Il segno del cristiano

 

Nel corso dei secoli gli uomini si sono fregiati di vari simboli per dimostrare che sono cristiani.

Hanno portato distintivi all’occhiello, catenine al collo e persino adottato un particolare taglio di capelli.

Ovviamente non c’è nulla di male in queste cose, se vengono sentite come una vocazione.

Ma c’è un segno di gran lunga migliore, un segno che non è stato ideato quale espediente da usarsi in particolari circostanze, o in una data epoca. E’ un segno universale destinato a durare in tutti i tempi della chiesa, fino al ritorno di Gesù.

Qual è questo segno?

 

Al termine del suo ministero, Gesù guarda con anticipazione alla Sua morte sulla croce, alla tomba scoperchiata, all’ascensione.

Sapendo di essere sul punto di andarsene, Egli predispone i Suoi discepoli agli avvenimenti futuri.

A questo punto, Gesù mette in chiaro quale dovrà essere il segno che contraddistinguerà il cristiano.

Figlioli, è per poco che sono ancora con voi. Voi mi cercherete; e, come ho detto ai Giudei: «Dove vado io, voi non potete venire», così Iodico ora a voi. Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come Io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete Miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:33-35).

Questo passo rivela il simbolo che Gesù indica per caratterizzare il cristiano, non in una sola epoca e in un dato posto, ma in ogni tempo ed in ogni luogo, fino al ritorno di Cristo.

Osservate che quanto Egli dice qui non è l’affermazione di un fatto.

E’ un ordine che implica una condizione: “Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come Io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete Miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”.

E’ implicato un “se”.

Se ubbidirete, porterete il distintivo che Cristo vi ha dato.

Ma poiché si tratta di un comandamento, esso può essere violato.

Il fatto è questo: è possibile essere cristiani senza manifestare il segno, ma se pretendiamo che i non-credenti sappiano che siamo cristiani, dobbiamo mettere in evidenza questo segno.

 

Uomini e fratelli

A questo punto il comandamento è di amare i cristiani, nostri fratelli.

Occorre però stabilire un equilibrio e non dimenticare l’altro lato dell’insegnamento di Gesù: dobbiamo amare i nostri simili, in realtà amare tutti gli uomini, come nostro prossimo.
Tutti gli uomini hanno in se stessi l’immagine di Dio.

Hanno valore, non perché sono redenti, ma perché sono creature di Dio, fatti a Sua immagine.

L’uomo moderno, che ha rifiutato tutto questo, non ha idea di chi egli sia e perciò non riesce a trovare alcun valore reale per se stesso e per gli altri. Ne consegue che egli degrada il valore degli altri e crea quella orribile situazione in cui ci troviamo oggi: una cultura malata dove gli uomini trattano i loro simili come essere non umani, come macchine.

In quanto cristiani, noi conosciamo tuttavia il valore dell’uomo.

Tutti gli uomini sono nostro prossimo e dobbiamo amarli come noi stessi.

Dobbiamo amarli sulla base della creazione, anche se non sono redenti, poiché tutti gli uomini hanno valore essendo creati ad immagine di Dio. Pertanto bisogna amarli, anche a caro prezzo.

Questo è il succo della parabola del Buon Samaritano: siccome un uomo è un uomo, dev’essere amato costi quel che costi.

Perciò quando Gesù ci dà lo speciale comandamento di amare i nostri fratelli in fede, non nega però il secondo. I due non sono in antitesi. Non si tratta di scegliere tra l’amare gli uomini come noi stessi e l’amare il cristiano in modo particolare. I due comandamenti si rinforzano a vicenda.

Se Gesù ha ordinato con tanta forza di amare tutti gli uomini come nostro prossimo, quanto è importante allora amare i fratelli in Cristo in modo particolare.

Se siamo esortati ad amare tutti gli uomini come nostro prossimo, cioè come noi stessi, tanto più quando si tratta dei fratelli in Cristo coi quali abbiamo un legame speciale (avendo un unico Padre, mediante l’unico Signore Gesù Cristo ed avendo ricevuto un unico Spirito) possiamo capire quanto sia importante rendere visibile a tutti gli uomini il nostro amore verso coloro ai quali ci sentiamo legati da un vincolo particolare.

Paolo chiarisce questo doppio comandamento in Galati 6:10: “Così dunque, secondo che ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede”.

Egli non nega il comandamento di fare del bene a tutti gli uomini. Ma non è privo di senso aggiungere “specialmente ai fratelli in fede”.

Questo duplice scopo dovrebbe costituire l’ossatura della nostra mentalità cristiana; dovremmo pensare con consapevolezza come tradurlo in ogni momento della nostra vita.

Dovrebbe essere questa l’impostazione delle nostre azioni esterne, visibili.

Molto spesso, nella sua accentuazione sulle due umanità (una perduta, l’altra salvata, una ancora in conflitto con Dio, l’altra ricondotta a Lui mediante Cristo) il vero cristiano biblico ha dato l’impressione di un biasimevole esclusivismo.

Ci sono due umanità, è vero.

Alcuni uomini, creati a immagine di Dio, si ribellano tuttora a Lui; altri, per grazia di Dio, hanno accettato il Suo piano.

Ciononostante, in un altro senso molto importante, c’è una sola umanità.

Tutti gli uomini hanno un’unica origine.

Mediante la creazione tutti gli uomini sono fatti a immagine di Dio e sotto questo aspetto appartengono tutti ad una sola carne e ad un unico sangue.

Di conseguenza l’esclusivismo delle due umanità ha però una base comune, l’unità di tutti gli uomini.

Ed i cristiani non devono amare i loro fratelli in fede, escludendo i loro simili non credenti.

Questo è male.

Occorre tener presente l’esempio del Buon Samaritano in ogni tempo e con molta consapevolezza.


Un delicato equilibrio

Il primo comandamento è di amare il Signore, nostro Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente.

Il secondo comandamento contiene l’ordine universale di amare tutti gli uomini.

Osservate che quest’ultimo non dice di amare soltanto i cristiani, ma è molto più ampio.

Bisogna amare il nostro prossimo come noi stessi.

Nella prima epistola ai Tessalonicesi 3:12 troviamo la stessa duplice accentuazione: “Il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi”.

Qui l’ordine è invertito.

Prima dobbiamo amarci gli uni gli altri e poi tutti gli uomini, ma non cambia nulla; il comandamento va in due sensi. Piuttosto viene messo in rilievo un equilibrio delicato, equilibrio che in pratica non si regge automaticamente.

Nella prima epistola di Giovanni 3:11 (scritta più tardi dei Vangelo che porta il suo nome), Giovanni dice: “Poiché questo è il messaggio che avete udito fin dal principio: che ci amiamo gli uni gli altri”.

Molti anni dopo la morte di Cristo, scrivendo questa lettera, Giovanni ci riporta al comandamento originale di Gesù in Giovanni 13.

