PREFAZIONE ALL'EPISTOLA AI ROMANI

 

di

Martin Lutero

Presentazione

L'epistola ai Romani è ricchissima di insegnamento ed è sempre stata oggetto di devota lettura e attento studio da parte dei cristiani di ogni tempo. Tra gli scritti dell'apostolo Paolo è sicuramente la più completa e possiamo considerarla come una sistematica esposizione del messaggio del Vangelo che è stato predicato e tramandato "una volta per sempre" dai tempi degli apostoli fino ai nostri. Intendere male o in modo incompleto questa epistola significa quindi conservare e mantenere delle idee errate riguardo al modo in cui Dio ha disposto, ha compiuto ed applica la salvezza dei peccatori.

Cogliendo quindi l'invito di Lutero, di leggere, imparare a memoria e meditare continuamente su questa porzione della Scrittura, vogliamo rivolgere la nostra più devota attenzione a questa epistola.

Per incoraggiare ognuno che avrà tra le mani questo opu­scolo vorrei riportare solamente qualche aneddoto per dimostrare come lo Spirito Santo si sia compiaciuto di benedire alcuni uomini proprio mediante la lettura o lo studio dell'Epistola ai Romani.

Il primo riguarda la conversione di Agostino, il famoso Vescovo d'Ippona. Egli stesso, nelle sue "Confessioni", ci racconta come, mentre si trovava immerso nei suoi problemi, con l'angoscia nell'anima a causa del senso dei propri peccati, udì quella che gli parve come la voce di un bambino che, dall'altra parte del muro del giardino dove si trovava, cantilenava le parole: "Tolle, lege; tolle, lege" e cioè, "Prendi e leggi, prendi e leggi". Ubbidendo a quello che interpretò come un ordine irresistibile si diresse verso casa, prese un rotolo di pergamena e lesse le prime parole sulle quali i suoi occhi caddero che erano le seguenti: "Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno, senza gozzoviglie e ubriachezze; senza immoralità e dissolutezza; senza contese e gelosie; ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri."(Romani 13:13,14). Queste parole ebbero la potenza di illuminare il suo cuore e la grazia di Dio operò in modo che si convertì e divenne un cristiano del quale il Signore si usò grandemente affinchè la Verità venisse annunciata e difesa soprattutto dall'eresia Pelagiana.

Molti secoli dopo, nel 1515, Martin Lutero, il figlio di un minatore Tedesco che era diventato monaco dell'ordine degli Agostiniani, studiano l'epistola ai Romani, cominciò a compren­dere la grande dottrina della Giustificazione mediante la sola fede ed è per questa ragione che, da come si comprenderà leggendo, egli attribuisce così tanto valore a questa epistola.

Solamente un altro episodio sarà sufficiente a stimolare il vostro desiderio di leggere quanto segue a questa presentazione. Infatti, proprio la "Prefazione all'epistola ai Romani" di Lutero fu lo strumento che il Signore usò con John Wesley, per portarlo alla consapevolezza della condizione del proprio cuore. John Wesley era un predicatore della chiesa d'Inghilterra, molto colto ed anche molto orgoglioso delle proprie buone opere. Eppure, nonostante ciò, il suo cuore rimase nel travaglio e nell'inquietudine fino a quando, la sera del 24 Maggio del 1738, entrò in un piccolo locale dove alcuni cristiani erano riuniti per pregare. Chi presiedeva la riunione stava proprio leggendo la "Prefazione all'epistola ai Romani" di Lutero e, mentre Wesley ascoltava, sentì il suo cuore "riscaldarsi stranamente" e com­prese che, per la propria salvezza, avrebbe dovuto confidare solamente in Cristo e non nelle proprie buone opere.

La "Prefazione" si compone di due parti principali. Nella prima (pagg. 3-10) Lutero spiega quale sia il significato scritturale di termini molto comuni ma anche generalmente fraintesi come: legge, peccato, grazia, fede, giustizia, carne, spinto e poi (pagg. 11-19) offre una panoramica dei singoli capitoli descrivendone brevemente il contenuto.

La mia preghiera al Signore è che altri cuori possano riscal­darsi mentre, anche attraverso questo scritto, giungono a una migliore comprensione delle verità contenute in questa parte della Scrittura.

 

PREFAZIONE ALL'EPISTOLA AI ROMANI

In questa epistola cogliamo il pensiero centrale del Nuovo Testamento, il Vangelo nella sua espressione più pura. Sarebbe bene che un cristiano non imparasse soltanto l'epistola a memoria, parola per parola, ma che la meditasse continuamente come pane quotidiano dell'anima. L'epistola non può mai venire letta e meditata con sufficiente attenzione. Più la si legge, più la riteniamo preziosa e più la si gusta. Perciò anch'io voglio renderle un servizio, per quanto Dio mi concede, e con questa prefazione introdurne la lettura, sì che ognuno la possa intendere bene. Fino ad oggi questa lettera è stata molto oscura con commenti e ogni genere di chiacchiere, mentre essa stessa è una luce capace di illuminare tutta la Sacra Scrittura.

