MIME-Version: 1.0 Content-Type: multipart/related; boundary="----=_NextPart_01CFD38D.BAB5CD80" Questo documento č una pagina Web in file unico, nota anche come archivio Web. La visualizzazione di questo messaggio indica che il browser o l'editor in uso non supporta gli archivi Web. Scaricare un browser che supporti gli archivi Web, come Windows® Internet Explorer®. ------=_NextPart_01CFD38D.BAB5CD80 Content-Location: file:///C:/4B5218CF/laglossolalia.bracco.htm Content-Transfer-Encoding: quoted-printable Content-Type: text/html; charset="us-ascii" LA GLOSSOLALIA

LA GLOSSOLALIA=

 

INTRODUZIONE <= span style=3D'font-size:13.0pt;mso-bidi-font-family:Verdana;color:#FF9900;mso-bi= di-font-style: normal'>

In questi giorni di confusione, di smarrimento = e di paura, immense folle che fino a ieri avevano manifestata la più cini= ca indifferenza verso Dio, stanno compiendo il grande "ritorno". Ogni angolo del mondo è stato raggiunto d= al soffio vivificante dello Spirito e in ogni sfera della società riaff= iora l’anelito dell’anima che torna finalmente a Dio.

Questo immenso fenomeno spirituale non è= un ritorno alla "religiosit&agrav= e; tradizionale" o una riscoperta della chiesa, della liturgia, della pratica sacramentale, ma soltanto un profondo desiderio, anzi un imperioso bisogno di Dio. I credenti cioè non avvertono la necessità di trovare una nuova collocazione nella loro chiesa o di avere ancora una volta parte alla vita religiosa con tutte le sue pratiche e le sue cerimonie, ma soltanto di realizzare una vera, sensibile comunione con Dio: vogliono la realtà della Sua presenza nella loro vita, vogliono l’evidenza= del soprannaturale nella loro esperienza.

Non possiamo meravigliarci se per effetto di qu= esto anelito, queste immense folle di credenti hanno desiderato e cercato una vi= ta carismatica o, come hanno detto altri, una vita pentecostale. Tutti hanno dimenticato la posizione di severa critica avuta per decenni nei confronti = di quei movimenti di risveglio che nel nostro secolo hanno fatto rivivere nel proprio seno i carismi cristiani, cioè i doni e le manifestazioni de= llo Spirito, tutti hanno dimenticato per mettersi alla ricerca proprio di quei = doni e per rivivere esattamente la medesima esperienza.

Noi che siamo stati oggetto di critica e non soltanto di critica possiamo rallegrarci del cambiamento e rendere lode a D= io il cui braccio è ancora e sempre teso per salvare, per operare, per manifestare tutta la Sua potenza. La nostra posizione particolare per&ograv= e; ci fa anche sentire il dovere di esprimere quei consigli che fondati sulla Scrittura possano valersi dell’autorità e della luce derivanti dall’esperienza e possano quindi essere di valido aiuto nell’es= ercizio della vita carismatica.

Senza ombra di presunzione vogliamo rivolgerci a quanti riconoscono la necessità di approfondire, anche dottrinalmente, la propria esperienza pentecostale ed evitare che questa degeneri in un semplice fenomeno emozionale o si riduca = ad una sterile sensazione.

L’argomento è di vastissime proporzioni, ma per ora ci limitiamo a restringerlo allo studio di un solo particolare della vita carismatica, quello del dono delle lingue (glossolal= ia), anche perché, a ragione o a torto e questo speriamo dedurlo dal nost= ro studio, questo fenomeno appare come componente centrale del risveglio pentecostale.=


Nella speranza di far cosa grata a tutti i cred= enti e particolarmente di recare una fraterna parola chiarificatrice a quanti vengono denominati "carismatic= i", "neo-pentecostali" o = "pentecostali" con l’agg= iunta delle più diverse definizioni denominazionali che spesso, quando non ci sconvolgono ci lasciano perplessi, eleviamo una preghiera perché il vento della Pentecoste possa spazzare via tutte quelle cose che come elementi di intromissione cercano di frenare il risveg= lio nella nostra generazione. Forse anche noi abbiamo bisogno di una parola chiarificatrice che ci aiuti a penetrare nell’essenza del problema per sciogliere quelle riserve o risolvere quelle perplessità che derivano dal moltiplicarsi degli elementi che rendono sempre più difficile una collocazione coerente delle componenti di tutti i movimenti citati; gli aneliti, le aspirazioni, le ricerche sono stati indirizzati verso un autent= ico risveglio spirituale? Le esperienze, i fenomeni sono tutti autentiche manifestazioni dello Spirito?

Mentre esprimiamo una parola di consiglio tenti= amo di fare luce agli altri e a noi, sull’affascinante argomento.  


 

LA GLOSSOLALIA NELLA BIBB= IA

La "glossolalia" o "dono delle lingue"= viene presentata dalla Bibbia come componente della vita carismatica della chiesa. Nel catalogo paolino contenuto nell’epist= ola ai Corinzi trova il proprio posto fra i doni che conferiscono capacità soprannaturale per parlare.

Tutti i doni spirituali conferiscono capacità soprannaturali; cioè si manifestano, attraverso i credenti non ignorando, ma superando la loro personalità; intelligen= za, azione, parola quando scaturiscono dallo Spirito rendono il cristiano uno strumento che compie l’opera soprannaturale di Dio.

La glossolalia può essere considerata fr= a i doni che in modo più evidente e diretto dimostrano la soprannaturalità della propria essenza perché essa permette al credente di esprimersi in "lin= gue" sconosciute senza l’intervento dell’intelligenza o della cultur= a.

Il fenomeno spirituale non può essere studiato e compreso a mezzo della scienza medica, psicologica o filologica perché appartiene alla sfera del divino dove la sovranità di = Dio si esprime "al di fuori e al di sopra" alle leggi spirituali conosciute dall’uomo. I tentati= vi compiuti dalle varie discipline scientifiche per interpretare il fenomeno, = si sono sempre dimostrati inefficaci.

La "glossolalia" dunque è quel dono spirituale che si "sostituisce" alla lingua del credente e gli consente di esprimersi in una "lingua&= quot; a lui sconosciuta; ovviamente la "sostituzione" coinvolge direttamente anche la mente perché la "parola espressa" rappresenta semplicemente e per tutti la manifestazione del pensiero. Il glossolalo invece parla, ma non comprende il proprio discorso, le proprie parole perché sono "proprie" soltanto entro i limiti dell’uso delle corde vocali e delle emissioni di fiato cioè entro i limiti della "partecipazione fisica"; naturalmente c’è di proprio la disponibilità spirituale= . L’essere usato dallo Spirito implica la realizzazione di una esperienza che anche se= non è razionale è ugualmente edificativa ed edificante; "parlare in lingue= " per lo Spirito costituisce quindi, come vedremo più chiaramente in seguito, sempre una benedizione.

Che l’uomo possa improvvisamente parlare = in una lingua a lui sconosciuta è ammesso generalmente da molti, ma il fenomeno viene interpretato nelle più diverse maniere, anche perché, dobbiamo ammetterlo, si verifica nelle più diverse sf= ere della vita spirituale e nelle più diverse forme; ma in questo breve e modesto scritto intendo affrontare "esclusivamente" il problema della glossolalia in relazione alla vita carismatica, alla luce della Scrittura e quindi ignorando gli studi che sono stati compiuti per affrontare l’argomento da punti di vista profani. <= /p>


Già nel primo libro della Bibbia viene rapidamente descritto l’intervento di Dio fra gli uomini che avevano programmato la costruzione di una città e di una torre che doveva giungere fino al cielo. L’ambizioso progetto non poteva essere approv= ato da Dio che sentenziò: "…scendiamo e confondiamo la loro favella; acciocché l’uno non intenda la favella dell’altro…” (Genesi 11:7), il Signore confuse quivi la favella di tutta la terra (Genesi 11:9).

L’esegesi del passo può farci concludere che in Babilonia ognuno comprendeva se stesso, ma nessuno comprendeva l’altro, ma comunque un popolo fino a quel giorno unito d= a un unico linguaggio diviene improvvisamente matrice delle più diverse l= ingue. Non possiamo certo identificare il "dono delle lingue" col miracolo di Babilonia o viceversa, ma possiamo però rilevare che quando il "divino" s’inserisce nell’umano, possono verificarsi quei fenomeni che m= olti si ostinano a voler comprendere e spiegare a livello della ragione.

La Bibbia, dopo il passo ricordato, non torna più a parlare in maniera esplicita del miracolo delle lingue; personalmente rifiuto l’interpretazione di alcuni che vogliono vedere= in Deuteronomio 28:49 un riferimento alla glossolalia. Questo passo può essere messo in parallelo con Isaia 33:19, Salmo 81:5 e Geremia 5:15: sono evidenti riferimenti a quei popoli stranieri la cui lingua non può essere compresa in Israele appunto perché "straniera", lingua però ben compresa dai popoli che= la parlano.

Paolo nella prima epistola ai Corinzi cita un p= asso della "legge" che rappresenta una profezia relativa alla glossolalia. Sembra che per "legge" l’Apostolo vogli= a dire "Antico Testamento" perché l’unico passo che può essere considerato corrispondente a quello citato nella epistola è quello contenuto nel profeta Isaia: "Con labbra balbettanti e con lingue straniere parlerà a questo popolo"= (28:11).

Ma anche questa profezia rimane avvolta da quel= lo ermetismo che caratterizza gli annunci di realtà che possono avere la loro spiegazione precisa soltanto quando si compiono. Non possiamo escludere che la glossolalia possa anche avere avuto un posto ed una manifestazione n= ei circoli profetici, specialmente quando si determinavano fenomeni estatici collettivi (1 Samuele 19:20-24) ma questo rimane nel campo dell’ipote= si e onestamente dobbiamo riconoscere che non si può compiere una ricostruzione storica basandola sopra congetture personali.

Vogliamo anzi annotare che neanche Gioele, defi= nito il profeta dello Spirito Santo, che pure indugia nel parlare delle esperien= ze o dei doni spirituali, fa menzione della glossolalia. Queste constatazioni spiegano perché il soggetto, scarsamente documentato biblicamente, suscita tante perplessità in quegli studiosi della Scrittura, che pr= ivi di una esperienza carismatica diretta, cercano almeno l’ausilio di una copiosa letteratura chiarificatrice per comprendere e quindi spiegare il soggetto stesso.

L’Antico Testamento è avaro di citazioni utili ad approfondire il problema ed il Nuovo Testamento è stringato, ma ci fornisce però tutte le indicazioni utili alla comprensione, anche teologica, di un’esperienza spirituale che diviene completamente chiara quando il credente la realizza e può confrontar= la con la Scrittura.

I quattro Vangeli espongono, completandosi vicendevolmente, la dottrina dello Spirito Santo; ci fanno conoscere che gu= ida, rivela, parla per il credente; lo Spirito convince il mondo di peccato, con= sola il fedele, lo difende, può essere ricevuto in "misura" sem= pre più abbondante, è dato a tutti coloro che Lo desiderano e Lo chiedono (Luca 11:13; Giovanni 7:37-39).

L’evangelista Giovanni ricorda le dichiarazioni più solenni del Maestro in riferimento allo Spirito: &= quot;Chiunque ha sete…chi crede in Me= dal suo ventre coleranno fiumi…", "E’ utile che Io me ne vada…Il Consolatore verrà a voi", "Esso vi guiderà…" (Giovanni 7:37-39).

Nonostante quest’abbondanza di materiale di studio, la sola citazione relativa alla "glossolalia" la troviamo nell’ultimo capitolo del Vangelo di Marco e, cosa che può appa= rire sorprendente, non in riferimento al soggetto dello Spirito Santo, ma a quel= lo della fede: “Questi segni accompagneranno coloro che avranno creduto…parleranno nuovi linguaggi= ” (Marco 16:17).

Voglio subito far notare che la glossolalia è indicata come un "seg= no" d’identificazione del credente e non come "segno di riconoscimento del battesimo dello Spirito Santo"= . I credenti presentano al mondo, assieme alla loro vita rigenerata e alle loro opere luminose, l’evidenza di una fede operante: esorcismo, taumaturg= ia, glossolalia che si uniranno ad una miracolosa invulnerabilità che li preserverà dal veleno dei serpenti o da quello delle bevande mortife= re.

Non posso chiudere questa parentesi senza aggiungere che questo verso del Vangelo di Marco illustra una condizione collettiva e non personale e le operazioni soprannaturali rappresentano qui= ndi il patrimonio della chiesa, costituito dalla fusione dei doni e delle esperienze dei singoli credenti (1 Corinzi 12:11-30).

Questa precisazione non vuole ancora affrontare= il problema della relazione fra battesimo nello Spirito e glossolalia, ma vuole essere sottolineatura del primo passo neotestamentario relativo al nostro soggetto.

Dobbiamo giungere a Atti 2:4 per trovare il pas= so successivo e questo c’introduce pienamente nell’argomento perché ci descrive l’esperienza dei cristiani raccolti nell’Alto Solaio di Gerusalemme. Ritengo che questo passo sia il più esauriente non soltanto nella descrizione del fenomeno all’epoca apostolica, ma anche nell’illustrarne tanto l’aspetto formale, quanto i contenuti sostanziali. Voglio ricordare c= he il titolo di questo scritto è "la glossolalia" e quindi non posso cedere all’invito di dilatar= lo oltre i naturali confini per entrare nelle allettanti articolazioni della teologia dello Spirito Santo, ma non posso però sottrarmi da una bre= ve analisi esegetica delle parole del passo citato e di quelle del contesto. <= o:p>

I cristiani di Gerusalemme "cominciarono a parlare lingue straniere secondo che lo Spirito dava loro a ragionare", dopo che "furono riempiti", ma è= anche utile ricordare le sequenze rapidissime che si susseguirono nel giorno della Pentecoste: "Dal cielo&quo= t;, "un suono", "come di vento impetuoso che soffia= " che "riempì tutta la ca= sa". "Apparvero delle lingue sparti= te", "come di fuoco", &quo= t;sopra ciascuno di loro" e &qu= ot;tutti furono ripieni di Spirito Santo<= /i>" (Atti 2:2-3).

Se la Pentecoste viene accettata come modello, = come prototipo del battesimo nello Spirito, deve essere anche accettata come pun= to di riferimento per lo studio della glossolalia.

Il battesimo non è solo conoscere lo Spirito, realizzare una azione dello Spirito, ricevere un’effusione di Spirito, ma è "essere riempiti dello Spirito" (Atti 2:4).

