere quando invece è circondato dalle tentazioni della sensualità. Solo perché sei in grado di dire no alla seduzione di una donna oggi, non ti garantisce che riuscirai a dirlo anche domani. Una giovane cristiana può fissare un appuntamento con un non credente e resistere alle sue proposte sessuali, ma esistono delle buone possibilità che rinunci; è solo una questione di tempo. Se, come Sansone, ti incolli alla tentazione, satana, alla fine, incollerà te. Se non scappi via, la tua caduta sarà tanto inevitabile quanto aritmetica.

 

w     Il terzo passo nella manipolazione, rivela un Sansone che dice a sé stesso: “Non voglio avere a che fare con questa continua incertezza e con l’accusa che non la amo. Le dirò il mio segreto; sarà solo fra di noi”. E come il giovane uomo dice alla propria ragazza che se vanno a letto insieme sarà solo “il loro segreto”. Sansone è cieco davanti al tranello che gli è stato teso. Naturalmente, aveva dilaniato il leone, aveva portato le porte della città sulla collina, e ucciso tremila uomini con una mascella d’asino, eppure lo stesso uomo, era diventato vittima di un serpente, nell’erba alta dell’auto-indulgenza. Il contratto che Sansone aveva fatto stava per essere strappato. Viviamo in un mondo dal commercio libero. Considerate la persona che pensa, che una relazione sessuale darà sollievo ai suoi desideri e ridurrà il livello di frustrazione, oppure ad una donna intrappolata a casa dai suoi bambini, e che a mala pena comunica con il suo marito, dirigente molto occupato, e che quindi comincia a vivere in un mondo di fantasia stimolato dalle moderne soap-opera. “C’è un intero mondo là fuori che non ho mai sperimentato”, dice a sé stessa, così vuole sperimentare il brivido, minimizzando le conseguenze. Ma sfortunatamente, scopre troppo tardi che il prezzo da pagare è veramente molto alto. Firma il contratto e satana fissa i termini più tardi.

 

w     Lo stadio di fallimento finale per Sansone avviene quando pecca con Delilah. Naturalmente, si aspettava che Dio fosse con lui, come era stato nel passato. Si svegliò dal suo sonno e disse: «“Io ne uscirò come tutte le altre volte e mi svincolerò”. Ma non sapeva che l’Eterno si era ritirato da lui”» (Giudici 16:20). Forse non si era mai sentito grande come in quel momento, ma Dio aveva abbandonato la sua vita.
Anche se lo Spirito Santo non ci lascia oggi come faceva nel Vecchio Testamento, Egli è afflitto quando noi pecchiamo, e ancor di più quando il nostro cuore diventa duro e indifferente.

Sansone aveva confuso la pazienza di Dio, per la benevolenza di Dio. Naturalmente, Dio stava usando questa esperienza per insegnare a Sansone che non si può mai tollerare il peccato, pensando che sia sotto controllo.

Cristo disse; «In verità, in verità vi dico: chi fa il peccato è schiavo del peccato» (Giovanni 8:34).

Molte persone pensano che possono ritirarsi dal peccato, se si impegnano veramente. In altre parole stanno dicendo: “Non sono ancora totalmente schiavo del peccato”. Ma il Signore ci dice che il peccato ci riduce sempre in schiavitù. Commettere peccato significa che siamo fuori controllo.


Anni fa, quando Oliver Cromwell fu “signore protettore” d’Inghilterra, un circense fece un numero d’imitazione con un serpente che usciva dall’erba. Fece schioccare una frusta e un enorme serpente uscì strisciando dall’erba e iniziò a avvolgersi intorno al domatore, fino a che egli fu appena visibile.

Il pubblico era estasiato.

Improvvisamente nel silenzio totale si udì un rumore di ossa che si rompevano.

Fra l’orrore dei presenti, il serpente aveva strangolato il suo domatore.

L’uomo aveva vissuto con il serpente per quattordici anni, avendolo comprato quando era lungo solo pochi centimetri. A quell’epoca, al massimo, avrebbe potuto rompergli l’osso fra il pollice e l’indice. Nel tempo, l’aveva addestrato a servirlo, e un giorno lo stesso serpente fece del suo padrone, il suo servo.

 
Il peccato sensuale è proprio così.

Non possiamo addestrarlo.

Non possiamo negoziare con esso o scendere a compromessi.

Se siamo coinvolti totalmente, alla fine ci romperà.

 

3.  LA CECITA FISICA

 

Spiritualmente e moralmente, Sansone era cieco come un pipistrello, e una volta catturato dai Filistei, fu reso cieco anche fisicamente.

Il resoconto è conciso: «E i Filistei lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con catene di bronzo. E fu posto a girare la macina nella prigione» (Giudici 16:21).

Per quanto dura potesse essere, sarebbe stato meglio per Sansone diventare fisicamente cieco in giovane età, se questo l’avesse preservato dalla sua “cecità spirituale e morale”, piuttosto che soccombere nel peccato sessuale.

Gesù stava parlando della concupiscenza quando disse: «Se il tuo occhio destro ti è causa di peccato, cavalo e gettalo via da te, perché è meglio per te che un tuo membro perisca, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna» (Matteo 5:29).

 

Cavare il tuo occhio, per quanto doloroso possa essere, è meglio che diventare vittima di una relazione adultera.

L’occhio e la mano sono le due parti del corpo usate di più, nell’eccitazione sessuale.

Cristo ci sta dicendo, nei termini più forti possibili, che è meglio fare una drastica azione, che cadere in un tale peccato.


Sansone entrò in prigione cieco spiritualmente, moralmente e fisicamente.

Ma mentre Sansone era in prigione, Dio iniziò il processo di ricostruzione.

Alla celebrazione nazionale possiamo giusto sentire la folla gridare: «Vogliamo Sansone! Vogliamo Sansone!»

Lo volevano solo per deriderlo e per essere intrattenuti.

Non avevano realizzato che i capelli di Sansone erano cresciuti di nuovo mentre era in prigione.

Quando Sansone uscì, non poteva vedere dove stava andando, così chiese al ragazzo che lo accompagnava di condurlo alle colonne che sostenevano l’edificio.

C’erano circa tremila persone fra uomini e donne sul tetto, più tutti quelli che erano nell’edificio.
Sansone allora pregò (è solo la seconda volta che leggiamo che pregò – vedi Giudici 15:18) e disse: «O Signore, o Eterno, ti prego ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, o Dio, perché possa vendicarmi con un sol colpo dei Filistei, per la perdita dei miei due occhi» (Giudici 16:28).

Con questo afferrò i due pilastri centrali e cinse sé stesso contro essi, e con un ultimo sussulto morì insieme ai Filistei.

La casa cadde sopra tutti i nobili e le persone che erano lì.


Sansone ci ricorda che Dio spesso dà al Suo popolo una seconda occasione.

Quando cadiamo possiamo cadere sia in avanti che indietro (in questo modo possiamo imparare da ciò che abbiamo fatto e credere alla bontà di Dio.

A nessuno di coloro che cade è negata la possibilità del perdono di Dio.

Mentre i suoi capelli crescevano, anche la relazione di Sansone con Dio cresceva.

In prigione, finalmente, rinsavì e fu ristorato.

Anche se morì fisicamente cieco, possiamo essere sicuri che la sua vista spirituale e morale fu ripristinata.

E’ stato detto: “che l’uccello con l’ala spezzata si librerà alto ancora in volo”; l’implicazione è che quando ci pentiamo dai nostri peccati, la nostra precedente posizione viene ripristinata.

Non sempre però è così.

Ristorazione non significa che avremo indietro il nostro vecchio lavoro, o che avremo la stessa relazione di prima.

Per esempio, i capelli di Sansone crebbero di nuovo, ma i suoi occhi non tornarono a vedere; questo ci fa comprendere che alcune conseguenze del peccato sono permanenti. Comunque, Dio è sempre pronto a ristorarci e riportarci a certe posizioni, senza riguardo a come siamo caduti.

Lo stesso fatto che una persona sia viva è la prova che Dio ha ancora uno scopo per lui su questa terra. Egli sta aspettando che la persona pentita impari la sua lezione, stia in silenzio davanti a Lui prima di riportarla indietro ad una posizione di utilità.

 


7:ASA

Il fallimento del compromesso


E’ possibile compromettere i propri principi morali e, apparentemente, avere ancora le benedizioni di Dio?

Sì, lo è; non ogni cosa malvagia ha conseguenze negative immediate.

Furbamente, puoi tagliare l’angolo e avere successo, così da pensare di poter continuare in quel modo.

Elenchiamo alcuni compromessi morali che a volte risultano portare un profitto finale:

 

w     Come venditore d’auto puoi mentire e concludere un buon affare.

 

w     Come cameriera puoi rifiutarti di registrare le mance e imbrogliare.

 

w     Puoi falsificare alcuni dettagli di una domanda così da essere in grado di ottenere un lavoro.

 

w     Puoi vivere in modo immorale e avere apparentemente le benedizioni di Dio.

 

Il fallimento è subdolo.

I suoi semi sono spesso difficili da scovare.

Spesso giacciono addormentati per molti anni, ma, alla fine, portano il proprio frutto amaro.
Che cosa ci porta al compromesso?

Spesso è la difficile situazione in cui ci veniamo a trovare.

Cediamo alla pressione del momento e compromettiamo i nostri principi per alcuni benefici immediati.

 
Un ben conosciuto credente, imprenditore nell’editoria, ebbe un successo rapido negli affari. Egli attribuiva le molteplici benedizioni di Dio al fatto che viveva applicando i principi della Sua Parola; ma un giorno, quando le vendite calarono improvvisamente, cominciò a diminuire segretamente i benefici dei suoi dipendenti.

Divenne severo e pretese al di là del dovuto, scagliando tutta la sua ira su di loro. Cercò di imbrogliare i fornitori e iniziò a non registrare tutti i guadagni.

Affidare a Dio i suoi affari era troppo rischioso, era meglio cavarsela con le proprie mani per avere successo.

La pressione produce il compromesso, il compromesso crea la colpa che porta a rapporti tesi con i propri collaboratori o ad un matrimonio inacidito; troppo spesso tendiamo a comprometterci quando ci sentiamo in una situazione che ci sta troppo stretta.


Uno dei re della nazione di Giuda, esperimentò una pressione simile.

Asa, la cui storia può essere trovata in 2 Cronache capitoli 14 e 16, fu il terzo re di Giuda.

Sali al trono ed ogni cosa sembrava contro di lui: aveva un padre perverso, il re Abiia, e una madre così malvagia che fu costretto a detronizzarla perché eresse un’immagine che incoraggiò l’idolatria.

A dispetto di tutto questo, Asa seguì il Signore con fedeltà per trentasei anni.

Egli ci ricorda che possiamo camminare al di sopra di quello che è stato il nostro ambiente, che possiamo scegliere di seguire la giustizia.

Asa, comunque, inciampò sotto la tensione della sua casa.

Era un uomo onesto che cadde e rifiutò con ostinatezza di pentirsi dal suo compromesso e di sottomettersi alla disciplina di Dio.

Morì sanguinante ma non piegato.

 

ASA SERVI’ DIO CON TUTTO IL CUORE

 

A tutti noi fa piacere vedere un uomo che serve Dio con tutto il suo cuore.

Leggere i capitoli quattordici e quindici di 2 Cronache è una pura delizia perché Asa sembra fare tutte le cose giuste e compiere tutte le giuste mosse. Ebbe successo quando un uomo pauroso, al suo posto, avrebbe fallito profondamente.
E’ da notare che, quando Asa salì al trono di Giuda, l’idolatria stava esplodendo.

Il popolo era diventato impaziente e non voleva più pregare o aspettare Dio.

Erano passate solo tredici generazioni dalla manifestazione della gloria di Dio nel tempio, ma già insistevano ad avere un dio che si potesse vedere e toccare.

Come risultato di tutto ciò si costruirono degli altari sulla collina per adorare le stelle e gli dei pagani.

Asa, giovane com’era, sapeva che nessuno può piantare un giardino senza sradicare le erbacce. Così buttò giù questi “sacri pilastri” e chiese al popolo di cercare il Signore.

Considerate il racconto biblico delle sue azioni: «Quando Asa ebbe udito queste parole e la profezia del profeta Oded, prese coraggio e rimosse gli idoli abominevoli da tutto il paese di Giuda e di Beniamino e dalle città che aveva espugnato nella regione montuosa di Efraim, e riparò l’altare dell’Eterno che si trovava davanti all’atrio dell’Eterno» (2 Cronache 15:8).

Vide l’idolatria per ciò che era, e fece ciò che poteva per sradicarla.

 

Oggi abbiamo forme diverse di idolatria: oroscopi e pratiche occulte sono sole alcune di esse.

Anche i cristiani a volte crescono affaticati, stanchi, cercando di attirare l’attenzione di Dio.

Perché non abbracciare una religione che promette una guida diretta e garantisce risultati immediati?


Asa capì che Dio odiava ogni forma di idolatria; Egli non è in competizione con gli altri dei.

Cercare la Sua volontà può essere difficile, ma è l’unico modo per giungere alla verità.


Il sottomettersi alla legge di Dio, portò successo anche nel campo politico.

Durante il suo regno, un enorme esercito Etiope gli venne contro.

Anche se Asa e i suoi uomini, erano un numero molto inferiore, egli si appoggiò completamente sul Signore.

Ascoltate la sua preghiera: «Allora Asa gridò all’Eterno, il suo Dio e disse: “O Eterno non c’è nessuno all’infuori di Te che possa venire in aiuto nel combattimento tra uno potente e uno che è privo di forza. Soccorrici, o Eterno, nostro Dio, perché noi ci appoggiamo su di Te e andiamo contro questa moltitudine nel Tuo Nome. O eterno, Tu sei il nostro Dio, non permettere che l’uomo prevalga su di Te”» (2 Cronache 14:10).

Il risultato?

«Così l’Eterno colpì gli Etiopi davanti ad Asa davanti a Giuda, e gli Etiopi si diedero alla fuga» (14:11).

Che esempio per noi: una prospettiva spirituale del conduttore può influenzare il risultato di una battaglia militare. Dio stesso combatté per Asa, perché egli fece di Dio l’indiscusso conduttore della sua nazione.

Sfortunatamente, ci fu anche un periodo della sua vita, in cui Asa deluse Dio.

 

ASA SEGUI’ CON META’ CUORE

 

Per trentasei anni Asa aveva seguito il Signore con tutto il suo cuore.

Dio lo aveva fatto prosperare e la nazione cresceva politicamente e spiritualmente. Poi, un incidente lo fece inciampare.

Considerate le circostanze.

Asa regnava su Giuda a Gerusalemme.

Israele era governato da Baasha.

Anche se entrambi i paesi appartenevano alla stessa origine, erano ormai nemici.

Baasha decise di imbarcarsi in un’avventura militare.

Per anni aveva portato avanti attacchi fino ai confini di Giuda, ma c’era ancora chi viaggiava all’interno delle due nazioni.

I parenti si potevano visitare l’un l’altro e, quelli che insistevano di voler adorare a Gerusalemme, venivano lasciati passare; ma un giorno, Baasha decise di fortificare i confini della città e di fermare il traffico di chi arrivava dal sud.

Niente più commercio e niente più viaggi per adorare a Gerusalemme.

 

Se potessimo giudicare il comportamento umano dalle precedenti azioni, ci aspetteremmo di vedere Asa tornare al Signore, chiedendo saggezza e liberazione.

Non fece niente di tutto questo.

Forse pensava che il problema fosse così piccolo da potersene occupare lui stesso esercitando alcune astuzie politiche.

Probabilmente tutto questo accadde in un momento in cui Asa stava sperimentando lo scoraggiamento e nel suo intimo immaginava il modo in cui Dio lo avrebbe guidato.

Come molti di noi, Asa era preso dal panico in ciò che appariva essere un luogo molto stretto.

Voleva una soluzione immediata, come spesso vogliamo noi.

La dipendenza da Dio spesso ci consuma. Infatti, non sempre Lui fa le cose nel modo in cui pensiamo dovrebbe farle.

Così Asa decise di spingere avanti le cose senza consultare il Dio che aveva conosciuto e che serviva.

Cerco anche di immaginare, se Asa fosse giunto al punto in cui si chiedeva se Dio avesse avuto la capacità di tirarlo fuori dalla sua condizione.

Sì, aveva visto Dio all’opera, e un tempo aveva anche esibito una grande fede in Lui.

Come scrisse Spurgeon: “La fede più grande di ieri, non ci darà fiducia per oggi, a meno che le fresche sorgenti che sono in Dio trabocchino di nuovo”.

Qualunque fosse la ragione per cui Asa agi così, scelse la cosa sbagliata.

Il suo responso è così contemporaneo, che potreste pensare di averlo letto sull’ultima edizione del Corriere della Sera.

Ecco cosa accadde.

Asa contattò uno dei suoi più grandi nemici, Benhadad, re di Siria.

Mandando dei messaggeri a Damasco, Asa propose:

 

w     che Benhadad rompesse il suo trattato con Israele, facendone uno nuovo con lui;

 

w     che Benhadad attaccasse Israele, così da sorprendere la nazione “nemica” e fare ritirare il suo esercito dalla fortificata Ramah;

 

w     che per rendere l’accordo accettabile, Asa avrebbe dato a Benhadad argento e oro dal tempio ,la casa di Dio.

 

La proposta fu accettata!

Analizziamo un po’ la situazione.

L’onesto re Asa, l’uomo che aveva ideato la distruzione degli idoli, consigliò un re pagano di rompere un patto. Poi, prese i tesori della casa del Signore e li diede a questo stesso re.

Derubò Dio nell’eseguire ciò che sembrava un’astuta mossa politica.

 

Può tutto questo accadere anche oggi?

Può un leader spirituale decidere di circuire il nemico facendo un’alleanza con altre forze nella comunità o nella nazione?

Può condividere le sue risorse, guadagnate dal popolo di Dio e in buona fede usarle per l’evangelizzazione con i suoi nuovi alleati, nel tentativo di avere la meglio sul nemico?

 
Nel caso di Asa, Benhadad era estremamente contento di fargli un favore. Dopo tutto, l’ingrandimento di un piccolo territorio era certamente nel suo interesse, Così, mandò i suoi comandanti contro le città di Israele.

Quando Baasha udì questo, lui e le sue truppe abbandonarono Ramah in tutta fretta.

Asa mise insieme un’enorme forza lavoro e rimosse fisicamente le pietre usate per costruire le fortificazioni.

Rinforzò due delle sue proprie città con le pietre sottratte a Ramah.

Alla fine, poteva vivere in pace avendo rimossa l’immediata minaccia.

Allora, il re compromise il suo lavoro?

Certo, lo fece chiaramente.

Politicamente Asa fece una mossa intelligente che ebbe un enorme successo.

Non c’è alcun dubbio che il popolo di Giuda si riunì intorno a lui perché aveva astutamente rimosso la minaccia contro la pace e sicurezza.

Forse questo è il più grande inganno del compromesso.

Funziona!

Asa ottenne quello che voleva e il popolo era soddisfatto.

C’era solo un problema: Dio non era compiaciuto!

 
Anche nello stesso campo evangelico c’è un crescente orientamento verso l’essere accomodanti, un modo di fare che ci porta a selezionare ogni cosa che nella Bibbia ci piace, tralasciando il resto.