Anzitutto dobbiamo conoscere la lingua usata nell'epistola, dobbiamo sapere che cosa san Paolo intenda con parole come legge, peccato, grazia, fede, giustizia, carne, spirito e simili, altrimenti si legge l'epistola senza trame vantaggio. La parola legge non va intesa qui in senso umano, quasi che nell'epistola venisse insegnato quali opere si debbano o non si debbano fare, come avviene nelle leggi umane, secondo le quali si cerca di adempiere la legge con opere, senza parteciparvi col cuore. Dio giudica secondo i sentimenti del cuore. Perciò la sua legge esige la dedizione del cuore e non si appaga delle opere, e condanna le opere compiute senza dedizione del cuore, come ipocrisia e menzogna.

Nel Salmo 116 tutti gli uomini sono detti bugiardi perché nessuno osserva né può osservare la legge col cuore. Infatti nessuno trova piacere nel bene, il cuore non è attaccato alla legge di Dio; in esso certamente signoreggiano il peccato e la meritata ira di Dio, anche se apparentemente vi sono molte opere buone e la condotta sembra onesta.

Perciò san Paolo al capitolo 2 (vv.12,13) giunge alla conclusione che i Giudei sono tutti peccatori, e dice che soltanto quelli che osservano la legge sono giusti dinanzi a Dio. Con ciò intende che nessuno con opere può osservare la legge, ma piuttosto dice ai Giudei: "Tu che insegni che non si deve commettere adulterio, commetti adulterio"' (Ro. 2:22). Così giudicando un altro, condanni te stesso, perché tu che giudichi, agisci allo stesso modo. È come se volesse dire: Tu che vivi esteriormente in modo onesto nelle opere della legge, e giudichi quelli che non vivono così, e sai ammaestrare ognuno, vedi la scheggia nell'occhio dell'altro, ma non scopri la trave nell'occhio tuo (Mt. 7:4-7).

Anche quando osservi esteriormente la legge con opere per paura di punizione o per desiderio di ricompensa, fai ogni cosa senza vero piacere e senza amore per la legge, ma piuttosto di malavoglia e per costrizione, e preferiresti agire diversamente, se non vi fosse la legge. Ciò significa che tu sei in fondo al cuore nemico della legge. Che cosa importa che insegni agli altri a non rubare, se poi nel cuore sei un ladro, e lo saresti volentieri apertamente, se tu lo potessi? Sebbene poi anche l'opera esterna non si farà attendere a lungo in simili ipocriti. Così dunque ammaestri gli altri, ma tu stesso non sai quello che insegni e neppure hai rettamente inteso la legge, perché essa accresce il peccato, come dice san Paolo al capitolo 5 (v. 20). Esigendo essa ciò che l'uomo non è in grado di compiere, lo rende maggiormente nemico della legge.

Perciò egli dice al capitolò 7 : "La legge è spirituale"(v. 14). Cosa significa? Se fosse carnale sarebbe soddisfatta con le opere. Ma è spirituale, e nessuno la adempie se non compie ogni cosa con tutto il cuore. Nessuno, possiede un simile cuore, soltanto lo spirito di Dio può crearlo. Esso rende l'uomo conforme alla legge, si che ami la legge e quindi faccia ogni cosa non più per paura o costrizione, ma con tutto il cuore. Dunque la legge è spirituale: vuole che la si ami e la si adempia con un cuore conforme allo Spirito ed esige uno spirito siffatto. Se esso non è nel cuore, rimangono peccato, disgusto, inimicizia contro la legge, che pure è buona e santa.

Abituati ora al pensiero che sono due cose diverse compiere le opere della legge e adempiere la legge. L'opera della legge è tutto ciò che l'uomo fa o può fare per la legge con la sua libera volontà e con le sue proprie forze. Ma siccome con tali opere rimangono nel cuore disgusto e costrizione alla legge, quelle opere sono nel loro insieme perdute e inutili. Questo intende san Paolo quando al capitolo 3 (v. 20) dice: "Mediante l'opera della legge nessun uomo diviene giusto dinanzi a Dio". Ora tu vedi che vi sono dei disputatori scolastici e dei sofisti seduttori che insegnano a prepararsi alla grazia con opere. Come può prepararsi al bene con opere chi non fa alcuna opera senza disgusto e malavoglia nel cuore? Come potrebbe piacere a Dio l'opera che viene da un cuore disgustato e svogliato?

