GRANDI UOMINI DI FEDE

(Ralph Tolivar)

 

INTRODUZIONE

 

Dai giorni trascorsi sulla terra dal nostro signore Gesù Cristo fino ad oggi, Iddio ha sempre avuto il suo cristiano che canta. Ma questi non canta per essere udito dagli altri. Canta perché si affida a Dio per mezzo di Cristo ed esprime la gioia che ha in cuore con la lode e con il canto. Ha trovato la via che porta alla vittoria.

Come il vero cristiano è colui che ha una fede vitale in Gesù Cristo, così la vera chiesa locale è un  gruppo di persone aventi questa stessa fede. Riandando indietro con lo sguardo alla lunga galleria della storia, vediamo che spesso la cristianità si è allontanata da questa semplice fede. La storia della Chiesa costituisce da un canto la prova di tali allontanamenti e dall’altra ci parla del riaccendersi della fiamma della fede personale. Questo libretto racconta come lo Spirito di Dio sia disceso sul popolo di Dio e come questo abbia modificato il corso della storia. Questi uomini e queste donne, diversi per luogo, epoca, personalità e razza, hanno questo in comune: hanno trovato la via che porta alla vittoria.

 

Capitolo I

LA CHIESA CRISTIANA COMINCIA LA PROPRIA ESPANSIONE

 

“Non intendo sopportare questo! Non voglio più sopportare questi cristiani!”. Il governatore Plinio battè il pugno sul tavolo di marmo per mostrare la sua decisione più che l’ira.

“Ma che cosa fanno di male, o eccellente Plinio?” gli chiese timidamente il suo segretario.

“Mi chiedi che cosa fanno di male! Lo sai bene. Si rifiutano di bruciare l’incenso davanti all’Imperatore! Siedi e scrivi una lettera all’imperatore Traiano. Gli chiederò che cosa fare nei riguardi di questa superstizione malvagia e stravagante chiamata cristianesimo, qui in Bitinia!”.

Il segretario si sedette al tavolo di marmo e cominciò a scrivere a mano a mano che gli dettava il governatore. E una parte di quello che scrisse è giunto fino a noi: “…Hanno l’abitudine di riunirsi all’alba di un giorno stabilito e di recitare un inno a Cristo, come ad un dio, e d’impegnarsi mediante giuramento, non a commettere qualche delitto, ma ad astenersi dal rubare, dall’estorsione, dall’adulterio e dal venir meno alla parola data, e a non negare un deposito che è stato loro affidato”.

Scritta nell’anno 111 d.C., questa lettera è uno dei primi documenti storici della diffusione iniziale del cristianesimo. Non era strano che Plinio, governatore della Bitinia, fu stupito da quel che vedeva nei cristiani. Infatti quello che la gente di Tessalonica diceva di Paolo e dei suoi compagni (Atti 17.6) veniva ripetuto a più riprese in tutto il mondo antico: “hanno messo sottosopra il mondo”.

Tutto era cominciato nella provincia romana della Giudea nell’anno 29 d.C. Dopo essere risuscitato dai morti, Gesù condusse i suoi discepoli fuori dalla città di Gerusalemme, levò le mani e diede loro l’ordine finale: “Ogni potestà m’è stata data in cielo e sulla terra. Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro d’osservar tutte quante le cose che v’ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:18-20).

Dovunque andassero i primi missionari, la loro testimonianza era resa mediante la potenza dello Spirito Santo. Portavano gioia agli scoraggiati, purificazione al peccatore, conforto agli attristati, forza ai deboli. La gioia del Signore brillava sulla loro faccia allorché proclamavano la risurrezione di Cristo e la lieta prospettiva del suo ritorno sulla terra. Predicavano all’aperto e di casa in casa, sulle spiagge e sulle navi in mare, nelle piazze e sulle strade nel deserto, a governatori e a schiavi, a donne riunite per pregare presso la riva di un fiume ed a dotti ebrei nelle sinagoghe.