Il battesimo è realizzare la forza impet= uosa del vento, la luce risplendente ed il calore del fuoco, la saturazione della personalità compiuta dalla potenza dello Spirito. Il battesimo &egra= ve; luce, potenza, vita in una misura che qualifica per il servizio, che rende pronti per la lotta (Atti 1:8).

Soltanto in Atti 2 abbiamo la precisa descrizio= ne degli elementi che hanno caratterizzata la Pentecoste, ma non è ardi= to affermare che questa pagina della Scrittura ci è stata data per forn= irci il modello, la pietra di paragone, per poter sempre individuare un autentico battesimo nello Spirito. La Pentecoste individuale o collettiva deve giunge= re alla glossolalia attraverso il battesimo e deve manifestare il battesimo ne= lla successione di quelle precise realtà che possiamo esemplificare o figurare nel vento, nel fuoco…nella pienezza.


Giustamente ha fatto osservare il Tozer che la promessa espressa da Gesù in Atti= 1:8 "Voi riceverete potenza quando= lo Spirito Santo verrà su di voi", non si riferisce a due realtà separate "Spirit= o" e "Potenza", ma ad un= a sola realtà: "Spirito, che h= a in Se stesso e quindi conferisce Potenza". Non è possibile qui= ndi realizzare il battesimo nello Spirito, senza realizzare anche potenza o, co= me possiamo esprimerci tipologicamente, senza pres= enza del vento, del fuoco, della pienezza.

Che l’esperienza del battesimo sia sempre caratterizzata da un’evidenza sensibile è confermato in modo inequivocabile dal libro dei Fatti, dalle parole di Pietro: "…ha sparso quello che voi VEDETE ed UDI= TE…" (Atti 2:33), agli altri versi: "…VEDENDO che per l’imposizione delle mani degli apostoli, lo Spirito Santo era dato…" (Atti 8:18); "…li UDIVANO parlare lingue e magnificare Dio" (Atti 10:46);= "…lo Spirito Santo venne sopra loro e parlavano lingue strane e profetizzavano…" (Atti 19:6).

Che questa "evidenza" ci proponga il tema della glossolalia mi sembra fuori dubbio come fuori dubbio mi sembra che il tema della "glossolalia" non possa mai es= sere dissociato da quello del battesimo nello Spirito. Soltanto la pienezza del battesimo produce la immediata e quasi irrefrenabile manifestazione carisma= tica delle lingue.

Non voglio affermare, sia ben chiaro, che il credente non possa realizzare e quindi esercitare alcuni doni spirituali an= che prima e senza il battesimo nello Spirito (Luca 10:27), ma voglio soltanto precisare che il "battesimo" è reso evidente "immedi= atamente" perché non può non essere accompagnato da una esuberante manifestazione carismatica. Anzi voglio far notare, perché sembra che molti l’abbiano dimenticato, che "quei discepoli che sembravano ebbri…" (Atti 2:13), "ragionavano le cose grandi di Dio…" Atti 2:11

"magnificavano Dio<= /span>…" (Atti 10:46), voglio far notare, ripeto, che l’evidenza del battesimo= non è data soltanto dalla glossolalia, ma dalla glossolalia unita, potenziata da un fiume di gloria che sgorga da un credente realmente inebri= ato dallo Spirito.

Il "battesimo" non è l’esperienza di un’ora e tanto meno una manifestaz= ione fredda, priva di emotività e la glossolalia non è, non pu&ogr= ave; essere, un fenomeno arido che lascia il credente quasi indifferente. Questo dono dello Spirito, proprio perché si esprime fuori dalla ragione e quindi della partecipazione intellettuale del credente, è il pi&ugra= ve; qualificato


per suscitare profonde emozioni tanto in colui = che lo esperimenta e lo esercita, tanto in coloro che lo partecipano dall’esterno.

Ma forse per ora non è tanto importante delineare le caratteristiche formali e sostanziali del "dono delle lingue", quanto insistere sulla perfetta biblicità del fenomeno. Annunciato velatame= nte nell’Antico Testamento, appare nel Vangelo e viene promesso come manifestazione carismatica e come segno distintivo della chiesa. La chiesa degli Atti, dalla Pentecoste in poi, realizza il dono divino e lo esercita = come normale manifestazione della vita cristiana.

L’Apostolo Paolo nella prima epistola ai Corinzi, che è anche l’unica ad affrontare esaurientemente il soggetto del "culto comunitari= o", non soltanto ci fa sapere che il "dono delle lingue" è presente ed attivo nella chiesa, ma ci forn= isce anche tutte le delucidazioni necessarie a chiarire la "dottrina" della glossolalia, = come particolare di quella più vasta della vita carismatica della chiesa.=

Che il fenomeno non sia tramontato assieme alla chiesa apostolica è ampiamente provato dalla storia e specialmente d= alla "storia dell’altra chies= a" come uno scrittore ha amato definire la catena ininterrotta di quei movimen= ti di risveglio che hanno regolarmente fatto rivivere nel proprio seno, assieme alle più evidenti manifestazioni della "grazia", i doni spirituali congiunti o derivanti da questa= .

Nella nostra generazione poi il problema &egrav= e; di scottante attualità perché riproposto prima dal movimento definito "pentecostale&quo= t; e quindi ribadito con vivacità, ma forse anche con imprecisione, dai t= anti movimenti generalmente censiti sotto il nome di "neo-pentecostali" o quello più ambizioso di "carismatici". E’ proprio perché di attualità desidero esprimere il mio pensiero su que= sto appassionante problema; sono certo che specialmente per coloro che si affacciano ora sul vasto orizzonte delle esperienze pentecostali sarà gradito ascoltare un’opinione che possa aiutare a superare perplessità o incertezze.

Non credo che ci sia presunzione in questa dichiarazione che vuol dare soltanto risalto al valore di un’esperien= za vissuta nel seno di un movimento che ha cercato e cerca di esaltare il valo= re della vita carismatica.


 

VALORE DELLA GLOSSOLALIA =

L’Apostolo Paolo ringraziava Dio perché aveva ricevuto e possedeva il dono delle lingue (2 Corinzi 14:18), eppure molti studiosi moderni continuano ad affermare che egli giudicava la "glossolalia&= quot; un dono inferiore e ne scoraggiava l’esercizio.

Sembra strano che il grande servo di Gesù Cristo possa con tanto calore ringraziare Dio per un dono che poi giudica p= rivo di valore e che consiglia addirittura di accantonare.

L’equivoco e l’incoerenza non sono = in Paolo, ma nei suoi interpreti che analizzano alcune parole contenute nella prima epistola ai Corinzi partendo da posizioni chiaramente preconcette. L’errore esegetico è determinato particolarmente da due elemen= ti:

·     Dimenticare che Paolo risponde ai credenti di Corinto che hanno formulato precise doman= de poste in relazione ad alcune particolari situazioni locali.

·     Fermarsi sopra alcune parole dell’Apostolo e citarle a sostegno delle proprie tesi, scardinandole dal contesto fino al punto di interrompere una frase proprio là dove dovrebbe essere completata per chiarire il pensiero = di Paolo.

L’Apostolo nel trattare il problema della vita carismatica è costretto a riferirsi ad una situazione locale particolarissima; appare chiaro che nella chiesa di Corinto l’eserciz= io dei doni dello Spirito veniva praticata fuori e in opposizione a quei princ= ipi di discernimento e di ordine (1 Corinzi 12:3; 14:23; 14:40) che sono essenz= iali per l’edificazione della chiesa; i credenti di quella comunità amavano la libera espansione delle loro emozioni e le più esuberanti= e "spettacolari" forme = di comunione e di culto e si abbandonavano di conseguenza alle più incontrollate manifestazioni carismatiche.

La glossolalia che per le sue caratteristiche intrinseche sfugge più facilmente ad un controllo e che in misura accentuata offre uno stimolo emozionale sembra esser stata preferita dai Corinzi ed esercitata in misura così ampia da togliere spazio non so= lo agli altri carismi dello Spirito, ma anche specificatamente al dono d’interpretazione che rappresenta l’elemento integrativo delle "lingue". Le riunioni= di culto nella comunità, perduto il controllo e l’ordine, avevano finito anche col perdere ogni carattere edificativo ed evangelistico e si erano svuotati di tutti gli elementi indispensabili p= er essere autentica offerta a Dio.

Paolo interviene per ricordare:


·     Che nella chiesa "tutti" = i doni sono stati dati dallo Spirito e "tutti" devono essere esercitati nello Spirito (1 Corinzi 12:11).

·     Che i "doni" hanno uno sc= opo edificativi ed evangelistico e non devono essere esercitati per soddisfare aspirazioni umane o per provare sensazioni od emozioni (1 Corinzi 14:37). <= o:p>

·     Che l’esercizio dei doni deve essere disciplinato da un principio d’= ;ordine che è "opportunit&agrav= e;", "avvicendamento", &qu= ot;equilibrio" (1 Corinzi 14:31-= 33).

·     Che tutti i credenti devono sentirsi impegnati nella celebrazione del culto, ma tutti devono essere sottoposti alla guida dello Spirito (1 Corinzi 14:26). =

Egli si dilunga in modo particolare a parlare d= el "dono delle lingue" a= ppunto perché è quello al quale è stato consentito di invader= e il campo ove doveva fiorire la vita carismatica; l’Apostolo non ordina di sopprimere, ma di ridurre alle misure volute dallo Spirito l’esercizio della glossolalia.

Le lingue non devono togliere lo spazio alla profezia, alla sapienza, alla scienza o agli altri doni spirituali, ma devo= no essere soltanto una parte di quella "vita" che deve essere manifestata dalla chiesa, corpo di Cristo (1 Corinzi 12:27)= .

Come nel "corpo" ci sono molte membra, diverse l’una dall’altra, così nel= la chiesa devono esserci e manifestarsi funzioni che possano integrarsi vicendevolmente nella loro varietà; tutte contribuiscono all’edificazione se esercitate non in opposizione o in concorrenza, m= a in armonia con i principi generali dell’ordine.

Per questi motivi, infatti, Paolo conclude: - "Così dunque, fratelli miei, appetite come a gara il profetizza= re e non vietate il parlar in linguaggi…" (1 Corinzi 14:39).

Queste parole sembrano quasi dettate dalla preoccupazione di un possibile equivoco; quello che poteva nascere proprio = dal fatto che l’Apostolo era stato costretto a soffermarsi a lungo sull’argomento della glossolalia per squalificare il metodo incomposto seguito dai credenti di Corinto. Non voglio "sopprimere" le lingue, sembra concludere Paolo, anzi non ostacolatene l’esercizio, ma vi esorto però a non farne l’elemento esclusivo della vostra vita carismatica e, soprattutto, vi raccomando di armonizzarle con l’interpretazione e alternarle con la profezia che avete respinta fuori dalle vostre riunioni. =

Vengo al secondo punto ricordato che è p= oi quello maggiormente ricorrente come termine di controversia, cioè all’interpretazione del passo 1 Corinzi 14:5. Le parole sottolineate dagli esegeti che cercano di dimostrare la inutilità della glossolal= ia sono: "…è maggior= e chi profetizza che chi parla in linguaggi...". L’Apostolo, dicon= o, compie un confronto qualitativo ed enuncia una valutazione: c’è= ; un dono che è più importante ed un altro che ovviamente è meno importante; quindi cerchiamo il primo e trascuriamo il secondo. <= /o:p>

Si può subito osservare che prima di que= ste parole, Paolo ha scritto: "Or = io voglio che tutti parliate linguaggi…".

Linguaggi come già detto che i credenti = di Corinto già parlavano in misura esuberante ed incontrollata. Si può anche osservare che anche stabilito un principio di differenziaz= ione qualitativa, questo principio non provoca l’eliminazione di ciò che è minore, a totale beneficio di ciò che è maggiore= , ma non è su queste osservazioni che voglio richiamare l’attenzione del lettore, ma proprio sulle parole di Paolo: …maggiore è chi profetizza che chi parla linguaggi, SE NON CHE EGLI INTERPRETI, ACCIOCCHE’ LA CHIESA NE RICEVA EDIFICAZIONE.

L’Apostolo è di una chiarezza assoluta: Se la "glossolalia" è esercitata disordinatamente, come appunto fra i credenti di Corint= o, cioè collettivamente, senza essere seguita da interpretazione, perde quella sostanzialità edificativi che deve avere e diviene inferiore = alla profezia ed anche ad ogni altro carisma, ma SE è seguita dall’interpretazione e riceve quindi la giusta collocazione nella vita spirituale della chiesa, riacquista interamente il proprio valore che &egra= ve; poi lo stesso valore di "ogni<= /i>" dono dello Spirito.

E’ impossibile compiere una classificazio= ne dei "doni" perch&eacu= te; la loro validità è in relazione alle esigenze spirituali della chiesa e all’opera del ministero cristiano e se è vero che qua= lche volta l’esorcismo (Atti 16:18) deve essere il primo posto è altrettanto vero che questo deve essere dato in altra occasione alla taumaturgia (Atti 14:10) o alla profezia (Atti 21:11) o a qualsiasi altra qualificazione carismatica.

Nelle riunioni di culto, nel senso strettissimo= del termine, devono esserci e devono alternarsi: salmo, linguaggi, rivelazione, interpretazione, profezia…(1 Corinzi 14:26-29) e tutte queste compone= nti devono essere considerate ugualmente valide e complementari per l’off= erta di un culto a Dio e per l’edificazione della chiesa. Questo passo del= la Scrittura risponde ad un’altra osservazione negativa fatta da alcuni = che, per squalificare la "glossolal= ia", fanno notare che nel catalogo paolino questa, i= nsieme all’interpretazione, è collocata all’ultimo posto. =

La tesi è di una fragilità che ra= senta la puerilità e viene subito demolita dal verso ora citato e che pone= la glossolalia esattamente al centro delle manifestazioni carismatiche ricorda= te e trasferisce addirittura la profezia all’ultimo posto. D’altronde nell’elencare realtà di uguale valore cosa si può fare = per non collocarne uno all’ultimo posto? Ma che la cronologia letteraria = non abbia sempre il carattere di discriminazione è affermato da un altro passo della epistola ai Corinzi: "Tre cose durano al presente: fede, speranza e carità…ma la maggior= e di esse è la carità" (1 Corinzi 13:13).

Sì! Proprio quella che si trova collocata all’ultimo posto.

No, Paolo non vuole svuotare del proprio valore= il dono delle lingue perché per lui: "è dato dallo Spirito per ciò che è utile ed opportuno…" (1 Corinzi 12:7). Permette di parlare con Dio e ragionare misteri in Spirito (1 Corinzi 14:2). La glossolalia edifica il credente…(1 Corinzi 14:4), edifica la chiesa quando ha il suo naturale complemento (1 Corinzi 14:5).