Compiere la legge significa fare le opere da essa richieste 'Con piacere e amore, e liberamente, vivere con pietà e bontà senza la costrizione della legge, come se non vi fosse alcuna legge né pena. Tale buona disposizione ad amare liberamente è suscitata dallo Spirito Santo nel cuore, come dice l'apostolo Paolo al capitolo 5 (v. 15). Ma lo Spirito Santo non è dato se non con la fede, per mezzo della fede e nella fede in Gesù Cristo, come dice l'apostolo nell'introduzione alla sua epistola. La fede viene soltanto per mezzo della parola di Dio, ossia del Vangelo che annunzia Cristo, com'egli sia Figlio di Dio e uomo, morto e risuscitato per noi, come dice san Paolo nei capitoli 3 (v. 25), 4 (v. 25), e 10 (v. 9). Perciò soltanto la fede giustifica, e adempie la legge. Infatti porta lo Spirito per il merito di Cristo. Lo Spirito rende il cuore volonteroso e libero, come lo vuole la legge, per cui dalla stessa fede nascono le buone opere. Questo intende l'apostolo al capitolo 3 (v. 31) dopo aver respinto le opere della legge, quasi volesse sopprimere la legge per mezzo della fede. Ma no, egli dice, noi stabiliamo la legge mediante la fede, cioè l'adempiamo mediante la fede.

Peccato nella Sacra Scrittura non significa soltanto l'opera esteriore che si compie nella vita terrena, ma tutto ciò che a un tempo si agita e spinge all'opera esteriore, il fondo del cuore con tutte le sue forze, così che la parola fare qui significa che tutto l'uomo cade e precipita nel peccato. La Sacra Scrittura riguarda specialmente al cuore e alla radice e sorgente princi­pale di ogni peccato che è l'incredulità nell'intimo del cuore.

Come la fede soltanto rende giusti e conferisce lo spirito e la volontà per le opere buone esteriori, così pure pecca soltanto l'incredulità. Essa eccita la carne e suscita il desiderio di opere malvagie esteriori, come accadde ad Adamo e a Eva nel paradiso. Genesi 3. Perciò Cristo chiama peccato soltanto l'incredulità, quando dice in Giovanni: "Lo Spirito condannerà il mondo a causa del peccato, perché non crede in me" (Gv. 16:8,9). Perciò prima che si facciano delle opere buone o cattive, dei frutti buoni o cattivi, vi dev'essere nel cuore fede o incredulità, quale radice, linfa e principale forza di ogni peccato, che nella Scrittura viene chiamata anche testa del serpente o testa del drago antico, che il seme della donna. Cristo, deve tritare, come fu promesso ad Adamo in Genesi 3 (v. 15).

Grazia e dono sono distinti, perché grazia significa propriamente favore o benevolenza di Dio, che egli ci concede e per cui è disposto a infondere in noi Cristo e lo Spirito con tutti i suoi doni, come appare evidente nel capitolo 5 (v. 15) ove è detto della grazia e del dono in Cristo ecc. Sebbene i doni e lo Spirito crescano in noi quotidianamente e non siano ancora perfetti, sì che rimangono in noi ancora cattivi desideri e peccato, che combattono contro lo Spirito, come l'apostolo dice in Romani 7 (v. 14 e segg., 23) e Galati, 5 (v. 17), e come in Genesi, 3 (v. 15) viene annunziato l'odio fra il seme della donna e il seme del serpente, tuttavia la grazia opera tanto che noi veniamo considerati interamente e pienamente giusti dinanzi a Dio, perché la sua grazia non si divide né si spezzetta, come si fa con i doni, ma ci prende tutti completamente nel suo favore per Cristo, nostro intercessore e mediatore, e perché i doni hanno cominciato a essere manifestati in noi.

Cosi si comprende il capitolo 7 (v. 8), in cui san Paolo si biasima come peccatore, mentre nel capitolo 8 (v. 1) dice che: "Non v'è alcuna condanna per quelli che sono in Cristo", a causa dei doni (ancora) imperfetti e dello Spirito. A causa della carne non mortificata siamo ancora peccatori. Ma perché crediamo in Cristo e lo Spirito ha cominciato l'opera sua in noi, Dio è a noi tanto favorevole e pieno di grazia da non volere considerare né giudicare tale peccato, ma ci vuole trattare secondo la fede in Cristo, affinché il peccato sia distrutto.

Fede non e quell'umana illusione e quel sogno che alcuni pensano essere fede. E se vedono che non ne deriva alcun miglioramento della vita né opere buone, sebbene odano parlare, e molto parlino essi stessi, di fede, cadono in errore e dicono che la fede è insufficiente, ma è necessario fare opere, divenire pii e santi. Di conseguenza se odono il Vangelo formulano qualche proprio pensiero nel cuore e dicono:

"Io credo". Stimano che questo sia vera fede; ma siccome si tratta soltanto di un pensiero umano che l'intimo del cuore non conosce, non ha efficacia e quindi non ne deriva miglioramento alcuno.