Dappertutto questi cristiani inneggianti e vittoriosi del Nuovo Testamento proclamavano la grande potenza di Cristo. Senza auto, né autobus, aeroplani, navi a vapore, sistemi reclamistici e amplificatori, senza né Bibbia stampata né opuscoli, radio, telegrafo e telefono, senza stipendio e senza notizie dei cari lasciati indietro, questo esercito vittorioso di missionari cristiani si spingeva sempre avanti predicando l’Evangelo di Cristo.

Il culto della Chiesa primitiva è così descritto da Giustino Martire nel 153 d.C.: “E nel giorno detto del sole, convengono tutti nello stesso luogo, sia quelli della città sia quelli della campagna. E affinché il tempo lo permette si leggono le memorie degli Apostoli, oppure le scritture dei profeti; poi, quando il lettore ha finito, chi presiede parla ammonendo ed esortando ad imitare sì belli esempi. Quindi, si alzano insieme e fanno preghiere, e terminata la preghiera, come già si disse, si offre pane, vino, acqua; chi presiede, con tutto il fervore di cui è capace, eleva preghiere e insieme azioni di grazia, ed il popolo acclama dicendo: ‘Amen’, e si fa la distribuzione e si dà parte a ciascuno delle offerte, su cui si sono celebrate le azioni di grazia…” (Le due apologie, a cura del Sac. Prof. Guglielmo ederle, Pia Società di San Paolo, Roma, II ediz.).

E’ da notare che il fratello che dirigeva il servizio divino era chiamato semplicemente “chi presiede” o presidente, quella fra i fedeli che presiedeva in quella occasione. E’ detto che pregava “con tutto il fervore di cui era capace”, pregava cioè come si sentiva spinto e come poteva pregare sul momento. Non leggeva una preghiera né ne recitava una a memoria.

La guida delle chiese primitive era affidata ad una pluralità di persone. Non esisteva soltanto un pastore responsabile del benessere spirituale della chiesa, ma la direzione di ogni comunità locale era compito degli anziani (o vescovi, come erano anche chiamati).

Benché oggi la chiesa cattolica pretenda che Pietro sia stato vescovo di Roma per venticinque anni, dal 42 al 67 d.C., non esiste alcuna prova di ciò né nel Nuovo Testamento né nella storia. D’altro canto se Pietro fosse stato in Roma nel 58 d.C., quando l’apostolo Paolo scrisse la sua lettera ai credenti di Roma, quest’ultimo non avrebbe potuto evitare di parlare di Pietro in quella lettera, considerato che saluta distintamente per nome ventisei cristiani di Roma. Benché sia possibile che Pietro sia stato crocifisso a Roma col capo in giù come vuole la tradizione, non esiste alcuna prova storica che fosse il primo papa.

Malgrado la purezza della Chiesa, fecero ben presto la loro apparizione dei falsi maestri, perfino mentre erano ancora vivi i dodici Apostoli. Un giorno, verso la fine del primo secolo, l’apostolo Giovanni camminava lungo una strada polverosa di quella che è oggi la Turchia. Era vecchio, l’unico degli apostoli che era ancora in vita. Entrato in città e dopo esser passato davanti al foro, all’anfiteatro ed alla piazza del mercato, si fermò davanti ai bagni pubblici, orgoglio di ogni città romana, con colonne di marmo sul davanti e spaziose camere sul retro per bagni in acqua corrente calda o fredda.

Giovanni, entratovi, era sul punto di bagnarsi, quando entrò uno dei suoi seguaci che gli sussurrò all’orecchio: “Ho sentito dire che in questo bagno c’è anche l’eretico Cerinto. Si sta bagnando”.

Raccolti gli abiti Giovanni fuggì orrificato esclamando: “Certamente queste terme cadranno in rovina poiché ospitano il nemico della verità!”.