Rivolgendosi alla chiesa, l’apostolo in realtà dice questo: “Non dimenticatelo... non dimenticatelo. E’ il comandamento che Cristo ci ha dato quando era ancora sulla terra e dev’essere il vostro segno”.


Soltanto per i veri cristiani

Se ritorniamo sul comandamento di Giovanni 13, possiamo notare alcune cose importanti.

Dapprima ci viene ordinato di amare in particolare tutti i veri cristiani, i cristiani nati di nuovo.

Dal punto di vista della Scrittura, non tutti coloro che si definiscono cristiani lo sono effettivamente e questo vale specialmente per la nostra generazione.

Il significato del termine cristiano, oggi non vuoi dire praticamente più nulla.

In effetti non esiste altra parola che sia stata altrettanto svalutata quanto la stessa parola Dio.

Per la semantica (Ndt: la scienza che studia il significato delle parole) è fondamentale che un termine, come segno, non abbia alcun significato se non gli si dà un contenuto.

Ed è giusto.

Dato che la parola cristiano, come segno, è stata così screditata, ne consegue che può significare tutto o niente.

Tuttavia Gesù parla di questo amore verso tutti i veri cristiani. E questo Suo comandamento è come una lama a doppio taglio, poiché sta ad indicare che dobbiamo sia distinguere i veri cristiani dai fasulli, sia assicurarci di non escludere alcun vero cristiano. In altre parole, quegli umanisti e teologi liberali che continuano a fregiarsi del distintivo cristiano, come pure i membri di chiesa la cui designazione cristiana è pura formalità, non vanno considerati veri cristiani.

Occorre però stare attenti a non cadere nell’errore opposto.

Dobbiamo includere tutti coloro che si fondano sulla fede storico-biblica, che siano o no membri della nostra comunità o del nostro gruppo.

E anche se un uomo non si trova fra i veri cristiani, abbiamo la responsabilità di amarlo come nostro prossimo. Perciò non possiamo dire: “Da quanto mi risulta questa persona non fa parte dei veri cristiani, quindi non è necessario che me ne prenda cura; posso anche liberarmene”. Niente affatto, questa persona rientra nel secondo comandamento.


Lo standard di qualità

La seconda cosa da notare in questi versetti del capitolo 13 di Giovanni è che la qualità dell’amore dev’essere il nostro standard.

Dobbiamo amare tutti i cristiani “come Io vi ho amati”, dice Gesù.

Ora pensate alla qualità ed alla quantità dell’amore di Cristo per noi.

Egli è infinito e noi siamo esseri finiti, questo è vero; Egli è Dio e noi siamo uomini.

Poiché Egli è infinito, il nostro amore non potrà mai uguagliare il Suo, non sarà mai un amore infinito.

Tuttavia, l’amore che Egli dimostrò allora e che dimostra ancora oggi deve costituire la nostra misura standard, non ne possiamo avere una inferiore.

Dobbiamo amare tutti i cristiani come Cristo ci ha amati.

Ora, dicendo questo, possono succedere due cose: o ci limitiamo a dire: “E’ giusto! E’ giusto!” e poi facciamo una bandierina con la scritta “Noi amiamo tutti i cristiani”. Ci mettiamo in marcia, ciascuno con la bandierina “Noi amiamo tutti i cristiani” in mano, bene arrotolata, e al momento opportuno togliamo i nastri, apriamo la custodia e la innalziamo: facciamo sventolare “Noi amiamo tutti i cristiani”.

Che squallido spettacolo!

Può accadere questo: la cosa più brutta che si possa immaginare, oppure si verifica qualcosa di molto profondo e di altrettanto inimmaginabile.

E se si realizza la seconda ipotesi, ci vorrà molto tempo da parte dei cristiani biblici; essi dovranno scriverne e parlarne consapevolmente, dovranno meditare e pregare a lungo per questo.

E’ necessario che la chiesa sia una chiesa d’amore, in questa cultura agonizzante.

E quale sarà la considerazione che questa cultura in disfacimento avrà di noi?

Gesù dice: “Da questo conosceranno tutti che siete Miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”.

Nel mondo attuale, nella presente civiltà in rovina, Gesù dà al mondo un diritto.

Per la Sua autorità, Egli dà al mondo il diritto di giudicare se tu ed io siamo dei cristiani nati di nuovo, in base all’evidenza del nostro amore tangibile verso tutti i cristiani.

Questo è abbastanza spaventoso.

Gesù si rivolge al mondo e dice: “Ho qualcosa da dirvi. Per la Mia autorità, vi do un diritto: voi potete giudicare se un individuo è veramente cristiano in base all’amore che dimostra agli altri cristiani”. In altre parole, se la gente viene a dirci in faccia che non siamo cristiani perché abbiamo mancato di dimostrare amore verso altri cristiani, noi dobbiamo renderci conto che essi stanno semplicemente esercitando una prerogativa che gli viene da Cristo.

E non bisogna arrabbiarsi.

Se ci dicono: “Voi non amate gli altri cristiani”, non ci resta che andare a casa, inginocchiarci e chiedere a Dio se l’accusa è fondata o meno.

Se lo è, ciò che hanno espresso rientra nel loro pieno diritto.


Mancanza d’amore

A questo punto, però, bisogna fare molta attenzione.

Possiamo essere dei veri cristiani, realmente nati di nuovo, eppure mancare di amore verso altri cristiani.

Difatti se vogliamo essere realistici, si tratta di qualcosa di ben più forte.

Ci sono dei momenti (e confessiamolo con lacrime), in cui, come cristiani manchiamo d’amore fraterno.

In un mondo decaduto, dove non esisterà la perfezione fino al ritorno di Gesù, sappiamo che sarà sempre così.

E naturalmente quando manchiamo, bisogna chiedere perdono a Dio.

Tuttavia Gesù non dice che la nostra mancanza d’amore verso tutti i cristiani dimostra che non siamo cristiani.

Che ognuno di noi se ne convinca da solo.

Se manco d’amore verso i miei fratelli nella fede, ciò non prova che io non sia cristiano.

Quanto Gesù vuol dire, comunque, è questo: se non amo tutti gli altri cristiani come dovrei, il mondo ha diritto di non considerarmi cristiano.

Questa distinzione è imperativa.

Se il nostro amore verso tutti i cristiani viene meno, non dobbiamo disperarci come se fosse la prova che siamo perduti.

Nessuno, tranne Cristo, è mai vissuto senza colpa.

Se il successo nell’amare i cristiani dovesse essere il metro di misura per stabilire se un uomo è cristiano o meno, di cristiani non ce ne sarebbero affatto, perchè tutti gli uomini falliscono.

Ma Gesù dà al mondo una cartina di tornasole, una specie di termometro: c’è un segno, che se non è visibile al mondo, lo autorizza ad affermare: “Quest’uomo non è un cristiano”.

Naturalmente, il mondo può dare un giudizio sbagliato e in effetti si sbaglia se quell’uomo è veramente un cristiano.