La fede è invece un'opera divina in noi che ci trasforma e ci fa nascere di nuovo da Dio, Giovanni 1 (v. 13). Essa uccide il vecchio Adamo, trasforma noi uomini completamente nel cuore, nell'animo, nel sentire e in tutte le energie, e reca con sé lo Spirito Santo. Oh la fede è cosa viva, attiva, operante, potente, per cui è impossibile che non operi continuamente il bene. Non chiede neppure se ci siano opere buone da compiere; prima che si chiedano essa le ha già fatte, ed è sempre in azione. Ma chi non compie tali opere è uomo senza fede, va a tastoni e cerca intorno a sé la fede e le opere, e non sa che cosa siano né fede né opere buone, eppure chiacchiera molto intorno alla fede e alle opere buone.

Fede è una fiducia viva e audace nella grazia di Dio, tanto certa di questa che morrebbe mille volte piuttosto che dubi­tarne. E una tale fiducia e conoscenza della grazia divina rende lieti, baldanzosi, e giocondi dinanzi a Dio e a tutte le creature per l'opera dello Spirito Santo nella fede. Perciò l'uomo diviene volonteroso, senza costrizione, e lieto nel fare del bene a ognuno, nel servire ognuno, nel sopportare ogni cosa, nell'amore e nella lode di Dio che ha manifestato in lui tale grazia. È quindi impossibile separare le opere dalla fede, come è impossibile separare dal fuoco calore e splendore. Perciò guardati dai tuoi falsi pensieri e dalle chiacchiere vane, che vogliono essere intelligenti, dare giudizi sulla fede e le opere buone mentre sono sommamente stolti. Chiedi a Dio che operi la fede in te, altrimenti qualunque cosa tu voglia o possa immaginare e fare, rimarrai eternamente senza fede.

Giustizia è soltanto questa fede e si chiama giustizia di Dio, ossia giustizia che vale dinanzi a Dio, perché Dio la dona e la mette in conto di giustizia per amor di Cristo nostro Mediatore, e spinge l'uomo a dare a ciascuno ciò che gli deve. Mediante la fede l'uomo e purificato dal peccato e trova piacere nei coman­damenti di Dio. In tal modo da gloria a Dio e gli rende quello che gli deve. Serve volonterosamente agli uomini in quello che può, e così rende anche a ciascuno il dovuto. Natura, libera volontà e le nostre forze non possono attuare questa giustizia. Poiché come nessuno può dare a stesso la fede, così neppure può togliere l'incredulità. Come potrebbe egli togliere un solo piccolissimo peccato? Perciò è falsa ipocrisia e peccato tutto ciò che avviene all'infuori della fede o nell'incredulità, Romani, 14 (v. 23), sia pur splendido quando si voglia.

Non devi intendere carne e spirito come se carne fosse soltanto impudicizia, e spirito ciò che si riferisce all'intimo del cuore. San Paolo chiama carne, come Cristo in Giovanni 3 (v. 6), ciò che è nato dalla carne: tutto l'uomo col corpo e con l'anima, con la ragione e tutti i sensi, perché tutto in lui ricerca ciò ch'è carnale. Sappi dunque chiamare carnale colui che senza grazia pensa, insegna e ciancia intorno a cose spirituali, come tu puoi apprendere dalle opere della carne, Calati, 5 (v. 20) ove san Paolo menziona anche eresie e odio come opere carnali. E in Romani, 8 (v. 3) egli dice che per mezzo della carne la legge è resa debole, non intendendo con ciò impudicizia, ma tutti i peccati, e specialmente l'incredulità che è il vizio più spirituale di tutti.

D'altro lato tu chiami spirituale anche colui che compie le opere più materiali, come Cristo che lavò i piedi ai discepoli, e come Pietro che andava in barca e pescava. Dunque carne è un uomo che vive e opera interiormente ed esteriormente ciò che giova alla carne e alla vita terrena, spirito è invece l'uomo che vive e opera interiormente ed esteriormente ciò che serve allo spirito e alla vita avvenire.

Se non intendi in tal modo queste parole, tu non capirai mai questa epistola di san Paolo, né alcun altro libro della Sacra Scrittura. Perciò guardati da tutti i maestri, chiunque essi siano - e fossero pure Origene, Ambrogio, Agostino, Girolamo e altri loro pari -che usano queste parole diversamente.

E ora prendiamo l'epistola. Un predicatore evangelico deve anzitutto, mediante la rivelazione della legge e del peccato, riprendere tutto ciò che non vive per lo Spirito e la fede in Cristo, affinché gli uomini siano condotti a conoscere stessi e la propria miseria, e divengano umili e desiderino aiuto. Così fa pure san Paolo cominciando nel capitolo 1 a riprendere i peccati grossolani e l'incredulità, manifesti, come lo erano i peccati dei pagani, e ancora lo sono i peccati di coloro che vivono senza la grazia di Dio, e dice: Mediante il Vangelo viene manifestata dal ciclo l'ira di Dio su tutti gli uomini, a causa della loro empietà e ingiustizia. Infatti anche se sanno, e ogni giorno riconoscono, che c'è un Dio, pure la natura in sé, senza la grazia, è tanto malvagia che non lo ringrazia né lo onora, ma acceca sé stessa e cade continuamente in mali maggiori, finché commette idolatrie e i più vergognosi peccati con tutti i vizi, e, sfacciata, li lascia impuniti anche negli altri.