Siamo stati così catturati dalla spirito dei nostri tempi che, come un camaleonte, cambia colore, così anche noi facciamo lo stesso per fonderei con l’ultima tinta del momento.
Quando gli attivisti dei diritti dei gay discutono sul fatto che l’omosessualità è soltanto una “preferenza sessuale”, troviamo alcuni testi evangelici che concordano. Dicono che la Bibbia, dopo tutto, non condanna veramente l’omosessualità.

Essi ragionano dicendo che tutti quei passi nel Vecchio Testamento, sono solo una parte della legge che non si può applicare oggi, dato che Paolo stava condannando solo quelli che diventavano omosessuali, non quelli che sono cresciuti in quel modo.

Quando le femministe facevano pressioni per ottenere i loro diritti di uguaglianza, alcuni predicatori hanno “ristudiato” il Nuovo Testamento, solo per scoprire che Paolo non intendeva veramente quello che aveva scritto: il marito non è il capo della moglie, e le donne hanno diritto di avere posizioni di autorità all’interno della chiesa, O ancora più spaventosa è la conclusione di un evangelico che afferma che Paolo stava semplicemente sbagliando.

Quando un modo di pensare pro-socialisti attraversa la nazione, troviamo cristiani che patrocinano l’applicazione di una teoria Marxista per la ridistribuzione della ricchezza; e se il movimento della pace guadagna terreno, alcuni evangelici balzano sullo stesso carro della banda.

Questo non è per negare che dobbiamo costantemente ripensare alla nostra comprensione della Bibbia e alla sua relazione con le moderne questioni, ma se noi accomodiamo le Scritture a qualunque vento stia soffiando, ci lasceremo così assorbire dalla nostra cultura che non avremo più niente da dire.

Con tutto il nostro zelo, avremo perso la nostra voce profetica.

 

Ricordo di un ragazzo che comprò un canarino e decise di metterlo nella stessa gabbia con un passero, sperando che il passero imparasse a cantare come il canarino. Dopo tre giorni scrollò la testa disgustato: “Il passero non sembra un canarino, ma è piuttosto il canarino che sembra un passero”

La Bibbia non ci lascia nel dubbio riguardo ai risultati nel caso di Asa.

Il Signore mandò il Suo profeta Hanani ad Asa per dirgli: «In quel tempo il veggente Hanani si recò da Asa, re di Giuda, e gli disse: “Poiché ti sei appoggiato sul re di Siria e non ti sei appoggiato sull’Eterno, il tuo Dio, l’esercito del re di Siria ti è sfuggito dalle mani. Non erano forse gli Etiopi e i Libici un esercito smisurato con numerosissimi carri e cavalieri? Tuttavia poiché ti eri appoggiato sull’Eterno, Egli li diede nelle tue mani. L’Eterno, infatti con i Suoi occhi scorre avanti e indietro per tutta la terra per mostrare la Sua forza verso quelli che hanno il cuore integro verso di Lui. In questo tu hai agito da stolto; perciò d’ora in avanti avrai delle guerre” »(2 Cronache 16:7-9).

Questa è l’ironia del compromesso.

 

Anche se porta profitto in tempi brevi, a lunga scadenza il compromesso rafforza solo il nemico.

Senza riguardo a quanto astuti cerchiamo di essere per fare un affare, saremo presi alle strette dal nostro nemico.

Dire una bugia può aiutare un venditore d’auto a guadagnare più soldi ora, ma dando spazio a satana,che è un bugiardo dall’inizio, tale venditore sta soltanto fortificando il diritto del diavolo ad avere più della sua vita.

Ogni volta che noi facciamo un compromesso dottrinale, i nemici della cristianità si fortificano.

Quando ci compromettiamo, ci poniamo nel territorio del nemico e siamo indeboliti per le future battaglie.

Non lasciamoci ingannare dai risultati immediati.

Ricordate quando Dio chiese a Mosè di parlare alla roccia ed egli nella sua ira, invece, la percosse?

L’acqua sgorgò, la sete del popolo fu soddisfatta.

Ognuno pensò che Mosè fosse un eroe, ma, alla fine, dovette pagare per il suo peccato. Dio gli disse che non avrebbe potuto vedere la terra dove doveva condurre il popolo a causa della sua disubbidienza.

Un altro leader l’avrebbe fatto al suo posto.

Non essere ingannato dai risultati che seguono il compromesso. Dio avrà la parola finale. Il compromesso guadagna punti ma perde il torneo.

Come rispose Asa al messaggio portato dal profeta Hanani da parte dell’Eterno? Sfortunatamente, non si pentì.

Infatti, si amareggiò e rivelò un’altra parte di sé stesso.


IL CUORE OSTINATO DI ASA


Quando fu rimproverato Asa si arrabbiò invece di tornare al Signore. rinchiuse il profeta Hanani in prigione; quando i suoi sottoposti protestarono, oppresse anche loro.

Asa pensò che gli sarebbero stati grati per aver portato la pace, ma essi si misero dalla parte di coloro che creavano dei problemi.

 

Ecco qui un uomo onesto che non ammette il suo peccato neanche quando gli viene fatto notare dal messaggero di Dio.

Vedete nessun parallelo con oggi?

Un imprenditore cristiano va nel panico quando si sviluppa velocemente una potenziale competizione con un altro credente.

Invece di dipendere dal Signore per aiutarlo ad incrementare i suoi affari, si mette in società con dei non credenti per schiacciare il fratello in Cristo.

Quando i colleghi della sua ditta cercano di avvertirlo del pericolo, egli li tormenta finché se ne vanno.

A volte tutto questo sembra portare ad un brillante successo, eccetto che, nel processo in atto, il fratello in Cristo può essere stato finanziariamente distrutto.


Perché Asa reagì arrabbiandosi così tanto?

Da un parte, aveva investito molto nella sua decisione.

E’ dura ammettere che hai sbagliato quando la maggior parte delle persone ti dicono quanto sei grande!

Chiaramente, non è facile cambiare idea quando vieni da un suicidio politico al successo politico a causa di una mossa astuta.

Per quale motivo qualcosa che ha funzionato così bene dovrebbe essere improvvisamente chiamato peccato?

 
Ho conosciuto uomini coinvolti in peccati morali che hanno agito come Asa quando sono stati confrontati con essi, Invece di ammettere la loro colpa, trovarono difficile ammettere il loro comportamento.

Una volta che abbiamo investito tempo e sforzi in una decisione, in una scelta a lungo termine, è dura tornare indietro.

 
Due uomini nel governo di Washington erano stati trovati colpevoli di una errata condotta sessuale.

Uno giustificò sé stesso; l’altro ammise la sua vergogna e colpa dichiarando
apertamente che doveva essere ripreso.

C’è una cosa che è peggio del peccato stesso, ed è il rifiuto ad ammettere il peccato quando ti viene fatto notare.

 
Sì, Asa aveva investito la sua reputazione nella sua decisione ma aveva anche dato il denaro della casa del Signore alla Siria. Forse pensò: “Ho pagato con soldi buoni per ciò che abbiamo ottenuto e non ha intenzione di ammettere di aver sbagliato”.

E’ come un uomo che ha comprato una casa decadente a sovrapprezzo e che non ammetterà di essere cascato in un cattivo affare.

Troviamo difficile tornare indietro quando ci siamo impegnati finanziariamente.
La strategia di satana è di portarci ad un investimento così gravoso nelle nostre decisioni così da farci sentire che non possiamo più uscirne. Vuole che pensiamo che è troppo tardi per tornare indietro, ci ricorda che dobbiamo essere fermi nei nostri impegni quando siamo salpati nella direzione sbagliata.

 

Una giovane donna veramente impegnata per il Signore, lasciò che il suo cuore fosse conquistato da un giovane uomo che chiaramente non aveva rotto i ponti con il suo passato dagli atteggiamenti indesiderabili. Egli aveva dichiarato di aver preso una decisione per Cristo, ma il suo desiderio di comunione era così debole che veniva in chiesa solo quando lei lo portava. Più tempo passavano insieme, più l’impegno uno verso l’altra cresceva.

Ripetutamente lei rifiutò la sua proposta di matrimonio, ma continuò a vederlo.

Alla fine, l’impegno in tempo ed energie divenne così grande che ella accettò il suo anello di fidanzamento.

Per farla breve, il giovane uomo tornò al suo precedente territorio. Velocemente si riallacciò ai vecchi atteggiamenti trovando ogni tipo di scusa. Lei lo scusò tutte le volte che si confrontava con i suoi genitori e con gli altri membri della famiglia.

Il suo investimento in tempo, energie e denaro, era stato messo in gioco.


LA MALATTIA DI ASA


Dio cercò di arrivare ad Asa in altri modi oltre che attraverso il suo profeta.

Gli storici riportano: «Nel trentanovesimo anno del suo regno Asa si ammalò ai piedi, e la sua malattia era molto grave; nella sua infermità però egli non cercò l’Eterno, ma ricorse ai medici» (2 Cronache 16:12).

Non è che sia sbagliato cercare aiuto nei dottori, ma la chiara implicazione è che egli cercò l’aiuto dei maghi. Stava cercando quelle cure speciali che le persone senza Dio ai suoi tempi cercavano.

Per quello che ne sappiamo, morì senza pentirsi.


Più vecchi diventiamo, più è difficile pentirsi.

Ogni giorno che rimandiamo il pentimento, diventa sempre più difficile ammettere chi siamo e cosa abbiamo fatto.

Quando lasciamo la strada principale, ogni chilometro che percorriamo è un chilometro da ripercorrere indietro; mentre il tempo trascorre è improbabile che torniamo di nuovo sul giusto binario.

La prova del nove è il modo in cui un uomo reagisce quando si trova alle strette.

Cerca il Signore o preferisce trovare una veloce, facile soluzione?

Un fiume è reso tortuoso per avere meno resistenza; questa è veramente l’immagine di un uomo che accetta il compromesso come stile di vita.

Se vogliamo essere saldi dobbiamo avere la volontà di aprirci faticosamente un varco attraverso le montagne e non essere attratti dalle soluzioni facili per la nostra condizione. Solo un uomo dalle radicate convinzioni supererà la prova.
Dobbiamo chiedere a Dio aiuto affinché i nostri peccati non prosperino. Abbiamo bisogno di chiederGli di mostrarci l’inganno del compromesso, l’inganno delle sue attraenti, immediate conseguenze.

 

Il profeta Anani disse ad Asa: «L’Eterno infatti con i Suoi occhi scorre avanti e indietro per tutta la terra per mostrare la Sua forza verso quelli che hanno il cuore integro verso di lui. In questo tu hai agito da stolto; perciò d’ora in avanti avrai delle guerre» ( 2 Cronache 16:9).

 

Dio sta cercando ancora uomini speciali, uomini che non cercheranno di percorrere un facile sentiero, ma faranno ciò che è giusto anche se è scomodo, meno efficiente, e umanamente parlando, più azzardato.

Non posso identificare chi ha detto ciò che segue, ma concordo pienamente con la descrizione che un uomo di Dio usa:

 

Oggi il mondo cerca uomini:

 

·     uomini che non siano in vendita, onesti, solidi, veri fin nel profondo del cuore;

·     uomini le cui coscienze siano salde come una roccia;

·     uomini che si batteranno per la giustizia anche se il cielo barcollasse e la terra vacillasse;

·     uomini in grado di dire la verità e guardare il mondo fisso negli occhi;

·     uomini che non si vantino o scappino via;

·     uomini che non si abbattano o indietreggino;

·     uomini che abbiano coraggio senza sbandierarlo quattro venti;

·     uomini in cui il coraggio di una vita sia ancora profondo e forte;

·     uomini che conoscono il proprio messaggio e lo trasmettono;

·     uomini che sanno qual è il loro posto e lo occupano;

·     uomini che sanno qual è il loro compito e lo eseguono;

·     uomini che non mentono;

·     uomini che non evitano;

·     uomini che non si scansano;

·     uomini che non siano troppo pigri per lavorare;

·     uomini che non siano troppo orgogliosi per essere poveri;

·     uomini che siano disposti a mangiare ciò che hanno guadagnato e indossare ciò che hanno pagato;

·     uomini che non si vergognino di dire: “Non posso farcela”

 

 

 

 

8: DEMA

Innamorato del mondo

 

Soren Kierkgaard fu il teologo e filosofo Danese che raccontò la storia di un’anitra che tornò a casa volando verso il Nord dell’Europa.

Sulla via di casa l’anitra si fermò nel cortile di una fattoria in un paese straniero. Mentre si guardava intorno l’anitra pensò dentro di sé: “Questa sembra proprio una buona sistemazione, il contadino mi fornirà mais e acqua fresca ogni giorno. Cosa posso chiedere di meglio?”.

L’anitra selvatica fece presto amicizia anche con le anitre domestiche della fattoria. L’ambiente provveduto era così confortevole, che essa stette per un giorno, poi per un altro (senza nessun costo d’albergo di cui preoccuparsi) e presto, si sarebbe fermata per l’intera settimana.

Una volta trascorsa la settimana, non fu una decisione poi così difficile fermarsi per un mese.

Prima di rendersene conto, era trascorsa l’intera estate.

In autunno, quando la sua famiglia stava volando verso i paesi del sud pensò: “Dovrei unirmi a loro”. Iniziò a sbattere le ali per volare, ma non riuscì ad arrivare più in alto del cornicione del granaio. Così disse a sé stessa: “Penso che passerò l’inverno qui!” ...e in questo modo fece.

La primavera successiva, quando le anitre volavano di nuovo a nord, un sentimento, un’emozione le si mosse dentro e pensò di nuovo: “Lo so, devo unirmi a loro”.

Questa volta, però batté solo le ali senza muoversi.

L’anno successivo, quando tornarono, non era rimasto nessun entusiasmo, nessuna emozione nel suo petto: semplicemente ritornò nel cortile della fattoria per mangiare quel mais che l’aveva resa così grassa”.

Prima o poi ogni cristiano sperimenta la tentazione di quell’anitra.

Siamo tentati a rinunciare e adattarci al confortevole stile di vita di coloro che sono intorno a noi.

Siamo stanchi di spiccare il volo, stanche della battaglia.

Cresciamo, stanchi delle tentazioni, e diciamo: “Ne ho abbastanza e voglio riposarmi nel mondo”.

L’apostolo Paolo rivela un’attitudine piuttosto differente alla fine della sua vita. In 2 Timoteo 4 racconta quello che appare essere il suo ultimo messaggio al suo figlio spirituale Timoteo. Sapeva del martirio che lo aspettava, e guardando indietro alla sua vita, scrisse con fiducia: «Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbata la fede» (2 Timoteo 4:7).

Poi guardò avanti con una chiara nota di trionfo: «Per il resto mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il Giusto Giudice, mi assegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a quelli che hanno amato la sua apparizione» (2 Timoteo 4:8).

Paolo guardò con trionfo e fiducia al passato e guardò al futuro con lo stesso senso di trionfo e fiducia.

...eppure, quando si girò intorno, qualcuno mancava e si lamentò: «perché Dema mi ha lasciato, avendo amato il mondo presente, e se ne è andato a Tessalonica» (2 Timoteo 4:10).
Chi era questo Dema?

Lo incontriamo per la prima volta in Colossesi 4:14 quando Paolo manda i saluti di Dema alla chiesa di Colosse. Egli doveva essere stato ben conosciuto in quella chiesa perché nella sua lettera a Filemone, Paolo include ancora Dema nel gruppo dei saluti insieme a Marco, Luca, Aristarco, tutti “collaboratori”.

Chiaramente, Dema stava bene!

Poi gli anni passano e Paolo si trovava per l’ultima volta in carcere a Roma. Certamente, la morte lo stava aspettando.

Il fascino dei viaggi e delle folle che ascoltavano le predicazioni di Paolo erano ormai una memoria. Non c’era più possibilità di scaldarsi al calore di un leader ampiamente accettato e altamente acclamato nella chiesa.

Era come se Paolo si trovasse in trincea per l’assalto finale del nemico e, in quel momento, egli scrisse quelle tragiche parole: «Dema mi ha lasciato». Era andato a Tessalonica.
Anche se le informazioni che abbiamo riguardo a questa magica figura della storia del Nuovo testamento sono limitate, credo che possiamo imparare tre fatti significativi che hanno un’applicazione per noi oggi. Possiamo vedere chiaramente che Dema amava questo mondo tanto da sceglierlo deliberatamente, e raccoglierne la sua ricompensa.

 

1.  UN CAMBIO DI AFFEZIONE


L’apostolo Paolo è molto chiaro riguardo al cambio d’affezione nel caso di Dema. Egli «amò questo mondo» (2 Timoteo 4:10).

Per indicare il livello di impegno di Dema con il mondo, Paolo usa il termine greco agape, la parola più forte per l’impegno d’amore verso qualcuno o qualcosa. Esso simbolizza la forza centrifuga della vita di una persona, e quando usa questa parola, Paolo la mette in contrasto con l’impegno del credente verso l’apparizione di Cristo: «a coloro che hanno amato la Sua apparizione» (2 Timoteo 4:8), usando la stessa parola agape.

Quali sono le implicazioni di questa citazione?

Significa che Dema permise alle sua passioni di controllarlo, perché leggiamo in 1 Giovanni2:16: «perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo». Da questo presumo che l’affermazione di Paolo che Dema amò il mondo, include il cadere nelle sue passioni.

Era un uomo onesto che cadde quando la tentazione bussò alla sua porta.

Sappiamo dalla lettera a Filemone che Dema era stato con Paolo a Roma.

Camminò per le strade e vide Roma nell’epoca di maggior prosperità. Mentre si guardava intorno, vide anche la sensualità della cultura di quei giorni e deve aver pensato dentro di sé: “Non mi piace la natura repressiva dell’insegnamento di Paolo. Egli non vuole che noi ci divertiamo e continua a enfatizzare che dobbiamo rinunciare a noi stessi. Tutto ciò può andare bene per lui, ma io sono giovane e ho tante cose da fare nella vita”.

...così: “egli amò questo mondo”.

 
Ognuno di noi ha qualcosa dentro, la vecchia natura, che risponde al piacere peccaminoso del mondo e all’apparenza di realizzazione che esso ha da offrire. Credetemi, satana è un maestro nel produrre lucentezza e fascino che il credente dovrebbe riconoscere come veleno ricoperto di zucchero.

Come Dema, noi siamo, comunque, istintivamente attratti da esso, particolarmente quando è presentato sotto forma di sceneggiato televisivo, come “Beautiful”.

Non dobbiamo nemmeno camminare per strada in una moderna città, possiamo semplicemente passare il nostro tempo di fronte alla televisione per vedere infiammare le nostre passioni, i nostri desideri.

 

2.  UN MIGLIOR CIRCOLO DI AMICI


Non solo Dema amò i buoni sentimenti quando cadde nelle sue passioni, ma amò anche le amicizie che il mondo offriva. Per lui, semplicemente, questi amici avevano molto più
da offrire dell’apostolo Paolo, il prigioniero custodito in manette.

Cercate di immaginarvi nel panni di Dema, totalmente identificato con un uomo destinato all’esecuzione.

Dubito che molti di noi avrebbero affrontato la derisione accumulata verso qualcuno come Paolo, e per associazione, anche verso Dema.

Così non dovremmo essere sorpresi dal fatto che mentre lasciava Paolo, un giorno pensò: “L’ho fatto. Semplicemente non sono abbastanza forte per affrontare la continua identificazione con un prigioniero condannato a morte. Ho un’intera vita da vivere e devo semplicemente scegliere meglio i miei amici o non andrò mai avanti.