E’ anche vero che il non cristiano si nasconde spesso dietro quel che vede nei cristiani e quindi esclama: “Ipocriti” quando in realtà egli stesso è un peccatore che non vuole affrontare le affermazioni di Cristo.

Ma non è questo che Gesù intende dire qui; piuttosto Egli ci richiama alla nostra responsabilità, quali individui e gruppi, di dimostrare un amore talmente grande verso i cristiani che il mondo non abbia alcuna ragione valida per definirci non cristiani.


L’ultima apologetica

Ma c’è qualcosa di ancora più forte. E per capirlo dobbiamo leggere in Giovanni 17:21, un versetto della preghiera sacerdotale di Cristo.

Gesù dice: “Che siano tutti uno; che come Tu, o Padre, sei in Me e Io sono in Te, anch’essi siano in Noi; affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato”.

In questa Sua preghiera sacerdotale, Gesù intercede per l’unità della chiesa, per quell’unità che dovrebbe trovarsi in maniera specifica tra i veri cristiani.

Gesù non prega per un’unità umanistica, romantica fra gli uomini in generale.

Il versetto 9 chiarisce questo punto: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu Mi hai dato perché sono Tuoi”.

Gesù fa una netta distinzione fra coloro che si sono affidati a Lui con fede e coloro che sono ancora ribelli. Perciò al versetto 21, quando Cristo prega per l’unità, il pronome “essi” si riferisce ai cristiani autentici.

Osservate però che il versetto 21 dice: “Che siano tutti uno”.

E’ interessante notare che l’accentuazione è la medesima che in Giovanni 13, cioè non riguarda una parte dei veri cristiani ma tutti, non che ci sia unità fra certe correnti della chiesa, ma che tutti i cristiani nati di nuovo siano uniti.

Ora veniamo alla parte più profonda.

In questo versetto 21, Gesù dice qualcosa che mi fa sentire molto piccolo.

Se, come cristiani non ci sentiamo umiliati, vuoi dire che manchiamo di sensibilità e di onestà, perché Gesù ci dà con queste parole, l’ultima apologetica. E qual è?

“Che siano tutti uno; che come Tu, o Padre, Sei in Me e Io in Te, anch’essi siano in Noi; affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato”.

Questa è l’apologetica finale.

In Giovanni 13 il punto era questo: se un singolo cristiano non dimostra amore verso gli altri veri cristiani, il mondo ha diritto di giudicarlo non- cristiano.

Qui Gesù afferma qualcos’altro che è molto più acuto, più profondo: non possiamo pretendere che il mondo creda che il Padre ha mandato il Figliolo, che le dichiarazioni di Cristo siano vere e che il cristianesimo sia autentico, se il mondo non riscontra una qualche reale unità fra i veri cristiani.

Ora questo fa rabbrividire.

A questo punto non dovremmo sentirci molto turbati?

Riflettiamo ancora.

Gesù non dice che in base a questo i cristiani dovrebbero giudicarsi tra di loro (se sono cristiani o no).

Vi prego di fare molta attenzione.

La chiesa ha il compito di giudicare se un uomo è cristiano in base alla sua dottrina, al contenuto proporzionale e alla sincera professione della sua fede.

Quando una persona si presenta ad una chiesa locale che fa il suo dovere, viene interrogata sul contenuto della sua fede. Se, ad esempio, la chiesa sta esaminando un caso di eresia (il Nuovo Testamento ci dimostra che i processi per eresia devono esserci nella chiesa di Cristo), la questione dell’eresia tratterà sul contenuto della dottrina di quell’uomo.

La chiesa ha diritto, anzi l’ordine, di giudicare una persona in base al contenuto di ciò che crede e insegna.

Ma non possiamo aspettarci che il mondo giudichi alla stessa maniera, perché non si interessa affatto a questioni dottrinali. E questo è vero specialmente nella seconda metà del XX secolo quando, in base alla loro epistemologia, gli uomini non credono più nemmeno alla possibilità di una verità assoluta.

E se il mondo che ci circonda non crede più nel concetto di verità, è chiaro che non dobbiamo attenderci che s’interessi alla veridicità o meno della dottrina di un individuo.

Ma Gesù ha dato un segno che può colpire l’attenzione del mondo, anche quella dell’uomo moderno che si definisce nient’altro che una macchina.

Siccome ogni uomo è creato ad immagine di Dio e perciò aspira all’amore, c’è qualcosa che può verificarsi ad ogni latitudine, in ogni tempo, e che non può mancare di richiamare la sua attenzione.

Che cos’è?

E’ l’amore che i veri cristiani hanno l’uno per l’altro e non soltanto per il loro particolare gruppo.


Risposte oneste, amore visibile

Come cristiani, non dobbiamo naturalmente minimizzare la necessità di dare risposte oneste a domande altrettanto oneste.

Dovremmo avere un’apologetica intellettuale.

La Bibbia la ordina, Cristo e Paolo la esemplificano.

Nella sinagoga, nei mercati, nelle case ed in qualunque circostanza possibile, Gesù e Paolo discussero sul cristianesimo.

Allo stesso modo è compito del cristiano essere in grado di rispondere onestamente a domande oneste e quindi di farlo.

Eppure, Cristo dice che, se i veri cristiani non si amano a vicenda, non dobbiamo aspettarci che il mondo ascolti, anche se sapremo dare le giuste risposte. Ciononostante dobbiamo studiarci, per tutta la vita, di dare risposte oneste; ma per anni, purtroppo, la chiesa evangelica biblica l’ha fatto in modo insufficiente. Perciò è bene dedicare del tempo ad imparare a rispondere a coloro che vivono attorno a noi.

Ma anche quando avremo fatto del nostro meglio per comunicare con un mondo perduto, non dovremo mai dimenticare che l’ultima apologetica che Gesù ci dà è l’amore visibile dei veri cristiani verso i loro fratelli.

Pur non essendo l’argomento centrale che desidero trattare ora, l’amore visibile e l’unità tra i veri cristiani manifestati al mondo devono tuttavia essere assolutamente al di sopra di ogni barriera che divide gli uomini.

Il Nuovo Testamento dice: “Né Greco, né barbaro, né Giudeo, né Gentile, né maschio, né femmina”.
Nella chiesa di Antiochia i cristiani erano sia Giudei che Gentili e comprendevano i vari strati sociali dal fratello di latte di Erode agli schiavi; i Gentili di Macedonia (Greci cristiani), orgogliosi per natura, dimostrarono un interesse pratico per le necessità materiali dei Giudei cristiani di Gerusalemme.

Quell’amore tangibile e concreto fra i cristiani, che il mondo ha diritto di poter osservare ai nostri giorni, dovrebbe senz’alcuna riserva, scavalcare ogni barriera che può essere rappresentata da: lingua, nazionalità, frontiere nazionali, differenza di età, colore della pelle, grado d’istruzione, condizioni economiche, accento, stirpe, sistema di classe in particolari luoghi, modo di vestire, capelli corti o lunghi fra i bianchi, acconciature africane o no fra i neri, abitudine di calzare le scarpe o di andare a piedi nudi, differenziazioni culturali e forme di culto più o meno tradizionali.