Nel capitolo 2 l'apostolo estende la condanna anche a quelli che esteriormente sembrano pii o peccano in occulto, come erano i Giudei, e sono ancora tutti gli ipocriti, che vivono senza gioia e senza amore, e nel cuore sono nemici della legge di Dio, eppure ben volentieri condannano gli altri, secondo la natura degli ipocriti che ritengono sé stessi puri, mentre sono pieni di avarizia, di odio, di orgoglio, e di ogni lordura, Matteo, 23 (v. 25). Costoro disprezzano la bontà di Dio, e per la loro durezza di cuore ne attirano l'ira su di sé. Perciò san Paolo, come un buon interprete della legge, non lascia nessuno senza peccato, ma annunzia l'ira di Dio a tutti quelli che vogliono vivere bene secondo la propria natura o libera volontà, e non li fa migliori dei peccatori manifesti, anzi dice che sono ostinati e impenitenti.

Nel capitolo 3 l'apostolo li mette tutti insieme, e dice: Gli uni e gli altri siete tutti peccatori dinanzi a Dio. I Giudei hanno avuto la parola di Dio, ma non l'hanno creduta. Tuttavia la fede in Dio e la verità non sono venute meno. L'apostolo cita una parola del Salmo 51 (v. 6), che Dio è riconosciuto giusto nelle sue parole. Poi ritorna all'argomento e dimostra, anche mediante la Scrittura, che tutti sono peccatori e nessuno diventa giusto con le opere della legge, poiché la legge è data soltanto per fare conoscere il peccato.

Poi comincia a insegnare la via vera per giungere alla pietà ed essere salvati. Dice: "Sono tutti peccatori e mancano della gloria di Dio", ma devono essere giustificati senza merito alcuno, per la fede in Cristo che ha meritato questo per noi mediante il suo sangue, ed egli è stato fatto per noi un trono di grazia da Dio che ci perdona tutti i peccati trascorsi. Così prova che soltanto la sua giustizia, comunicataci nella fede, ci può salvare. Essa è ora rivelata mediante il Vangelo, mentre nel passato era attestata dalla legge e dai profeti. Dunque la legge viene stabilita mediante la fede, anche se così viene abbando­nata la legge con tutta la sua gloria.

Dopo avere manifestato nei primi tre capitoli il peccato, per insegnare la via della fede, comincia nel capitolò 4 ad affron­tare alcune obiezioni e pretese. In primo luogo risponde alla obiezione che fanno per lo più tutti quelli che sentono come la fede giustifichi senza le opere e dicono: Non si deve fare alcuna opera buona? Così tiene dinanzi a sé la figura di Abramo e si chiede: Che cosa ha fatto Abramo con le sue opere? È stato tutto invano? Non avevano alcuna utilità le sue opere? E conclude che Abramo, senza opera alcuna, è stato giustificato soltanto mediante la fede, così che, anche prima dell'opera della sua circoncisione, viene celebrato dalla Scrittura come uomo giustificato soltanto per la sua fede, Genesi, 15 (v. 6). Se dunque l'opera della circoncisione non ha contribuito alla sua giustizia, che pure era indicata nel comandamento di Dio come buona opera di obbedienza, non potrà certamente nessun'altra opera buona contribuire alla giustizia. Ma, come la circonci­sione di Abramo era un segno esteriore per dimostrare la sua giustizia nella fede, così tutte le opere buone sono segni esteriori che derivano dalla fede e provano, come frutti buoni, che l'uomo è già interiormente giusto dinanzi a Dio.

Così san Paolo conferma, con un bell'esempio tratto dalla Scrittura, il suo insegnamento intorno alla fede, esposto nel capitolo 3. E cita ancora un testimone, Davide nel Salmo 32, che pure afferma che l'uomo viene giustificato senza le opere, sebbene non rimanga senza opere, quando è giustificato. Poi estende il suo esempio a tutte le opere della legge, dicendo che i Giudei non possono essere eredi di Abramo, semplicemente a causa del sangue, e tanto meno a causa delle opere della legge, ma devono ereditare la fede di Abramo, se vogliono essere gli eredi di Abramo, poiché egli e' stato giustificato per fede prima della legge di Mosè e della circoncisione, ed è chiamato padre di tutti i credenti. Inoltre la legge ha suscitato molto più ira che grazia, poiché nessuno la compie con amore e con gioia. Dall'opera della legge viene molto più sdegno che grazia, perciò soltanto la fede può ottenere la grazia promessa ad Abramo. Tali esempi sono scritti per noi, affinchè anche noi crediamo.