Così, continuò a camminare, camminare.., fino alla nave che lo portò a Tessalonica.


La pressione dei nostri pari è una delle forze più grandi che può modellare una vita particolarmente nell’età dell’adolescenza.

Sono rimasto stupito un po’ di tempo fa, quando ho visto un articolo in un giornale, in cui si diceva che il governo avrebbe speso denaro per una campagna educativa per cercare di allontanare i giovani dal fumo.

Che spreco di soldi!

Alcuni possono esserne influenzati, è vero, ma i giovani che affrontano la pressione dell‘auto-identità, non saranno certo scoraggiati da pubblicità che identificano il fumo come qualcosa di nocivo. I loro compagni dicono che fumare gli permette di entrare nel mondo adulto, e che è questo ciò che conta.

I giovani a cui ho fatto consulenza nel mio ufficio, mi hanno detto: “Io odio questo modo di fare. Quei pezzetti di tabacco nella mia bocca sono così amari, la tosse che mi è venuta è così fastidiosa, il mal di testa e il senso di nausea sono così stressanti, ma lo faccio perché questo è il prezzo dell’accettazione”.

Essi comprano quel biglietto che, pensano, li farà entrare nel mondo dei grandi.

 

Come adulti noi abbiamo le stesse pressioni.

Noi soccombiamo in altri modi più sottili.

Se siamo cristiani, possiamo trovarci nella situazione di essere derisi se nominiamo Cristo, così stiamo zitti.

Forse il nostro capo, come alcuni proprietari, o allenatori di squadre, deridono i cristiani identificandoli come “effeminati”.

 

Qual è la condizione della persona che ama il mondo?

L’apostolo Giovanni dice piuttosto esplicitamente: «Non amate il mondo, ne le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui» (1 Giovanni 2:15).

La nostra relazione con Dio è chiaramente esclusiva: non è ammesso nessun amore per il mondo.

Se noi amiamo il mondo, se esso ha il nostro cuore, l’amore del Padre non è in noi.

D’altra parte, se l’amore del Padre è in noi, spreme fuori l’amore per il mondo.

Giacomo identifica il problema e la cura quando scrive: «Adulteri e adultere, non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Giacomo 4:4).

Se pensiamo come il mondo, se ci divertiamo come il mondo, se abbiamo gli stessi atteggiamenti e gli stessi valori, non amiamo il Padre, e spiritualmente siamo adulteri e adultere.
Se la verità fosse conosciuta , molti di noi avrebbero, probabilmente, adottato i valori del mondo fino ad un certo punto.

Per alcuni di noi vedere un graffio sulla macchina nuova, ci tocca più di vedere una persona finire all’inferno!

Altri passano più tempo a divertirsi che nel mostrare amore agli altri, e condividere la Buona Notizia della salvezza in Cristo.

Spesso i nostri obbiettivi di vita iniziano e finiscono con noi stessi piuttosto che avere l’intento di compiere gli scopi di Dio nella nostra esistenza

Se queste sono le nostre attitudini, noi amiamo il mondo, e se questo è il caso, Gesù dice che l’amore del Padre non è in noi.

Non amiamo il mondo!

 

3.  UNA QUESTIONE DI SCELTE


Chiaramente, Dema non si innamorò semplicemente del mondo.

Egli aveva deliberatamente scelto il mondo, come un giovane uomo o donna, che consciamente sceglie di unirsi a qualcuno che lui o lei ama.

Nel caso di Paolo, egli ovviamente credeva che Dema avesse deliberatamente scelto il mondo.
Penso che Paolo abbia scritto con un’ovvia pena interna quando disse: «Dema... mi ha abbandonato» (2 Timoteo 4:10).

Quello che sta dicendo è: “Dema mi ha lasciato in una situazione difficile. Egli ha lasciato me e il legame che ci univa. Come Lot, ha scelto le pianure belle e ben irrigate”.
Lo stesso è vero per le persone oggi che conoscono Cristo come Salvatore e poi scelgono il mondo.

Lo fanno deliberatamente anche se non senza molta indecisione o fermento interno. Ovviamente, molte pressioni emotive sono sorte in Dema, come nelle persone oggi, prima di abbandonare.

Sicuramente ha valutato le alternative, e Tessalonica era chiaramente la più attraente.

Sono sicuro che Paolo abbia condiviso con Dema la sua visione della gloria futura. Eppure, egli, camminando per le vie di Roma, ha deciso: “Voglio quella gloria ora”.

 

C’è una certa parte di gloria disponibile ora, come c’era per Dema.

Guardate solo le cerimonie che avvengono dopo che un team ha vinto i mondiali di calcio, o un corridore di Formula 1 ha conquistato il titolo.

 

Dema decise di scegliere il piacere immediato senza valutare il visibile contro l’invisibile, il temporale contro l’eterno, il futuro contro il presente, e “amò il mondo”.

Posso solo immaginare Dema che discute con sé stesso: “Penso che un uccello fra le mani sia meglio di due nella macchia”.

Paolo parte sempre dalla gloria futura, ma chi mi può garantire che il cielo è veramente così meraviglioso?

Sfrutterò la mia occasione nel presente, nel mondo che posso sentire, toccare, odorare, e gustare.


Non possiamo trascurare il fatto che abbatte alcuni di noi e che, probabilmente, ha abbattuto Dema.

Le relazioni sono importanti per noi, particolarmente il rispetto di certi membri delle nostre famiglie. Forse si tratta di una nonna, di uno zio, di una zia, padre o madre. Nel caso di Dema dev’essere stata la relazione che ha sviluppato con il suo mentore, l’apostolo Paolo,

Nessun dubbio che Paolo, non solo era un uomo brillante, ma anche attrasse a sé compagni di qualità e si diede pienamente ad ognuno di essi.

Anche in prigione Paolo era una forza formidabile, un uomo difficile da abbandonare, da lasciare.

 

Ricordo una madre che era in procinto di lasciare i suoi bambini e suo marito a causa di una relazione iniziata con un altro uomo. E’ vivo il ricordo delle lacrime che scendevano dalle sue guance e cadevano sul suo cappotto.

Tanti pianti, ma la decisione era presa: lasciò la sua famiglia.

Aveva convinto sé stessa: “Non posso andare più avanti così, anche se ogni cosa che mi dite è vera, se c’è un paradiso e c’è un inferno, ancora voglio scegliere il presente”.

4.  UN POSTO PROMINENTE


Dema andò a Tessalonica.

Negli scavi delle rovine di Tessalonica gli archeologi hanno rinvenuto numerose liste. In una di queste liste di prominenti cittadini, appare il nome di Dema.

Non so se questo sia il Dema di cui parla Paolo, ma supponiamo che lo sia.

Dema lasciò l’apostolo Paolo e si recò nella bella città di Tessalonica, situata su una collina affacciata sul Mar Mediterraneo.

Le montagne la circondavano.

In quella città Dema finì intrappolato nel laccio della lussuria, avendo accettato i valori della città, ed essendo diventato un membro del consiglio cittadino.

Diventò qualcuno in questo mondo, ma cosa sarà Dema nel mondo a venire?

 

Potete ricordare che Mosè fece la scelta opposta.

La Bibbia ci racconta che considerò la gloria che avrebbe potuto avere in questo mondo, e optò per vedere il Dio che è invisibile.

Lasciò i tesori e il benessere dell’Egitto e fu disposto a vivere una vita di derisione e povertà perché continuò nella convinzione di aver visto l’Iddio Invisibile.

Questa era una questione di fede, e lo è anche per noi oggi.

Mosè considerò l’invisibile più importante e anche molto più reale che il visibile, tangibile mondo.

Dema non lo fece. E tu?

 

5.  UN CASO DI RICOMPENSA


Il terzo fatto che riguarda Dema è che egli raccolse il mondo.

Questo non è detto esplicitamente nei resoconti di Paolo su Dema, ma in un altro posto è scritto che quello che un uomo semina, quello poi raccoglie (Galati 6:7).

Così se “semini” il mondo, raccogli il mondo.

Semini passioni, sempre raccogli passioni.

Semini orgoglio e raccoglierai ancora più orgoglio, fino a che il tuo cuore sarà così indurito che sembrerà non esserci più via d’uscita.

Semini avarizia, ed essa diventa una parte così forte del tuo essere che non riuscirai più a rinunciarvi.

 

C’è un’altra dinamica nella legge del seminare e del raccogliere.

A meno che non ci sia una terribile siccità, sempre raccogliamo più di quello che seminiamo.

Un contadino può aspettarsi quaranta stai di grano per ogni staio seminato.

Anche Dio ci dona un grande incremento su ciò che noi seminiamo spiritualmente.

 

A volte sento persone dire: “Sono insoddisfatto nella chiesa, devo guardare a me stesso e vedere quello che posso fare”.

Lasciano la chiesa per cercare la propria soddisfazione e Dio può permettere a quella persona di ottenere soddisfazione.

 

Un credente con una certa responsabilità in un’organizzazione missionaria aveva contribuito notevolmente alla stabilità e crescita della stessa. infatti, egli fu, probabilmente, il maggior responsabile della sopravvivenza della missione durante un periodo finanziario critico.

Poi, cominciò ad avere un certo declino.

Sembrava non ci fossero più abbastanza opportunità per lui di sentirsi completamente appagato, così diede le dimissioni.

Una delle maggiori compagnie nella stessa città fu estremamente lieta di assumere un giovane pieno di iniziativa. Lo pagarono profumatamente e gli promisero un brillante futuro.

Sembrava che avesse il mondo ai suoi piedi, e Dio gli stava permettendo di raccogliere abbondantemente quello che aveva seminato.

Poi, un giorno, si sedette nella sua cucina insieme a sua moglie e disse: “Cara, cosa sto facendo in questo mondo? Ho dedicato la mia vita al servizio di Gesù Cristo, ed ecco, sto lavorando per un buon stipendio e riconoscimento”.

Rassegnò le sue dimissioni senza sapere dove Dio lo voleva mettere ma sapendo che Lui ricompensa la nostra fede.

Oggi, quel giovane, è parte di un gruppo che raggiunge il mondo per Gesù Cristo.

Giorno dopo giorno affronta ancora delle sfide che spaventerebbero chiunque,eppure gli va incontro e le vince con il soprannaturale potere dello Spirito Santo.

Ha seminato impegno, e Dio sta provvedendo alla messe.


Allo stesso tempo so di persone che hanno lasciato la chiesa di cui ero responsabile, sono tornati nel mondo e sembrano felici e realizzati.

Sono ancora nella ribellione verso il piano di Dio per la loro vita, eppure in superficie Dio non li sta punendo in alcun modo.

Naturalmente, ciò che noi possiamo vedere, sono solo gli eventi di oggi e di domani, il Signore conosce l’eternità.

 

Considerate la dichiarazione che afferma che coloro che soddisferanno la concupiscenza della carne, non erediteranno il regno dei cieli.

 

Non credo che i credenti che si voltano indietro per camminare nella concupiscenza della carne non saranno salvati.

Ereditare il regno, ha a che fare con il regnare con Gesù Cristo, non con l’entrata nel regno.
Ricorderete la parabola di Gesù riguardo agli uomini a cui furono dati vari talenti dal loro signore prima di partire per un viaggio.

Due investirono i loro talenti, ma uno lo seppellì.

I due che investirono ciò che il loro signore gli aveva dato, furono ricompensati, ma colui che seppellì il suo talento se lo vide strappare via e dato ad un altro che aveva già il governo di dieci città.

Gesù dichiara che questo è ciò che accadrà ad alcuni di noi. Se seminiamo nella carne, andremo in cielo, ma non avremo una posizione di responsabilità, nessuna città nel mondo su cui esercitare autorità.

Questa fu la posizione in cui Dema trovò sé stesso.


Nella mia esperienza di consulenza, ho trovato che quando cerchi soddisfazione nel mondo, cerchi soltanto più soddisfazione. Se nutri i tuoi appetiti, essi cresceranno e cresceranno, se vivi per le tue passioni, la loro forza crescerà.

Quando semini avena selvatica, ne otterrai ancora di più di quella negoziata. Fortunatamente per alcuni, hanno genitori che stanno pregando per il preservarlii dal fallimento.
Il versetto preferito di D. L. Moody era: «...il mondo passa con la sua concupiscenza; ma che fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1 Giovanni 2:17); come risultato si lanciò senza riserve nel fare la volontà di Dio.

Moody aveva gli occhi nell’eternità e nella sua ricompensa.

 

UN FORTE DESIDERIO

 

“Ma”, mi dici, “ho dei desideri così forti, mi merito un po’ di felicità, un po’ di soddisfazione. Non voglio essere imbrogliato in questa vita” .

Leggete le storie di Enoc, Abramo, Mosè, Stefano e Paolo e scoprirete che non furono derubati da Dio. Infatti, Lui li ha arricchiti, e arricchirà ampiamente le loro vite nell’eternità.

Vorrei essere Abramo piuttosto che Lot, Giacobbe piuttosto che Esaù, uno dei discepoli di Gesù piuttosto che il giovane ricco con tutte le sue possessioni.

La loro fede li aiutò ad arrivare al punto di definire il significato di ciò che è eterno paragonato al presente.

 

Potete ricordare la storia tratta dalle “Mille e una notte”, di una barca nell’oceano che fu attratta da un certo punto nel mare. Il capitano lasciò andare la barca non opponendo resistenza. Ciò che non sapeva era che c’era un’isola magnetica con un incredibile potere di attrarre ferro e acciaio. Come la barca si avvicinò all’isola, tutti i chiodi furono portati via e a quel punto, la barca si accasciò e affondò.

Sicuramente, questa è una favola, ma rende il concetto.

 

Quando prendiamo il sentiero del non opporre resistenza, quando il mondo ci attrae, quando soddisfiamo i nostri desideri fuori dalla volontà di Dio, possiamo vedere improvvisamente le nostre vite naufragare.

Le riviste cristiane sono piene di testimonianze di persone che se ne sono andate per trovare piacere e soddisfazione, solo per mangiare i baccelli che nemmeno i maiali volevano mangiare.

Solo quando sono ritornate a Gesù Cristo per la loro realizzazione hanno trovato una pace interna e soddisfazione.

Sicuramente, Dema aveva udito le parole di Gesù: «...ma cercate prima il regno di Dio e la Sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte» (Matteo 6:33).

Le cose che tolleriamo e che ci portano ad un atto di disubbidienza, recheranno solo guai alla nostra vita perché non fanno parte della giustizia di Dio.

Non nego che l’attrattiva del mondo è incredibilmente forte per molte persone.

Dema non abbandonò Paolo per un capriccio, ma a causa del fascino che il mondo emana, anche se questo fascino può essere smussato e rimpiazzato dallo Spirito Santo che lavora in noi se noi glielo chiediamo con un atto di fede. Egli è pronto ad aiutarci: tutto quello di cui ha bisogno è il nostro invito.

Certo, risono dei momenti in cui vanno prese delle misure drastiche.

Gesù disse che se la tua mano ti fa peccare, tagliala; se il tuo occhio ti fa peccare, cavalo. Ciò che intende attraverso questi esempi, è di prendere il comando della mano quando se ne va in cerca di piaceri proibiti, di chiudere i nostri occhi su ogni oggetto che produce concupiscenza.

Tutto ciò, a volte, richiede azioni radicali.

Possiamo paragonarlo ad un paziente con il cancro che va dal dottore e dice: “Dottore, ho una piaga cancerosa sul mio braccio. Me ne asporti un po’ questa settimana, e io tornerò la prossima, per asportarne un altro po’. Poi, nei prossimi giorni, la potrà togliere del tutto”. Sapete bene che non è così che parlereste al vostro medico.

Preferireste vedere invece la piaga totalmente rimossa, anche perché un minuscolo pezzo di tessuto canceroso può spargere la malattia in tutto il corpo.

La Bibbia usa una parola che è caduta in disuso, L’apostolo Paolo sfidò i credenti a «far morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e avidità, che è idolatria» (Colossesi 3:5).

I traduttori della New International Version (una delle traduzioni in lingua inglese) usa una frase più familiare “messi a morte”.

I Puritani chiamano ciò mortificazione della carne, un concetto che non troviamo più accettabile. Esso suona come qualcosa che un monaco fece centinaia di anni fa, prima che Lutero scoprisse la giustificazione per fede. Eppure è un concetto perfettamente esatto, perché abbiamo bisogno di trattare radicalmente quelle membra che ci distraggono per essere quei discepoli che Gesù vuole che siamo.

Gesù vuole vederci di nuovo librarci in volo, disfarci del peso e dell’apatia che ci tiene nell’aia della fattoria invece di spiccare il volo verso nuove altezze con Cristo.

 

Non abbiamo indicazioni che Dema abbia affrontato radicalmente il suo amore per il mondo e la sua attrattiva, ma tu puoi, e puoi farlo ora, cercando in modo determinato, prima il regno di Dio, dando a Cristo il primo posto nella tua vita, e permettendo allo Spirito Santo di guidarti sul sentiero eterno.

Forse conosci un Dema.

Quale dovrebbe essere il tuo atteggiamento?

Credo che abbiamo bisogno di lasciare che i nostri cuori si rompano come il cuore dell’apostolo Paolo, che fu spezzato dalle azioni di Dema.

Puoi cogliere il singhiozzo nella sua voce mentre dice che “Dema perché ha amato questo mondo, mi ha lasciato”.

Posso dire con fiducia che Dema era sulla lista di preghiera di Paolo e fu pregato per lui, probabilmente ogni giorno.

Invece di accumulare condanne su Dema, Paolo espresse dispiacere lasciando un avvertimento nei suoi commenti: se vuoi conquistare il tuo Dema, fagli sapere che Dio lo ama ancora e che tu stai pregando per lui, anche se disapprovi le sue azioni, e ciò che semini, raccoglierai dal Signore della messe.

 

 

 

9: SALOMONE

Intrappolato dal laccio del potere

 

Cosa succede ad un uomo onesto quando acquista potere?

Quando si arricchisce?

Quando ha l’opportunità di soddisfare i desideri della carne?

Forse la tua mente sta andando alla storia di Daniele e i tre giovani a Babilonia.

Essi determinarono nel loro cuore di servire Dio per primo, e in ogni campo della loro vita, anche se tutto ciò che desideravano era a loro disposizione.

D’altra parte forse ricordate gli scritti di Salomone: «Ho cercato nel mio cuore come soddisfare il mio corpo col vino, spronando nello stesso tempo il mio cuore alla sapienza e a stare attaccato alla follia, finché vedessi qual’è il bene che i figli degli uomini dovrebbero fare sotto il cielo, tutti i giorni della loro vita. Così feci grandi lavori: mi costruii case, mi piantai vigne, mi feci giardini e parchi, piantandovi alberi fruttiferi di ogni specie; mi costruii vasche per l’acqua con le quali poter irrigare il bosco per far crescere gli alberi. Comprai servi e serve ed ebbi servi nati in casa; ebbi anche grandi averi in armenti e greggi, più di tutti quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme. Ammassai per me anche argento, oro e le ricchezze dei re e delle province; mi procurai dei cantanti, le delizie dei figli degli uomini e strumenti musicali di ogni genere. Così divenni grande e prosperai più di tutti quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme, anche la mia sapienza rimase con me. Tutto quello che i miei occhi desideravano, non l’ho negato loro; non ho rifiutato al mio cuore alcun piacere; perché il mio cuore si rallegrava di ogni mio lavoro;e questa è stata la ricompensa di ogni mio lavoro» (Ecclesiaste 2:3-40).