La glossolalia è nel credente spirito di preghiera, fonte di gioia, impulso di esaltazione; è un "segno" che accompagna la chie= sa nel ministerio evangelistico. L’Apostolo è felice di possedere, in misura copiosa questo carisma e vuole che la chiesa non soltanto realizzi il dono, ma lo eserciti regolarmente, e chiede soltanto che non sia trasformat= o in un mezzo per esaltare emozioni disordinate che finiscono sempre per soffoca= re la vita ordinata della comunità e quindi anche l’armonico ed equilibrato uso dei doni spirituali largiti da Dio.

In conclusione, l’Apostolo non vuole sbia= dire ma mettere a fuoco per esaltare il dono delle lingue che egli possiede e che desidera per la chiesa a condizione, naturalmente, che questa lo sappia e voglia usare in sottomissione all’ordine dello Spirito.


 

LA GLOSSOLALIA PER IL CREDENTE E PER LA CHIESA

Il dono delle lingue, non ha soltanto una finalità edificativi per la chiesa, o uno scopo evangelistico per il= non credente, ma anche una alta funzione nutritiva per il cristiano che lo poss= iede e che quindi può esercitarlo nell’ambito della propria vita devozionale privata. Per questo motivo Paolo rendeva = grazie a Dio per il possesso del prezioso carisma e per questo stesso motivo crede= nti e ministri, nel corso della storia cristiana, fino ai giorni nostri, hanno = reso testimonianza della gioia realizzata nell’esercizio della glossolalia= .

"P= arlare in altre lingue" mentre tutta la vita si eleva, a mezzo dell’adorazione e della preghiera, procura una dolcissima sensazione = che non rimane "fine a se stessa", ma arricchisce interiormente la personalità del credente. L’Apostolo Paolo espone didatticamente le ragioni profonde che stabiliscono il rapporto "glossolalia–benedizione", ed io desidero soffermarmi brevemente su queste ragioni perché l’esame, anche rapido, permette di riconoscere il valore di questo dono che molti cercano = di squalificare.

Chi parla linguaggi non parla agli uomini, ma a Dio… (1 Corinzi 14:2).

Spero che nessuno voglia mettere in dubbio la preziosità del dialogo con Dio; parlare a Dio o parlare con Dio vuol dire sempre raggiungere un livello che ci distanzia dalle circostanze e dal= le cose che vogliono assorbirci e ci permette anche di estraniarci alle nostre debolezze naturali; è il bramato incontro col Padre nelle sfere cele= sti che ci sono state schiuse in Cristo.

L’esperienza ricordata da Paolo non ha nu= lla in comune con la preghiera meccanica, fredda, distaccata che può ess= ere esercitata sul binario di una liturgia stereotipata e che non produce nessun effetto spirituale nella personalità del credente.

Il "glossolalo" che parla a Dio realizza sensibilmente = la presenza di Dio ed è saturato, si può dire, tanto dall’atmosfera di gloria che lo circonda, quanto dalla potenza celeste che sgorga, attraverso le sue labbra, dal suo cuore.

"N= essuno l’intende" ed egli stesso non comprende il significato del s= uo discorso, quindi la sua mente rimane estranea ed infruttuosa, eppure egli proferisce misteri nello Spirito. Una cosa è posta in evidenza: il <= span class=3DSpellE>glossolalo esprime un "discorso" celeste e questo discorso è volto a Dio, quindi stabilisce un rapporto reale, concreto, intimo con il cielo e tutto questo non soltanto appare chiaro dalla dichiarazione di Paolo, ma anche dall’esperienza che il credente realizza nell’esercizio persona= le e privato del dono.

La mente rimane infruttuosa, ma la vita interio= re viene ugualmente benedetta e da questa benedizione alla fine viene esaltata anche la mente. Ogni incontro con Dio eleva e perfeziona l’esperienza= del credente e quindi anche l’incontro al quale non partecipa la ragione,= si conclude con un processo edificativi che investe la intera personalit&agrav= e; e, ovviamente, illumina anche la mente.

D’altronde, l’esperienza ci insegna= che anche indipendentemente dalla glossolalia incontri con Di, nelle sfere cele= sti, ci conducono ad un colloquio che non è di parole; avvertiamo distintamente l’incapacità ad esprimere, con la nostra lingua,= col nostro vocabolario, certi sentimenti spirituali che vorremmo tradurre in discorso ed allora preferiamo parlare con i "palpiti del cuore" e col "calore dell’anima" cioè col linguaggio del sentimento che non è linguaggio razionale o che non è sempre linguaggio razionale.

Parlare con la stessa lingua dello Spirito, anc= he quando questa è incomprensibile, vuol dire realizzare in un modo pi&= ugrave; profondo quel rapporto che permette al credente di aprirsi a Dio, elevarsi a Dio, abbandonarsi a Dio; non sono le parole, gli argomenti che edificano, m= a il conseguimento di una comunione che è nello stesso tempo "comunicazione" e "mettere cose in comune" e qui= ndi rende l’esperienza dolce e benefica.

Ma la glossolalia oltre ad essere discorso gene= rico è anche Orazione nello Spirito (1 Corinzi 14:14). =

L’Apostolo Paolo afferma, nell’Epis= tola ai Romani che "noi non sappiamo pregare come si conviene…" (Romani 8:26) e perciò lo Spirito "interviene" = per noi con "sospiri ineffabili". I sospiri diventano espressione, discorso e questi sospiri, vogliamo ricord= are, procedono dallo Spirito; non possiamo quindi sorprenderci se l’interv= ento dello Spirito invece di concludersi semplicemente con i sospiri si manifesta attraverso la glossolalia.

Chi ha esperimentato il dono delle lingue, esercitato in funzione di orazione, sa bene e può rendere testimonia= nza che si sente veramente un "ora= nte" nella profonda consapevolezza che anche la sua intercessione a Dio, per sé e per altri, è preghiera efficace (Giacomo5:16).

Non deve sembrare strano che si possa pregare c= on parole che, in quanto sconosciute ed incomprensibili, escludono la nostra m= ente dall’intercessione; la preghiera è assolutamente esercizio di fede, manifestazione di amore e tutti sappiamo molto bene che queste virtù non nascono dalla mente ed anzi qualche volta esistono e si esprimono in opposizione ad ogni speculazione razionale. Noi non sappiamo sempre che cosa dobbiamo chiedere, ma sappiamo che dobbiamo chiedere cose c= he siano accettevoli a Dio e quindi qualche volta,= nella comunione dello Spirito Santo, offriamo sull’altare fede ed amore e il Consolatore aggiunge le parole misteriose, come l’angelo aggiunge pro= fumi alle orazioni di tutti i santi (Apocalisse 8:3).

Giovanni, nel passo ricordato, ci dice che il "fumo dei profumi" salì dalla mano dell’angelo nel cospetto di Dio.

Anche qui non sono le parole, le frasi ben comp= oste che ascendono al cielo, ma è il profumo stesso, che l’angelo ha sparso generosamente sopra le orazioni; sembra proprio che la Scrittura vog= lia ricordarci che Dio gradisce l’offerta provveduta da Lui e che deve trovare soltanto vasi preparati per riceverla e per renderla (1 Corinzi 29:= 14). La nostra partecipazione si deve realizzare nei limiti e nei modi voluti da= llo Spirito.  

E’ stato detto che l’orazione in li= ngue è qualche volta necessaria affinché preghiamo per esigenze a = noi sconosciute; non possiamo pregare razionalmente quando Dio stesso ci vuole usare come strumenti d’intercessione a favore di credenti, ministri o missioni di cui forse ignoriamo l’esistenza. L’ipotesi è molto interessante, ma andrebbe sviluppata nella direzione di un approfondimento dell’essenza della preghiera e questo ci porterebbe troppo lontano dal soggetto immediato di questo scritto. =

La stessa cosa si può dire a riguardo dell’ipotesi espressa da un noto revivalista inglese che affermava, forse troppo categoricamente, che lo Spirito ci fa pregare sovente in lingue per impedire al diavolo di comprendere e quindi di ostacolare le nostre richieste (Daniele 10:12,13). Le "lingue" in questo caso diventerebbero una specie di "= codice" per neutralizzare le azioni del nemico.

Non affronto i due argomenti perché, come detto, richiederebbero uno sviluppo ed una dilatazione dell’argomento fuori dello schema che mi sono proposto, ma non posso non osservare che l’uno e l’altro suscitano perplessità e quindi devono es= sere ricordati soltanto per incoraggiare quanti sono interessati a considerare il problema sotto tutti gli aspetti.

Fuori dalle "ipotesi" rimane la realtà, ampiamente esperimentata= , di una vera, profonda comunione con Dio realizzata e sempre realizzabile in preghiera nell’esercizio del dono delle lingue. Quante volte il crede= nte nella propria vita devozionale, inizia una conversazione con Dio o una preghiera a Dio con le proprie parole e poi penetrando sempre più profondamente nello spirito dell’orazion= e si accorge che le parole si sono esaurite o sono diventate inutili e vengono sostituite dai sospiri ineffabili; dai sospiri ineffabili alle "lingue" il passaggio è facile e frequente ed il credente,= in tal caso, non si chiede qual è il significato delle parole che sgorg= ano dalle sue labbra perché "sente" che esse sono "sonorizzazione<= /i>" dei suoi più intimi sentimenti, sono la preghiera del cuore.

La glossolalia, discorso, preghiera può essere ed è nell’esperienza spirituale!

Lode a Dio (2 Corinzi 14:15,16)

Credo che non sia difficile comprendere che per lodare Dio non siano sempre necessarie parole intelligibili; possiamo lodarLo con la musica, come la natura Lo loda con il = canto degli uccelli o con lo stormir delle foglie. Se questo è vero, e nes= suno può metterlo in dubbio, ne consegue che lodare Dio, per impulso dello Spirito Santo significa raggiungere un livello certamente più elevat= o di quello che si raggiunge accettando semplicemente dei suggerimenti liturgici= o seguendo il binario della nostra ragione, o le note del pentagramma. <= /o:p>

Sottolineare in senso negativo che il "glossolalo" non sa quali espressioni di lode usa per magnificare Dio, significa avere u= na concezione soltanto formale del culto spirituale che specialmente quando è individuale deve essere esercitato per esprimere quanto di pi&ugra= ve; profondo, di più intimo si vuole offrire a Dio. Le parole, la ragion= e, come ripetutamente detto, non sono sempre i mezzi più idonei per raggiungere questo risultato che invece può essere pienamente conseg= uito quando un fenomeno carismatico, come quello della glossolalia, sembra porta= re in superficie e far traboccare i tesori più preziosi dell’anima per poterli "spandere"= ; in offerta d’amore sull’altare della fede.

L’esperienza mi ha insegnato che quelle parole oscure, quelle frasi misteriose acquistano un significato non alla mente, ma al cuore; esse interpretano fedelmente quello stato interiore che= si vuole esprimere, gli danno un suono, una melodia.

Fin qui mi sono limitato a scrivere relativamen= te all’azione edificativi della glossolalia nell’esperienza person= ale e privata del credente, ma non ho voluto, seguendo questo schema, svuotare questo dono prezioso del suo valore edificativi per la comunità. La "glossolalia" fa part= e di pieno diritto e a parità di valore con gli altri del catalogo carismatico che elenca i nove doni dati dallo Spirito alla "chiesa" e se è vero che rappresenta una benedizione nella vita privata dell’individuo è altrettanto vero che può essere definita una ricchezza per la comunità.

L’Apostolo Paolo raccomanda di non ostaco= lare coloro che parlano in lingue (1 Corinzi 14:39); ricorda che nelle riunioni = di culto devono esserci dottori, profeti e glossolali (1 Corinzi 14:26). Per quanto riguarda la disciplina cultuale esorta a "far parlare due o tre profeti̷= 0;" e nella medesima maniera a far "parlare due o tre glossolali…" (1 Corinz= i 14:27-29).

Questi riferimenti biblici sono estremamente ch= iari e fanno luce su una pagina della storia del cristianesimo, quella che tratta della vita carismatica nell’età apostolica. Non è vero, come affermano certi critici superficiali e frettolosi che il miracolo delle lingue si è compiuto eccezionalmente nel giorni della Pentecoste per capovolgere gli effetti di Babilonia (Genesi 11:7; Atti 2:8) anzi esso si è inserito nella vita spirituale della chiesa come componente integr= ale ed integrativa della vita carismatica (1 Corinzi 12:10). =

Come ai giorni apostolici, il dono delle lingue può e deve essere disciplinatamente esercitato nella chiesa cristiana odierna. Per "disciplina&q= uot; dobbiamo intendere quella sottomissione alla guida divina che si manifesta nell’ordine e nell’equilibrio di una sana e veramente edificativa vita carismatica.

Il primo principio di ordine nell’uso del dono delle lingue è di carattere quantitativo: "parlino due o tre al più&qu= ot;; il secondo di carattere cronologico: "uno dopo l’altro" ed il terzo di carattere integrativo: "…ed uno interpreti&= quot;.

Queste norme non hanno bisogno di molte spiegazioni, la glossolalia non deve monopolizzare la riunione di culto, ma deve essere soltanto una parte proporzionata di questo; specialmente per i credenti di Corinto che si erano quasi totalmente donati all’uso spettacolare e disordinato di questo carisma il richiamo all’ordine rappresentava l’esortazione a considerare e risolvere il problema ent= ro le linee di una vita spirituale armonica e benefica.

Forse il medesimo richiamo è valido oggi= per certi movimenti carismatici che fanno della glossolalia l’unico eleme= nto d’espressione nelle loro riunioni di culto. E’ comprensibile co= me ai nostri giorni il dono delle lingue possa esercitare un’attrazione = come la esercitava nella chiesa di Corinto, e rappresentare un mezzo per far esplodere le emozioni dei credenti; ma, ovviamente, come ieri Paolo cos&igr= ave; oggi, per la medesima parola, dobbiamo dichiarare esplicitamente che tutto ciò è fuori ed in conflitto con l’ordine stabilito da D= io.


Il messaggio in lingue deve essere chiaro nella dizione ed espresso in un’atmosfera di riverenza e di attenzione assoluta: "uno dopo l’al= tro" esclude che si possano dare due messaggi contemporaneamente od un messaggio= che si confonda e si perda in mezzo al parlare di tutti. Il controllo delle pro= prie emozioni dovrebbe essere un principio generale e costante ed almeno dovrebbe avere una rigida attuazione nel momento che un carisma si manifesta in una = riunione di culto; il "messaggio&qu= ot; non deve essere soffocato, disturbato o anche soltanto mescolato a voci e rumori che potrebbero turbare quell’equil= ibrio spirituale che è indispensabile per la realizzazione degli effetti d= ella vita carismatica,che è e deve essere sempre vita di edificazione reciproca, quindi benedizione collettiva.