Se il mondo non riscontra questo, non crederà che Cristo fu mandato dal Padre.

E non basterà saper dare soltanto risposte adeguate perché la gente creda.

Le due cose non vanno considerate in antitesi.

Il mondo deve ricevere risposte appropriate ai suoi interrogativi sinceri, ma nel medesimo tempo è indispensabile che regni un’unità d’amore fra i veri cristiani. Ecco ciò che occorre se vogliamo che gli uomini conoscano che Gesù fu mandato dal Padre e che il cristianesimo è vero.


Falsi concetti di unità

Cerchiamo di chiarire il significato di unità.

Iniziamo con l’eliminare alcuni falsi concetti.

Primo, l’unità di cui parla Gesù non è puramente organizzata.

Nella nostra generazione c’è una straordinaria spinta all’unità ecclesiastica. Si sente nell’aria (come la rosolia in tempo di epidemia), è tutt’intorno a noi.

Gli uomini possono avere ogni tipo di unità costituita pur non manifestando alcuna unità.

L’esempio classico ce lo dà la Chiesa Cattolica Romana attraverso il tempo.

La Chiesa Cattolica Romana ha avuto una grande unità esterna, probabilmente la più gigantesca unità organizzata che sia mai esistita al mondo, ma nello stesso tempo ci sono stati fra i diversi ordini lotte di potere titaniche e spietate all’interno di quell’unica chiesa.

Oggi c’è un divario ancora maggiore fra il cattolicesimo tradizionale e quello progressista. La Chiesa Cattolica Romana cerca tuttora di tenersi unita come organizzazione, ma è appunto unita solo su questo piano, poiché all’interno di essa ci sono due religioni completamente diverse, due concetti differenti di Dio e due concetti
differenti della verità.

E succede esattamente lo stesso nel movimento ecumenico Protestante.

C’è un tentativo di raggruppare la gente per quanto riguarda l’organizzazione,
secondo l’affermazione di Cristo, ma la vera unità non esiste, perché anche qui
esistono due religioni diverse: il cristianesimo biblico e un “cristianesimo
che non ha niente a che vedere col Cristianesimo.

E’ senza dubbio possibile raggiungere un’unità sul piano dell’organizzazione, e per questo spendere le energie di tutta una vita, senza tuttavia neppure avvicinarsi a quel tipo di unità di cui parla Gesù in Giovanni 17.

Non desidero denigrare una appropriata unità costituita e fondata su giuste basi dottrinali. Ma Gesù vuoi dire qualcosa di assolutamente diverso, poiché ci può essere una grande unità organizzata senza che ci sia vera unità, anche in quelle chiese che hanno lottato per l’integrità dottrinale.

Credo fermamente nel principio e nella pratica della purezza della chiesa visibile, eppure ho visto alcune chiese che dopo essersi battute in questo senso, non sono altro che focolai di meschinità.

Non esiste più alcun rapporto personale di amore concreto e visibile nemmeno tra di loro, senza parlare poi del rapporto con gli altri cristiani.

C’è ancora una ragione per cui non si può interpretare questa unità di cui Cristo parla, come organizzazione.

Tutti i cristiani (“Che siano tutti uno”) devono essere “uno”.

E’ ovvio che non sarebbe possibile avere un’unità organizzata capace di comprendere tutti i cristiani nati di nuovo, in ogni parte del mondo. E’ semplicemente impossibile.

Ad esempio, esistono dei cristiani nati di nuovo, che non appartengono a nessuna organizzazione.

E quale organismo unico potrebbe riunire quei veri cristiani che si trovano isolati dal mondo esterno a causa delle persecuzioni?

E’ evidente che l’unità organizzata non è la soluzione.

 

C’è un secondo falso concetto inerente a questa unità.

E’ il punto a cui i cristiani evangelici si sono spesso sottratti.

Con troppa frequenza gli evangelici hanno detto: “Naturalmente Gesù fa riferimento all’unione mistica della Chiesa invisibile”. Pertanto si fermano qui e lasciano correre; non ci pensano più, mai più.

In termini teologici ci sono due chiese, è vero: una chiesa visibile ed una chiesa invisibile.

La seconda è quella autentica, in realtà è l’unica che ha diritto alla lettera maiuscola, perché è formata da tutti coloro che si sono affidati a Cristo come Salvatore; questo è della massima importanza.

E’ la Chiesa di Cristo.

Non appena divento cristiano e mi affido al Signore, io sono membro di questa Chiesa e allora c’è un’unione mistica che mi vincola a tutti gli altri membri.

E’ vero. Ma non è questo che Gesù intende dire in Giovanni 13 e 17, perché non possiamo mai rompere questa unità, qualsiasi cosa noi facciamo.

Perciò collegare le parole di Cristo all’unità mistica della Chiesa invisibile, significa svuotare la frase del suo significato.


Terzo, Egli non parla della nostra unità di posizione in Cristo.

E’ vero che in Cristo siamo tutti sullo stesso piano, cioè che non appena Lo accettiamo come Salvatore abbiamo un unico Signore, un unico battesimo, un’unica nascita (la seconda nascita) e siamo rivestiti della giustizia di Cristo.

Tuttavia questo non è il punto.


Quarto, abbiamo anche un’unità legale, ma non si tratta neppure di questo.

Esiste un’unità legale bella e meravigliosa fra tutti i cristiani.

Il Padre (il Giudice dell’Universo) dichiara ufficialmente in base all’opera compiuta di Cristo nello spazio, nel tempo e nella storia, che la colpa morale di coloro che si confidano in Cristo non esiste più.

Per questo fatto abbiamo una meravigliosa unità, però Gesù non si riferisce a questo.

Non è giusto che il cristiano evangelico cerchi di sfuggire, aggrappandosi al concetto della Chiesa invisibile, o a queste altre unità collegate.

Mettere in relazione i passi di Giovanni 13 e 17 con l’esistenza della Chiesa invisibile renderebbe l’affermazione di Gesù del tutto insignificante. Sarebbe una presa in giro, se non ci rendessimo conto che Egli sta parlando di qualcosa di visibile.

Il punto è tutto qui: il mondo giudicherà se Gesù è stato mandato dal Padre in base a qualcosa che sia possibile osservare.


Vera unità

In Giovanni 13 e 17, Gesù parla di un’unità realmente visibile, un’unità pratica che non conosce barriere, fra tutti i veri cristiani.

Il cristiano ha in realtà un doppio compito.

Deve mettere in pratica sia la santità che l’amore di Dio.

Il cristiano deve rendere manifesto che Dio esiste in quanto Dio infinito e personale; deve perciò rivestirsi contemporaneamente del Suo carattere santo e amorevole.

Infatti la santità di Dio non va senza il Suo amore: sarebbe solo durezza, e il Suo amore non va senza la Sua santità: sarebbe solo un compromesso.