Questa storia è raccontata da Policarpo di Smirne, discepolo di Giovanni e ci ricorda quel che scrisse l’apostolo Giovanni nella lettera che chiamiamo oggi seconda lettera di Giovanni. “Se qualcuno viene a voi e non reca questa dottrina [che Gesù Cristo il Figliuolo di Dio è nato nella carne], non lo ricevete in casa, e non lo salutate” (versetto 10).

Nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, l’apostolo Giovanni chiama Satana serpente e seduttore. Già agli inizi della Chiesa cristiana Satana tentò di ingannare i cristiani con la dottrina chiamata “gnosticismo”. Questo termine viene dalla parola greca gnosis, che significa conoscenza. Questa falsa conoscenza era complicata e difficile a capire a confronto della semplice fede in Dio attraverso Gesù Cristo. Questa dottrina introduceva molte credenze strane provenienti dalle religioni pagane di Egitto, di Babilonia e di Persia, come ad esempio quella che per accrescere i propri meriti l’uomo non doveva sposarsi e che doveva vivere separato dagli altri e perfino torturare se stesso. Così era pronto il terreno che permise agli uomini di divenire monaci o eremiti e queste pratiche recarono grave danno alla Chiesa col passar del tempo.

Mentre lo gnosticismo penetrò nel cristianesimo dall’esterno soprattutto, il montanismo, altra antica eresia, nacque nella Chiesa stessa. Montano, dal quale prese nome il movimento, nacque nella Frigia, una regione dell’attuale Turchia. Egli predicava che la nuova Gerusalemme sarebbe discesa su una montagna della sua natia Frigia. Montano ed i suoi seguaci erano pieni di zelo per la santità, ma spinsero i loro insegnamenti ad un’estrema auto-rinunzia non basata sulla Scrittura. Settanta anni dopo il Montanismo venne sconfitto e cessò di vivere come quello secondo cui i predicatori e chiunque si dà interamente all’opera del Signore non dovrebbero sposarsi.

Ai primi tempi della Chiesa chi diveniva cristiano era quasi certo di divenire socialmente inadatto. Gesù aveva detto: “Voi siete il sale della terra”. Quando il sale di questi cristiani toccava le piaghe aperte dell’antico mondo pagano, la reazione era irritazione e antipatia. Era difficile ad esempio per un funzionario dello stato divenire cristiano. Correva il rischio di essere destituito dalla carica. Correva anche il pericolo di essere accusato di tradimento verso lo stato, perché i funzionari dello stato avevano l’obbligo di bruciare l’incenso in onore dell’Imperatore.

Nelle case dei pagani era cosa comune mangiare carne di animali che erano stati sacrificati agli idoli. Quando i primi cristiani rifiutavano di mangiare tale carne alla tavola di famiglia ne risultavano frizioni e risentimenti. Un cristiano si accorgeva presto di perdere i suoi amici pagani quando rifiutava il loro invito ad assistere ai raccapriccianti spettacoli del circo dove i gladiatori combattevano fra loro fino all’ultimo sangue e dove i criminali venivano divorati vivi da tigri e leoni.

I primi cristiani consideravano vanità ogni cosa a paragone del privilegio di conoscere Cristo. Erano cristiani che cantavano, malgrado l’antipatia che avevano per i loro amici, familiari e funzionari. Maggiori erano le prove più erano vittoriosi.

Un cristiano del genere era Ignazio d’Antiochia. Condannato a morte nella città di Antiochia, la Siria, negli ultimi anni di regno dell’Imperatore Traiano (110-117 d.C.) egli venne inviato a Roma per essere gettato alle bestie feroci. Lungo il percorso da una città all’altra egli salutava i cristiani del posto, li ammoniva contro i pericoli spirituali, li esortava ad amarsi reciprocamente e proclamava la sua gioia alla prospettiva di morire in Roma per il suo Signore.