L’attività del "glossolalo" deve essere, sempre, e anche questo è un principio di ordine, sincronizzata con quella dell’"interprete" e quindi, se l’interprete manca, deve essere sospesa sia pure in atte= sa che sia suscitata dallo Spirito l’indispensabile attività complementare. Ovviamente il credente e la comunità possono chiedere= a Dio la manifestazione del dono necessario, cioè quello dell’in= terpretazione (1 Corinzi 14:13).

Superati questi aspetti formali del soggetto, p= osso entrare nel merito della questione: la glossolalia come mezzo di edificazio= ne della comunità (1 Corinzi 14:5).

Il parallelo stabilito da Paolo: "…se non che egli interpreti acciocch&ea= cute; la chiesa ne riceva edificazione…" autorizza una logica conclusione e cioè che la "glossolalia" integrata dall’interpretazione, esprime un messaggio che può essere assomigliato alla profezia e come la profezia può svolgere una funzione didattica.

Quando esprime un messaggio che s’indiriz= za agli in convertiti, sempre che sia seguito dall’interpretazione (1 Co= rinzi 14:23), si trasforma oltre che per il suo contenuto sostanziale anche per il suo aspetto formale, in un segno chiaro, evidente della soprannaturalit&agr= ave; (1 Corinzi 14:22) del servizio cristiano; quando invece vuole essere ammaestramento alla chiesa, può "anche" essere, come sembra dirci Paolo, lode, ringraziamen= to, preghiera, e non soltanto queste.

Il messaggio in lingue "non è" un sermone come non lo è neanche la profezia; in una riunione di culto possono esserci due o tre "messaggi" con relativa interpretazione, due o tre profezie; se ognuno di questi messaggi fosse un sermone non basterebbe il tempo per predicarli tutti o non ci sarebbe spazio per l’esercizio di tutti gli altri doni e particolarmente per "rivelazione", "scienza", "dottrina" (1 Corinzi 14:6) op= pure: "insegnamento", "= ;esortazione" (Romani 12:7,8).=

Il profeta deve esercitare il proprio carisma in proporzione alla propria fede (Romani 12:6) e la stessa cosa si può = dire del glossolalo, ma in ambedue i casi questo lim= ite non può, non deve giungere all’usurpazione del tempo che deve rimanere a disposizione del ministero del pastore, del dottore o di coloro = che possono esortare o manifestare un altro qualsiasi dono spirituale. Quindi o= che s’indirizzi agli in convertiti o che parli ai credenti il messaggio in lingue deve essere espresso entro i limiti di un discorso conciso, rapido, puntualizzato probabilmente sopra un solo pensiero. Mi rendo perfettamente = conto che queste conclusioni esegetiche sono più il risultato di un metodo deduttivo che non di interpretazioni bibliche, ma voglio precisare che esse= si valgono, entro certi limiti, delle esperienze personali realizzate nell’ambito del movimento pentecostale che può essere consider= ato, secondo la definizione di un emerito studioso di storia del cristianesimo, = quel giovane movimento evangelico che ha saputo in questo secolo far rivivere nel proprio seno i carismi dello Spirito.

"P= arlino due o tre ed uno dopo l’altro…".  

Torno sull’inciso di Paolo per far osserv= are un’altra volta la relazione ed il parallelo che egli stabilisce con la profezia che deve essere esercitata per edificare, esortare, consolare (1 C= orinzi 14:3) e deve essere esercitata da tutti, affinché tutti imparino e t= utti siano consolati (1 Corinzi 14:31). La glossolalia "da sola" deve cedere il passo alla profezia, ma quando è esercitata ordinatamente assieme all’interprete, spoglia ogni aspetto di subordinazione e raggiunge, almeno così mi sembra la stessa funzione e gli stessi risultati della profezia; anzi, tenendo presente che sempre esiste ed esisterà nella chiesa una carica di emotività religiosa, la glossolalia per il suo particolare aspetto può talvolta suscitare reazioni positive ed ottenere adesioni ancora più profonde di quelle raccolte dalla profezia.

Ma perché non parlare direttamente in un linguaggio intelligibile?

A questa domanda posta da critici irriducibili = si può rispondere semplicemente che lo "Spirito" opera come vuole e non possiamo mai discutere o contestare la sovranità di Dio i cui metodi riflettono sempre la Sua assoluta sapienza, il Suo perfetto equilibrio, anche quando ci lasciano perplessi.

Invece di tentare una risposta ad una domanda c= he appare se non sacrilega almeno irriverente, voglio fermarmi a considerare alcune manifestazioni della "g= lossolalia" nel contesto delle normali riunioni di culto; manifestazioni che suscitano spesso una serie di interrogativi quali non pretendo dare una risposta definitiva, ma che desidero prendere in considerazione almeno per iniziare quello che in seguito potrà essere un dialogo.


Gli scarni insegnamenti della Scrittura non affrontano in modo diretto ed esauriente il fenomeno carismatico nella molteplicità delle sue manifestazioni, ma l’esperienza pone tu= tti, ma specialmente coloro che hanno possibilità di spaziare oltre i con= fini di una singola comunità, davanti a caratteristiche così varie= e così diverse da non poter fare a meno di cercare spiegazioni che chi= ariscano e concilino la mutevole manifestazione del dono delle lingue.

Possiamo forse attribuire la laconicità della Parola di Dio proprio al proposito di suggerire l’interpretazio= ne della vita carismatica della chiesa non entro schemi ristretti e repressivi= , ma entro i confini spaziosi della libertà dello Spirito.

Ma veniamo ai casi pratici: <= /p>

·     Frequentemente il messaggio in lingue è un discorso caldo, sonoro, di pochi minuti = che viene seguito a breve distanza di tempo dall’interpretazione espressa= da un credente diverso, qualche volta invece l’interpretazione del messa= ggio viene data dallo stesso glossolalo, quasi a continuazione del discorso in lingue.

·     Non è raro il caso, inoltre, che ad un messaggio di una determinata lunghezza faccia riscontro il discorso interpretativo di lunghezza notevolm= ente più breve o notevolmente più lunga.

·     Qualche volta fra il glossolalo e l’interprete si stabilisce una specie di dialogo ed il messaggio in lingue viene espresso ed interpretato frase per frase.

·     Ma quello che suscita maggiormente perplessità nelle comunità è l’assenza dell’interprete, quando invece è pres= ente ed attivo il glossolalo; si ode un discorso in lingue, nitido, conclusivo, ma l’attesa non viene interrotta da quella che dovrebbe essere la voce dell’interprete.

Potrei anche continuare perché la casist= ica si presenta particolarmente ricca, ma fermiamoci a considerare le manifestazioni ricordate e che sono, d’altronde, le più freque= nti nelle chiese pentecostali dei nostri giorni. Non c’è molto da = dire sul primo caso perché si presenta sotto il profilo del più classico ed ortodosso esercizio del carisma: il glosso= lalo esprime il proprio messaggio ed un altro lo segue dandone l’interpretazione in lingua intelligibile; anche l’interpretazi= one resa dallo stesso glossolalo può essere considerata perfettamente biblica alla luce delle parole di Paolo in 1 Cori= nzi 14:5.

Sul secondo caso, invece, si possono dire molte cose che si muovono entro i limiti dell’esperienza, delle congetture e dei confronti biblici.

Prima di tutto si può ricordare che le capacità espressive di una lingua non possono mai essere misurate col metro di altra lingua; "anche<= /i>" fra lingue umane quello che può essere detto con poche altre parole o addirittura con una concisa "e= spressione idiomatica" in una lingua, ha bisogno, probabilmente, di un lungo discorso in altra lingua; Daniele 5:25-28 è un esempio biblico di qu= esta affermazione.

Inoltre bisogna ricordare che l’interprete non è un"traduttore= " ma semplicemente uno strumento che deve esprimere ed applicare un messaggio= la cui sostanza può essere concentrata in un discorso di lunghezza variabile.

Non si può escludere a priori che possa anche esserci il caso di assoluta mancanza di relazione fra le due cose perché una od ambedue, fuori della guida dello Spirito. <= /span>

Il discernimento spirituale, la diligenza di co= lui che presiede dovrebbe in questi casi riportare l’ordine nell’esercizio dei doni.

Ma un emerito studioso della materia, il defunt= o Donald Geè, ha pro= spettato anche un’altra ipotesi e cioè che il discorso intelligibile di lunghezza notevolmente diversa dal messaggio in lingue possa essere non l’interpretazione di questo, ma l’esercizio del dono della prof= ezia e in questo caso la glossolalia avrebbe avuto soltanto la funzione di "= ;eccitare" lo spirito del prof= eta. Questa ipotesi, come qualsiasi ipotesi, potrebbe essere posta in discussion= e se non altro per il fatto che sembra conferire alla glossolalia una funzione c= he la qualificherebbe e quindi ne autorizzerebbe l’esercizio anche in assenza dell’interprete.

Ma come si può sapere in anticipo, si chiedono molti, se nelle comunità è sempre presente un interprete?

Questa domanda apre la prospettiva ad un aspetto particolare del problema, cioè quello del possesso e dell’esercizio dei doni.

Se accettiamo il principio che i doni dello Spi= rito vengono ricevuti e quindi possono essere esercitati in forma "permanente", la soluzione del problema è estremamente semplice: la comunità "può conoscere" quali doni e a quali credenti sono stati largiti dallo Spir= ito e quindi può vivere la propria vita carismatica in rapporto alle ris= orse spirituali esistenti nella chiesa e in un certo senso inventariate dalla chiesa.

Non mancano versi dell’epistola ai Corinzi che sembrano sostenere questa tesi e credo che sia onesto ricordarli: =

"Q= uando voi vi radunate, avendo ciascuno di voi, chi salmo, chi dottrina, chi linguaggio, chi rivelazione, chi interpretazione…" (1 Corinz= i 14:26).


"T= utti hanno il dono delle potenti operazioni? Tutti i doni delle guarigioni? Parl= ano tutti diverse lingue? Sono tutti interpreti?…" (1 Corinzi 12= :30).

Di fronte a questi passi però ce ne sono altri che sembrano affermare la stessa tesi, generalmente accettata nel seno delle comunità pentecostali, dell’estemporaneità nell’esercizio del "dono= ". Secondo questa tesi, "tutti" nelle riunioni comunitarie possono esperimentare "tutti" i doni e cioè essere di volta in volta glossolalo, profeta, interprete…

In "potenza" ogni credente battezzato nello Spirito possiede tutti i doni, ma nelle riun= ioni di culto "ognuno" è sospinto dallo Spirito in armonia con = un programma che può variare di volta in volta nella disposizione delle manifestazioni e nelle persone guidate ad esercitare i doni. Questa tesi naturalmente compie una distinzione fra il "ministerio" che è sempre qualificazione a carattere permanente: apostolo, profeta, evangelista, pastore, dottore, e il "dono" che è invece qualificazione a carattere transitorio, per quanto riguarda l’attività carismatica della comunità.

Alcuni passi vengono citati per confortare la t= esi di un processo di avvicendamento nell’esercizio dei doni sono:

·     Appetite come a gara i doni migliori” (1 Corinzi 12:31)

·     “…appetite come a gara i doni spirituali= , ma principalmente che voi profetizziate” (1 Corinzi 14:1)

·     Così ancor voi poiché si= ete desiderosi di doni spirituali cercate di abbondare, per l’edificazione della chiesa” (1 Corinzi 14:2)

·     Se dunque, quando tutta la chiesa &egr= ave; radunata "tutti" par= lano linguaggi…” (1 Corinzi 14:23)

·     Poiché "tutti", ad uno ad uno, possiate profetizzare…= 221; (1 Corinzi 14:31).

Come già detto, questi ed altri passi sembrano affermare l’estemporaneità del culto cristiano e non soltanto in relazione ai fenomeni spirituali, ma anche alle persone. <= /o:p>

I credenti dovrebbero unirsi senza uno schema liturgico prestabilito, ma con una completa disponibilità tanto collettiva, quanto personale all’azione dello Spirito e quindi dovreb= bero essere pronti per essere mossi ed usati da Dio nel modo voluto da Lui.

In questo caso il possesso e l’uso del do= no è strettamente collegato alla riunione e colui che in una assemblea esprime un messaggio in lingue, può in altra assemblea essere interp= rete o profeta; tutti possono essere di volta in volta strumenti con caratterist= iche diverse.

Spero di essere abbastanza chiaro da far comprendere ai miei lettori che non cerco di dogmatizzare, ma di delineare onestamente il problema nei suoi due aspetti principali lasciando ad ognuno= di approfondire e tentare la via della soluzione del problema stesso. Tornando= al soggetto lasciato in sospeso, possiamo chiederci: Se i doni si manifestano = in maniera varia in ogni singola riunione e se ogni credente può, usato dallo Spirito, esercitare di volta in volta doni diversi, come si può sapere se si manifesterà il dono dell’interpretazione e come farà quindi il glossolalo a regolarsi se esercitare o non esercitare il proprio dono?

La risposta che viene data più comunemen= te è questa: se dopo un messaggio in lingue non segue l’interpretazione, non devono essere dati altri messaggi per la manif= esta assenza dell’interprete. Ma anche questa dichiarazione ha i suoi lati discutibili perché sembra ignorare le ipotesi di un "messaggio" che non è stato seguito da interpretazione semplicemente perché non procedeva dallo Spirito, oppure di una &quo= t;interpretazione" che non &egr= ave; stata data per carenza di fede e quindi di franchezza da parte dell’interprete.

Ma forse una risposta più precisa e più convincente ci viene da un’altra ipotesi che è ques= ta: E’ vero che i "doni&= quot; dello Spirito possono essere esercitati da tutti, è vero quindi che nella chiesa può esistere varietà e avvicendamento, ma &egrav= e; almeno probabile che questa varietà possa verificarsi non in relazio= ne ad ogni singola riunione, ma in rapporto a "periodi" più o meno lunghi di tempo. Il glossolalo potrà anche essere interprete, prof= eta o taumaturgo, ma conserverà almeno per un periodo una sua precisa fisionomia carismatica e quindi presentarsi alla chiesa con una chiara personalità che consenta anticipatamente di conoscere quali sono le risorse spirituali della comunità, ma in tal caso la varietà = si armonizza con la libertà e la volontà dello Spirito, ma non è strettamente collegata con ogni singola riunione, e se questa si svolge, ogni volta, senza uno schema liturgico anticipatamente programmato,= ha però una precisa risorsa di doni già conosciuti (1 Corinzi 14= :26).