Ogni attività svolta da un cristiano o da un gruppo cristiano, che non riesce a offrire quell’equilibrio costante tra la santità e l’amore di Dio non presenta al mondo che osserva una dimostrazione del Dio vivente, bensì una caricatura del Dio vivente.

Secondo le Scritture e l’insegnamento di Cristo, l’amore che viene manifestato dev’essere estremamente consistente.

Non è solo qualcosa di cui si può parlare una volta ogni tanto.


Amore visibile

Cosa significa dunque quest’amore?

Come manifestarlo?


Primo, vuoi dire una cosa molto semplice: cioè che quando ho commesso un errore e quando ho mancato d’amore verso il mio fratello in Cristo, io vado da lui e gli dico: “Ti chiedo scusa”.

Questa è la prima cosa.

Può sembrare una delusione che anzitutto si debba ricorrere ad una cosa tanto semplice! Ma se credete che sia facile, vuoi dire che non l’avete mai esperimentato.

Nei nostri gruppi, nelle nostre comunità cristiane, e persino nelle nostre famiglie, quando abbiamo mancato d’amore nei riguardi di un’altra persona, noi come cristiani non andiamo automaticamente a chiedere scusa.

Non è mai tanto facile, anche nelle cose più piccole.

Può sembrare semplicistico cominciare col dire di aver sbagliato e coi chiedere perdono, ma non lo è. Questa è la strada per rinnovare la comunione tra marito e moglie, fra genitori e figli, all’interno di una comunità cristiana o anche tra i gruppi.

Quando ci capita di mancare di amore verso l’altro, Dio ci chiama ad andare e dire: “Perdonami, sono veramente dispiaciuto”.

Se non sono disposto a dire:Ti chiedo scusa, dopo aver fatto torto a qualcuno e specialmente se ho mancato di amore, non ho neppure cominciato a pensare quale sia il significato di un’unità cristiana che il mondo può conoscere.

 Il mondo ha diritto di chiedersi se sono cristiano.

Non solo, e desidero ripeterlo: se non mi sento disposto a fare questo passo così semplice, il mondo ha diritto di chiedersi se Gesù fu mandato dai Padre, e se il cristianesimo è vero.

In coscienza, ci siamo esercitati a fare questo?

Quante volte, per la potenza dello Spirito Santo, ci siamo rivolti ai cristiani della nostra comunità per chiedere scusa?

Quanto tempo abbiamo trascorso per ristabilire i contatti con persone di altre comunità, chiedendo loro scusa per quello che abbiamo fatto, detto o scritto?

Quante volte il nostro gruppo si è comportato allo stesso modo nei confronti di un altro gruppo col quale aveva delle divergenze?

Questo è talmente importante che fa parte, in tutte le sue applicazioni pratiche, dell’insegnamento del Vangelo stesso.

La pratica visibile della verità e dell’amore vanno di pari passo con la proclamazione della buona novella di Gesù Cristo.

Nelle divergenze fra i veri cristiani di vari paesi, ho osservato una cosa:
ciò che divide e separa i credenti e le comunità, ciò che lascia un’amarezza che può durare per 20, 30,40 anni (o per 50 e 60 nel ricordo di un figlio) non sono i diversi punti dottrinali o di fede che per primi furono la causa di divisioni, ma è immancabilmente la carenza d’amore: sono le cose amare che i cristiani dicono quando incontrano divergenze. Queste si attaccano alla mente come la colla. E quando il tempo è trascorso e i contrasti tra i cristiani o fra i gruppi si attenuano, rimangono ancora impresse quelle cose amare, pungenti che abbiamo pronunciato quando credevamo di discutere onestamente e con obbiettività. Sono queste parole, questi atteggiamenti che provocano quell’aria malsana che il mondo avverte nella Chiesa di Gesù Cristo, in mezzo ai cristiani autentici.
Se, come veri cristiani, noi controllassimo la lingua e parlassimo con amore allorché sentiamo di dover essere in disaccordo, nel giro di 5 o 10 anni sparirebbe ogni amarezza.

Invece lasciamo delle cicatrici, una maledizione che si trascina per generazioni.

Una maledizione nella chiesa, ma anche nel mondo.

I titoli dei giornali riportano nella stampa cristiana, e alle volte anche nella stampa secolare, di cristiani che dicono cose assai offensive di altri cristiani.

Il mondo osserva, scrolla le spalle e se ne và.

Non ha visto neppure il principio di una chiesa vivente in una cultura agonizzante, il principio di ciò che Gesù indica come l’ultima apologetica: l’unità visibile fra i veri cristiani che sono realmente fratelli in Cristo.

La nostra lingua tagliente, la mancanza di amore fra di noi (non mi riferisco alla formulazione necessaria delle differenze che possono esistere fra i cristiani), questo è quanto turba veramente il mondo.

Com’è diverso tutto ciò dal comandamento franco e diretto di Gesù Cristo, di mostrare un’unità visibile che può essere rilevata da un mondo che ci osserva!

 

Il perdono

Per un amore evidente occorre però di più che chiedere scusa.

Ci dev’essere un perdono sincero.

Benché sia difficile dire “Ti chiedo scusa”, è ancora più difficile perdonare; la Bibbia tuttavia parla chiaro quando dice che il mondo deve riscontrare in mezzo al popolo di Dio uno spirito di perdono.

Nella preghiera del Signore, Gesù stesso ci insegna a dire: “Perdona i nostri peccati, come noi abbiamo perdonato quelli che ci hanno fatto dei torti”.

Occorre notare subito che questa preghiera non si riferisce alla nostra salvezza. Non ha niente a che vedere con la nuova nascita, perché noi siamo nati di nuovo per l’opera compiuta di Cristo e per nient’altro. Si riferisce invece all’esperienza, attimo per attimo, del rapporto esistenziale del cristiano con Dio.

 Abbiamo bisogno del perdono una volta per tutte per essere giustificati, e del perdono costante dei peccati (sulla base dell’opera di Cristo) per avere una comunione piena con Dio.

La preghiera che il Signore ci ha insegnata dovrebbe renderci dei cristiani molto saggi, ogni giorno della nostra vita.

Quando perdoniamo gli altri, stiamo chiedendo al Signore di iniziarci a quelle esperienze reali di comunione con Lui.

Certi cristiani sostengono che la preghiera del Signore non è per l’era presente; ma noi, per la maggior parte, siamo di parere contrario; nonostante ciò non ci rendiamo conto, tranne forse una volta l’anno, che il nostro cuore è tanto poco propenso al perdono in rapporto al perdono che Dio ci offre.

Molti cristiani non collegano mai, o raramente, la loro mancanza di comunione reale con Dio, con la mancanza di perdono verso gli uomini, anche se ripetono più volte il “Padre nostro” in maniera formale nei loro culti domenicali.

Dobbiamo tutti riconoscere di continuo che non pratichiamo come dovremmo il perdono del cuore.