Eppure, quale fu la conclusione di Salomone dopo valutato la sua vita di indulgenza?

«Poi mi volsi a considerare tutte le opere che le mie mani avevano fatto, e la fatica che avevo impiegato a compierle; ed ecco tutto era vanità e un cercare di afferrare il vento; non c’era alcun vantaggio sotto il sole» (Ecclesiaste 2:11).


Studiando la vita di questo re, devo concludere che Salomone fu il più “saggio sciocco” mai vissuto.

Fu saggio perché fu l’artefice di più di tremila proverbi e più di un migliaio di canti, ma fu sciocco perché finì col tentare di soddisfare la sua natura sensuale, prostrandosi ad adorare degli idoli, quando Dio gli aveva parlato personalmente per ben tre volte.

La trappola del potere lo catturò all’inizio della sua vita e questa sete di potere lo strinse come una morsa, rendendolo spiritualmente paralizzato in età avanzata.
“Il potere della politica è molto seducente” disse Art Agnos, un membro del consiglio della California.

Si può dire lo stesso riguardo al benessere, ai risultati nell’istruzione, al successo negli affari.

Un autore americano che nel passato era stato un dirigente d’azienda, disse recentemente in un’intervista che i dirigenti giapponesi vengono dalla gavetta e si ricordano cosa erano. I dirigenti americani in grandi compagnie, sono così ipnotizzati dalla manipolazione finanziaria e dalla trappola del potere, che perdono il contatto con i lavoratori e i produttori.


Potremmo dire che Salomone ebbe un buon inizio.

Suo padre aveva unito il paese, rimandato i nemici oltre i confini, accumulato oro e argento per il tempio e inoltre Dio disse a Davide che suo figlio lo avrebbe costruito. I pretendenti al trono nella famiglia reale avevano cercato di accaparrarselo, compreso Absalom, ed erano stati eliminati. Così, Salomone cominciò il suo governo come re, con un popolo in pace e con la prospettiva di soddisfare il sogno di suo padre, cioè la costruzione del tempio, con lo scopo di adorare Dio e portargli gloria e onorare quegli uomini abilitati ai vari incarichi.

Inoltre, Salomone ebbe un vantaggio speciale per un’altra ragione.

La storia Biblica ci dice: «Poi Davide consolò Bath-Sceba sua moglie, entrò da lei e si coricò insieme; così ella partorì un figlio, che egli chiamò Salomone, e l’Eterno lo amò. Mandò poi un messaggio tramite il profeta Nathan che gli pose nome Jedidiah, a motivo dell’amore dell’Eterno» (2 Samuele 12:24,25).

Che cosa meravigliosa iniziare la propria vita in una famiglia reale.

Eppure, in Salomone, l’uomo onesto, c’era sempre un misto di male che lo preveniva dal raggiungere la posizione di un Abramo, un Davide, o anche un Samuele. Ferro e terra erano mischiati , e il risultato finale fu una fatale incrinatura, una debolezza nella personalità, se vogliamo, che sfociò in un sbriciolarsi della volontà morale, anche se sembrava avere ogni cosa a suo favore. Apparentemente, sembrava pieno di magnificenza nel suo potere e nei suoi successi nel regno, ma la debolezza era presente al punto che portò al collasso dell’impero anche nelle generazioni successive.
Esaminiamo l’intrappolamento di Salomone nel laccio del potere alla luce delle tre apparizioni di Dio in diversi momenti della sua vita.

Durante la prima apparizione, Dio provò il cuore di Salomone.

Quando Egli parlò per la seconda volta, ci fu una forte nota di avvertimento.

La terza volta, Dio giudicò il suo cuore e pronunciò un giudizio sulla sua famiglia.

 

1.  UNA PROVA DI SCOPO

 
Avete mai sentito qualcuno dire: “A meno che ogni peccato sia confessato, Dio non ascolterà la tua preghiera, né ti parlerà!”. Se questo fosse il caso, che cosa ne diresti della sequenza di eventi raccontati in 1 Re 3?

Guardiamo al primo versetto: «Poi Salomone si imparentò con il Faraone, re d’Egitto,. Sposò la figlia del Faraone, e la condusse nella città di Davide, finché non terminò di costruire la sua casa, la casa dell’Eterno e le mura di cinta di Gerusalemme» ( 1 Re 3:1).

A quanti comandamenti di Dio Salomone disubbidì nel solo primo versetto?

Leggete Deuteronomio 17:17 e scopritelo («Non dovrà neppure avere molte mogli, affinché non perverta il suo cuore; neppure dovrà avere grande quantità d'argento e d'oro»).

 

Ora leggiamo 1 Re 3:3: «Salomone amava l’Eterno e seguiva gli statuti di Davide suo padre; tuttavia offriva sacrifici e bruciava incenso sugli alti luoghi»: un’altra chiara violazione ai comandamenti di Dio!

Nonostante di questi esempi di disubbidienza che Dio stesso racconta nella Sua Parola, «Salomone amava l’Eterno e seguiva gli statuti di Davide suo padre».

Dio apparentemente trascurò la disubbidienza di Salomone perché sapeva che il suo cuore era inclinato a servirLo.

Eppure, ciò non impedì a quest’ultima di divenire un laccio usato poi per intrappolarlo più avanti negli anni.

Le benedizioni di Dio nonostante la disubbidienza, non sono la garanzia che il peccato non diventerà purtroppo la nostra rovina., ma dimostrano soltanto la Sua grande sopportazione ed il Suo grande amore per noi.

Ancora più strabiliante del fatto che Dio non sembra preoccupato della disubbidienza di Salomone, è che Dio appare con un’incredibile proposta: “Chiedimi qualsiasi cosa che desideri” (1 Re 3:5).

 

A questo punto, mentre leggete, potreste dire a voi stessi: “Dio, Tu sei stato preso in giro. Stai offrendo all’uomo che ti ha appena provato di non avere autodisciplina, la più grande scatola del mondo piena di caramelle, Sei sicuro di non essere apparso all’uomo sbagliato? ”.

Ci accorgiamo velocemente che Dio è assolutamente serio, non sta cercando di fare giochi di prestigio con Salomone del tipo “ora lo vedi, ora non lo vedi”. Dio semplicemente dice: “Chiedi ciò che vuoi che Io ti dia” (1 Re 3:5).

In effetti, Dio sta dicendo: “Qui c’è un assegno in bianco, Salomone. Riceverai quello che vorrai”.


Come avresti risposto ad una tale offerta da parte di Dio?

 

Ai miei figli piace tanto leggere la storia del re Mida, una figura della mitologia greca.

Desiderava che ogni cosa che toccava diventasse oro, e il suo desiderio fu appagato dal dio Dionisio.

Non aveva certamente riflettuto a lungo sul suo desiderio, perché anche il cibo si trasformò in oro una volta toccato, così come le diverse parti del suo corpo.

Salomone fu più saggio.

Disse: «Sono solo un ragazzino e non so come portare avanti i miei compiti»; per questa ragione continuò: «Così dai al Tuo servo un cuore che abbia discernimento per governare il Tuo popolo e per distinguere tra il giusto e lo sbagliato» ( 1 Re 3: 7-9).

Ciò che stava effettivamente chiedendo era saggezza.

Quale fu la risposta di Dio?

«Ecco, Io faccio come tu hai chiesto: ti do un cuore saggio e intelligente, cosicché non c’è stato nessuno come te prima dite e non sorgerà nessuno come te dopo dite» ( 1 Re 3:11-12).

Poi, Dio divenne molto generoso con Salomone e disse: «Ti do pure ciò che non hai domandato: ricchezze e gloria, cosicché fra i re non vi sarà nessuno al tuo pari, per tutti i giorni della tua vita» ( 1 Re : 3 13).

 

Molti anni più tardi il britannico Lord Chamberlain svegliò una ragazza diciottenne al palazzo di Buckingham, a Londra, in Inghilterra, le disse che lei era ora la regina d’Inghilterra e le lesse questo passaggio Biblico.

La regina Vittoria non lo dimenticò mai.


Salomone passò la sua prova di “scopo”?

Si, lo fece, ma nel cielo blu c’era una piccola nuvoletta grande come il palmo di una mano, perché leggiamo che Salomone amò il Signore «...tuttavia offriva sacrifici e bruciava incenso sugli alti luoghi» (1 Re 3:3).

L’ubbidienza incompleta porta in sé il seme della distruzione.

Dobbiamo capire Salomone.

Fu innanzi tutto un politico.

Il popolo adorava negli alti luoghi, considerandoli come una sorta di chiesa locale. Come re avrebbe potuto provocare un’insurrezione se avesse spazzato via tutti gli alti luoghi: immaginate di fare una cosa del genere con le chiese ai giorni nostri.
Salomone era preoccupato riguardo ai guai potenziali che si sarebbero sviluppati in un’altra area, cioè la frizione tra la casa di Davide e la casa di Saul.

Determinato a superare questa potenziale guerra civile, decise di costruire il tempio sperando che la casa di Dio unisse le famiglie di Davide e di Saul.

 

Ogni pastore sa che un progetto di costruzione della casa del Signore è un modo per unire la congregazione.

 

Al di là delle preoccupazioni, Salomone aveva bisogno di prendere i vari pezzi di Israele e ricucirlo, portandolo sotto lo stesso tetto di adorazione e conduzione reale.

Comunque, Salomone non fu soltanto un buon politicante.

Nella sua determinazione di stabilire una grande nazione con confini stabili, si imbarcò in ciò che oggi è messa sotto il nome di “politica estera” e sposò le figlie dei re circonvicini.

Dopo tutto, andreste a guerreggiare con una nazione dove tua figlia è un membro della corte reale?

Dio disse: «...sto per darti un cuore saggio», e lo fece, ma nella sua intenzione di giocare la parte del politico brillante, Salomone dimenticò che Dio stava provando il suo cuore.

 

2.  UNA PROVA DI UBBIDIENZA

 

Dio, allora, apparve una seconda volta a Salomone.

Al momento, il grande tempio con la sua incredibile bellezza, era stato costruito. Dopo i sette anni dedicati ad esso, Salomone aveva costruito il suo proprio palazzo, che lo aveva impegnato per tredici anni.

Non che avesse eretto un grande palazzo, ma il numero degli operai era esiguo.

A quel tempo, il tempio era stato dedicato.

Notate la magnificenza della celebrazione alla dedicazione del tempio.

Immaginate i sacerdoti che sacrificano ventiduemila capi di bestiame e centoventimila fra pecore e capri.

La folla doveva essere enorme per consumate tutta quella carne dopo che era stata offerta in sacrificio.


Ci aspetteremmo una risposta di Dio dopo una tale, pubblica adorazione.

La Sua apparizione a Salomone è descritta nel capitolo nove, dove Dio ripete una promessa molto simile a quella che fece ad Abramo: «Quanto a te, se camminerai davanti a Me come ha camminato Davide tuo padre, con integrità di cuore e con rettitudine, facendo tutto ciò che Ti ho comandato, e se osserverai i Miei statuti e i Miei decreti, Io renderò stabile il trono del tuo regno su Israele per sempre come ho promesso a Davide tuo padre, dicendo: “Non ti mancherà mai qualcuno che sieda sul trono di Israele” » (1 Re 9:4,5).

Comunque Dio vede anche il bisogno di aggiungere un avvertimento: «Ma se voi o i vostri figli vi ritrarrete da Me e non osserverete i Miei comandamenti e i Miei statuti che ho posto davanti a voi e andrete a servire altri dei e a prostrarvi davanti a loro, Io sterminerà Israele dalla faccia del paese che gli ho dato e rigetterò dalla Mia presenza il tempio che ho consacrato al Mio Nome; così Israele diventerà la favola e lo zimbello di tutti i popoli» (1 Re 9:6-7).

 

Chiaramente, Salomone aveva già sposato un buon numero di quelle mogli straniere e c’era bisogno di metterlo in guardia.


Ora avrete notato che Salomone ebbe così un assaggio della trappola del potere.

La grandezza del tempio e del suo palazzo, il numero di animali uccisi alla dedicazione del tempio, ci avvertono del fatto che Salomone aveva gusti costosi e, se ci spostiamo in 1 Re 10, notiamo un’ampia descrizione dello splendore di Salomone. Anche oggi, l’ammontare dell’oro e dell’argento da lui posseduto, ci fa trasalire. Infatti gli storici ci riportano che: «Inoltre il re rese in Gerusalemme l’argento comune come le pietre e i cedri abbondanti come i sicomori della pianura» (1 Re 10:27).
L’amore di Salomone per la lusso viene messo a confronto solo con il suo desiderio per le donne. Quella che cominciò come una piccola “collezione” per migliorare la sua politica estera, divenne chiaramente un’ossessione.

Il racconto Biblico riporta: «...ma il Re Salomone, oltre la figlia del Faraone, amò molte donne straniere, moabite, ammonite, idumee, sidonie e hittee» (1 Re 11:1).

La sensualità rese possibile, attraverso la sua ricchezza e il suo potere, il passo successivo: l’idolatria.

Salomone verificò la veridicità del proverbio che “non c’è stupido come un vecchio stupido”, perché leggiamo di lui: «...così, quando Salomone fu vecchio, le sue mogli fecero volgere il suo cuore verso altri dei; e il suo cuore non appartenne interamente all’Eterno, il Suo Dio, come Davide suo padre» (1 Re 11:4).

Che classica affermazione inadeguata “il suo cuore non era pienamente devoto al Signore”, perché nel versetto successivo leggiamo: «Salomone seguì Astarte, divinità dei Sidoni, e Milcom, l'abominevole divinità degli Ammoniti» ( 1 Re 11:5).

 

3.  UNA PROVA DI PENTIMENTO


Cosa accade quando non poniamo attenzione agli avvertimenti di Dio, e la trappola del potere ti conduce all’idolatria e alla sensualità?

L’esperienza di Salomone rivela le risposte a quelle domande, così come sicuramente lo fa la pista in discesa verso il peccato.


Dio disse a Israele che Egli era un Dio geloso.

Con questa immagine, leggete 1 Re 11:9: «L’Eterno perciò si adirò con Salomone, perché il suo cuore si era allontanato dall’Eterno, il Dio d’Israele, che gli era apparso due volte».

A dispetto dell’attenzione personale di Dio, Salomone si era lasciato intrappolare dal laccio del potere, dando attenzione alle mogli straniere piuttosto che a Dio.
A questo punto Dio pronunciò un doppio giudizio.

 

Il primo è che il regno sarebbe stato diviso: «Poiché tu hai fatto questo e non hai osservato il Mio patto e gli statuti che ti avevo ordinato, ti strapperà il regno e lo darò al tuo servo» (1 Re  11:11).

Dio avrebbe lasciato solo una tribù dando la maggior parte del regno a un ribelle.

In effetti Dio disse: “L’abito che hai voluto ricucire, il consolidamento che hai cercato, sta per essere strappata a causa del tuo peccato”.

Mentre leggevo questo ero così impressionato dal fatto che il giudizio di Dio cadde proprio sull’impresa, per cui Salomone aveva venduto la sua anima.

Se c’era qualcosa che Salomone voleva, questo era impero unito.

Il suo obbiettivo era mettere insieme la gloria e il potere del regno, eliminando le fazioni e i nemici esterni.

Eppure Dio, era come se avesse detto: “Tu volevi unità, ma Io ti darò disunione; tu volevi un regno e io lo strapperà a tuo figlio”.

Dio nella Sua misericordia non portò mai a compimento il Suo giudizio durante la vita di Salomone e lo fece «per amore di Davide Mio servo e per amore di Gerusalemme che ho scelto» (1 Re 11:13).

Comunque Salomone non rimase impunito.

 

Il secondo giudizio di Dio arrivò durante gli ultimi anni del suo regno sotto forma di tormento da parte di un vecchio nemico: «L’Eterno suscitò contro Salomone un nemico, Hadad, l’Idumeo, che era un discendente del re di Edom» (1 Re 11:14).

Hadad era sfuggito ad un’operazione di rastrellamento da parte di Joab, dopo che Davide aveva sconfitto gli Edomiti in battaglia stabilendosi in Egitto.

Ora, con il sostegno degli egiziani, il popolo che Salomone aveva corteggiato per averne il favore, sposando la figlia di Faraone, Hadad cominciò a tormentare Salomone.
Dal confine nord un altro avversario sorse per perseguitare Salomone. Questa volta era Rezon, che regnava ad Aram “ed era ostile ad Israele”.

Il messaggio è chiaro: “Dio innalzò contro Salomone” questi avversari come giudizio sulla mancanza di volontà da parte sua di pentirsi dal suo peccato.
Se potessimo tirare le somme sulla vita di Salomone, risulterebbe semplicemente questo: se il successo è per te più importante di Dio, Dio guasterà il tuo successo. Perché, vedi, se tu cominci a comprometterti per avere successo, Dio si accerterà che l’ascia cada precisamente sull’idolo che ha causato la tua disubbidienza. Dio lo distruggerà così tu non sarai più in grado di goderti la trappola del potere.


Ricordo un uomo il cui scopo era il denaro.

Come molti, razionalizzò che c’è un mondo duro fuori da qui.

Quando ti trovi lì in mezzo, devi affrontare la competizione, e dal momento che ognuno cerca un po’ di truffare, anch’egli lo fece.

Cercò di imbrogliare sulle tasse facendo dei pagamenti in contanti in modo che non risultasse quanto guadagnava.

Non aveva nessun timore del governo e, a volte, si trovò nella condizione di poter imbrogliare un pochino anche sulla qualità dei materiali.

Poteva dire che i materiali erano di una certa qualità e poi, usarne un tipo più scadente.

Aveva calcolato tutto perché, ricordate, “chiunque fa questo, lo fa perché siamo in un mondo duro” .

Sorprendentemente, Dio sembra faccia sorgere avversari a destra e a sinistra. L’uomo ebbe ogni tipo di guai con le persone che aveva assunto, passando da una difficoltà all’altra.

 

Quando facciamo del successo il nostro obbiettivo e disubbidiamo a Dio, Egli lo trasforma “come un ascesso nella nostra bocca”.


Considerate la vita dell’ex presidente, Richard Nixon.

Lavorò duramente e a lungo per ottenere potere politico. Una  volta, nell’ufficio ovale di Washington, sembrò prendere un particolare piacere nel laccio del potete. Così, quando cercò di assicurarsi potere e prestigio, approvando “uno sporco inganno” durante la campagna elettorale, Dio fece sorgere un avversario contro di lui. Egli perse tutto ciò che aveva guadagnato, e inoltre fu ricordato nella storia americana come l’uomo onesto che si è lasciato prendere dal laccio del potere.
Se il piacere significa per te più di Dio, Egli lo vedrà e il tuo piacere sarà spazzato via.

Ho visto persone trasportate nell’immoralità, ribellandosi contro Dio insistendo nell’affermazione “tutti lo fanno”.

Un giorno scopriranno che Dio ha fatto sorgere degli avversari e il piacere provato è contaminato e alterato.

Tutto questo non si applica solo a peccati ovvii.

Se il matrimonio è per te più importante che fare la volontà di Dio, per esempio, o se alcune relazioni prevalgono sulla tua ubbidienza alla Parola di Dio, Egli lo vedrà e tu pagherai per la tua disubbidienza.