Se questa ipotesi è ugualmente discutibi= le è però in misura notevole confermata dall’esperienza comunitaria; credo che tutti abbiamo notato che "dono delle lingue" o "profezia" o altri doni vengono generalmente esercitati da quei fedeli che ripetutamen= te manifestano lo specifico carisma, almeno fino a tanto che non si compie un processo di avvicendamento col sorgere di altri profeti, glossolali, interpreti.

Ho già risposto al quesito: Può i= l glossolalo dare personalmente l’interpretazione= ? Ma ripeto: L’esercizio carismatico in perfetto equilibrio prevede un interprete diverso dal glossolalo (1 Corinzi 14= :27), ma la Scrittura non esclude il possesso e l’uso contemporaneo dei due doni (1 Corinzi 14:5,13); quando esiste questa condizione, il messaggio in lingue può essere espresso in piena libertà da chi sente di essere anche interprete.

L’altro quesito: Può il messaggio essere espresso in periodi intercalati dall’interpretazione e quindi sembrare più in dialogo che un discorso?

Devo confessare che non riesco a trovare nella Scrittura una risposta esplicita a questa domanda che d’altronde si riferisce a casi infrequenti e che rappresentano perciò rarissime eccezioni. Oso dire che questa eventualità può essere accetta= ta come viene accettata "ogni= " eccezione e naturalmente va vagliata come si deve "vagliare" ogni manifestazione spirituale (1 Corinzi 14:29).

Ritorna quindi l’argomento relativo all’esigenza del "discer= nimento" e della più illuminata diligenza della presidenza (Romani 12:8), dell’ortodossia di certi principi fondamentali (1 Corinzi 12:3) e soprattutto di una completa sensibilità di spirito dell’intera comunità.

Il "messaggio" autentico al pari della corrispondente interpretazione, deve essere riconosciuto dall’assemblea non soltanto per la biblicità o per l’ortodossia del discorso, ma anche per l’inequivocabile essenza spirituale.

O esortazione, o riprensione, o incoraggiamento= , o appello, il messaggio deve avere in se stesso una potenza capace di raggiun= gere i cuori e riscaldarli o metterli in crisi. In parole più semplici e più pratiche, l’esercizio della glossolalia deve avere sempre = un risultato edificativo e non semplicemente un fi= ne emozionale che è quanto di più epidermico possa essere realiz= zato nella chiesa.

La conclusione ormai è stata anticipata:= il dono delle lingue è prezioso sia nella vita privata del credente, sia nella vita comunitaria dove può essere utile tanto per l’edificazione del popolo di Dio, quanto per l’evangelizzazione degli in convertiti.

E’ superfluo ripetere che questo prezioso dono non deve essere esercitato in maniera incontrollata per soddisfare esigenze emotive, ma ordinatamente, nella guida dello Spirito che nella radunanza lo vuole collegato con il dono dell’interpretazione e nel contesto di tutti gli altri doni spirituali, perché fare della "= ;glossolalia" l’esclusiva manifestazione della vita carismatica della chiesa significa non soltanto f= are del denominazionalismo puerile, ma anche privar= si delle ricchissime risorse dello Spirito Santo.


 

AUTENTICAZIONE DELLA GLOSSOLALIA

Personalmente ho realizzata l’esperienza = del battesimo nello Spirito con l’evidenza carismatica della glossolalia = in maniera veramente esuberante e posso aggiungere che tutti, indistintamente, coloro che ho veduto immersi nel battesimo pentecostale hanno parlato in &q= uot;lingue straniere", però voglio precisare che non tutti coloro che ho udito parlare lingue incomprensibili erano veramente battezzati nello Spirito. Quindi il battesi= mo manifesta le "lingue"= , ma non sempre le "lingue" derivano dal battesimo ed anzi devo aggiungere, con profondo rammarico, che negli anni più recenti si è accentuata la tendenza a ricercar= e le "lingue" piuttosto ch= e il battesimo nello Spirito.

Credo di aver detto abbastanza chiaramente che = la glossolalia deve essere realmente un fenomeno dello Spirito Santo per essere definito un carisma pentecostale e quindi bisogna essere assolutamente sicu= ri che non ci siano contraffazioni, imitazioni accettate troppo frettolosament= e e superficialmente come un "segn= o" del battesimo celeste.

Recentemente mi è stato riferito che un filologo canadese ha eseguito uno studio analitico sui fenomeni glossolologi delle comunità pentecostali ed ha concluso che quelle che si parlano non sono vere "lingue" perché assolutamente prive di una sintassi.=

Ovviamente si può rifiutare a priori il giudizio di questo grammatico e concludere che egli non è qualificat= o ad analizzare lingue soprannaturali che in quanto tali possono anche avere una sintassi parallela a quella delle lingue umane, ma non si può neanche escludere che l’emerito studioso sia rimasto disorientato dalle tante manifestazioni di "cacofonia" che sembrano abbondare in questi giorni in ogni circolo ove si vive o si di= ce di vivere una vita carismatica.

Se invece un discorso fluido, scorrevole, caria= to, si ode soltanto dizione meccanica di suoni ricorrenti, spesso duri, esplosi= vi; suoni che frequentemente sono identici e ripetuti da tutti i sedicenti glossolali, è naturale che uno studioso, e non= soltanto lui, rimanga perplesso di fronte all’incomprensibile e disordinato fenomeno.

Eppure oggi non soltanto nel mondo definito neo-pentecostale o carismatico, ma anche in quello del pentecostalismo classico, si tende a fare sempre meno distinzione fra l’autentico &qu= ot;dono delle lingue" e un quals= iasi fenomeno fonetico. Non dobbiamo quindi meravigliarci se s’incontrano folle di "carismatici"= ; che si autodefiniscono tali e che testimoniano di una pretesa esperienza pentecostale, ma che continuano a professare dottrine in conflitto con la Bibbia e ad esercitare pratiche esplicitamente condannate dal cristianesimo= , e questo è vero particolarmente fra i così detti neo-pentecosta= li.


 

Non dobbiamo neanche meravigliarci se esiste una generazione pentecostale, molto esuberante sotto il profilo liturgico, che ignora completamente la "poten= za" del battesimo nello Spirito e non realizza il frutto che dovrebbe caratterizzare la vita cristiana di quanti hanno esperimentato il fuoco, il vento, la saturazione dell’Alto Solaio.

Forse oggi molti ministri e molte comunit&agrav= e; sentono troppo interesse per le "statistiche", troppo desiderio di raggiungere e reclamizzare strepitosi risultati e quindi non si preoccupano eccessivamente di effettuare quel controllo spirituale c= he deve sempre e per ogni cosa evitare l’ingresso di elementi estranei n= ella vita del credente e della comunità.

Quest’appunto s’indirizza particolarmente a coloro che avanzano pretese dommatiche nella definizione di certi aspetti formali= della vita carismatica, ma perdono tropo spesso di vista i contenuti sostanziali della vita cristiana in generale e dell’esperienza pentecostale in particolare.

Non si può e non si deve ignorare che il fenomeno della "glossolalia" può essere suscitato anche da "spiriti" infernali, e quello più frequente della "cacofonia", può derivare facilmente da suggestione, emozione incontrollata, influenza psicologica, quando addirittura non &egra= ve; risultato di direttive impartite da ministri poco scrupolosi o poco illumin= ati.

Principio di quest’<= /span>ultima affermazione per precisare che più volte mi è stato riferito = che ci sono non pochi "revivalisti" che chiedono ai credenti raccolti in preghiera di dimenticare la propria li= ngua e ripetere, assieme a loro, le frasi misteriose che sono pronti ad insegnare per dare l’inizio al discorso in lingue e quindi per "produrre il segno" che possa testimoniare dell’esperienza del battesimo pentecostale. <= /span>

Naturalmente non soltanto io, ma ogni onesto credente rifiuta questo metodo che, oltre ad essere in aperto conflitto con= la Scrittura, sembra offendere ogni principio di serietà e di dignità cristiana.

Se il ministerio esercitato da coloro che ho ricordato rappresenta un’ombra nel movimento pentecostale, nulla di meglio emerge dall’attività di quanti cercano di sfruttare elementi psicologici e mi riferisco a quei predicatori che riescono a "= ;riscaldare l’ambiente" = e a suscitare le emozioni più violente senza entrare nelle vere sfere de= lla fede. Non poche volte durante le così dette "campagne di risveglio" o campeggi cristiani si registrano e quindi "reclamizzano", "battesimi pentecostali&qu= ot; che purtroppo però non apportano quasi mai un beneficio alle comunità o ai singoli credenti; anzi, nel maggior numero dei casi, l’esperienza si esaurisce nel corso di pochi giorni o addirittura di poche ore.

Quelle "lingue" non possono trarre in inganno una chiesa provvista di discernimento e quei "battesimi" non posso= no essere confermati in un sano ambiente pentecostale, ma coloro che accettano quelle lingue sono pronti anche ad accettare e difendere i "battesimi" senza accorgersi c= he il fenomeno è stato soltanto il risultato di una eccitazione che in qua= nto collettiva ha potuto addizionare o addirittura moltiplicare gli effetti conseguenti all’emozione provocata con abilità da quei predica= tori che riescono a far piangere, ridere o esultare toccando semplicemente le co= rde del sentimento umano cioè sfruttando il più semplice dei meto= di psicologici.

Voglio anche ammettere che in questa attività ministeriale non ci sia "malafede", ma l’am= missione non modifica il giudizio relativo ai risultati e può soltanto far concludere che tutto viene fatto e tutto viene conseguito a livello di una superficialità che dimentica, che vuol dimenticare, che le "realtà spirituali" sono realtà sacre e devono perciò essere realizzate con impegno on= esto e con sincerità responsabile.

Le falsificazioni della glossolalia si verifica= no e non infrequentemente, anche nella sfera della suggestione imitativa; ho già accennato a "suoni = ed esplosioni fonetiche" ricorrenti in gruppi di credenti, uniti anche formalmente nell’esperienza delle "lingue".

Vicini gli uni agli altri sono giunti a comunic= arsi vicendevolmente l’espressione delle proprie emozioni, attraverso la ripetizione incessante di quei suoni che alla fine sono riusciti a sostitui= rsi alle proprie parole. E’ un processo molto simile a quello che viene conosciuto col nome di "lavagg= io del cervello" e che non può assolutamente essere accettato come azione dello Spirito Santo.

Ancora una volta bisogna ripetere: E’ lo Spirito che "porta" le (vere) lingue e non sono le lingue che portano lo Spirito e dobbiamo perciò guardarci e difenderci dalla tentazione che può colpire tanto il ministro, quanto il credente e che induce ad avere a tutti i costi= e con tutti i metodi il "segno" delle lingue.

Cerchiamo il battesimo dello Spirito e quando questa esperienza sarà realizzata, le lingue, le vere lingue, verran= no spontaneamente perché saranno espresse dalla Persona divina che ha p= reso possesso del credente.

L’argomento delle imitazioni e delle falsificazioni non può essere chiuso senza ricordare che alla glossolalia celeste è anche contrapposta la glossolalia satanica; an= che il diavolo può suscitare un fenomeno che esteriormente può assomigliare al "dono" spirituale del quale parliamo. Ho ricordato in altra parte che un antico rituale nell’istruire gli esorcisti e nel fornire informazioni relati= ve al modo di riconoscere l’esistenza di una vera possessione demoniaca, cita fra i diversi "segni" quello di "una lingua straniera e misteriosa parlata dall’indemoniato se= nza che questi l’abbia studiata o la conosca".

Il rituale romano non ricorda che questa &egrav= e; soltanto un’ipotesi e quindi generalizzata, ma devo ammettere che nel dare queste indicazioni si riferisce ad una realtà che non può= ; e non deve essere ignorata. Benché devo respingere energicamente le conclusioni di alcuni autori moderni che per determinata ostilità nei confronti del movimento pentecostale, hanno fatto di "questa ipotesi&q= uot; la sola possibile nella spiegazione del fenomeno delle lingue, non posso escluderla dalle tante da prendersi in considerazione e non soltanto perché accetto la dichiarazione di Lutero: "satana cerca di essere la scimmia di Dio", ma perché l’esperienza personale mi ha confermato che l’inferno cerca introdursi nella chiesa attraverso il canale della vita carismatica e in mo= do particolare attraverso al falsificazione e le imitazioni della profezia, de= lla glossolalia e della taumaturgia.

Abbiamo quindi una ulteriore ipotesi delucidati= vi a riguardo del problema che ci turba in questi giorni, quello della macroscop= ica incoerenza esistente in certi circoli carismatici dove di fronte a presunti fenomeni spirituali, fanno riscontro aberrazioni dottrinali e morali assolutamente incompatibili con una autentica esperienza cristiana.

Se col "parlare in lingue" non si manifesta in maniera parallela l’evidente presenza dello Spirito che è "potenza" di conoscenza, di santità, di servizio, di amore, c’è ampia ragione di dubitare della genuinità del fenomeno e se poi assieme alla glossola= lia appare addirittura l’immoralità più sfrontata e l’eresia più provocatoria, non c’è da essere auda= ci nell’individuare nella manifestazione fonetica una sottile astuzia del diavolo.

Oggi, purtroppo, non sono molti i circoli crist= iani, comunità o associazioni, che avvertono il bisogno di "discernimento spirituale" per penetrare fino all’essenza della vita e dei fenomeni; sembra quasi ch= e si tema l’analisi che potrebbe mettere in evidenza l’esistenza di troppo "paglia e stoppia&q= uot; (1 Corinzi 3:12) che si aggiungono con molta fretta sopra il fondamento cristi= ano per far crescere rapidamente una costruzione che si sviluppa in maniera inconsistente fra l’euforia ed il rumore. In quanto al "rumore", anche se non è quello del cielo, è tenuto in grande considerazione e per molti rappresenta il necessario distintivo che qualifica la comunità ed il credente.

Il "dono delle lingue" autentico non è mai una specie d’inceppamento vocale, non è mai arida ripetizione di una sola frase misteriosa, non è mai imitazione di suoni emessi in un circolo eccitato, non è mai fredda dizione, non è mai discorso oscuro= che provoca turbamento spirituale.

Il "dono delle lingue" è fluire dolce, caldo di un discorso che anch= e se incomprensibile sgorga come un fiume di gloria che esalta, magnifica Dio e benedice, assieme al glossolalo, coloro che lo circondano; è il discorso dello Spirito Santo e quindi non può non avere quelle caratteristiche che dimostrino la presenza e l’azione della Persona divina.