...eppure la preghiera dice:”perdona i nostri peccati , come noi abbiamo perdonato quelli che ci hanno fatto dei torti”.

E’ necessario dimostrare uno spirito di perdono ancora prima che l’altra persona esprima rammarico per il suo torto.

La preghiera del Signore non ci suggerisce che quando l’altro è dispiaciuto, dobbiamo dimostrare che siamo uniti perdonandolo; piuttosto siamo chiamati a perdonare ancora prima che l’altro abbia fatto il primo passo.

Si potrà sostenere che egli ha torto, ma anche così dobbiamo essere disposti al perdono.
Bisogna avere questo spirito di perdono non soltanto verso i cristiani, ma verso tutti gli uomini. Ad ogni modo se va dimostrato a tutte le creature, è ancora più importante dimostrarlo ai cristiani.

Un tale spirito denota una disposizione d’amore verso gli altri. Ma anche se la chiamiamo “disposizione”, il vero perdono è visibile. Credetemi, guardando in faccia un uomo si può sapere con certezza se ha perdonato o no.

E il mondo è chiamato ad osservarci per vedere se c’è amore fra i vari gruppi, un amore che sorpassa i nostri confini.

Quando il mondo si accorge che diciamo “Scusatemi”, nota in noi uno spirito di perdono?

Il nostro amore non sarà perfetto, ma occorre che sia concreto perché il mondo possa vederlo, altrimenti non rientra nel concetto dei versetti citati in Giovanni 13 e 17.

E se il mondo non riscontra questo nei veri cristiani, ha tutte le ragioni per trarre i due tremendi giudizi che i passi di Giovanni indicano: cioè che non siamo cristiani e che Cristo non fu mandato dal Padre.


Divergenze fra cristiani

Cosa accade dunque quando siamo costretti a dissentire da altri fratelli in Cristo, perché vogliamo testimoniare della santità di Dio sia nella dottrina che nella vita?

Per quanto concerne la vita, nella prima e nella seconda epistola ai Corinzi Paolo ci insegna con chiarezza dove sta l’equilibrio.

La stessa cosa vale per la dottrina.

Dapprima, in prima Corinzi 5:1-5, egli rimproverala chiesa di Corinto per aver tollerato che un uomo adultero restasse nella chiesa, senza che essa applicasse alcuna disciplina.

A motivo della santità di Dio e della necessità di manifestare questa santità di fronte ad un mondo che osserva, e il cui giudizio secondo la legge rivelata da Dio è giusto al Suo cospetto, Paolo riprende la chiesa di Corinto per aver mancato di disciplinare quell’uomo.

Quando il consiglio dell’apostolo viene poi eseguito, Paolo scrive loro nuovamente rimproverandoli della mancanza d’amore nei confronti di quell’uomo (2 Corinzi 2:6-8).

Queste due cose devono essere parallele.

Sono grato del modo con cui Paolo scrive nella prima e poi nella seconda lettera perché qui si nota il passaggio del tempo.

I Corinzi hanno seguito il suo consiglio, applicando una disciplina verso quel cristiano ed ora Paolo scrive loro: “Voi l’avete ripreso, ma adesso perché non gli dimostrate il vostro amore?”.

Poteva anche proseguire citando Gesù, in questo modo: “Non vi rendete conto che i pagani di Corinto hanno diritto di dire che Gesù non è stato mandato dal Padre, perché voi non dimostrate amore verso quest’uomo che avete giustamente richiamato al dovere?”.
A questo punto sorge una domanda molto importante: Come possiamo manifestare quell’unità che Cristo ci ordina senza avere parte alcuna negli errori di un altro?

Vorrei darvi alcuni suggerimenti per poter mettere in pratica e rendere evidente questa unità che supera anche le divergenze.

 

Rammarico

Primo, non dovremmo mai arrivare a divergenze tali, fra veri cristiani, senza rimpianti e lacrime.

Sembra facile, è vero?

Credetemi, gli evangelici biblici spesso non ne hanno dato la prova.

Alle volte sembra quasi che ci rallegriamo nello scoprire gli sbagli altrui. Ci innalziamo, gettando gli altri a terra.

Questo ci impedirà sempre di manifestare una reale unità fra i cristiani.

Esiste soltanto un tipo d’uomo, capace di combattere le battaglie del Signore in modo molto vicino a quello giusto, ed è l’uomo che è pacifico per natura.

Un tipo battagliero è portato a lottare, dato il suo temperamento, almeno così sembra.

Il mondo deve notare che quando abbiamo divergenze con altri cristiani, ciò avviene non perché amiamo l’odore del sangue, dell’arena, della corrida, ma perché vi siamo costretti per amor di Dio.

Se nella necessità di parlare delle nostre divergenze, lo facciamo con lacrime, allora qualcosa di bello può manifestarsi.


Secondo, in proporzione alla gravità del dissidio fra veri cristiani, è importante dimostrare coscientemente al mondo un amore concreto.

Non tutte le divergenze fra credenti sono di uguale gravità; alcune sono veramente trascurabili, altre di grandissima importanza.

Più grave è il torto e più è importante manifestare la santità di Dio, cioè parlare apertamente su quanto è male. Nel medesimo tempo, più gravi diventano le divergenze, più è necessario rivolgersi allo Spirito perché ci doni la capacità di portare amore ai cristiani coi quali siamo in disaccordo.

Quando si tratta di una differenza lieve, la manifestazione dell’amore non richiede una cosciente riflessione, ma quando il dissidio ha proporzioni più vaste occorre attenersi con accresciuta fermezza alla santità di Dio. Ed in questo caso diventa oltremodo necessario rendere manifesto al mondo che esiste un reciproco amore fra noi che crediamo.
Dal punto di vista umano, andiamo nella direzione opposta: nelle questioni minori dimostriamo un maggior amore cristiano, ma quando il dissenso si allarga a sfere più importanti, siamo inclini a mancare di amore. Invece dev’essere il contrario: quando aumentano le divergenze fra i veri cristiani, è necessario amare con consapevolezza, esternando un amore visibile agli occhi del mondo.

Perciò cerchiamo di fare questa considerazione: il contrasto con il mio fratello in Cristo è d’importanza cruciale?

Se sì, è doppiamente indispensabile che io preghi a lungo, in ginocchio, chiedendo allo Spirito Santo e a Cristo di operare per mezzo mio e del mio gruppo, affinché insieme si possa amare, nonostante il grave disaccordo in cui mi trovo con un fratello o un altro gruppo di veri cristiani.


Amore che costa

Terzo, dobbiamo dare una dimostrazione pratica di amore durante il contrasto, anche quando il farlo ci costa.

La parola amore non dovrebbe essere soltanto un vessillo. In altri termini, bisogna fare tutto il possibile, costi quel che costi, per rendere manifesto questo amore.

Non dobbiamo dire “Ti amo” e poi colpire alle spalle!