Nel capitolo 5 si parla dei frutti e delle opere della fede. Essi sono pace, allegrezza, amore per Dio e per il prossimo, inoltre certezza, costanza, serenità, coraggio e speranza nelle tribola­zioni e nelle sofferenze. Infatti tutti questi frutti maturano dove la fede è genuina, a causa della sovrabbondante benignità manifestataci da Dio in Cristo, che egli ha lasciato morire per noi, prima che noi potessimo supplicarlo, perché eravamo ancora nemici. Dunque abbiamo provato che la fede giustifica senza opera alcuna, ma non ne consegue che si debba fare nessuna opera buona, anzi non devono mancare le opere giuste, delle quali nulla sanno gli ipocriti che inventano opere proprie in cui non v'è pace, né gioia, né certezza, né amore, né speranza, né costanza, né alcun carattere di una genuina opera cristiana e della fede.

Poi l'apostolo fa una interessante divagazione narrando quale sia l'origine del peccato e della giustizia, della morte e della vita, e contrappone bene Adamo a Cristo. Intende dunque dire perché doveva venire Cristo, quale secondo Adamo, per trasmettere a noi la sua giustizia mediante una nuova nascita spirituale nella fede, come il primo Adamo ci ha trasmesso il peccato mediante la vecchia nascita dalla carne.

Così sarà manifesto e confermato che nessuno può da solo, mediante le opere, liberarsi dal peccato e pervenire alla giu­stizia, come è vero che egli non può da solo generarsi cor­poralmente. Con ciò sarà anche provato che la legge divina, che dovrebbe essere di aiuto, se in qualcosa potesse giovare in vista della giustizia, non soltanto è venuta senza recare aiuto, ma ha piuttosto accresciuto il peccato, perché la natura peccaminosa le diviene tanto più nemica e vuole soddisfare il proprio piacere, quanto più la legge glielo vieta. Dunque la legge rende Cristo ancora più necessario ed esige maggiore grazia per venire in aiuto alla natura umana. E ci insegna che mediante la fede non siamo liberati a tal punto dal peccato da potercene rimanere oziosi, pigri e sicuri di noi stessi, come se non vi fosse più alcun peccato. Il peccato c'è. ma non viene più imputato a condanna, a causa della fede che lo combatte. Perciò abbiamo abbastanza da lottare con noi medesimi durante tutta la vita, per tenere il nostro corpo in soggezione, e mortificare i suoi piaceri e costringere le sue membra, affinché siano obbedienti allo Spirito e non alle proprie concupiscenze. Così diveniamo simili a Cristo nella sua morte e nella sua risurrezione e rendiamo compiuto il nostro battesimo (che significa pure la morte al peccato e una nuova vita nella grazia), finché noi, puri dal peccato anche corporalmente, risorgiamo con Cristo e abbiamo la vita eterna.

Noi possiamo fare questo, egli dice, perché non stiamo sotto la legge, ma sotto la grazia; e spiega che essere senza la legge non è lo stesso che non avere alcuna legge e fare ciascuno quello che gli piace. Ma essere sotto la legge significa praticare le opere della legge senza la grazia, per cui il peccato signoreg­gia certamente mediante la legge, poiché nessuno ama per natura la legge. E questo è un grande peccato. Ma la grazia ci rende la legge amabile, e allora non c'è più alcun peccato, e la legge non è più contro di noi, ma una sola cosa con noi.

La stessa cosa vale per la libertà dal peccato e dalla legge che l'apostolo descrive fino alla fine di questo capitolo. Si tratta di una libertà per operare bene con piacere e per vivere onestamente senza la costrizione della legge. Perciò questa libertà è una libertà spirituale, che non sopprime la legge, ma da quello che la legge esige, cioè piacere e amore per appagare la legge, sì che questa non abbia più alcunché da sollecitare ed esigere. È come se tu fossi debitore a un feudatario e non sapessi come pagare. Potresti liberarti dal debito in due modi. Primo: che egli non prenda nulla da te e strappi il suo registro; secondo: che un uomo pio paghi per te e ti dia quanto ti occorre per soddisfare il tuo creditore. A questo modo Cristo ci ha affrancati dalla legge. Non si tratta quindi di una sfrenata libertà carnale, che non vuole fare nulla, ma di una libertà che compie molte opere e di ogni genere, però è esente da quanto la legge esige e alla legge si deve.