Ricordate, qualunque successo significhi più di Dio, Dio lo spazzerà via.

 
Ricordo un uomo che mi diede un fondamento logico per la sensualità in cui era coinvolto, e non potei fare a meno di sorridere dentro di me mentre ascoltavo. Ricordo le parole “Dio ha fatto sorgere degli avversari”.

Ciò che effettivamente facciamo quando disubbidiamo a Dio, è invitarLo a disciplinarci. E’ come se stessimo dicendo: “Dio, ti sto dando un’opportunità d’oro per intervenire e frantumare i miei idoli”.


Gli arabi hanno una parabola che racconta di un verme, che segretamente e in silenzio, mangiava l’interno del bastone a cui Salomone si appoggiava.

Che verità!

Dio manda questi piccoli vermi che in qualche modo divorano la nostra felicità quando siamo disubbidienti e rifiutiamo di pentirci dal nostro peccato.


C’E’ SEMPRE UNA SPERANZA


Avete mai pensato perché Dio non ha semplicemente cancellato Salomone dalla faccia della terra?

Perché fece sorgere degli avversari?

Perché Dio si servì di un non credente come Roboamo per eseguire il suo giudizio?

 

Sarebbe stato molto più facile se avesse permesso ad un servo di uccidere Salomone.

La lezione che vedo in tutto ciò è che Dio continua a dimostrate misericordia verso i Suoi figli.

Ricordate che Nathan, il profeta, venne da Davide e disse: «Davide, tu avrai un figlio ed egli costruirà il tempio». Poi Nathan aggiunse: «e se disubbidisce lo punirò con la discendenza degli uomini». Quelli erano gli avversari che Dio fece sorgere.
Nathan continuò comunque e disse: «ma la mia misericordia non si allontanerà, come l’ho ritirata da Saul, che Io ho rimosso davanti a te» (2 Samuele 7:15).

Così quando Salomone dimenticò il suo impegno verso Dio e peccò, Dio alla fine disse: “Salomone, sei disubbidiente, sei un apostata, stai cercando di servirmi con un cuore doppio, ma Io non allontanerò da te la Mia misericordia e il Mio amore”.

Forse voi stessi o qualcuno che amate non sta camminando in comunione con Dio dopo aver preso anni fa un impegno verso di Lui ed il Suo servizio.

Voglio che notiate l’incoraggiamento che proviene da Dio quando Egli dice: “La Mia immensa bontà è spiegata verso di te. Il peccato non deve essere più una barriera perché Io ho un rimedio per il tuo peccato”.

 

Molte persone pensano che Dio abbia voltato loro le spalle.

Si presentano a Lui e dicono: “Oh Dio, per favore, cambia la Tua opinione nei miei confronti. Ti prometto che farò del mio meglio. Ti prometto che potrai avere fiducia in me da ora in poi. Signore, per favore, per favore”.

Questo non è il Dio della Bibbia!

Dio non ha voltato le Sue spalle, siamo noi che ci siamo rivoltati.

Egli ci stringe forte con le Sue braccia.

A causa della morte di Gesù Cristo sulla croce per cui Gesù espiò per i nostri peccati, è placata la giustizia e il giudizio di Dio, e Dio può ora dire ad ognuno di noi: “Ritorna a Me e Io ti perdonerò”.

La strada è stata lastricata per una rinnovata comunione con Dio attraverso la confessione del peccato.


Salomone fallì la prova del pentimento.

 

Se ci recassimo sulla sua tomba e dessimo un’occhiata all’epitaffio, potremmo trovare due citazioni.

Una è: “Le sua mogli fecero rivoltare il suo cuore”, ma guardando più attentamente, scostando l’erba intorno, potremmo leggere inciso con un bel carattere:
“ma la immensa bontà di Dio era con lui”.


Oggi, lo stesso Dio dice a coloro che si sono allontanati da Lui: “Vieni, gusta ancora il calore, il conforto e l’amore della casa del Padre. La Mia immensa bontà non ti ha lasciato. Il laccio della bella vita può averti condotto lontano, ma ora sai che non c’è soddisfazione. Accetta il perdono che Ti offro e confessa il tuo peccato”.

 
Proprio in questo momento, forse stai pensando a qualcuno che ha bisogno di questo messaggio.

Permetti allo Spirito Santo di dirigere i tuoi passi mentre condividi questa buona notizia con quell’amico o parente.

Dio vuole usarti come fece con Nathan, anche se il “Salomone” sulla tua strada non si pente immediatamente.

 

 


10: PIETRO

Superare le nostre paure

 

Che tipo di venditori si sono presentati alla vostra porta il mese scorso?

Lasciatemi indovinare!

Venditori di enciclopedie, rappresentanti di prodotti per la pulizia della casa, falegnami in cerca di lavoro, ragazzi che volevano aggiungervi alla loro lista di clienti.
Cosa devono lasciare per ottenere successo?

Devono superare la paura di affrontare altri uomini e donne.

Dal modo in cui si presentano, potete dire se sono liberi da questa “malattia”, che può paralizzare la loro capacità di venditori.

 

I rappresentanti di diverse religioni che bussano alla nostra porta, generalmente si presentano in due, e di solito, è il più vecchio che parla. Egli è il maestro, e la recluta impara a superare le resistenze che si possono incontrare.

Forse voi stessi avete partecipato ad una discussione porta a porta nel vostro vicinato, e avete scoperto quante famiglie non frequentano la chiesa, o forse avete visitato alcuni alunni della scuola domenicale.

Non vi è mai capitato di bussare ad una porta sperando che dall’altra parte nessuno rispondesse?

E’ facile provare lo stesso sentimento, perché non ci piace il pensiero di un confronto spiacevole.
Come mai il 90% dei credenti non testimonia di Gesù Cristo con aggressività e risolutezza?

C’è un’unica parola per descrivere tutto questo ed è paura, il comune desiderio di sentirsi accettati, piuttosto che rigettati.

Affrontiamo la questione: c’è una solida linea di paura dell’uomo in tutti noi.

Il gestore del negozio alimentare può venderci dei latte acido e noi, piuttosto che parlargliene durante la spesa successiva, lo buttiamo nella spazzatura.

Non parliamo al nostro vicino di Gesù Cristo per la paura di essere presi per fanatici. Eppure, non testimonieremo mai con efficacia fino a che non supereremo questa paura.

Comunque, abbiamo un amico in comune: Pietro, il discepolo del nostro Signore.

A dispetto del fatto che fu scelto e istruito da Cristo come pescatore d’uomini, Pietro finì col negare persino di conoscerLo imprecando.

Se trovate difficile condividere la vostra fede a causa di ciò che gli altri pensano, vi potete identificare con l’esperienza di Pietro.

Ma che insegnamento possiamo trarre da tale paura?

 

IL POTERE DI SATANA

 

«Simone, Simone, ecco satana ha chiesto di vagliarti come si vaglia il grano. Ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai ritornato, conferma i tuoi fratelli» (Luca 22:31,32).

Con queste parole, Gesù Cristo metteva in guardia Pietro riguardo al tranello in cui stava per cadere. Satana non aspettava altro che il momento giusto per cercare di far inciampare Pietro.


Ai nostri giorni ci sono i due estremi: o il diavolo è ignorato o al contrario è messo troppo al centro dell’attenzione.

Anche se entrambe le posizioni possono essere sbagliate, è giusto studiare ciò che la Bibbia dice in modo equilibrato.

Non c’è ombra di dubbio che ci sia uno spirito malvagio ma anche intelligente che ha accesso alla mente umana, e il suo intento è di distruggere la nostra testimonianza per Cristo.

Questo essere maligno, che è in ogni caso sottomesso a Cristo, venne a Lui, chiedendo il permesso di far passare Pietro attraverso una prova severa, sperando che cadesse.

Satana voleva passare Pietro al setaccio e provare che egli era solo pula.

Per capire le immagini esposte nel discorso, dobbiamo ricordare che il frumento ha una copertura protettiva intorno ai chicchi di grano chiamata pula.

Ai giorni di Cristo questa pula era separata dal frumento quando la mistura veniva gettata nell’aria.

I macchinari moderni usati per la raccolta utilizzano un setaccio e Gesù stava dicendo a Pietro: “Satana ti vuole vagliare e vuole provare se tu non sei altro che pula”.


Per molti di noi, è più facile credere in satana in quanto conferma la nostra cristianità, ma è più difficile credere che lui o uno dei suoi emissari sia sempre in agguato per cercare un modo, per allontanarci da Dio. Eppure, questo, è precisamente quello che lui fa: sperando di farci credere che i suoi pensieri siano in realtà i nostri.

 

Quando Anania e Saffira dissero una “bugia bianca”, pensarono che tale rinnegamento fosse una loro idea, ma Pietro disse: «Perché ha satana riempito il tuo cuore per farti mentire allo Spirito Santo e trattenere una parte del prezzo del podere?» (Atti 5:3). Tale idea era di satana ed egli ebbe la vittoria convincendo questi cristiani a portarla avanti.

Anania e Saffira avrebbero trovato difficile credere che satana aveva messo l’inganno nelle loro menti; similmente Pietro fu accecato dallo spirito malvagio, che era deciso a farlo cadere.

Così, anche ognuno di noi passa attraverso un processo di vagliatura.

Pensate all’ultima volta che siete stati tentati.

Può satana essere stato coinvolto, in modo che la vostra testimonianza potesse essere permanentemente rovinata?

Dal momento che satana ci gira intorno e conosce le nostre debolezze, ha un piano astuto per la nostra prossima caduta.

In modo figurativo, è come un serpente attorcigliato, pronto a scattare su di noi per portarci ad un comportamento contrario al nostro impegno per Gesù Cristo.

Probabilmente oggi Gesù ti direbbe: “satana ha chiesto il permesso di vagliarti come si vaglia il grano”.

Sì, satana può iniettare la paura nel cuore umano.

Al di là di tutto, egli vuole il controllo della nostra lingua, così da portarci a parlare in modo distruttivo degli altri (maldicenza), o farci tacere riguardo la nostra fede in Gesù Cristo. La sua strategia è semplice: vuole che spargiamo voci che siano cattive, ma che ci tratteniamo al contrario, dalla verità che è buona.

I cristiani possono parlare liberamente di politica, del tempo, di libri, eppure non possono aprire le loro bocche per portare la Buona Notizia del Vangelo.

Questa paralisi, può spesso favorire l’attività di satana.

Pietro cascò nella trappola del diavolo.

Anche se la sua paura gli sembrava razionale, non sapeva che, invece, aveva origine satanica.


FIDUCIA IN SE’ STESSI


Non c’è alcun dubbio che Pietro amasse Gesù Cristo in quanto dichiarò: «Signore, io sono pronto ad andare con te tanto in prigione che alla morte» (Luca 22:33).

Non sottovalutiamo il suo coraggio nel mezzo di un’opposizione così potente.

In più di un’occasione, Pietro vide la folla intorno a Cristo assottigliarsi e il numero dei veri discepoli calare.

Anche se molti dei discepoli di Cristo si ritirarono, quando fu data a Pietro l’opportunità di fare lo stesso, disse: «Signore, da chi ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente» (Giovanni 6:68,69).

La promessa di Pietro sembra piuttosto ragionevole.

Era stato un membro del gruppo che Gesù scelse per un addestramento speciale.

Quando Gesù entrò nella casa di Iairo per guarire sua figlia, Pietro, con Giacomo e Giovanni, fu invitato all’interno, per essere un testimone quando Gesù avrebbe risuscitato la piccola ragazza dalla morte.

...e chi sali sulla montagna quando Gesù fu trasfigurato? Sì, Pietro, ancora con Giacomo e Giovanni. Pietro si sentì così vicino a Gesù che suppose che il millennio era arrivato. Perché non costruire una piccola dimora dove poter ospitare Gesù, Mosè ed Elia? Questo piano fu interrotto da Dio stesso, che smorzò i grandiosi piani di Pietro con le parole: «Questo è il Mio amato Figlio, ascoltatelo» (Luca 9:35).


Così, Pietro, conobbe la potente presenza di Gesù Cristo.

...e pensò che non avrebbe mai avuto paura di fare un passo verso il Salvatore.

Non troviamo nessun punto che ci porti a dubitare della sua sincerità, quando disse che era pronto a morire per Gesù.

Pietro sarebbe stato di grande incoraggiamento per coloro che oggi fanno un appello alla consacrazione, dopo un messaggio sul tema “servire il Signore”.

Pietro sarebbe certamente stato disposto ad alzare la sua mano, alzarsi o stare seduto, andare di fronte o stare in fondo: qualsiasi indicazione il predicatore avesse dato.

...eppure, l’impegno di Pietro era carnale anche se indubbiamente sincero.

Per provare il suo punto di vista, Pietro fu pronto a prendersela con la guardia del tempio, nel momento in cui la vita di Cristo fu in pericolo. Estrasse la spada e mancò il bersaglio per meno di quindici centimetri, tagliando l’orecchio di Malco, il servo del sommo sacerdote.

Sicuramente Pietro pensava con il suo gesto di aver impressionato il Signore Gesù per essere confermato un eroe.

 

Non vi è mai capitato di fare una promessa sincera che più tardi non avete poi mantenuto?

Ricordiamoci che non abbiamo la capacità di mantenere le promesse fatte a Dio, eccetto quelle fatte in totale dipendenza da Lui.

 

In poche ore Pietro avrebbe detto a sé stesso: “Parlo troppo presto! Faccio sempre il passo più lungo della gamba. Se solo non mi sentissi in obbligo di mettere in mostra il mio impegno”.

Vedete, più grande è la promessa, più grande è la caduta.

 

SEGUIRE A DISTANZA

 

Dopo che Gesù ebbe guarito l’orecchio del servo del sommo sacerdote, Pietro si rese conto di aver fatto un errore. Eppure, non volle abbandonarsi completamente a Cristo.

A suo favore, possiamo dire che fu l’unico discepolo a seguire Cristo totalmente in quella notte fatale. Ma la sua doppia inclinazione l’avrebbe presto travolto, perché quando segui a distanza, è facile diventare vittima di molte trappole situate sul sentiero.

Non c’è cosa peggiore di una vita cristiana stazionaria: o seguiamo sempre più da vicino, o siamo trasportati al largo. Nessuno è abbastanza forte per vivere una vita cristiana tenendo Cristo a distanza.

Stare ai bordi dell’impegno cristiano è perdere la forza della Spirito Santo nella nostra testimonianza.

Il massimo che potremo dare a Cristo è un’adesione a metà, quel tipo di impegno che non permetterà ai nostri vicini di credere che la fede in Cristo è assolutamente essenziale.

Il cuore diviso fa apparire il Vangelo un optional, una scelta personale che va bene per qualcuno, ma non necessariamente per qualcun’altro.

 

Come Giacomo ci ricorda, un uomo dalla mente doppia è instabile in tutte le sue vie.

Quando Pietro vide Gesù mentre veniva condotto via, realizzò che aveva avuto la “vista corta” riguardo la persona di Cristo.

La folla era in gran parte convinta che Gesù era Giovanni Battista, Geremia, o uno dei profeti mentre i capi religiosi credevano che Cristo fosse belzebù, il principe dei demoni.
Dal momento che Pietro credeva che Gesù era il Figlio del Dio Vivente, probabilmente pensò che Cristo non sarebbe stato catturato e ucciso. Ci sarebbe sempre stata una via di scampo proprio come quando cercarono di buttarlo dalla sommità della collina a Nazareth. Pietro sapeva che lui era un “eroe”, che era in grado di venire incontro ad ogni emergenza.

Ma ora, incredibilmente, Cristo stava per essere condotto via e avrebbe passato la notte nella piccola prigione dell’edificio della casa del sommo sacerdote.

Il potente Re d’Israele era oggetto d’umiliazione e di morte incombente.

...e se questa era la sorte del Messia, cosa sarebbe successo a Pietro?

Non aveva garanzie che sarebbe sopravvissuto agli avvenimenti.

Una cosa è parlare di coraggio quando sei in piedi davanti al re, un’altra è quando il tuo re è condotto via e cade in disgrazia come un criminale.

Ma c’era di più.

Dal momento in cui aveva cercato di tagliare l’orecchio del servo del sommo sacerdote, Pietro sapeva di essere un uomo dal destino ormai segnato. Poteva essere facilmente identificato e separato per il martirio.

...infatti, come si sedette vicino al fuoco, divenne probabilmente consapevole delle diverse paia di occhi che lo guardavano in modo particolare, come quelli di colui che l’aveva visto estrarre la spada.

Se Gesù era indifeso, così era Pietro.

Se il Maestro fosse stato condotto alla morte, il servo difficilmente avrebbe potuto pretendere privilegi speciali.

E’ piuttosto duro condividere il Vangelo quando camminiamo nelle orme di Cristo, ed è praticamente impossibile quando camminiamo lontano da Lui.


PIETRO ERA SOLO

 
Ironicamente, Pietro si mise sulla difensiva quando una serva lo riconobbe e svelò il segreto: «Quest’uomo era con Lui», ma Pietro replicò: «Donna, io non Lo conosco» (Matteo 26:69,70).

Poi, quando una seconda serva lo vide, Pietro di nuovo negò Cristo, questa volta con più veemenza; e quando una terza persona cercò di insistere dicendo che lui apparteneva alla compagnia di Gesù, iniziò a imprecare e giurare, asserendo:
«Non conosco quell’uomo» (Matteo 26:74).

 

A questo punto la sua rottura con Cristo sembrava completa.


Probabilmente, Pietro non avrebbe negato Cristo se Giovanni o Giacomo fossero stati seduti vicino a lui.

Forse la pressione dei suoi compagni era potente, e Pietro non avrebbe voluto perdere la faccia in presenza dei suoi amici.

Forse, Cristo era con lui e udì per caso i suoi commenti.

…ma Pietro, probabilmente, pensò che Gesù sarebbe morto e che ogni cosa sarebbe finita.

Anche con la sua morte, che differenza avrebbe fatto?

Se Pietro poteva mentire per salvare il suo proprio collo, una tale vigliaccheria sembrava prudente.

 
Senza dubbio c’è più sicurezza nel fare parte di un numero.

E’ quando siamo tutti soli che siamo più vulnerabili alla tentazione.

Passare davanti ad un cinema a luci rosse e tirare dritto, è facile quando sei in una città dove i tuoi amici ti possono vedere, ma è più difficile quando sei lontano da casa in una grande città dove l’anonimato è garantito.

E’ quando la persona è sola che si rilassa nella battaglia e viene trascinata dalla corrente.

Per questa ragione le volpi disperdono le pecore, per uccidere quelle che rimangono sole; c’è sicurezza all’interno del gregge.

Quando sei separato dagli altri, gli attacchi di satana possono essere più diretti, più appropriati alle vostre particolari debolezze, portandovi a cadere.

 
Nessuno può vivere la vita cristiana da solo.

Tutti i credenti sono parte del corpo di Cristo.

Il braccio non può agire indipendentemente dalla gamba e dagli occhi.

Non c’è, sicuramente, niente di peggio di una persona isolata nel corpo di Cristo.

Ci sono coloro che aiutano il corpo e coloro che impediscono, ma nessuno è senza influenza.

A Pietro sarebbe stata risparmiata l’umiliazione del suo rinnegamento se gli altri discepoli avessero avuto il coraggio di camminare con lui fino al palazzo del sommo sacerdote. Ma, essendo da solo, Pietro non fu in grado di affrontare la tensione della
persecuzione.