E’ importante considerare sempre e considerare a fondo il problema della relazione fra il battesimo nello Spir= ito e "il dono delle lingue&qu= ot; che è poi la stesa relazione fra il battesimo ed ogni altro carisma dello Spirito, affinché non si giunga alle troppo facili soluzioni di vedere la "glossolalia&quo= t; dove la glossolalia non c’è o di ravvisare il battesimo pentecostale dove questo è assente nel modo più assoluto.

La Pentecoste è un "vento impetuoso", un "fuoco ardente", un "fiume di parole straniere", e soprattutto "potenza soprannat= urale" e non deve perciò essere confusa con quelle manifestazioni che qualc= he volta vengono suscitate soltanto per dare prestigio al ministero o al progr= amma di sedicenti revivalisti.

In ogni circolo carismatico devono essere desiderati e ricercati tutti i doni spirituali e quindi non deve essere dimenticato quel dono di "disc= ernimento" che permette di penetrare il misterioso mondo spirituale per distinguere con vera precisione i fenomeni che si manifestano.

"P= rovate gli spiriti…" (1 Giovanni 4:1) deve essere considerata una raccomandazione attuale e non soltanto per difendere la chiesa da quelle interferenze o invadenze che possono manifestarsi nell’esercizio del culto e particolarmente nella ricerca e nell’uso del dono delle lingue che sembra prestarsi in maniera particolare, per la propria fisionomia form= ale, alle falsificazioni o alle approssimazioni; mi sia consentito anche quest’ultimo termine che vuole riferirsi ad esperienze spirituali, a stati quasi estatici, o piuttosto euforici che pro= vocano spesso una reazione emotiva e che si manifestano anche con fenomeni fonetici che alcuni interpretano come dono delle lingue.

Forse non era esagerata la prudenza dei "padri" del movimento pentecos= tale che esprimevano una conferma del battesimo nello Spirito soltanto quando il credente si trasformava in un "torrente di gloria" di "acqua = viva"; (Giovanni 7:37) un torrente di lingue, chiare, fluide, variate che riusciva= a far scendere la benedizione su tutta la comunità. Un solo battesimo nello Spirito era sulla nuova vita e nuova benedizione per la chiesa a differenza di quello che si può constatare spesso in questi giorni, quando il verificarsi di "deci= ne" di battesimi (o presunti battesimi nello Spirito) non producono nulla nel grigiore della vita cristiana dei credenti e delle comunità.

Auspichiamoci nel cospetto di Dio un ritorno al= la Pentecoste vera, al battesimo nello Spirito originale, alla glossolalia autentica, ma assieme all’auspicio poniamo sull’altare un impeg= no responsabile ed umile per una ricerca ed una vita realmente spirituale. L’impegno sarà realmente responsabile se non ci saranno soltan= to preoccupazioni dogmatiche di sapore confessionale, quelle preoccupazioni cioè che nascono quasi sempre dal bisogno di difendere strutture organizzative o limiti denominazionali.

La "glossolalia" dono delle lingue o evidenza del battesimo nello Spirito non deve essere affermato con l’enunciazione e la difesa di un articolo del credo, ma piuttosto con la coerente manifestazione degli effetti reali dell’esp= erienza pentecostale.

In altre parole si può dire che non serve alla causa della testimonianza cristiana e alla vita spirituale della chies= a, chiedere ai ministri e alle comunità una dichiarazione di fede (o di credulità o di adesione formale) periodica ed incondizionata al principio dogmatico del battesimo pentecostale con l’evidenza della glossolalia, senza chiedere un atto di fedeltà a tutta la Parola di = Dio.

La stessa incoerenza che emerge in certi movime= nti carismatici o neo-pentecostali dove si vuol dare una collocazione al battes= imo nello Spirito in mezzo ad elementi di confusione teologica o di rilassamento morale, appare anche in tutti quei settori ove alla difesa della vita carismatica non fa riscontro quella della santità cristiana. Non sono poche le chiese, nel mondo definito pentecostale, che ai nostri giorni si s= ono schiuse ad un processo di mondanizzazione che continua a cancellare progressivamente tutte quelle caratteristiche di autentica spiritualità che ieri si fondevano alla vita carismatica d= ella chiesa.

Non possiamo dar sempre torto a coloro che, amareggiati da incontri deludenti, hanno purtroppo finito col concludere che qualche volta "senza lingue" si può e= ssere cristiani migliori di coloro che si vantano di essere = glossolali.

Attenzione: mi riferisco ad esperienze fatte in ambienti ove il "battesimo= " e i "doni dello Spirito&qu= ot; sono affermati mediante arida teoria e in aperto contrasto con una pratica sempre meno cristiana.

"S= ignore, rinnova la Pentecoste! Rinnovala nel mezzo di quanti, anche oggi, sono asse= tati di Te e vogliono essere riempiti e posseduti dalla Tua potenza in un battes= imo spirituale che ci dia i doni, il frutto, il servizio, la potenza del cielo. Amen!"


 

EMOTIVITA’ E GLOSSOLALIA

"C= ostoro sono pieni di vino dolce…" (Atti 2:13)

Certamente non dovevano essere soltanto le paro= le, espresse nelle più diverse lingue, a lasciare perplessi e a suscitar= e la reazione negativa della folla di Gerusalemme o piuttosto di quella parte de= lla folla sconcertata dalla manifestazione carismatica dei primi cristiani.. Al= le parole si aggiungevano diverse forme di emozione religiosa che non potevano essere represse e forse neanche controllate da quei credenti che avevano esperimentato in modo tanto potente il battesimo nello Spirito Santo. =

Non è difficile immaginare lo spettacolo offerto dai primi discepoli che, d’altronde, appartenevano ad un popo= lo predisposto alle emozioni e al più libero corso di queste anche nell’ambito della rigorosa vita religiosa. Erano stati saturati di Sp= irito, erano stati testimoni dell’evidenza sensibile del miracolo, erano diventati loro stessi miracolo: quel vento che avevano udito, quel fuoco che avevano veduto, adesso erano dentro di loro e non potevano, assolutamente n= on potevano, non esternare quell’impeto e qu= el calore.

Anche le lingue straniere quindi dovevano avere l’evidenza dell’emozione e potevano facilmente essere poste sot= to giudizio dalla sorpresa o dalla diffidenza di coloro che li ascoltavano e n= on possiamo meravigliarci se anziché verificarne il contenuto si limita= vano a criticarne la forma. La critica negativa, espressa il giorno della Pentecoste, quando le lingue erano straniere a coloro che parlavano, ma non= a coloro che ascoltavano, era destinata a diventare più severa nei con= fronti della glossolalia quale espressione di una lingua sconosciuta tanto al glossolalo, quanto all’uditorio; il linguaggio incompreso ed incomprensibile non poteva non inasprire le diffidenze, specialmente quando una precostituita attitudine di ostilità rendeva= particolarmente severi i critici.

L’Apostolo Paolo nell’affrontare l’argomento delle lingue non omette questo particolare e raccomanda caldamente ai credenti di Corinto di non dimenticarlo. Parlare in lingue se= nza che queste siano interpretate, o parlare tutti assieme in una lingua incomprensibile, darà modo ai visitatori nelle assemblee, di dire ch= e i cristiani, uniti per celebrare il loro culto,sembrano purtroppo dei poveri pazzi (1 Corinzi 14:23).

La Scrittura non ci fornisce altri riferimenti storici relativi, in modo specifico, a questo problema, ma nel ricordarci c= he i cristiani erano già giudicati pazzi per la loro professione di fede = (1 Corinzi 3:18), per il loro modo di vivere, per il loro messaggio e la loro dottrina (Atti 26:25; 1 Corinzi 2:14), ci fornisce le premesse per comprend= ere il fenomeno che ricordiamo. Se il cristianesimo, nei suoi aspetti più limpidi e nelle sue manifestazioni più convincenti, continua ad esse= re scandalo per il mondo è comprensibile che lo sia ancora di più= ; in quelle espressioni che possono definirsi ermetiche per coloro che sono estr= anei alla vita dello Spirito.

La "glossolalia" deve essere inclusa senza esitazione fra quelle forme della vita cristiana = che ho definito ermetiche, cioè non soltanto chiuse, ma anche resistenti alle analisi della ragione. Da un punto di vista generale la vita dello Spi= rito in ogni suo aspetto è chiusa alle analisi della ragione (1 Corinzi 2= :14) quando questa rifiuta a "prior= i" le affermazioni della fede, cosa d’altronde che rappresenta la regola= e non l’eccezione.

La storia si sofferma più a lungo di qua= nto faccia la Scrittura, benché spesso in maniera generica, nel tramanda= rci le testimonianze relative alle reazioni che si sono avute e non sempre dall’esterno, nei confronti dei fenomeni dello Spirito. Si può parlare al plurale di "fenomen= i" perché, come già detto, non sempre si è fatta o si fa distinzione fra: "voci&quo= t;, "visioni", "estasi", "tremolio", "p= rofezie", "fenomeni taumaturgici&quo= t; o "glossolalia". <= /o:p>

Quei movimenti di risveglio spirituale che hanno fatto rivivere l’atmosfera del miracolo e che hanno esperimentato, sp= esso in forme diverse, una esuberante vita carismatica, sono stati considerati in ogni epoca con rispetto da pochi e con severità da molti; le accuse = che più comunemente e più ripetutamente sono state di "pazzia" e "d’invasione satanica" e= non dobbiamo meravigliarci neanche di questi eccessi, perché anche nei confronti del Maestro sono state formulate queste stesse valutazioni, questi giudizi (Matteo 12:24).

Quel che sembra incomprensibile è piutto= sto il fatto che tante forme di emotività umana, espresse nelle pi&ugrav= e; diverse sfere del costume, siano accettate dalla società come fenome= ni naturali e quindi normali della vita, mentre quelli che affiorano nella vita religiosa vengono severamente stigmatizzati come una forma di follia. Altrettanto incomprensibile il fatto che si propende ad ammettere le capacità soprannaturali del diavolo e la manifestazione di queste capacità negli uomini e attraverso gli uomini, ma si rifiuta il prin= cipio di una manifestazione divina e carismatica nel credente e nella chiesa.

Si può leggere, per esempio, nel Rituale Romano: "Ignota lingua loqui pluribus verbis, vel loquentem intelligere" =

Attenzione! Non è un riferimento al dono delle lingue, largito dallo Spirito Santo, ma è la definizione di uno dei tre segni che permettono all’esorcista di riconoscere se un indiv= iduo è indemoniato. Quindi per la Chiesa Cattolica "l’uso e la conoscenza di una lingua prima sconosciuta&quo= t; è senz’altro evidenza di possessione demoniaca.

Nel corso dei secoli, e specialmente di quelli oscuri che i roghi non hanno certamente illuminati, non pochi credenti hanno dovuto pagare con la vita il privilegio di possedere, mediante una vera comunione con Dio, preziosi doni spirituali; oggi che si vogliono erigere monumenti a quei profeti che i padri hanno ucciso, si tenta di ristabilire almeno la verità storica ed accettare che molti "eretici" o "invasati" o "stregoni" di ieri erano in realtà uomini illuminati che hanno avuto il solo torto di rendere pubbliche le proprie esperienze e le proprie convinzioni.

Ovviamente questa riabilitazione vale soltanto = per nomi che hanno da sempre avuta una loro collocazione nella storia, ma non v= ale per quei nomi, di persone o di movimenti, che volutamente o per ineluttabili circostanze, sono stati e sono ignorati. Facciamo astrazione dagli episodi e consideriamo globalmente il soggetto: Solo in rari casi, e generalmente per ragioni interessare, i fenomeni dello Spirito, i carismi, sono stati ricono= sciuti ed accettati con il segno dell’ufficialità, e spesso in questi casi, sono stati strumentalizzati a beneficio dell’istituzione che li= ha accolti ed esaltati come elementi di prova della propria ortodossia. <= /o:p>

Le eccezioni servono solo per ricordarci la reg= ola e questa ha avuto ed ha come principio e base la dichiarazione dei pellegri= ni di Gerusalemme: Costoro sono pieni di vino dolce! E’ stato detto per i primi discepoli ed è stato ripetuto nel corso dei secoli per tutti q= uei movimenti spirituali che hanno esperimentato il soprannaturale e la hanno manifestato mediante una autentica vita carismatica; solo per riferirci ai più vicini vogliamo ricordare i valdesi, i francescani, i quaccheri,= i metodisti, i battisti, i mennoniti; ovviamente parliamo di questi movimenti in relazione alla loro genesi e quindi prescindendo dalla trasformazione che possono aver subita sotto la sollecitazione di circostanze storiche e che possono averli spogliati delle caratteristiche iniziali per condurli verso assesti conformi a nuove concezioni.

Comunque la Scrittura e la storia sono concordi= nel ricordarci che i fenomeni spirituali, le manifestazioni carismatiche non possono prescindere dalle emozioni del credente e che coloro che ieri sono stati giudicati "ebbri&quo= t; si ritrovano nei "fanatici&qu= ot; del XII secolo, nei "tremolant= i" di Fox e in coloro che anche nella nostra gener= azione hanno spesso ereditato lo stesso epiteto.

Come può un individuo che realizza la soprannaturalità di un fenomeno che gli permette di parlare in lingu= e sconosciute rimanere insensibile o apatico nell’esercizio di questo dono? Sopratt= utto come può il credente che nell’esercizio del dono avverte tutta= la mistica dolcezza della presenza e dell’azione dello Spirito, frenare = le più spontanee reazioni emotive?

Non dobbiamo quindi scandalizzarci o meraviglia= rci se il glossolalo, come d’altronde l’interprete o il profeta, appare all’occhio dell’osservatore, particolarmente di quello critico ed ostile, in uno stato di euforia, qualche volta di estasi, che rispecchia anche attraverso l’emotività, l’esperienza celestiale che vive e che cerc= a di trasmettere per rendere una testimonianza cristiana.


 

LA GLOSSOLALIA IN RELAZIO= NE AL BATTESIMO NELLO SPIRITO

Non tutti accettano il principio biblico che precisa che le esperienze spirituali possono essere molteplici e multiformi= ed è per questo che ritengo utile precisare che, quando noi parliamo di "battesimo nello Spirito&q= uot;, non ci riferiamo "alla confess= ione di fede", "alla rigenerazione" o ad una qualsiasi generica esperienza spirituale, = ma a quella vera, completa immersione, che è anche saturazione, traboccamento, che conferisce potenza, che abilita il credente alla testimonianza, alla vita eroica (Atti 1:5; 2:38). =

Se durante i decenni del nostro secolo c’è stato un movimento che ha saputo svolgere un servizio dina= mico e che ha potuto vedere risultati sorprendenti, e mi riferisco al movimento pentecostale, questo movimento c’è stato e c’è con tutta la propria esperienza in virtù del battesimo nello Spirito che è potenza che supplisce abbondantemente alle carenze culturali, economiche, organizzative che questo movimento spesso accusa nei confronti delle chiese storiche.