Con un esempio tratto dalla vita coniugale, l'apostolo conferma queste cose nel capitolo 7. Se il marito muore, la moglie è libera, e i due sono completamente sciolti l'uno dall'altro. Alla moglie non è punto vietato di prendere un altro marito, anzi essa è del tutto libera di sposare un altro, mentre non poteva farlo prima di essere sciolta da quel marito. Così la nostra coscienza è vincolata alla legge sotto il vecchio uomo peccaminoso. Se questi però viene ucciso dallo Spirito, la coscienza è libera, e i due sono completamente sciolti l'uno dall'altro. Ciò non vuoi dire che la coscienza non debba fare nulla, ma proprio ora essa deve dipendere da Cristo, dall'altro uomo, e portare i frutti della vita.

Poi l'apostolo continua a dipingere la natura del peccato e della legge, come mediante la legge il peccato prende vita e diviene vigoroso. Infatti l'uomo vecchio diviene sempre più ostile alla legge, perché non può pagare quello che la legge esige. Peccato è la sua natura, e per se stesso non può fare diversamente, perciò la legge è la sua morte e ogni Suo tormento. Non già che la legge sia cattiva, ma la natura malvagia non può tollerare il bene, non può tollerare che la legge esiga da essa il bene. Come un inalato non può soffrire che si esiga da lui di correre e saltare e di compiere altre azioni da persona sana.

Perciò san Paolo conclude che quando si conosce bene la legge e la si intende nel modo migliore, essa non fa altro che ricordarci il nostro peccato e ucciderci per mezzo di esso, rendendoci meritevoli dell'ira eterna, come ben si apprende e si sperimenta nella coscienza, giustamente colpita dalla legge. Dunque per rendere l'uomo pio e salvo bisogna avere qualcosa di diverso e di più della legge. Ma coloro che non conoscono bene la legge, sono ciechi, presuntuosi, pensano di soddisfarla abbastanza con le opere, perché non sanno quanto la legge esige, cioè un cuore libero, volonteroso, lieto. Non vedono bene Mosè con gli occhi; il velo che l'occulta rimane disteso dinanzi ai loro occhi (allusione a 2 Co. 3:12-16).

Quindi l'apostolo mostra come lo spirito e la carne siano in conflitto fra loro in una stessa persona. E pone stesso come esempio, affinché impariamo a conoscere bene l'opera (uccidere il peccato in noi stessi). Chiama lo spirito e la carne una legge che, come la legge divina, stimola ed esige. Così anche la carne stimola ed esige e infuria contro lo spirito, e vuole soddisfare il suo desiderio. Dall'altro lato lo spirito stimola e fa valere le sue esigenze contro la carne e vuole soddisfare il suo desiderio. Questo conflitto permane in noi finché viviamo, nell'uno di più, nell'altro di meno, a seconda che è più forte lo spirito o la carne. Infatti tutto l'uomo è spirito e carne, ed è in conflitto con sé stesso, finché non divenga tutto spirituale.

Nel capitolo 8 l'apostolo consola questi combattenti, affinché questa carne non li condanni, e inoltre mostra quale sia la natura della carne e dello spirito, e come lo spirito venga da Cristo, che ci ha dato lo Spirito Santo, affinché ci renda spirituali e reprima la carne. E ci assicura che siamo figli di Dio, per quanto il peccato possa infuriare in noi, finché seguiamo lo Spirito e resistiamo al peccato per ucciderlo. Poiché nulla è tanto utile a stordire la carne quanto la croce e la sofferenza, ci consola nella sofferenza assistendoci con lo Spirito, l'amore e tutte le creature, perché lo Spirito sospira in noi e la creazione brama con noi che siamo liberati dalla carne e dal peccato. Così vediamo che questi tre capitoli 6, 7, 8 ci incitano a compiere l'unica opera della fede, cioè mortificare il vecchio Adamo e sottomettere la carne.

Nei capitoli 9, 10 e 11 l'apostolo insegna l'eterna prede­stinazione di Dio, dalla quale ha la sua prima origine chi deve o non deve credere, chi può o non può essere affrancato dal peccato, affinché la nostra giustificazione sia tolta dalle nostre mani e posta soltanto nella mano di Dio. Ciò è anche estrema­mente necessario, perché siamo tanto deboli e incerti che, se dipendesse da noi, non un sol uomo si salverebbe. Il diavolo certamente li vincerebbe tutti. Ma poiché Dio è certo che la sua predestinazione non verrà meno e che nessuno gliela potrà impedire, possiamo ancora sperare contro il peccato.

Ma qui bisogna una buona volta colpire gli spiriti insolenti e orgogliosi, che anzitutto in questo punto vogliono fare valere la loro intelligenza e cominciano a investigare l'abisso della divina predestinazione e invano si preoccupano di sapere se sono predestinati. Essi devono rovinare stessi, perché o vengono meno nell'animo o mettono a repentaglio la loro vita.