Con un cuore pieno di timore satanico, Pietro negò il Salvatore apertamente.


A causa della libertà che esiste nel nostro paese, nessuno di noi avrebbe probabilmente negato Cristo con le proprie labbra.

…ma possiamo anche rifiutano con il nostro silenzio, la nostra mancanza di volontà di parlare quando ne abbiamo l’opportunità, significa che ci siamo arresi alla paura degli uomini. Come i soldatini di piombo, così i cristiani silenziosi, scioccamente si mettono dalla parte del nemico.

Se noi siamo per Cristo, dobbiamo proclamarLo, se no siamo caduti nella trappola di satana.


LA VIA DI RITORNO


Per tre lunghi giorni, Pietro sperimentò la depressione e la colpa.

Non avrebbe mai dimenticato lo sguardo di Gesù, mentre il gallo cantava.

Colui che aveva detto di essere disposto a morire per Cristo, improvvisamente era incapace di ammettere che conosceva l’uomo accusato.

Fortunatamente, Pietro fu ristorato.


Come fece Pietro a superare la memoria di ciò che aveva fatto in quella notte buia?

Si ricordò che Cristo aveva pregato per lui.

Gesù si era rivolto a Pietro chiamandolo “Simone” cioè usando il nome che si riferiva alla sua umanità.

In quel momento non era Pietro la roccia, ma Simone, l’essere umano fragile e aperto alla tentazione di satana.


Perché Gesù pregò per Pietro?

Forse perché Pietro occupava una posizione di prestigio nel gruppo?

Al contrario, in quanto Pietro era avventato ed egoista.

Non era il seguace dalle maniere dolci.

Cristo pregò per Pietro proprio perché era così debole, ed era il tipo di persona che avrebbe inciampato facilmente.

Cristo prega per quelli di noi che sono emotivamente spezzati, quelli di noi che hanno sentito lo schiacciante potere del peccato.

Inoltre, Cristo capì Pietro completamente.

Quando predisse che Pietro l’avrebbe rinnegato tre volte prima che il gallo cantasse, Gesù stava dicendo a Pietro: “Stai per essere spaventato a morte per identificarti con Me. Ma Io so quanto sei debole; Mi deluderai, ma non Mi sorprenderai.

 

Vedete, Gesù voleva rendere più facile per Pietro la via del ritorno.

Voleva che Pietro sapesse che le debolezze nascoste e poi rivelate durante la tentazione, non lo avevano sorpreso; e nello stesso tempo Egli desidera che pure noi lo sappiamo.


Cristo mostrò uno speciale interesse nella ristorazione di Pietro.

In Marco 16:7, quando l’angelo stava parlando alle donne che erano venute alla tomba, disse: «…ma andate e ditelo ai Suoi discepoli e a Pietro».

 

Mettetevi nei panni di quelle donne e immaginate ciò che stava passando nelle loro menti in quel momento!

Devono aver pensato al perché l’angelo aggiunse le parole e Pietro, dopo tutto, lui era uno dei discepoli, ma Colui che l’aveva mandato sapeva che Pietro non si sentiva più tale.

Se gli aveste chiesto se era uno dei discepoli, probabilmente vi avrebbe risposto: “No, non lo sono”, ma Gesù voleva mettere le Sue braccia intorno a Pietro e dire: “Sei caduto, ma non sei atterrato! Mi hai rinnegato, ma Io non ho finito con te. Hai peccato, ma hai pianto lacrime di pentimento e sei perdonato. Ti amo, Pietro”.

 

…poi, finalmente, Cristo diede a Pietro l’opportunità di confessarGli il suo amore per tre volte (Giovanni 21:15-17).

La terza volta, Gesù chiese: «Mi ami tu? ».

Pietro era afflitto e disturbato, ma ripeté la sua affermazione d’amore per la terza volta. Gesù l’accettò e disse: «Pasci la Mie pecore».

Con questa nuova responsabilità, Gesù aveva ristorato Pietro e l’aveva riportato alla sua precedente posizione di responsabilità.

Il dispiacere fu rimpiazzato dalla responsabilità, la quale sottolineava la sua piena accettazione.

I tre rinnegamenti furono seguiti da tre affermazioni d’amore.


Apparentemente, Pietro e Giuda fecero la stessa cosa.

Entrambi furono pieni di dispiacere, ma mentre Giuda permise al suo rimorso di sommergerlo, Pietro tornò dal Salvatore.

Anche se Giuda fu pura pula, e Pietro era un misto di pula e grano, provò di essere puro grano.

Entrambi furono vagliati quella notte e il loro vero carattere fu rivelato.

 

Avete rinnegato Cristo con il vostro silenzio?

O forse l’aveva rinnegato verbalmente; ad ogni modo, ci sta chiedendo di dire no alla paura satanica e si alle Sue promesse per darci forza e coraggio.

 

Più tardi, Pietro avrebbe predicato il Vangelo a migliaia di persone a Gerusalemme e la tradizione ci dice che morì da martire, crocifisso a testa in giù, perché non si considerò degno di morire nella stessa posizione fisica di Gesù Cristo.

Attraverso lo Spirito Santo, superò la paura della gente.

 

SUPERARE LE NOSTRE PAURE

 

E’ stato scritto molto oggi, sul come vincere la nostra nazione per Gesù Cristo, ma c’è un piano che se fosse completato, potrebbe essere usato per guadagnare decine di migliaia di uomini e di donne a Cristo.


Vi sfido a scegliere sei non credenti e usare ogni mezzo che è in vostro potere per portarli a Cristo.

Due di queste persone potrebbero essere stati scelte nel vostro vicinato, due fra i vostri colleghi, e due dalla vostra famiglia o parenti.

Poi, attraverso preghiere di intercessione, chiedereste, non solo che vengano a Cristo, ma che possiate avere la saggezza per sapere come aprire la porta delle loro vite.

Non è solo il risultato finale che volete, ma saggezza su come il fine può essere ottenuto.
Naturalmente le strategie possono variare:

 

·     condividere un pasto,

 

·     dare una mano o sacrificarsi in un momento di bisogno.

 

Per ciascuno il significato sarà diverso, ma Dio ci darà opportunità di condividere il messaggio del Vangelo.

 
La vostra prima reazione a questi suggerimenti potrebbe essere di paura o di incredulità, perché non siete totalmente convinti che queste persone possano credere in ogni modo. inoltre, vi sentite imbarazzati.

Se avete reagito negativamente, può essere che satana stia usando con voi lo stesso espediente usato con Pietro. Ha iniettato la paura nel vostro cuore, portandovi a vedere tutte le ragioni per cui non dovreste testimoniare piuttosto, che pensare a quelle ragioni per cui dovreste farlo.

Effettivamente, non è una questione di essere in grado di condurre persone a Cristo (in ogni modo), e non è nemmeno il fatto di pensare che siete abbastanza bravi da guadagnare sei persone a Cristo; la vostra responsabilità è di presentare la verità del Vangelo e permettere a Cristo di fare l’opera.

Se Lui è innalzato, Lui condurrà tutti gli uomini a Sé ( Giovanni 12:32).

Se non state testimoniando oggi a causa della vostra paura, state fallendo in un’area in cui Dio sta aspettando, per aiutarvi.

Egli vi aiuterà a superare satana, la mancanza di fiducia, e la distanza che si è creata nella vostra relazione con Lui; poi, armati delle promesse di Dio, e delle preghiere del popolo di Dio, potrete essere un aiuto nel catturare questa generazione per Gesù Cristo.

 

 


11: DAVIDE

Monte con i rimpianti


Quale epitaffio vi piacerebbe avere sulla vostra lapide?

Quello di Enoc fu «…camminò con Dio» ( Genesi 5:24).

Saul scrisse il suo proprio epitaffio quando disse; «…ho agito da sciocco» (1 Samuele 26:21).

Di Abramo si poteva leggere «amico di Dio» (Genesi 18).

Cristo disse di Giuda: «Sarebbe stato meglio che non fosse mai nato» (Matteo 26:24; Marco 14:21).

Cosa potremmo dire di Davide?

Anche se adorò Dio nella sua anima, fu un fallimento come marito, come padre e come leader.

Quando venne la fine, ogni cosa intorno crollò.

Molti anni prima, Dio disse di lui: «Egli è un uomo secondo il Mio cuore» , ma vedremo che Davide era lontano dall’essere perfetto!

 

Per una triste descrizione di un re che perse il controllo e che dipese da sua moglie e dai suoi buoni amici per essere salvato dal disastro, leggi 1 Re capitolo 1.

Solo grazie alla veloce azione di Bathsheba moglie di Davide, e del profeta Nathan si anticipò il disastro.

Prendetevi del tempo per leggere questo capitolo, come terreno per le vostre considerazioni riguardo ai successi e ai fallimenti di Davide come marito, padre e leader.


LA FAMIGLIA DI DAVIDE


Come fu Davide come marito?

Basandoci sull’evidenza, la sua debolezza erano le donne, cioè aveva una tendenza verso la sensualità.

Sembrava non essere soddisfatto nell’avere una sola moglie, ma apparentemente bisognoso di averne diverse, per soddisfare le sue passioni.

La prima moglie di Davide, Mical, figlia di Saul, lo ridicolizzò mentre danzava quando l’arca fu portata a Gerusalemme.

Questa pubblica derisione fu troppo per Davide, al punto che non ebbe mai più relazioni sessuali con Mical.

Poi ci fu Abigail, che fece ribollire il suo sangue.

All’inizio sembrava piuttosto eccitante, ma presto perse il suo fascino.

Una sera, durante l’intensificarsi di una guerra con uno dei nemici perenni di Israele, Davide fu catturato da una visione di estrema bellezza. Invece di scappare velocemente dalla tentazione, la fissò a lungo: Bathsheba, mentre si faceva il bagno sul tetto al calar della sera.

Il testo dice semplicemente: «Una sera Davide si alzò dal suo letto e si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno; e la donna era bellissima» (2 Samuele 11:2).

Mentre i suoi occhi fisici si .rallegravano a tale visione, chiuse gli occhi spirituali per prevenire la devastazione che poteva provenire dal suo desiderio risvegliato.


Stimolare il desiderio fisico fa si che la nostra visione morale sia intorpidita.

Come Davide, anche noi ci focalizziamo sul piacere del momento, piuttosto che sul potenziale impatto che può provocare su coloro che amiamo.


Ciò che Davide vide quella sera, su quella terrazza, il giorno dopo non avrebbe più avuto alcuna importanza.

Se non avesse invitato Bathsheba nel palazzo, avrebbe sempre cercato di immaginare com’era.

A parte questo, Davide poteva farne a meno.

Trasportato dall’euforia del suo corpo, mandò un messaggero per portarla nel palazzo, probabilmente cercando una scusa per incontrarla.

 

Un peccato conduce sempre ad un altro, a meno che non chiediamo immediatamente perdono.


La relazione finì così come era iniziata, o almeno così sembrava, fino a che giunse voce al re Davide che Bathsheba era incinta.

Non ci deve sorprendere che Bathsheba reagisse come tutte le donne, in stato di gravidanza dopo una relazione extraconiugale.

«La donna rimase incinta e lo mandò a dite a Davide: “Sono incinta”» (2 Samuele 11:5). In altre parole: “E adesso, cosa facciamo?”.

Non ci sono indicazioni che Davide avesse riconosciuto la ragnatela del peccato che si stava espandendo.

Egli mandò allora un messaggio a Joab, suo fidato generale e amico personale, affinché mandasse a casa il marito di Bathsheba, Uriah, sperando che sarebbe stato ansioso di stare con la moglie, ed avere dei rapporti sessuali per coprire il peccato.


Un uomo di carattere Uriah, che rifiutò di correre a casa e dormire con sua moglie. Dormì, invece, alla porta del palazzo con i suoi servi.

Non si sentiva a suo agio nell’avere la possibilità di visitare sua moglie,mentre i suoi compagni soldati stavano combattendo una guerra!

Disperato, Davide invitò Uriah per cena e gli servì così tanto vino che Uriah si ubriacò.

Ma ancora rifiutò di andare a casa.


Cercate di immaginare se Uriah avesse invece accettato di andare a casa.

Davide sarebbe tornato ad essere libero?

Penso proprio di no, perché Bathsheba non sarebbe stata in grado di affrontare la colpa del suo peccato e l’avrebbe confessato a suo marito,

...e se non l’avesse confessato, avrebbe dovuto continuare a vivere con una bugia, facendo credere che il bambino apparteneva a suo marito.

Tutto ciò avrebbe prodotto così tanti sensi di colpa, al punto di creare tensione sul matrimonio. Inoltre, tale colpa può portare ad una malattia fisica ed emotiva.

A questo punto, Davide rimane ancora un uomo d’azione.

Era così comprensibilmente disperato, che, piuttosto che confessare il suo peccato, diede un messaggio ad Uriah da portare a Joab, il comandante dell’esercito. Incredibilmente il messaggio diceva: «Ponete Uriah in prima linea, dove la battaglia è più aspra, poi ritiratevi da lui, perché resti colpito e muoia» (2 Samuele 11:15).

Davide sapeva che Uriah era un uomo a cui dare fiducia, e che avrebbe portato la lettera Joab senza aprirla.

Joab, non ebbe esitazioni, visto il modo in cui uccise Abner, e più tardi altri rivali.

Piazzò Uriah nel mezzo della battaglia, dove fu ucciso.

Allora, la copertura funzionò?

In apparenza, sì, ma ora il cerchio di coloro che sapevano della relazione era cresciuto.
...e più importante, Dio sapeva, e Dio agì.

 

Quelli di noi che fanno consulenza alle persone, vedono e continuano a vedere le inevitabili conseguenze del peccato.

Dio non può essere preso in giro, dice la Bibbia, e questo è particolarmente evidente con il peccato sessuale.

La sua profonda intimità lo fa sembrare segreto, ma gli effetti sono spesso pubblici.

 
Lo shock più grande per Davide, arrivò con l’apparizione di Nathan e la sua tenera storia di un uomo che ruba l’unico agnello ad un povero.

Messo “all’angolo”, Davide confessa il suo peccato, ma per mantenere il giudizio di Dio, il bambino di Bathsheba muore.

Ciò fu, comunque, solo l’inizio delle sventure di Davide, come padre e uomo di famiglia.
Pensate, ad esempio, all’impatto che ebbe la notizia della relazione di Davide sulle altre mogli.

Veramente, gli standard morali non erano nemmeno applicati a tutti i livelli della società, e il re, ancora di più, ne era esente. Eppure, le mogli di Davide, erano senza dubbio profondamente ferite, specialmente quando la nuova “primadonna” andò ad abitare nel palazzo.

Quelle ferite non guarirono mai.

 

Se Davide fece una così grande confusione nella sua vita come marito, quale fu il suo comportamento di padre?

Terribile, veramente terribile!

Considerate ciò che combinarono i suoi figli.

Uno di loro, Amnon, commise incesto con sua sorella Tamar.

Ahsalom fu ucciso da Joab, uno dei comandanti militari più fidati di Davide, perché aveva iniziato una rivolta contro il regno del padre.

Un altro dei figli di Davide, Adonijah, desiderò ardentemente il trono e fu giustiziato.

Anche se Davide ebbe altri figli e figlie, non ne viene fatto cenno nelle Scritture.

 
Anche se Davide era stato un capo militare molto efficiente, come padre fu incredibilmente debole.

Il suo peccato con Bathsheba fu inescusabile e a causa di questo aveva perso la sua autorità morale.

Paralizzato, fu incapace di disciplinate i suoi figli.

 
Considerate la sua reazione quando suo figlio Absalom uccise Amnon, per aver violentato Tamar.

Davide si arrabbiò molto con il figlio Absalom, ma non fece assolutamente niente.

Il re si stracciò comunque le vesti quando la notizia lo raggiunse (2 Samuele 13:31), ma non diede ordini affinché Absalom fosse consegnato alla giustizia.
Poi Davide, diede stoltamente ad Absalom il permesso di tornare a Gerusalemme, dopo che il giovane era scappato a Geshur. Mentre, avrebbe dovuto essere trattenuto là per una buona ragione: non aveva dato il benché minimo indice di ravvedimento per l’omicidio.

La riconciliazione deve essere basata sul perdono.

Non potete pretendere che il peccato sia risolto fino a che non ci sia stata la confessione e il risarcimento.

 

Davide, purtroppo, fu un padre vacillante, che non sapeva come confrontarsi con i suoi figli. Anche se ammiriamo la sua compassione, condusse un’azione indecisa, in quanto diede la sua parola affinché Absalom potesse tornare a Gerusalemme, privato però del permesso di vedere la sua faccia.

Non c’è da meravigliarsi se Absalom ritornò per “catturare” i cuori delle persone, ed ebbe inoltre il coraggio di istigare una rivolta contro un padre dalla volontà così debole.
Davide trattò suo figlio Adonijah nello stesso modo, quando Adonijah esaltò sé stesso ed aspirò al trono, l’autore biblico commentò: «Suo padre non lo aveva mai rimproverato in vita sua, dicendogli: “Perché fai così?” — Anche Adonijah era bellissimo, ed era nato dopo Absalom» (1 Re 1:6).

Davide, come il sacerdote Eli, vide i suoi figli ribelli, ma non li frenò.

L’unica “luce splendente” fra i figli di Davide fu Salomone, che il Signore amava, ma anch’egli aveva un cuore diviso.

A volte seguiva il Signore, ma molto più spesso cadeva nella sensualità.

La sua lealtà era divisa fra Dio e il mondo.

Mentre Davide stava morendo, l’unico membro della sua famiglia, che sembrava avesse mantenuto un continuo rispetto fu Bathsheba, che gli disse della rivolta di suo figlio.

E’ stato detto che un uomo dovrebbe essere giudicato attraverso i suoi figli.

Se usassimo una scala di misura da uno a dieci, Davide otterrebbe al massimo un due o un tre.

Come padre, fu un fallimento.


IL REGNO DI DAVIDE


Alla fine della sua vita, il regno di Davide, come la sua famiglia, era in scompiglio.

Alcuni uomini indegni, chiedevano a gran voce il suo trono.

Absalom aveva perfino cercato di uccidere suo padre per diventare re.

In cambio, fu ucciso, senza tanti cerimoniali da Joab e il suo corpo fu bruciato nella valle di Kidron.

Poi Sheba, che la Bibbia descrive come una persona senza dignità, si rivoltò e galvanizzò il supporto delle tribù del nord contro Davide.

La rivolta non era scoppiata da molto, che Adonijah cercò di usurpare il trono.

Come gli avvoltoi che girano intorno ad un animale morente, questi uomini volevano strappare il regno a Davide. Non avevano nessuna lealtà verso il loro re, perchè la loro unica motivazione era un interesse personale.

 
Tutto ciò può accadere nel ministero cristiano, quando l’interesse personale diventa la motivazione chiave per il bastone di comando.

Ogni uomo con un ministero rapidamente in crescita, attrae le persone che vogliono raggiungere la cima, sfruttando le capacità dei propri leader.

Un responsabile cristiano confessò: “Ad un certo punto mi sono dovuto fermare e analizzare ciò che stava succedendo. Ho scoperto che i miei buoni amici e compagni stavano tutti usando la mia abilità, per racimolare il denaro necessario a realizzare le proprie, e personali, ambizioni. Il nostro ministero aveva perso il suo obiettivo dal momento che ognuno cercava di costruire il suo proprio, piccolo impero come parte di un ministero più grande. Quando annunciai che saremmo tornati all’origine del nostro ministero, si rivoltarono contro di me e mi attaccarono”.