Ho detto "battesimo nello Spirito" e non "glossolalia" perché è fondamentalmente inesatto che l’unico elemento= o l’elemento centrale che caratterizza il movimento pentecostale nei confronti delle diverse denominazioni evangeliche, sia costituito dal "= ;dono delle lingue".

E’ vero che il credo delle diverse organizzazioni pentecostali ha sempre un articolo, che con qualche piccola differenza fra l’una e l’altra, recita costantemente: "Noi crediamo al battesimo nello Spirit= o che si riceve con il segno delle lingue", ma è anche vero che p= er la collocazione stessa delle "= lingue" semplicemente quale segno evidenziale del battesimo, e quindi come un detta= glio del credo, si può concludere che queste vengono accettate per l’esatta misura che hanno nella vita cristiana in generale e nella vi= ta carismatica in particolare.

Riferendomi alla mia esperienza personale ho già detto, in altra parte di questo scritto, che la glossolalia, qua= le manifestazione carismatica e quindi quale evidenza sensibile del battesimo nello Spirito, è stata esperimentata da me ed anche da tutti coloro, indistintamente, che ho personalmente veduti "battezzati" in quello che ormai è definito il "battesimo pentecostale". Ma con questo non voglio affermare l’esistenza di una dogmatica assolutamente chiusa, anzi voglio ricord= are che ci sono almeno due aspetti del problema aperti all’indagine e qui= ndi alla fraterna discussione. Vengo subito al primo di questi punti:

·     Quale relazione c’è fra le "lingue" che si parlano nel momento che lo Spirito Santo ci riempie, ci battezza e le lingue di cui scrive Paolo nella prima epistola ai Corinzi, cioè il "dono carismatico". <= o:p>

Molti rispondono: le prime sono un "segno" che può anche c= essare dopo un po’ di tempo (sic) e le altre sono il "dono" che so manifesta in colui che è stato prima battezzato nello Spirito Santo.

A mio avviso la risposta è tutt’altro che completa e soprattutto non mi se= mbra che abbia un fondamento biblico perché dal più spontaneo degli esami si può solo dedurre che all’atto del battesimo nello Spi= rito si manifesta, nel credente, quale evidenza sensibile, il "dono delle lingue" .

E’ vero che Paolo parla della glossolalia come di un "segno" ag= li inconvertiti, ma egli non usa questo termine per contrapporlo al "dono"= ;, anzi quando compie la sua dissertazione lo fa proprio per ampliare ed approfondire la conoscenza esatta del "dono", per Paolo quindi il "segno= " è il dono e il "dono" è un segno.

E’ anche vero che nel Vangelo secondo Mar= co è detto del "parlare al= tri linguaggi…" che è un "segno", ma è altrettanto vero che è semplicemente ricordato come un "segno" della fede del cristiano ed è "segno" assieme all’esorcismo, alla taumaturgia che indubbiamente sono "= doni" dello Spirito.

Se, come ha fatto qualcuno, vogliamo usare Marco 16:17,18 per sostenere l’esistenza di un "segno", che si differenzia formalmente o sostanzialmente d= al "dono" dobbiamo anche= concludere che questa specificazione carismatica deve essere estesa anche alle "potenti operazioni", alle &qu= ot;guarigioni"…e conseguenzialmente a tutti i doni dello Spirito, mentre, per riferirci a un solo passo noi leggiamo in Atti 19:6 che gli Efesini battezzati nello Spiri= to parlavano "lingue" e = "profetizzavano" e pochi hanno affermato che anche la profezia possa essere qualche volta un "segno" od essere, qualche alt= ra volta, un "dono", benché proprio in riferimento alla profezia sarebbero invece autoriz= zate delle distinzioni che non è opportuno ricordare in questo scritto, c= he è limitato al soggetto delle "lingue".

Domandiamoci: che cos’è la glossolalia?

La risposta è ampiamente scontata: una manifestazione soprannaturale che permette al credente di esprimersi in una lingua a lui sconosciuta; quindi la natura della glossolalia è lo Spirito, la forma è una lingua sconosciuta; non ha importanza quando= e dove ci sia la manifestazione: se per la prima volta o da molte volte, essa è sempre glossolalia, cioè il "dono delle lingue". Casomai si può distinguere tra possesso del dono e opportunità di usarlo nella guida di Dio, e quin= di si può tornare allo scritto di Paolo con l’esortazione: "= Parlino due o tre al più= 230;" ammette la presenza nella chiesa di tanti glossolali (o addirittura di una comunità interamente carismatica), ma raccoman= da di limitare l’esercizio del dono nel tempo e nel numero. <= /span>

D’altronde i discepoli di Gerusalemme non hanno espresso messaggi in lingue?

Non è forse avvenuto molte volte che il credente nel momento che è stato battezzato ha espresso messaggi o interpretati o dati in un’altra lingua a lui sconosciuta, ma conosciu= ta da qualcuno dei presenti?

Che differenza può essere ravvisata fra queste manifestazioni e quelle tanto chiaramente descritte da Paolo e che e= gli definisce "dono delle lingue"?

La mia personale conclusione è che il battesimo nello Spirito immerge il credente "anche" nella vita carismatica che si "evidenzia" in lui con la manifestazione del "dono soprannaturale".

Continuando a sviluppare il tema "segno", "dono" e proprio in forza di questa opposizione, ritorna il quesito già accennato: le "lingue" rimangono patrimonio del credente, assieme al battesimo, o possono cessare = dopo un poco di tempo?

Anche su questo punto evito di dogmatizzare, nonostante che la mia modesta, personale esperienza, ma che posso unire a quella eminente di Paolo (1 Corinzi 14:18), mi incoraggerebbe ad affermare categoricamente: le lingue rimangono come una componente del tesoro spiritu= ale del credente; ma più che un’affermazione è che in quanto basata sopra esperienze personali, potrebbe essere considerata soggettiva, ritengo utile una chiarificazione: nessuna esperienza spirituale e quindi neanche il battesimo rimane patrimonio del credente se on è costante= mente alimentata e rinnovata nel corso della vita.

L’argomento andrebbe approfondito e sviluppato, ma ci porterebbe fuori e lontano dal nostro soggetto immediato,= ma per rimanere in questo basta ricordare che in Gerusalemme almeno una parte = di coloro che erano stati "riempi= ti" di Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, furono nuovamente "riempiti" a conclusione di una riunione di preghiera promossa e tenuta alle prime avvisaglie di persecuzio= ni (Atti 4:31). Quindi coloro che erano stati già "battezzati" furono "battezzati" di nuovo, se esse= re riempiti vuol dire essere battezzati, o essere battezzati vuol dire essere riempiti.

Il riferimento storico che potrebbe essere arricchito da una serie nutrita di testimonianze analoghe, sembra precisare= un principio di dottrina e cioè quello già anticipato: il battes= imo nello Spirito, rappresenta un’esperienza permanente nel credente a condizione che la "pienezza" realizzata sia conservata mediante il rinnovarsi di un incontro con Dio. A questo punto si può affermare che è almeno incoerente afferma= re che le lingue, evidenza del "b= attesimo", possono scomparire, mentre il battesimo stesso continua a rinnovarsi cioè ad essere un "nuovo battesimo": se a "battesimo" fa riscontro "= ;glossolalia", le due realt&ag= rave; devono sussistere o scomparire soltanto nella loro relazione e cioè = fino a tanto che il credente è "immerso" il fenomeno carismatico deve essere presente, quando il credente esce fuori= da questa esperienza può cessare ogni manifestazione od ogni effetto dell’esperienza stessa.

Naturalmente, come è stato ripetutamente detto, il possesso di un dono non implica l’uso indiscriminato di que= sto, ma fra i doni che in misura maggiore possono essere inventariati nella chie= sa pentecostale, la "glossolalia<= /i>" occuperà sempre un posto d’avanguardia per la sua stretta relazione col battesimo nello Spirito Santo.

Un servo di Dio, autentico pioniere del movimen= to pentecostale, amava ripetere che egli sentiva il bisogno di un "nuovo battesimo" ogni mattina= e per questo motivo rimaneva in preghiera fino a tanto che "fiumi di linguaggi" sgorgavano dalle sue labbra.

Non voglio dare a questa testimonianza l’autorità della Scrittura, che d’altronde non si pronun= cia su questo punto, ma ho creduto opportuno citarla perché rappresenta un’ottima illustrazione del soggetto.

Purtroppo non sono pochi coloro che hanno desiderato, cercato e realizzato il battesimo, ma poi lo hanno totalmente trascurato e completamente soffocato; perché qualsiasi esperienza può essere distrutta. In questi, qualche volta, si odono ancora linguaggi, ma si avverte chiaramente che sono soltanto ricordi mentali che vengono espressi senza nessun segno di vita, mentre altre volte non si odono più linguaggi e purtroppo non si avverte nessun altro segno di vera = vita spirituale; quando l’opera rovinosa è stata condotta all’estreme conseguenze.

Ho detto "vera vita spirituale"; questa è una realtà che non va con= fusa con la "vita religiosa&quo= t; nel senso più abusato di questo termine; possiamo infatti incontrare credenti, dirigenti ecclesiastici, ministri esteriormente perfetti nella lo= ro vita religiosa o ecclesiastica, ma completamente privi delle risorse dello Spirito ed ovviamente totalmente sforniti delle caratteristiche della vita cristiana.

 

Esaurita brevemente l’analisi del primo d= ei due problemi, passo al secondo:


·     La "glossolalia" è= ; solo e sempre il segno carismatico che evidenzia il battesimo nello Spirito?

Sono state scritte tante cose sull’argome= nto, spesso inesatte, spesso mordaci, spesso provocanti e quindi mi limito a prendere in considerazione soltanto l’osservazioni più serene e più impegnative per un confronto serio e fraterno.

Voglio ricordare anzi che nel passato ho cercato sempre di evitare un attrito polemico e mi sono limitato a ricordare che il "battesimo" non deve = essere confuso con altre e diverse esperienze spirituali e non deve neanche essere affermato dove c’è stata soltanto una piacevole emozione relig= iosa o una sensazione mistica perché la Scrittura lo descrive come un fenomeno che saturando di potenza il credente, lo rende anche traboccante di gloria, di gioia e di vita carismatica.

Quanto scritto o detto è stato forse tro= ppo prudente o troppo generico; in questo modesto studio però supero ogni schema precedente perché l’argomento lo impone; infatti il soggetto immediato non è il "battesimo nello Spirito", ma la "glossolalia", ed affrontando questo argomento è necessario giungere alla definizio= ne del pensiero in termini precisi.

Non prendo in considerazione un "articolo di fede" e non stabi= lisco premesse derivanti da affermazioni dogmatiche che, autorevoli che siano, chiedono sempre il conforto della Scrittura. È logico quindi che l’analisi ed il confronto abbiano essenzialmente un fondamento biblic= o e credo che possiamo concordare tutti sulla scelta del libro dei Fatti quale testo peculiare e che almeno in sei punti si sofferma chiaramente sull’esperienza del "bat= tesimo nello Spirito" o, se vogliamo usare altra definizione, sulla "= ;pienezza dello Spirito".

Scelti i passi, è possibile esaminarli n= el confronto delle tesi divergenti per approfondire e chiarire il problema.

I versi a cui mi riferisco, dal libro degli Att= i, sono i seguenti:

·      2:4 "…tutti furono ripieni d= ello Spirito Santo e …"

·      4:31 "…tutti furono ripieni d= ello Spirito Santo…e …"

·      8:17 "…essi ricevettero lo Sp= irito Santo"

·      9:17 "…sii ripieno dello Spir= ito Santo"

·      10:44 "…lo Spirito Santo cadde= sopra tutti coloro che li udivano"

·      19:6 "… lo Spirito Santo venne sopra loro…" .


Non tutti, nell’affrontare l’argome= nto del "battesimo" e que= llo connesso alla "glossolalia= ", compiono la stessa scelta di versi biblici, anzi i più omettono generalmente Atti 4:31 e 9:17, ma io credo che non si possa trascurare ness= un elemento utile all’approfondimento del problema, soprattutto nessun elemento che, come quelli che emergono dai due versi, hanno un profilo stor= ico che può essere particolarmente chiarificatore.

Per inciso si può ribadire che il "= battesimo nello Spirito" conf= erisce sempre una potenza, una autorità, un dinamismo e questo appare in mo= do inequivocabile nel libro dei Fatti ove la dizione "pieno di Spirito Santo" è sempre collegata con la manifestazione della soprannaturalità nella vita e nel servizio del credente (Atti 4:8, 6:5, 7:5, 13:9).

Confermato il fatto che l’esperienza del battesimo si distingue da tutte le altre esperienze spirituale torniamo al soggetto immediato e cioè a quello della relazione fra battesimo e glossolalia.

Le conclusione esegetiche del Movimento pentecostale sono note, ma per il confronto che desidero fare devo necessar= iamente ricordarle articolandole in relazione ai versi scelti:

1. <= /span>Atti 2:4: "Presero a parlare in lin= gue straniere, secondo che lo Spirito dava loro a ragionare…"

2. <= /span>Atti 4:31: "…e parlavano la P= arola di Dio con franchezza"

3. <= /span>Atti 8:18: "…veggendo che per l’imposizione delle mani degli apostoli, lo Spirito Santo era dato…"

4. <= /span>Atti 9:18: "in quell’istante gli caddero dagli occhi come delle scaglie"

5. <= /span>Atti 19:6: "…e parlavano ling= ue strane e profetizzavano"

6. <= /span>Atti 10:46: "…li udivano parl= are diverse lingue e magnificavano Dio".

L’esame sereno, anche frettoloso di questi versi, fa emergere, in maniera inequivocabile, due elementi:

·     Il "battesimo" è = sempre collegato ad evidenza carismatica e a fenomeni sensibili.

·     La "glossolalia" appare = con insistenza ed evidenza.

Naturalmente dove la Scrittura non è esplicita, l’interpretazione viene data sulla base di quelle ipotesi = che vengono suggerite dai passi che più chiaramente sembrano convalidare= il "credo" pentecostale.=

Ometto i versi contenuti nei cap. 4 e 9 del lib= ro dei Fatti per la ragione già anticipata, cioè perché generalmente evitati dall’indagine esegetica. Non indugio su quelli d= ei capitoli 2 e 10 perché chiaramente aderenti alle conclusioni che sta= nno alle basi del credo pentecostale.