Ma tu segui questa epistola nel suo ordine. Preoccupati anzitutto di Cristo e del suo Vangelo, in modo da conoscere il tuo peccato e la sua grazia. Poi combatti contro il peccato come insegnano i capitoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8. Poi, quando sei giunto al capitolo 8, sotto la croce e nella sofferenza, allora imparerai bene quanto sia consolante la predestinazione nei capitoli 9, 10, 11. Infatti senza sofferenza, croce e distretta mortale non si può trattare della predestinazione senza danno e celata ira contro Dio. Il vecchio Adamo dev'essere ben morto prima che tolleri queste cose e beva il vino forte. Perciò bada bene di non bere del vino, finché sei un lattante. Ogni dottrina ha la sua misura, il suo tempo e la sua età.

Nel capitolo 12 l'apostolo insegna il vero culto e fa tutti i cristiani sacerdoti, affinché offrano non denaro né animali, come vuole la legge, ma i loro propri corpi con la mortificazione della concupiscenza. Quindi descrive la condotta este­riore dei cristiani nella sfera spirituale, come devono insegnare, predicare, governare, servire, dare, soffrire, amare e operare verso amici, nemici e verso ogni persona. Sono opere che fa un cristiano, perché, come ho detto, la fede non rimane oziosa.

Nel capitolo 13 l'apostolo insegna a onorare l'autorità civile e a esserle obbedienti. Essa è stata istituita, anche se non rende la gente pia davanti a Dio, affinché per mezzo suo i giusti possano godere pace esteriore e protezione, e i malvagi non facciano liberamente il male, senza paura e in tutta tranquillità. Perciò la devono onorare pure le persone pie, anche se esse non ne avrebbero bisogno. Infine comprende tutto nell'amore e conclude con l'esempio di Cristo, affinchè come egli ha agito verso di noi, anche noi agiamo similmente e lo seguiamo.

Nel capitolo 14 insegna a condurre bene nella fede le coscienze deboli e ad avere riguardo per esse, a non usare la libertà cristiana a detrimento dei deboli, ma in modo da aiutarli. Infatti dove non si fa questo, sorgono contese, con il conseguente disprezzo per il Vangelo, e tutte le difficoltà. È meglio cedere in qualche cosa ai deboli, finché siano divenuti forti, piuttosto che perdere interamente la dottrina del Vangelo. Questa è un'opera speciale dell'amore, che anche adesso è necessaria, perché col mangiare carne e altre libertà si diviene sfacciati e rozzi, si offendono, senza necessità, le coscienze deboli prima che siano pervenute alla conoscenza della libertà.

Nel capitolo 15 presenta Cristo come esempio, affinchè noi pure sopportiamo i deboli che facilmente cadono in peccati manifesti o hanno cattivi costumi. Non li dobbiamo respingere, affinchè anch'essi possano migliorare. Infatti Cristo ha fatto così con noi, e ancora fa così ogni giorno, tanto che porta molti nostri vizi e cattivi costumi, oltre a ogni genere di imperfezioni, e ci aiuta continuamente. Infine l'apostolo prega per i cristiani di Roma, li loda e li raccomanda a Dio. E mostra il suo ministero e la sua predicazione e chiede loro con delicatezza un'offerta per i poveri di Gerusalemme, ed è puro amore ciò ch'egli dice e tratta.

L'ultimo capitolo è un capitolo di saluti; ma vi inserisce una nobile esortazione a guardarsi dalle dottrine umane che si insinuano nella dottrina evangelica e provocano scandalo. Proprio come se avesse previsto con certezza che da Roma e per mezzo dei Romani sarebbero venuti i Canoni e le Decretali che traggono in errore e tutta la farragine di leggi e di coman­damenti umani che oggi sommergono il mondo intero, e hanno soppresso questa epistola e tutta la Sacra Scrittura insieme allo Spirito e alla fede, sì che nulla ne è rimasto all'infuori dell'idolo, il ventre, i cui servitori san Paolo qui riprende. Dio ci liberi da loro. Amen.

In questa epistola troviamo dunque in misura ricchissima ciò che un cristiano deve sapere, cioè che cosa sia legge, Vangelo, peccato, pena, grazia, fede, giustizia, Cristo, Dio, buone opere, amore, speranza, croce. E ci viene detto come dobbiamo condurci verso ognuno, sia pio che peccatore, forte o debole, amico o nemico, e verso noi medesimi. Inoltre tutto è motivato con le Scritture, provato con esempi di sé (Paolo) stesso e dei profeti, sì che non si può desiderare di più. Sembra che san Paolo abbia voluto riassumere in questa epistola tutto l'insegnamento cristiano ed evangelico e dare una introduzione a tutto l'Antico Testamento. Infatti non v'è dubbio che colui, il quale ritiene in cuore questa epistola, ha per sé la luce e la forza dell'Antico Testamento. Perciò ogni cristiano abbia familiarità con essa e continuamente la mediti. Dio ci conceda a tal fine la sua grazia. Amen.