Troppo spesso la gente pensa che il cristianesimo sia un sentimentalismo, una specie d’amore sdolcinato tanto verso il bene quanto verso il male.

La Bibbia non è di questo parere.

Bisogna manifestare contemporaneamente la santità e l’amore di Dio. Perciò dobbiamo fare attenzione a non confondere ciò che è errato con ciò che è giusto, sia nella sfera dottrinale che nella vita, nel nostro gruppo o in un altro.

L’errore è sempre errore dovunque, ed in casi simili abbiamo la responsabilità di chiamare il male col suo vero nome. Ma l’amore visibile dev’essere presente senza tener conto di quel che costi.

La Bibbia non ci risparmia queste cose.

In 1 Corinzi 6:1-7 leggiamo: “Quando qualcuno di voi ha una lite con un altro, ha il coraggio di chiamarlo in giudizio davanti agli ingiusti anziché davanti ai santi? Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo? Se dunque il mondo è giudicato da voi, siete voi indegni di giudicare delle cose minime? Non sapete voi che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare le cose di questa vita! Quando dunque avete da giudicare su cose di questa vita, costituite come giudici persone che nella chiesa non sono tenute in alcuna considerazione? Dico questo per farvi vergogna. Che non vi sia tra di voi neppure una persona saggia, capace di pronunciare un giudizio tra un fratello e l’altro? Ma il fratello processa il fratello e lo fa dinanzi agli infedeli. Certo è già in ogni modo un vostro difetto che abbiate fra voi dei processi. Perché non patite piuttosto qualche torto? Perché non patite piuttosto qualche danno?”.

Cosa significa questo?

La chiesa non deve lasciar passare il torto sotto silenzio: ma il cristiano dev’essere disposto a subire perdite materiali e economiche per dimostrare quell’unità che dovrebbe esserci fra veri cristiani piuttosto che rivolgersi ai tribunali per denunciare i fratelli, perché questo distrugge l’unità visibile di fronte al mondo.

Un amore del genere costa caro, ma è soltanto la sua messa in pratica che può renderlo evidente.
Paolo parla di qualcosa che si vede, che è molto reale: il cristiano deve esternare tanto amore in una situazione di necessaria divergenza col suo fratello, da essere disposto a subirne il conseguente danno, non solo economico (benché quando si tratta di denaro la maggior parte dei credenti sembra dimenticare qualsiasi amore e unione), ma di qualunque altra natura.

Qualunque sia la circostanza specifica dev’esserci una dimostrazione pratica d’amore, adeguato al luogo stesso.

La Bibbia è un libro forte e radicale.


Il quarto modo di manifestare l’amore, senza che si abbia parte nella colpa del fratello, è di accostarsi al problema con l’intento di risolverlo, piuttosto che col desiderio di avere la meglio.

A tutti piace vincere e più di qualunque altro al teologo.

La storia della teologia è troppo spesso una lunga esibizione della brama di trionfare, Ma dovremmo capire che quel conta per noi, nel mezzo delle nostre divergenze, è la soluzione, una soluzione che dia gloria a Dio, che sia aderente alla Bibbia e che contemporaneamente metta in luce l’amore e la santità di Dio.

Qual è il nostro atteggiamento quando ci apprestiamo a parlare col nostro fratello o quando due gruppi s’incontrano per discutere su delle controversie?

Un desiderio di uscirne vittoriosi?

Di prevalere su tutti?

Se c’è un’aspirazione all’amore ogni volta che discutiamo di un contrasto, il nostro desiderio dev’essere di raggiungere un felice risultato e non di voler affermare che noi siamo nel giusto.

 

La differenza nelle differenze

Il quinto modo di dimostrare al mondo un amore pratico e visibile, senza essere implicati negli sbagli del fratello, è di renderci conto, tenendolo sempre presente, che dobbiamo aiutarci a vicenda a non cadere facilmente nel compromesso, ritenendo giusto ciò che è sbagliato, e non dimenticare altrettanto facilente di manifestare la nostra unità in Cristo. Questo atteggiamento dev’essere costantemente e coscientemente ricercato; se ne deve parlare e scrivere all’interno dei nostri gruppi, fra loro e tra noi come individui.

In realtà se ne dovrebbe parlare e scrivere prima che sorgano i contrasti fra noi.

Abbiamo conferenze sui temi più svariati ma quando mai si è sentito dire di un convegno in cui si voglia approfondire come i veri cristiani possano manifestare praticamente la fedeltà alla santità di Dio e al tempo stesso la fedeltà all’amore di Dio di fronte ad un mondo che osserva.

Quando mai si è sentito parlare di sermoni o di scritti che presentino con precisione la pratica simultanea di due principi che sulle prime sembrano essere in contrasto fra loro?

1.    Il principio della pratica dell’integrità della chiesa visibile, riguardo la dottrina e la vita e

2.    il principio della pratica dell’amore visibile e dell’unità tra tutti i veri cristiani?

Se non esiste un’accurata predicazione e letteratura in merito, siamo così sciocchi da pensare che si possa produrre un qualcosa di buono quando è necessario affrontare con franchezza delle divergenze fra veri cristiani?

Un amore visibile che si manifesta anche nel disaccordo, dimostrerà al mondo la differenza fra le divergenze dei cristiani e quelle degli altri uomini.

Forse il mondo non potrà capire la ragione del disaccordo tra i cristiani, ma vedrà subito la differenza fra i nostri contrasti ed i loro se riscontrerà che le nostre divergenze avvengono in un clima di amore concreto a livello pratico.

Qui sta la diversità.

Ora capite perché Gesù disse che questa è la cosa che può fare colpo sul mondo?

Non si può pretendere che esso comprenda le differenze dottrinali, specialmente ai nostri giorni, quando l’esistenza della verità reale e di valori assoluti è ritenuta inconcepibile, anche a livello di concetto.

Non possiamo aspettarci che il mondo comprenda che in base alla santità di Dio le nostre divergenze sono diverse, e questo perché le affrontiamo riferendoci agli assoluti di Dio. Ma quando invece il mondo nota che pur nelle divergenze fra noi, si vede una unità concreta, questo io porta a considerare la verità del cristianesimo e dell’affermazione di Cristo, che il Padre ha mandato il Figliolo.

Difatti in una situazione di contrasto, c’è maggiore possibilità di mettere in chiaro che cosa Gesù vuoi dire, di quanto non ci sia se siamo tutti d’accordo. E’ ovvio che non per questo bisogna andare in cerca di contrasti fra di noi.

Ce ne sono già abbastanza senza ricercarne altri.

Ad ogni modo è proprio nelle divergenze che troviamo opportunità preziose.

Quando tutto va bene e ce ne stiamo insieme in un bel circolo, non c’è molto da far vedere agli altri. Ma quando sorge un vero contrasto e nonostante ciò riusciamo ad affermare dei principi senza compromesso e nello stesso tempo ad esprimere un amore visibile, allora il mondo può vedere qualcosa, ha un metro di misura con cui giudicare se siamo veramente cristiani e se Gesù fu effettivamente mandato dal Padre.