 
Questo è esattamente quello che successe anche a Davide.

Ahithophel, il più intimo confidente di Davide da trentacinque anni, si affiancò ad Absalom quando si rivoltò verso il padre. Ahithophel, era il nonno di Bathsheba, e può aver covato del risentimento nel suo cuore verso Davide per molti anni.

Il capo militare di Davide, Joab, sostenne Sheba quando si rivoltò, colpendo Adonijah nel momento in cui cercò di appropriarsi del trono.

Abiathar, il sacerdote personale di Davide per molti anni, cambiò lealtà anch’egli.

 

Sicuramente, Davide deve aver pensato: “Non merito qualcosa di meglio di questo, dopo quarant’anni di duro lavoro come re?”.

Doveva imparare, come molti di noi, che la vita a volte è ingiusta.

Molte persone meritano più di ciò che ricevono.

 

Ho fatto consulenza ad una donna le cui due figlie non avevano più alcuna relazione con lei, dicendole: “Consideraci morte”.

Non le vedeva da dodici anni.

Mi disse di aver preso le foto che aveva di loro e di averle buttate nel cestino, sperando che questo gesto, l’avrebbe convinta di non aver mai avuto quelle due figlie. Nonostante ogni sforzo, non riusciva a far uscire quelle ragazze dalla sua mente.

Senza guardare ai suoi errori, penso che sarete d’accordo con me, nell’affermare che si meritava qualcosa di più.

La vita è ingiusta!


Il regno di Davide si stava sgretolando davanti ai suoi occhi e, dopo la sua morte gli sarebbe stato anche strappato.

Se dovessimo giudicare Davide dall’eredità che lasciò a Gerusalemme, ancora una volta dovremmo dargli un punteggio basso.

 

IL CUORE DI DAVIDE

 

Che cosa rese Davide così speciale per Dio?

Per quale motivo gli viene dato così tanto onore?

La Bibbia indica chiaramente che il segreto è nel fatto che Davide aveva un cuore desideroso di Dio.

Attraverso tutti i suoi fallimenti, vide Dio con passione.

Alla fine, si spezzò e diventò sottomesso a ciò che Dio desiderava.


Pensate al momento in cui fu detto a Davide che suo figlio, Absalom aveva organizzato un sufficiente gruppo per accendere una rivolta ed appropriarsi del regno.

Scelse di andarsene da Gerusalemme e, quando lo fece, un intero gruppo di persone, andò con lui.

Zadok con alcuni Leviti portò l’arca del patto, sperando di tenerla con il re.

...ma Davide disse: «Riporta in città l’arca di Dio! Se io trovo grazia agli occhi dell’Eterno, egli mi farà tornare e me la farà rivedere insieme con la sua dimora. Ma se dice “Non ti gradisco”, eccomi, faccia di me ciò che gli pare» (2 Samuele
15:25,26).
Sicuramente, nessuno più di Davide poteva essere spezzato, davanti al Signore. Voleva trovare una soluzione al suo caso solamente con Dio, senza ritorsioni e amarezza.

Questo significa: “Faccia Egli qualunque cosa gli sembra buona”.

Più tardi quando Shimei maledì Davide e Abishai chiese il permesso di tagliargli la testa, Davide rispose con la stessa grazia: «Che ho da fare con voi, figli di Tseruiah? Per cui lasciatelo maledire, perché l’Eterno gli ha detto “maledici Davide”. E chi può dire: “Perché fai così?”» (2 Samuele 16:10).

Davide stava ora guardando la vita attraverso le “lenti” di un uomo spezzato e sottomesso. Alla fine stava ancora camminando col suo Dio, e anche se aveva peccato grandemente, era un uomo perdonato.

La sua vita era a brandelli, ma aveva visto la misericordia e l’immensa bontà di Dio.
C’era di più: Dio aveva promesso a Davide che avrebbe stretto per sempre un patto con lui. In modo specifico:

 

1)  il nome di Davide sarebbe stato grande;

2)  avrebbe avuto un regno eterno e

3)  uno dei suoi discendenti avrebbe regnato per sempre (2 Samuele7:12-16).


In che modo si compì tutto questo?

Particolarmente, attraverso Salomone, il figlio di Bathsheba.

Dio prese il peccato di Davide e lo ricamò nel tessuto dei Suoi scopi, infatti la stirpe di Gesù Cristo era attraverso Bathsheba e Salomone. (Matteo 1:6)

 
Un giorno, un po’ di inchiostro fu rovesciato accidentalmente su un bellissimo e costoso fazzoletto.

Il disastro fu osservato da un artista, che decise di trarre il meglio dalla situazione. Così disegnò un’immagine sul tessuto e usò la macchia di inchiostro come parte dello scenario.

Questo fu ciò che Dio fece per Davide.

I pasticci del passato furono incorporati nel piano divino.

Tutto ciò spiega la ragione della grandezza di Davide. Anche se fu intrappolato in una situazione, in parte per colpa sua, e in parte a causa di altri, Davide poteva ancora tornare a Dio. Nonostante fosse un fallimento agli occhi di coloro che lo guardavano dall’esterno, poté morire tranquillo a causa della benignità del perdono di Dio e per la meraviglia della Sua grazia.

 
IL DIO DI DAVIDE


Per capire come finì Davide, dobbiamo ricordare come iniziò.

Nelle colline di Giuda, imparò prima di tutto che le pecore non devono fare niente per essere accettate dal pastore.

Devono solamente essere pecore.

Più ubbidienti sono al pastore, e meglio è per loro, perché lui le guarda e ha cura di loro.
Un pastore è responsabile per le sue pecore.

Immaginate Davide seduto sulla cima della collina mentre guarda un gregge di pecore e scrive: «Il Signore è il mio pastore, nulla mi mancherà. Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque chete» ( Salmo 23:1).

Vogliamo interrompere Davide e dirgli: “Davide, tutto questo è meraviglioso, ma il sole splende, l’acqua è fresca, l’erba è verde, Dio è in cielo, e ogni cosa nel mondo è giusta. Ma Davide, che cosa ne fai del tuo peccato? Cosa succede quando vaghi lontano dal sentiero giusto? Cosa accade quando commetti peccato e poi uccidi un uomo per coprirlo? E quando tu conti le persone e Dio ti ha detto di non farlo, Davide, cosa succede allora?”.

 
Davide continua: «Egli mi ristora l’anima mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del Suo Nome» (Salmo 23:3).

Ma noi vogliamo aggiungere: “Davide, cosa fai quando il tuo proprio amico, l’unico amico che tu abbia mai avuto, Jonathan, viene ucciso in battaglia? E cosa fai quando il piccolino che Bathsheba ti ha partorito, muore? Cosa fai quando c’è l’omicidio e l’incesto nella tua propria famiglia? E quando il tuo amato figlio Absalom è ucciso da un tuo ufficiale militare? Davide, cosa fai allora?”.


Davide continua: «Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male, perché Tu sei con me; il Tuo bastone e la Tua verga sono quelli che mi consolano» (Salmo 23:4).

 “Ma Davide, cosa fai quando sei cacciato da Saul e quando i tuoi consiglieri improvvisamente seguono un re rivale? Cosa fai quando sei inseguito come un cane attraverso la valle di Kidron dal tuo proprio figlio Absalom? Cosa fai allora, Davide?”.

 
Egli replica: «Tu apparecchi davanti a me la mensa in presenza dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio, la mia coppa trabocca» (Salmo 23:5).

 
Ancora una volta diciamo: “Davide, pensiamo che tu non capisca, perché stai morendo! Guarda solo alla tua famiglia. Nessuno è uscito decentemente. Guarda il tuo regno, sta cadendo a pezzi. Pensa alle tue mogli, Davide, e a quello che pensano di te...ed ora tu stai per morire. Che cosa fai ora?”.

 Davide replica di nuovo: «Per certo beni e benignità mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita: e io abiterà nella casa dell‘Eterno per lunghi giorni»(Salmo 23:6); (Dialogo adattato dal libro Davide di Norman Archer, Christian Herald Books, pp. 142,143).

 
Siamo felici che Davide abbia scritto il Salmo 23 così che le coppie che hanno figli che sono ribelli, quelli cioè che hanno sciupato un’opportunità dopo l’altra, sappiano che Dio è ancora il loro pastore.

Allora le generazioni a venire diranno che non vogliono i fallimenti di Davide, ma che vogliono però il suo Dio.

 
E così, il sipario si chiude come si è aperto.

Tutto quello è Davide  e il suo Dio.


Quale epitaffio possiamo adesso scrivere sulla sua vita?

Ad esempio, l’affermazione che il Signore gli diede nel 2° libro di Samuele «Il Mio servo Davide» (2 Samuele 7:5), ciò che ognuno di noi spererebbe sentirsi dire.

 

 


12: GIUDA

Orientato verso la direzione sbagliata


Un vecchio Quacchero un giorno mise un cartello su un pezzo di terreno vacante vicino alla sua casa che diceva: “Darò questo lotto a chiunque è veramente soddisfatto”.

Un facoltoso contadino lesse il cartello mentre passava di li, e disse: “Dal momento che il mio amico sta per dare via questo pezzo di terra, anch’io posso averlo. Sono ricco, ho tutto quello di cui ho bisogno, sono in grado di propormi”.

Andò a bussare alla porta e spiegò al Quacchero del perché era venuto.

“E tu sei pienamente soddisfatto?”, chiese il padrone del lotto.

“Si, lo sono “, fu la risposta fiduciosa. “Ho tutto ciò di cui ho bisogno e sono ben soddisfatto”.
“Amico”, disse l’altro, “se tu sei soddisfatto, come mai vuoi il mio terreno?”.

Il fatto è che poche persone sono soddisfatte.

Il loro desiderio di avere di più li porterà a commettere incredibili peccati. Mentiranno, diventeranno religiosi, o anche tradiranno i loro amici, credendo che ciò che otterranno, li soddisferà.

 

I discepoli vissero per tre anni insieme ad un uomo simile.

Il suo nome è Giuda, un nome non troppo popolare oggi.

Non conosco nessun genitore che abbia chiamato il proprio figlio Giuda, anche se è un nome spesso citato nelle pagine del Nuovo Testamento.

Il cognome è Iscariota, che significa letteralmente “un uomo di Kerioth”, una città nella parte sud di Giuda, un’area conosciuta per i suoi frutteti.

 
Generalmente, quando pensiamo a Giuda Iscariota, pensiamo a lui come ad un adulto che tradì Gesù Cristo per trenta pezzi d’argento.

Dimentichiamo che un tempo fu un adolescente, un ragazzo con tutti i suoi ideali, fantasie, speranze e sogni tipici della gioventù.

Un tempo fu anche un neonato tenuto fra le braccia di sua madre, e ispirò grandi sogni nel suo cuore.

Immaginate la gioia in quella casa Giudea, quando Giuda fu scelto come discepolo da Gesù stesso, la nuova, brillante speranza di Israele. Nessuno avrebbe predetto in quel giorno felice che la disperazione e l’oscurità sarebbero sempre state associate al nome Giuda.

Apparentemente, Giuda era un uomo dai grandi potenziali.

Il suo nome è la traduzione della parola ebraica Judah che significa “lode”.

 

Tornando ai tempi biblici, i genitori chiamavano i loro bambini in accordo a ciò che desideravano che i loro figli diventassero crescendo.

Forse i genitori di Giuda lo chiamarono così dopo Giuda Maccabeo, uno dei più grandi
eroi della recente storia giudaica.

I suoi genitori possono aver sperato che un giorno il loro ragazzo sarebbe cresciuto per diventare qualcuno che le persone avrebbero lodato. Ogni volta che l’avessero chiamato dopo i momenti di gioco, si sarebbero ricordati delle meraviglie e della bellezza di una vita vissuta per la gloria di Dio.

Il suo potenziale, fu dimostrato dalla scelta di Gesù, l’irreprensibile figlio di Dio.

Quando Gesù scelse i Suoi discepoli, Giuda fece parte dell’elite, dei pochi privilegiati.

Non sappiamo dove Gesù e Giuda si incontrarono.

Probabilmente, fu quando Gesù si trovava nel sud del paese. Ma dopo quella notte in preghiera, Gesù scelse Giuda per essere tra coloro che avrebbero avuto il privilegio di stare vicino a Lui, per imparare, pregare, e condividere la missione spirituale.

Giuda non fu semplicemente uno dei settanta, il gruppo più grande di discepoli, ma uno del circolo ristretto.

Ebbe il privilegio di vedere Gesù in momenti intimi e personali.

 

«Ora, alla fine, sanò in grado di realizzare il compimento delle speranze e dei sogni che avevo da adolescente. Che opportunità! Cosa diranno ora i ragazzi con cui giocavo? Sulla cartella scolastica sarà scritto: “Giuda Iscariota è stato selezionato da Gesù Cristo per essere parte del suo personale gruppo di seguaci”».

Forse, questo è quello che Giuda stava pensando.

A differenza di molti, i cui sogni svaniscono con l’inizio della realtà, Giuda sembrava averli visti avverare. Il suo futuro stava risplendendo e diventava sempre più brillante, giorno dopo giorno.

...eppure, a dispetto del potenziale che era a sua disposizione, Giuda ebbe alcune screpolature nascoste. Queste, non erano ovvie per il resto dei discepoli, ma alla fine, furono portate in superficie, quando le sue vere intenzioni furono rivelate.

 

EGLI AVEVA UN CUORE AVARO

 

A dispetto della buona impronta che Giuda può aver ricevuto a casa sua, in sottofondo, il suo esteriore religioso nascondeva una mente ingannevole.

Anche se i suoi amici non la scoprirono, la Bibbia ci mostra qualcosa di sfuggita del suo cuore in Giovanni 12.

Maria, Marta e Lazzaro stavano intrattenendo Gesù, quando Maria si avvicinò con un vaso di olio di nardo schietto, un profumo molto costoso.

Ella lo sparse sui piedi di Gesù, e lo asciugò con i suoi capelli.

Il profumo si sparse per tutta la casa.

Eppure, Giuda fu tutt’altro che compiaciuto da una tale espressione di gratitudine. A lui era sembrato uno spreco, così molto inopportunamente, chiese: «Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si è dato il ricavato ai poveri?»(Giovanni 12:5).
Non crediate che Giuda avesse un gran cuore per i bisognosi, anzi, non era molto interessato alle necessità dei poveri.

Leggiamo: «Or egli disse questo, non perché si curasse dei bisogni dei poveri, ma perché era ladro e, tenendo la borsa, ne sottraeva ciò che si metteva dentro» (Giovanni 12:6).

Il suo servizio era quello di tesoriere e rubacchiava da quello che veniva dato per il sostegno di Gesù e dei Suoi discepoli.


Abbiamo cercato di immaginare perché Giuda fece questo.

Prese il denaro semplicemente perché nessuno sapeva ciò che c’era in cassa?

Menti?

Se fosse stato mandato a comprare cibo, avrebbe detto di aver speso quaranta euro, mentre in realtà ne aveva spesi trentacinque?

 

Quello che sappiamo, è che in questa atmosfera di intimità, la sua frode venne alla luce.

Giuda astutamente escogitò uno schema che, apparentemente, non fu scoperto fino a dopo la morte di Gesù. Sotto il “mantello religioso”, stava esibendo alcune delle sue attitudini e motivi basilari: stava vivendo nella menzogna.

Giuda fu un ipocrita abilitato.

Luca ci riporta, che quando i discepoli si riunirono dopo l’ascensione, l’apostolo Pietro fece dei commenti su ciò che Giuda aveva condiviso nel loro ministero. Evidentemente, aveva tutti quei doni, abilità, e poteri concessi agli altri discepoli.

Quando cacciarono dei demoni, pure Giuda cacciò i demoni.

Quando guarirono il malato, anche Giuda guarì il malato.

Quando predicavano un messaggio, così faceva lui; e i discepoli non sospettarono mai che qualcosa andasse storto.


Com’era possibile che Giuda facesse tali miracoli, se non era convertito?

Forse, i demoni collaboravano semplicemente perché sapevano che Giuda era un ingannatore, e lo stavano aiutando a nascondere la sua vera identità?

 

Sicuramente, questo è ciò che accade oggi, a coloro che pur non essendo convertiti, praticano gli esorcismi.

Non c’è dubbio che alcune persone sono spinte in questa direzione, e di conseguenza si illudono pensando che questi inganni religiosi mettano il potere di Dio a loro disposizione.

I demoni sono incredibilmente soddisfatti di lasciare agire una persona se essa può perpetrare un tale inganno.


Ad ogni modo, forse le persone che videro Giuda erano convinte, che era una persona che confidava in Gesù pienamente.

Non sappiamo se Giuda fosse in grado di compiere miracoli, il fatto è che si era inserito bene in ciò che stava accadendo.

 

Certamente Giuda non era il tipo di persona che arriva al culto in ritardo, si siede nell’ultima fila, e che se ne va durante la preghiera finale. No, era stato discepolato da Gesù. Si sarebbe offerto volontario per insegnare alla Scuola Domenicale; sarebbe stato sicuramente scelto per essere un diacono od un anziano, o forse anche un pastore. Aveva il comportamento di un “santo”, anche se aveva il cuore di un diavolo.
Non fu nemmeno offeso da quello che Gesù disse e fece.

Non era uno in cerca di guai!

Era piuttosto un “collaboratore” che prendeva costantemente parte a tutto ciò che Gesù stava facendo.

 

«Persino il Mio intimo amico, su cui facevo affidamento e che mangiava il Mio pane, ha alzato contro di Me il suo calcagno» scriveva Davide nel Salmo 41:9.

Anche se Davide si riferiva al suo amico Ahithophel, queste parole sono riportate nel Nuovo Testamento in riferimento a Giuda, anche se le parole «...su cui facevo affidamento...» sono state tralasciate, dal momento che Gesù, conoscendo il suo vero carattere, non pose mai la Sua fiducia in Giuda.

Anche se Giuda agiva con successo, permise alla sua avidità di crescere come erba selvatica nel suo cuore. Anche se era riuscito a nascondere tutto, la sua caduta sarebbe presto arrivata.


GIUDA AVEVA UNA MENTE INGANNEVOLE


Quando il cuore è avido, la mente si deve adeguare per adempierne i desideri.

 

Giuda provava uno speciale piacere verso l’argento, e quando i sommi sacerdoti cercarono qualcuno che potesse tradire Gesù, non si lasciò scappare l’occasione.

 

In Giovanni 13 Gesù aveva appena lavato i piedi dei discepoli.

Giuda aveva già preso la decisione di tradirlo, essendo andato dal sommo sacerdote a chiedere quanto valesse la Sua vita.

Così, mentre Gesù in quel momento era curvo a lavare i piedi, Giuda aveva già pianificato in cuor suo di tradirlo.

 
In accordo con gli usi, erano radunati per la festa della Pasqua.

Mentre si trovavano intorno al tavolo, Gesù, tribolato nello spirito, disse loro: «Uno di voi mi tradirà» (Giovanni 13:21).

Per la gran fiducia che gli apostoli avevano uno per l’altro, nessuno disse: “Oh, penso di sapere chi è! Pietro, mi sono sempre fatto certe domande sul tuo conto”. No, non sospettarono l’un dell’altro, ma semplicemente dissero: «Signore, sono io quello?».