Mi soffermo invece a ricordare le "ipotesi" formulate nell’interpretazione degli altri due passi:

·      Atti 8:18. Il battesimo realizzato dai Samaritani aveva un’evidenza che po= teva essere constata tanto da "Simo= n Mago", che la vedeva per la prima volta, quanto dagli apostoli che invece l’= aspettavano come conferma alla replicarsi del miracolo che essi stessi avevano realizza= to. Essi pregavano perché in Samaria vi fosse rinnovata sostanzialmente = la Pentecoste, ma avevano bisogno di essere accertati anche attraverso la mani= festazione dell’esperienza (Atti 8:18).

·      Atti 19:6. I credenti di Efeso, ripieni di Spirito Santo, entrano pienamente nel= la vita carismatica e inizialmente, come per tutti, principiano a parlare in lingue, ma nell’esuberanza della loro esperienza non si fermano alla manifestazione iniziale e proseguono con l’esercizio "anche" della profezia. <= /o:p>

Mi sembra quindi che questi passi chiariti da un esame esegetico onesto dimostrano che la pretesa di quanti parlano di un battesimo nello Spirito realizzato senza evidenza carismatica, senza manifestazioni soprannaturali, senza acquisto di potenza, cioè di un "battesimo" conseguito attraverso una meccanica sacramentale o mediante una momentanea euforia emotiva, sono pretese prive di qualsiasi fondamento scritturale.

Mi sembra anche che gli attacchi spesso violent= i ed ostili rivolti da più parti verso il "movimento pentecostale" in generale e verso il suo "credo" in particolare, non ab= biano un solido fondamento perché quanto detto fin qui unisce perfettamente l’interpretazione biblica con l’esperienza del movimento; non si può assolutamente affermare, come hanno fatto alcuni, che la realtà storica del movimento pentecostale è in conflitto con = le dichiarazioni della Scrittura.

Forse si può osservare che per completar= e il quadro analitico, l’interpretazione di alcuni passi biblici viene data sulla base di "ipotesi&quo= t;, ma spero che tutti siano disposti ad ammettere che queste ipotesi non hanno nu= lla di ardito o di fantasioso, ma sono suggerite proprio da quei versi, da quel= le parole della Scrittura che sono inequivocabili e particolareggianti. <= /o:p>

Comunque una cosa appare fuori da ogni possibile controversia e cioè: Il battesimo nello Spirito è sempre una = vera "immersione" nella vita spirituale e quindi nella vita carismatic= a; da questa immersione non può non derivare la manifestazione di quei fenomeni costituiti dai doni dello Spirito dati da Dio per la edificazione = del credente e della chiesa e poiché fra questi la "glossolalia" sembra essere, p= er la sua forma particolare, il più facilmente individuabile, non deve apparire strana la sua costante presenza nell’esperienza pentecostale= .

Non voglio a questo punto chiudere l’argomento negando lo spazio a quanti onestamente affrontano il prob= lema della glossolalia per risolverlo cristianamente= ; a quanti cioè pur dissentendo dal credo del Movimento pentecostale si dimostrano disponibili al dialogo fraterno e all’analisi sincera.

E’ giusto riconoscere che specialmente su quei punti ove sono state formulate delle ipotesi possano essere contrappos= te altre ipotesi, come è giusto accettare che a conclusioni esegetiche o storiche possano essere confrontate altre conclusioni.

 

Seguiamo quindi la sintesi dei termini del problema, delle ipotesi e delle osservazioni formulate da quanti lo hanno affrontato e lo affrontano: E’ certo che Saulo riempito di Spirito Sa= nto quando Anania impose le mani sopra lui, abbia in quel momento ricevuto ed esercitato il dono delle lingue?

Atti 9:17. Certamente riacquistò la vista perduta tre giorni prima, ma nulla è detto della glossolalia che probabilmente fu esperimentata in epoca posteriore e poi diligentemente conservata dall’Apostolo (1 Corinzi 14:18).

E’ certo che i credenti di Samaria che realizzarono l’esperienza pentecostale in modo visibile, resero manif= esto sensibilmente il miracolo mediante fenomeni carismatici e specificatamente mediante la glossolalia?

Simon Mago vedeva (Atti 8:18), senza partecipare personalmente, il miracolo, ma nulla è detto dell’aspetto form= ale del miracolo stesso, che quindi poteva anche differenziarsi nel seno della comunità.

E’ certo che i credenti di Efeso, che dop= o il battesimo cristiano e l’imposizione delle mani, amministrati da Paolo (Efesini 19:6) furono riempiti di Spirito, parlarono "tutti" in lingue? Il testo biblico non sembra essere così assoluto e mentre sottolinea l’evidenza carismatica dell’esperienza, sembra differenziarla fra i credenti: alcuni parlava= no in lingue, altri profetizzavano.

E’ certo che l’esperienza storica d= el movimento pentecostale possa essere presa come termine di misura per la definizione del problema della glossolalia quale segno distintivo del batte= simo nello Spirito?

La storia del cristianesimo ci offre la visione= di una ricca e forse ininterrotta serie di movimenti di risveglio e ci propone= la costante testimonianza di grandi eroi della fede che anche quando hanno realizzato una esuberante vita carismatica non hanno però fatto della glossolalia il segno unico e indispensabile del battesimo nello Spirito San= to, pur non rifiutando la presenza di questo dono nel contesto del servizio cristiano. Movimenti che hanno illuminato le tenebre del primo e del tardo medioevo e che hanno suggellato con la vita dei martiri il loro messaggio; uomini che hanno lasciato il loro nome e la loro testimonianza come termine= di confronto e come punto di riferimento sul sentiero dei santi: moltitudini che hanno confessato "Cristo in loro spe= ranza di gloria" e che hanno affermato di essere stati battezzati nello Spirito Santo.

Possiamo rifiutare le loro dichiarazioni, ignor= are la loro testimonianza, sconfessare il loro servizio?

Possiamo dire che soltanto il movimento pentecostale, che soltanto i predicatori pentecostali, soltanto il messaggio pentecostale hanno la pienezza dello Spirito Santo e che quanti precedentem= ente hanno testimoniato di Cristo con la parola e con la vita, hanno realizzato un’esperienza inferiore?

Possiamo affermare che uomini come Finney, Fox, Penn, Moody, per citarne solo alcuni e forse neanche fra i più rappresentativi saranno riconosciuti, da noi, pieni di Spirito soltanto dopo che avremo accertato che ognuno di loro ha realmente parlato in lingue straniere?

Siamo proprio certi che i passi biblici invocati pongano in maniera assoluta un’ipoteca alla sovranità di Dio? =

Essi non ci lasciano invece uno spazio per comprendere e credere che Egli riserva a se stesso l’autorità = per operare con diversità di metodi e quindi ottenere varietà di manifestazioni?

Con questa serie di interrogativi, come si può notare, non si vuole contestare l’esperienza del movimento= pentecostale, ma semplicemente il dogmatismo del suo credo, messo in relazione, soprattut= to, all’esperienza di altri movimenti e a quello di eroici uomini del passato.

Dobbiamo ammettere che alcune ipotesi ed alcune osservazioni hanno indubbia validità perché non possiamo certamente rifiutare o contestare la testimonianza della storia del cristianesimo che ci propone non soltanto l’esempio di uomini e movimenti, ma anche e soprattutto l’evidenza di un filone carismatico= che nel corso dei secoli ha mantenuto l’evidenza del soprannaturale in me= zzo al popolo di Dio, pur non esprimendosi sempre in modo assoluto mediante il fenomeno della glossolalia.

Non posso e non voglio raccogliere osservazioni, come quelle di certi critici italiani e stranieri che troppo evidentemente mostrano la loro aspra posizione preconcetta, ma non posso neanche far cade= re osservazioni che invece dimostrano chiaramente il proposito di approfondire= e chiarire un problema appassionante.

Voglio quindi subito precisare che riconosco in= condizionatamente il valore del ministerio di quei servi di Dio che hanno esercitato il loro servizio nella potenza dello Spirito. Ci sono nomi che incutono un grande rispetto e testimonianze di servizio che ci sovrastano e credo che tutti dobbiamo guardarci dal compiere raffronti più che irriverenti addirittura ridicoli. Voglio aggiungere che non credo che il battesimo nello Spirito possa essere considerato retaggio esclusivo del movimento pentecost= ale, benché proprio questo movimento abbia cercato, ottenuto e valorizzat= o in un periodo storico che ne aveva oscurato la realtà teologica, quanto quella esperimentale; nel succedersi delle epoche la promessa divina ha sem= pre conservato validità ed attualità e, come già detto in precedenza, il vero popolo di Dio è stato sempre il popolo del mirac= olo.

Posso aggiungere che forse storici e biografi n= on si sono sempre impegnati intorno a quegli aspetti della vita cristiana rite= nuti marginali e quindi soltanto in alcuni casi sono entrati nel merito delle manifestazioni sensibili alla vita carismatica. Questa circostanza ci autor= izza a congetturare che la "glossol= alia" non ha potuto sempre trovare un posto fra i tanti particolari storici ricor= dati dalle testimonianze giunte fino a noi, ma anche qui si può formulare un’ipotesi e pensare che le "lingue" abbiano avuto una presenza molto più consistente di quella ricordata= dai vari testi.

Comunque una considerazione veramente serena de= lle tesi opposte permette di affermare che molti punti che sembrano divergenti possono invece essere considerati convergenti e finiscono anzi per indurci = ad evitare un troppo rigido dogmatismo od una prolungata e sterile polemica; c= erco di riepilogare questi punti:

·     La glossolalia, dono dello Spirito, si manifesta chiaramente quale effetto del battesimo pentecostale, in Gerusalemme, in Cesarea, in Efeso.

·     Ancora in Gerusalemme, a Damasco (Atti cap. 4, 8, 9) la pienezza dello Spirito è sempre accompagnata da una manifestazione carismatica assolutamente sensibile.

·     Queste manifestazioni sensibili possono anche includere la glossolalia, ma mancando una precisazione esplicita nei testi, possono anche aver avuto la glossolal= ia, ma assieme ad altri segni carismatici come sembra affermare il miracolo di Efeso (Atti 19).

·     Le varie descrizioni del libro degli Atti non vogliono definire una dottrina, = ma descrivere un’esperienza che per tutti è stata sostanzialmente identica.

 

 

Mi sembra che anche dopo aver dato spazio alle = tesi opposte, rimanga valida quella del movimento pentecostale che sottolinea qu= elle dichiarazioni della Scrittura che evidenziano la relazione fra "battesimo" e "glossolalia".

D’altronde questa tesi si armonizza con la testimonianza resa nel tempo da tutti i credenti di questo movimento e che = non può certo essere invalidata per ragioni polemiche, e s’armoniz= za anche con l’invocato principio della "Sovranità di Dio" che ha voluto operare esattamente= nei modi chiariti tanto dal "credo= " quanto alla testimonianza pentecostale.

Le caratteristiche dei movimenti di risveglio si sono sempre differenziate, ma tutte hanno avuto il segno evidente della benedizione di Dio che nel Suo piano di amore e di sapienza ha rivelato i S= uoi intendimenti in ragione di circostanze e di propositi che non sempre sono o sono stati accessibili alla nostra ragione. Egli è rimasto sempre il Signore e proprio nell’esercizio della Sua sovranità ha attuat= o i Suoi programmi in relazione a quelle esigenze che noi non sappiamo sempre penetrare, ma che Egli conosce ed affronta con sapienza. =

Forse a questo punto sono debitore di una conclusione, ma devo darne necessariamente due:

·     La mia esperienza personale che si unisce a quella dei miei fratelli pentecost= ali e che ha quindi un fondamento storico, mi induce ad interpretare la Scrittu= ra nel senso del credo del movimento: "Credo al battesimo nello Spirito Santo come ad una esperienza indipendente a quel= la della salvezza, e che si manifesta nel credente con il "dono delle lingue" come ai g= iorni della Pentecoste".

·     Questa dichiarazione teologica non soltanto non vuole essere affermazione di priorità nei confronti di altri movimenti di risveglio o di revivalisti di qualsiasi epoca o luogo, ma non vuole neanche contestare la validità di esperienze spirituali che hanno conferita autentica potenza per testimoniare di Cristo e per conquistare i perduti alla croce del Calvario.

 

Dio opera sempre con coerenza e in perfetta arm= onia con la Sua Parola, ma dobbiamo sinceramente ed umilmente confessare che tro= ppo spesso la luce da noi posseduta ci autorizza a pronunciarci con riserva e s= olo entro i limiti di quella rivelazione relativa che abbiamo mentre vogliamo proclamare l’assoluto…ed essere assolutisti. =

Le ultime parole:- Ringrazio Dio che ho ricevut= o ed ho questo dono di parlare in lingue (1 Corinzi 14:18), ma ringrazio Dio per ogni opera compiuta in ogni uomo e attraverso ogni uomo; ringrazio Dio per i movimenti e per i servitori che hanno mantenuta accesa la luce della verità nel corso dei secoli, che hanno posseduto e che sono stati posseduti dallo Spirito Santo e che hanno predicato agli altri quello che l= oro avevano udito ed esperimentato ripetendo da un secolo all’altro: R= 20;Ravvedetevi…siate battezzati…ricevete il dono dello Spirito Santo…perché a voi, anche a voi, è fatta la promessa”. =

Forse le conclusioni lasciano insoddisfatti più di un lettore; in polemica non si accettano tesi conciliative o ipotesi d’incontro, ma io, pur nel confermare il mio credo, ho deside= rato soltanto proporre temi di meditazione per raggiungere uno scopo che pu&ogra= ve; apparire modesto, ma è certamente cristiano, avere sempre più luce nella Scrittura, sempre più chiarezza nei programmi divini.

Credo che intorno ad un punto possiamo tutti concordare e cioè quello che ci chiarisce che ogni cristiano deve es= sere "pieno" di Spirito Sa= nto ed essere pieni di Spirito Santo significa raggiungere sempre un livello di soprannaturalità che non può avere quell= ’esuberanza carismatica che è necessaria all’edificazione della chiesa.

Le "lingue" nel battesimo od il battesimo con l’evidenza delle "lingue" non vuole affermare un principio che è fine a se stesso, come purtroppo pensano oggi molti "neo-carismatici" e n= on soltanto essi, ma è un’esperienza molto più elevata di = una semplice eccitazione o di una superficiale emozione perché è evidenza o manifestazione sensibile di una potenza che qualifica il credent= e a rendere testimonianza a Colui per il quale sono dati tutti i doni alla chie= sa: Gesù Cristo, nostro Signore benedetto in eterno! <= /p>

 

 

Roberto Bracco


 

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