Amore pratico

Vorrei portarvi due buoni esempi di amore tangibile.

Uno di questi si riferisce alle comunità dei Fratelli in Germania subito dopo la seconda guerra mondiale.

Per poter avere il controllo sulla chiesa, Hitler aveva ordinato l’unione di tutte le comunità religiose tedesche, raggruppandole per legge.

A questo punto i Fratelli furono di opinioni diverse.

Una metà accettò il decreto di Hitler e l’altra metà lo rifiutò.

I primi ebbero ovviamente un periodo molto più facile, ma gradualmente nell’organizzazione comune coi gruppi liberali, la loro integrità dottrinale e la vita dello spirito s’inaridirono.

D’altro canto quelli che non vollero unirsi, si mantennero spiritualmente forti, ma non vi fu famiglia in cui un membro non morisse nei campi di concentramento tedeschi.

Ora potete immaginare la tensione emotiva?

La guerra finisce e questi cristiani si ritrovano di fronte. Avevano la medesima dottrina e per oltre una generazione avevano lavorato insieme.

Cosa accadrà adesso?

C’è chi ricorda il padre morto nei campi di concentramento, mentre gli altri fratelli sono rimasti al sicuro.

D’altra parte nel gruppo opposto c’è gente che ha sentimenti personali altrettanto profondi.
A poco a poco questi fratelli si resero conto che tale situazione non poteva durare.

Fissarono un convegno in cui gli anziani dei due gruppi si sarebbero ritrovati, in un luogo tranquillo.

Chiesi alla persona che mi raccontava questa vicenda che cosa avessero fatto.

Mi rispose: “Ci radunammo e dedicammo parecchi giorni per restare in silenzio affinché ognuno investigasse il proprio cuore”.

Ecco la differenza sostanziale; le emozioni riemersero dal profondo: “Mio padre fu mandato in un campo di concentramento; mia madre venne deportata”.

Queste cose non sono bazzecole, ci toccano nel vivo del nostro cuore di uomini.

Nella loro particolare situazione, questi fratelli capirono il comandamento di Cristo e per parecchi giorni ognuno di loro non fece altro che esaminare il proprio cuore, ripensando alle proprie colpe e ai comandamenti di Cristo.

Poi tutti si radunarono.

Cos’accadde allora?” chiesi a quell’uomo.

Mi rispose: “Ci ritrovammo perfettamente uniti”.

Secondo me, Gesù parla esattamente di questo.

Il Padre ha mandato il Figliolo.

 

Divisi ma “uno”

Il principio di cui stavamo parlando è universale, applicabile in ogni tempo ed in ogni luogo.

Vi parlerò ora del secondo esempio: una pratica diversa dello stesso principio.

Ho atteso per anni che arrivasse il momento in cui due gruppi di cristiani nati di nuovo che per buone ragioni trovavano impossibile lavorare insieme, si separassero senza per questo accusarsi a vicenda.

Ho desiderato ardentemente che i due gruppi continuassero ad amarsi reciprocamente di fronte al mondo che osserva, quando ormai erano giunti al punto in cui la loro unità organizzata non era più possibile.

In teoria, naturalmente, ogni chiesa locale dovrebbe essere in grado di servire all’intero arco della società. Ma in pratica dobbiamo riconoscere che in determinate situazioni è cosa alquanto ardua.

I bisogni dei vari settori della società sono differenti.

 

Recentemente emerse un problema del genere in una chiesa di una grande città del Midwest negli Stati Uniti. Un certo numero di persone, in armonia coi tempi moderni, frequentavano una data chiesa ed il pastore gradatamente si rese conto che non era in grado di poter predicare e servire due gruppi.

Alcuni possono anche farlo, ma per lui personalmente, non era possibile predicare a tutta la componente della sua congregazione, cioè indirizzarsi a quelli dai capelli lunghi ed ai loro amici che provenivano da ambienti molto diversi, e nello stesso tempo parlare alla gente del quartiere.

 

L’esempio d’amore tangibile che vi presento non dev’essere considerato come una situazione “scontata” nel nostro tempo. Nella nostra generazione la mancanza di amore assume due aspetti: la gente del ceto medio è portata a snobbare e ad essere maldisposta verso i credenti dai capelli lunghi e questi ultimi possono, a loro volta, avere le stesse reazioni verso i cristiani dai capelli corti.


Dopo aver tentato a lungo di lavorare insieme, gli anziani di quella chiesa si riunirono e decisero di fare due comunità. Essi dissero con molta chiarezza che non si dividevano per motivi dottrinali, ma per questioni pratiche.

Un membro della vecchia assemblea andò nel nuovo gruppo. Lavorarono con il consiglio di chiesa congiunto perché il passaggio avvenisse con ordine.

Ora hanno due gruppi ed i cristiani dimostrano praticamente e con consapevolezza amore l’uno per l’altro.

Qui c’è dunque una mancanza di unità costituita, ma il mondo può notare un amore e un’unione fraterna tangibili.

Il Padre ha mandato il Figliolo!

Voglio dirvi con tutto il cuore che mentre lottiamo per una predicazione giusta del Vangelo in pieno ventesimo secolo, l’importanza dell’amore palese deve far parte del nostro messaggio.

Non dobbiamo dimenticare l’ultima apologetica.

Il mondo ha diritto di osservarci quando noi, come veri cristiani, esperimentiamo divergenze di carattere pratico e deve poter constatare che ci amiamo a vicenda.

Il nostro amore deve avere una forma visibile al mondo, dev’essere concreto.


Il solo vero segno

Rileggiamo i testi biblici che indicano chiaramente il segno del cristiano.

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come Io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete Miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:34-35).

Che siano tutti uno; che come Tu, o Padre, sei in Me e Io sono in Te, anch’essi siano in Noi: affinché il mondo creda che Tu Mi hai mandato” (Giovanni 17:2 1).

 

Cos’altro dovremmo dire per concludere se non che come il Samaritano amò l’uomo ferito, noi cristiani siamo chiamati ad amare tutti gli uomini come nostro prossimo, come noi stessi.

Secondo, che dobbiamo amare tutti i veri fratelli in Cristo in modo evidente di fronte al mondo. Questo significa dimostrare amore ai nostri fratelli coi quali siamo in disaccordo (grande o piccolo che sia), amando i fratelli quando ci costa qualcosa, amandoli in tempo di grande tensione, amandoli in modo visibile agli occhi del mondo.

In breve, dobbiamo praticare e dimostrare la santità di Dio e l’amore di Dio, perché se manca questo, noi contristiamo lo Spirito Santo.

L’amore, e l’unità che ne consegue, è il segno che Cristo ha dato ai cristiani perché lo portino di fronte al mondo. Soltanto con questo segno il mondo conoscerà che i cristiani sono veramente tali e che Gesù fu mandato dal Padre.

 

 

Francis Schaffer

 

Edizioni «Nuovi Orizzonti»