L’evangelista Matteo ci rivela che anche Giuda fece la stessa domanda, ma incluse un dubbio: «Maestro, sono io quello?» (Matteo 26:25).

Decise di giocare le sue carte con loro; ognuno stava chiedendo sinceramente: “Signore, sono io quello?”.

Anche Giuda fece lo stesso, e nessuno sospettava i suoi motivi.

Dopo tutto, lo avevano visto testimoniare, compiere atti di misericordia, e a volte scacciare demoni.

Egli era “puro come un bambino”


Ad ogni modo Pietro aveva una gran voglia di conoscere l’identità dell’imputato, così sussurrò a Giovanni, forse al di à del tavolo, «chiedigli chi è» (Giovanni 13:24).

Giovanni fece cosi, e Gesù sussurrò a sua volta a Giovanni, così che apparentemente nessun altro sentisse: «E’ colui al quale Io darò il boccone dopo averlo intinto» (Giovanni 13:26).

L’uso comune era che l’ospite immergesse un pezzetto di carne nella salsa e lo desse alla persona alla sua sinistra come invitato d’onore.

Per questa festa di Pasqua, quella persona era Giuda.

Così, mentre Gesù immergeva la carne nell’intingolo per darla a Giuda, stava in effetti dicendo: “Giuda, vuoi veramente andare avanti in questa decisione? Questa è la tua ultima opportunità di rinunciare ai tuoi intenti. Ti sto onorando e ti sto confermando una piena accettazione insieme ai discepoli”.

Apparentemente, la maschera di Giuda era così ben “fissata” che non fece una piega; non diventò nemmeno pallido o nervoso; stette seduto, calmo, imperturbabile perchè, tutto quello che riusciva a immaginare, erano quei trenta sicli d’argento.

Nessuno, eccetto Cristo, sapeva cosa stava succedendo nel suo cuore ribelle ed avaro,

Anche se Cristo non era nel suo cuore, era sulle sue labbra.

Mentre Gesù e gli undici camminavano nel giardino del Getsemani, Giovanni avrebbe potuto rivelare qualcosa agli altri discepoli, manifestando che Giuda era un traditore.

Dopo aver pregato, apparirono le guardie del tempio, condotte da Giuda stesso, il quale abbracciò Gesù, fingendo di mostrargli il suo amore, dicendo: “Ti adoro”.

Attraverso questo gesto le guardie ricevettero un ben differente messaggio: “Egli è l’uomo che siete venuti ad arrestare e uccidere. Catturatelo”.

Giuda fu così viscido, che fece passate una grande perfidia per lealtà.

Gesù rispose con la Sua caratteristica gentilezza: «Amico, cosa sei venuto a fare?» (Matteo 26:50).

Egli non apparve arrabbiato, e naturalmente non era sorpreso.

 

“Il dado era stato tratto”.


Giuda se ne tornò a casa liberamente.

Aveva i suoi trenta sicli d’argento, una buona somma considerando l’inflazione di quei tempi.

Sicuramente Gesù, era stato preso in custodia, ma al di là del suo tradimento, probabilmente sarebbe comunque stato arrestato. Così, se ci si poteva guadagnare qualcosa, perché no?

...improvvisamente, la gioia di Giuda finì, quando vide che Gesù era stato condannato, così che il rimorso riempì il suo cuore. Allora tornò dai capi sacerdoti e dagli anziani e restituì i trenta sicli d’argento dicendo: «Ho peccato, tradendo il sangue innocente» (Matteo 27:4).

Quale fu la loro risposta?

«Che c’importa! Pensaci tu»(Matteo 27:4).

Vedendo una tale indifferenza alla sua angoscia emotiva, buttò il denaro nel tempio, se ne andò, e si impiccò.

L’apparenza era spezzata.

Giuda ebbe abbastanza sensibilità per sperimentare il rimorso, ma non abbastanza, per sperimentare il pentimento.

Il rimorso non conduce al pentimento se abbiamo un cuore duro.

Giuda non aveva mai creduto in Cristo; perciò è più facile credere che sia andato all’inferno piuttosto che in cielo.

Anche se l’avidità di cuore di Giuda iniziò come la crescita di un giovane albero, si trasformò poi in una possente quercia.

Il peccato non rimane mai allo stesso livello. O cresce in potere e in controllo, o al contrario la sua autorità diminuisce sotto il potere di Gesù Cristo. Cedere alla tentazione è come buttare un pezzo di carne ad una piccola, ma feroce tigre. Il peccato implorerà per una sempre maggiore soddisfazione, promettendo che quello che vuole è solo un altro piccolo boccone, mentre il giorno dopo ritorna e chiede di più, e diventa più forte che mai.

Giuda non poteva prevedere il senso di colpa che lo avrebbe avvolto.

 

Ancora una volta impariamo che le conseguenze del peccato sono nascoste ai nostri occhi.

Le persone oggi possono dire: “Voglio ottenere qualcosa in questo mondo; lo voglio, e sono disposto a sacrificare qualsiasi cosa per ottenerlo”, ma una volta ottenuto quello pensavano fosse un dessert, esso diventa in realtà amaro come l’assenzio.

 

Il rimorso può trasformare qualsiasi piacere in pena.

 

Giuda lo sperimentò, e improvvisamente l’argento perse il suo fascino.

Il peggio è che non espose il suo rimorso in presenza di Cristo: l’unico posto dove poteva essere lavato.

 
Il rimorso è la colpa che nasce quando siamo lontani da Gesù Cristo.

E’ quel senso di vergogna che si nasconde nel nostro cuore, quando non riceviamo il perdono di Dio.

Giuda fu così sommerso da questo che fece ciò che venticinquemila Americani ogni anno fanno: si suicidò.

Come adempimento della profezia, fu incapace di ottenere il perdono di Gesù Cristo.

Perché Gesù scelse Giuda?

Probabilmente perché Giuda rappresenta l’intero genere umano.

 

Gesù voleva dire alle generazioni a venire: “Questo è il cuore dell’uomo. Questo è ciò che l’uomo è: ha l’abilità di apparire buono nell’esteriore, ma dentro è marcio”.

La malvagità di Giuda non dovrebbe sorprenderci.

Ho conosciuto persone che hanno “venduto” Gesù per ben meno di trenta sicli d’argento.

A causa dei piccoli tesori che tengono nelle loro mani, non chiedono a Gesù di entrare nelle loro vite.

L’orgoglio, un’osservazione offensiva, o l’amore per il piacere; ci sono cento e una scusa molto più deboli di trenta sicli d’argento.

 

LEZIONI PERSONALI

 

Giuda ci ricorda che nessuna posizione d’onore, può sostituire la conversione personale. Non importa quanto sei arrivato in alto nella scala della rispettabilità; un giorno scoprirai che quella scala è stata appoggiata al muro sbagliato! A dispetto dell’onore e del rispetto che puoi aver ricevuto, non hai un sostituto per la conversione, se vuoi andare in cielo piuttosto che all’inferno.

Infatti, forse la lezione più importante che traiamo dalla vita di Giuda, è questa: la porta dell’inferno è vicina a quella del cielo.

Anche se visse vicino al Figlio di Dio che era in grado di salvarlo, Giuda tornò indietro a causa del suo cuore avaro.

 

Sparsi per la Scrittura ci sono molti epitaffi.

Sulla tomba di Giuda avremmo scritto le parole di Gesù: «Sarebbe stato meglio per lui non essere mai nato» (Matteo 26:24).

Che vantaggio si avrebbe avuto se quei genitori che vivevano a Kerioth non avessero mai concepito quel bambino!

Che tragedia!

Pensare che Giuda, che visse con Cristo per così tanto tempo, sarebbe stato all’inferno per sempre!

Come alcuni insegnanti della Scuola Domenicale, così anche alcuni anziani e pastori e alcuni giovani cresciuti in ottime famiglie cristiane sono persi, perché non sono mai nati veramente di nuovo, attraverso la fede in Cristo.

Tradiscono Cristo in ogni inno che cantano, in ogni loro preghiera, e in ogni opera buona che fanno. Anche se appaiono essere uno con Lui, i loro cuori sono puntati in una diversa direzione.

Dal momento che Cristo è l’unica porta per il cielo, il rischio è di camminare vicini a Lui, senza però entrarvi.

 

 

 

 

13: RISTORARE GLI ABBATTUTI

Come iniziare

 

Recentemente un mio amico ha dovuto rassegnare le dimissioni da pastore a causa di una relazione extra coniugale.

Dopo solo due giorni che la cosa era stata scoperta, lasciò la zona con sua moglie e il resto della famiglia.

Ora il mio problema è come raggiungerlo e riportarlo alla comunione dei santi.

Devo ammettere che sono riluttante nel lasciarmi coinvolgere..., dopo tutto potrebbe avere un senso di vergogna, quando mi metterò in contatto con lui.

Dal momento che non vive nella porta accanto alla mia, posso evitarlo senza alcuno sforzo.

...e così, se seguo la mia inclinazione, non farò niente.

Ma dovrei?

 

Supponete che Mosè abbia bussato alla vostra porta nel suo viaggio verso Madian.

La notizia dell’omicidio dell’Egiziano ha già fatto il giro del vostro paese, ma voi siete lontani parenti per via di madre.

Invitarlo a casa è un rischio molto grosso, ma è un amico che ha bisogno di aiuto.

A questo punto, cosa fate?


Siete un membro della congregazione di Filippi.

Un amico vi racconta che Dema è in città, ma non viene a visitare i suoi amici.

Dovreste provare a trovare Dema, o è sua responsabilità quella di mettersi in contatto con la chiesa locale?

 

Credetelo o no, la Bibbia ha molto da dire sulla restaurazione.

Prima di sviscerare il tutto, consideriamo alcune ragioni per cui siamo spesso genuinamente perplessi su come dovremmo comportarci.

 

1)  essere amichevoli con le persone che hanno sbagliato non appare essere un giusto approccio con il peccato. Se un uomo pecca, deve pagare: se viene ristorato troppo facilmente, stiamo dando l’impressione di non prendere il peccato sul serio. Così giustifichiamo la nostra mancanza di azione con il credo che l’offensore deve pagare il suo debito;

 

2)  possiamo aver paura di essere considerati dei complici. Se siamo conosciuti come persone che amano spendere tempo con coloro che sono caduti, saremo considerati dagli altri altrettanto colpevoli. “Gli uccelli dallo stesso piumaggio volano insieme”,

 

3)  forse, la ragione più importante per cui non vogliamo essere coinvolti è che il confronto è scomodo. Se c’è stato un fallimento morale, c’è della vergogna. Se un matrimonio è andato in frantumi, è difficile per la coppia ammettere di non avercela fatta.

 

Proprio alcune settimane fa ho telefonato a degli amici che hanno avviato le pratiche per il divorzio.

La moglie ha risposto al telefono, ma si è rifiutata di parlare con me; mi sentivo a disagio e probabilmente anche lei.

Fortunatamente, il marito è venuto al telefono riscattando la moglie da questo momento imbarazzante.

Eppure, entrambi, a modo loro, stavano cercando qualcuno con cui sfogarsi. I loro amici li avevano abbandonati; si sentivano isolati e soli.

Se non avessi fatto il primo passo, certamente non avrebbero preso l’iniziativa.


In che modo possiamo essere d’aiuto nel rimettere insieme delle vite spezzare?

 

Quest’estate ho comprato per le mie figlie una bella piscina.

Incredibilmente, è arrivata in una piccola scatola, e quando ne ho estratto i pezzi non sembrava per niente una piscina, e neanche che lo sarebbe diventata.

Accettai l’aiuto di un amico e dopo aver letto attentamente le istruzioni, i pezzi che originariamente sembravano non avere nessuna relazione fra loro, assunsero una forma speciale.

Presto ammirammo la nostra bella piscina e nessun peno mancava.

Ognuno di noi ha conosciuto vite simili alla “piscina” iniziale, cioè solo un fascio di pezzi sconnessi e senza nessun uso apparente.

Desiderate di avere fra le mani un manuale che vi dia qualche idea del punto dal quale iniziare.

Desiderate anche che ci sia un modello per darvi grossomodo un’immagine di come il prodotto finale dovrebbe essere.

 

Naturalmente, c’è un libretto di istruzioni, scritto dall’Autore della Vita.

Come nostro Creatore, Egli sa come fare di noi un essere completo, ma noi dobbiamo dargli tutti i pezzi.

A volte, abbiamo bisogno degli altri per aiutarci nella ricostruzione.

C’è un ruolo che voi ed io dobbiamo giocare nell’aiutare i nostri fratelli e sorelle.

E forse un giorno noi, a nostra volta, avremo bisogno di loro perché nessuno è esente da un devastante fallimento.

Se un credente non è ristorato, la forza della chiesa è indebolita.

Siamo soldati dello stesso esercito, membri della essa famiglia, pietre dello stesso edificio.

Ecco il motivo per cui un credente che non ha comunione con gli altri, non crescerà mai nella vita cristiana.

 

Paolo, quando parlava ai credenti di Colosse, espresse la speranza; «affinché i vostri cuori siano consolati, essendo uniti insieme nell’amore, e ottengano tutte le ricchezze della piena certezza d’intelligenza per la conoscenza del mistero di Dio Padre e di Cristo» (Colossesi 2:2).

Se i credenti non sono uniti nell’amore di Cristo, non possono entrare nella completezza di Dio.


Ora passiamo al manuale di istruzioni di Dio.

Paolo risponde a diverse domande sulla restaurazione in Galati: «Fratelli, se uno è sorpreso in qualche fallo, voi che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. Ma bada bene a te stesso, affinché non sii tentato anche tu» (Galati 6:1).

 

1)     Che cosa significa la parola ristorare? La parola Greca usata nel Nuovo Testamento è “rammendare le reti” e “rimettere a posto un osso rotto”. Sfortunatamente, ci sono molti credenti le cui vite non sono mai state rammendate; ci sono molte “ossa rotte” nel corpo di Cristo che non sono mai state propriamente rimesse a posto. Molti cristiani che portano frutto, zoppicano, essendo incapaci di trovare il loro equilibrio spirituale. Restaurazione, significa che un cristiano caduto, viene riportato ad una piena comunione con Dio e con la chiesa. Anche se non sempre sarà riportato al suo precedente ministero, sarà trattato amichevolmente e ricevuto pienamente come membro del corpo dei credenti. Questo è ciò che ha bisogno più di tutto, che la forza dei suoi confratelli, sia la sua.

 

2)     Dovremmo prendere l’iniziativa? La risposta di Paolo è “voi che siete spirituali“. Forse non c’è un testo chiaro sulla spiritualità, contro la carnalità quando un credente è colto in un peccato. Il cristiano carnale non è seriamente interessato nel ristorare un cristiano ribelle. E’ più portato, piuttosto al pettegolezzo con uno spirito di auto-giustizia, sperando che la persona paghi per il suo peccato fino all’ultimo centesimo. C’è una soddisfazione nascosta nel sapere che qualcuno è stato colto nella trasgressione. Se il peccato è di sensualità, il credente carnale vorrà a tutti i costi, che l’accusato sconti la sua giusta pena. Probabilmente, come il fratello più anziano nella storia del figlio prodigo, il credente carnale desidererebbe segretamente di poter provare i piacere di una terra lontana, Così il pensiero che qualcuno abbia gustato i piaceri del mondo e ne sia stato catturato, accresce la sua malvagità. Dal momento che il credente carnale sente di essere stato ingannato da questi piaceri, vuole essere sicuro che altri non ne godranno. Così la sua soddisfazione deriva dal criticare colui che è caduto; dopo tutto, i credenti si sentono un po’ più “alti” degli altri quando sono in grado di comparare sé stessi con il compagno che ha sbagliato.
La persona spirituale reagirà con dispiacere. Non permetterà che delle parole nocive escano dalla sua bocca. Sa che se il suo fratello è stato ferito, allora anche lui lo è. E’ sensibile e realizza che se un osso rotto non è aggiustato correttamente, non guarirà mai più nel modo in cui avrebbe dovuto. Più importante ancora, sa che il suo proprio cuore potrebbe commettere lo stesso peccato nella giusta circostanza. Sa che la sola differenza tra sé stesso e gli altri è la grazia di Dio. Il credente spirituale, allora, dovrebbe prendete l’iniziativa. E’ sia antibiblico che cruento, aspettare che il credente che è caduto cerchi gli altri fratelli. Colui che ha peccato avverte il rigetto; non sa se i credenti lo riceveranno o no. La sua colpa e la sua vergogna lo portano lontano da coloro di cui ha un bisogno disperato. Il credente spirituale dovrebbe, prendere l’iniziativa.

 

3)     La terza domanda si costruisce sulla seconda: quale dovrebbe essere l’approccio? “Con uno spirito di mansuetudine”. Se la persona ha un osso rotto, non vuole essere spinta in un posto con un piede di porco. Ecco perché il credente carnale non è la persona più adatta per un simile approccio, anche se fosse felice di andare. Aggiungerà delle colpe e accrescerà l’alienazione che il fratello già prova. Invece di usare un cerotto per la ferita, userà dei sale.
Se un peccato è stato commesso, l’offensore deve essere disposto a pentirsi. Poi, quando è possibile, deve esserci la riparazione. Spesso il processo di restaurazione deve essere fatto a piccoli passi, per verificare la sincerità del credente nell’ammettere gli errori sulla sua strada. E se la persona non si pente? Gesù l’ha messa in questa maniera: «Ora se il tuo fratello ha peccato contro di te, va e riprendilo fra te e lui solo; se ti ascolta, tu ha guadagnato il tuo fratello; ma se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se poi rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta anche di ascoltare la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano» (Matteo 18:15-17). Così, se una persona non vuole riconoscere il suo peccato, deve essere tagliato fuori dalla comunione dei credenti con la chiara comprensione che egli è messo sotto il dominio di satana in modo che possa essere portato al ravvedimento. Ancora una volta, lo scopo ditale disciplina è di riportare una riconciliazione.

 

Naturalmente, ci sono altre occasioni in cui dobbiamo ristorarci l’un l’altro anche se nessun peccato è stato commesso.

C’era un uomo che fallì con il suo lavoro dal quale si aspettava grandi cose.

Pensava che fosse l’occasione che aveva sempre aspettato.

Tutti sapevano della sua promozione, ma tutti i suoi sogni finirono in un disastro.

Ora era solo e si sentiva di non poter guardare nessuno negli occhi.

Qualcuno doveva andare e fargli sapere che era ancora un amico amato e benvenuto.


Questo, quindi, è il nostro ruolo come credenti.

Dobbiamo fare tutto quello che possiamo per aiutarci l’un l’altro a state in comunione con Dio e il Suo popolo.

A volte è difficile per coloro che hanno vissuto con atteggiamenti sbagliati per molti anni, essere ristorati nella comunione.

Satana vuole che pensiamo che abbiamo fatto un così grande investimento
nel nostro presente che non possiamo cambiare la direzione delle nostre vite.

...naturalmente possiamo!

Incamminiamoci oggi stesso per dare ristoro a qualcuno.

Non è mai troppo tardi per fare ciò che è giusto!

Sto compiendo i passi necessari per contattare il mio amico pastore menzionato nell’apertura di questo capitolo.

Vorresti anche tu raggiungere qualcuno che in questo momento ha bisogno di te?

Erwin W. Lutzer

 

Titolo originale: When a good falls

 

Traduzione in italiano a cura di Cinzia Giorgi

 

tratto e liberamente adattato da «SOLI DEO GLORIA»