Amico di Ignazio ed altro cristiano vittorioso fu Policarpo di Smirne. Arrestato dai Romani fu legato ad un palo ed arso vivo nel 156 d.C. Qualche istante prima che si accendesse il rogo il proconsole romano lo avvicinò e gli promise salva la vita se avesse maledetto Cristo, ma Policarpo rispose con calma: “Lo servo da ottantasei anni e non ho ricevuto alcun torto; come potrei bestemmiare il mio Re che mi ha salvato?”.

 

Capitolo II

GRANDI TEMPI E GRANDI UOMINI

 

Che cosa poteva esservi di più piacevole nell’ambiente nel quale viveva il giovane Origene? A diciassette anni viveva nella ricca città di Alessandria, in Egitto, centro di cultura, commercio e industria, che stava dietro soltanto a Roma stessa. Era una persona rispettabile? Senz’altro, poiché suo padre era insegnante e provvedeva ampiamente alla famiglia. Per di più, i genitori di Origene erano persone spirituali ed i loro figli seguivano le orme dei loro genitori. Ma un giorno scoppiò la tragedia. Il padre di Origene fu ucciso per la sua fede cristiana.

Gli amici del giovane Origene gli chiesero allora se non pensava di abbandonare il cristianesimo, poiché era pericoloso essere cristiano.

A questo Origene replicò di non poter abbandonare Gesù semplicemente perché suo padre era morto per il Signore. Anzi era proprio quella la ragione per la quale doveva consacrare a Cristo la propria vita. “Ma come ti guadagnerai da vivere?” gli chiesero glia mici. “Sarò maestro dei cristiani, come mio padre” rispose Origene.

E così fece, divenendo uno dei più grandi maestri della Chiesa primitiva. A diciotto anni era a capo della più importante scuola cristiana di Alessandria. Digiunava, non beveva vino, dormiva sul suolo e lavorava continuamente. Si calcola che abbia scritto più di seimila libri e articoli. A proposito di lui Girolamo diceva che aveva scritto un numero di libri superiore a quello che un altro poteva leggere in tutta la propria vita.

Per un cristiano d’oggi, molti degli insegnamenti d’Origene possono sembrare fantasiosi, pieni di fioriture e forzature. Ma essi esercitarono grande influenza sulla Chiesa e sulla civiltà del suo tempo. Origene morì nel 254 d.C. dopo aver subito la tortura in prigione per amor di Gesù. Egli seguì le orme di suo padre e trovò la strada che porta al trionfo.

Grandi problemi producono grandi uomini. Intorno al 175 d.C. il paganesimo colto dello gnosticismo e l’estremismo fanatico dei montanisti minacciavano l’esistenza stessa della Chiesa cristiana. In questo periodo di crisi sorse un gruppo di conduttori dalle notevoli qualità, chiamati padri della Chiesa. Uno di essi era Origene. Altri furono Clemente d’Alessandria, Ireneo, Tertulliano e Cipriano. Un problema importante che dovettero risolvere era quali fossero i libri ispirati del Nuovo Testamento. Essi lo risolsero formando una raccolta riconosciuta dei ventisette libri del Nuovo Testamento. Un altro problema era: “Che cosa crediamo?”. Essi risposero preparando delle dichiarazioni di fede, fra le quali è compreso quello che si chiama oggi il Credo degli Apostoli.

Come è accaduto a più riprese durante la storia della Chiesa, la soluzione stessa data ai problemi della loro epoca creò nuovi problemi in epoca successiva. Ireneo, ad esempio, fece un elenco dei vari capi della Chiesa primitiva. Lo fece per proteggere la fede, poiché considerava gli anziani (o vescovi, come li chiamava a volte) custodi della fede. Ma più tardi altri costruirono su questo fondamento posto da Ireneo e avanzarono pretese di successione apostolica nei riguardi della propria particolare organizzazione. Queste pretese tendono ad esaltare una organizzazione al di sopra di un’altra e causano divisione fra i cristiani.

Dal tempo in cui Giovanni e Pietro vennero messi in prigione per la loro fede e Stefano venne lapidato fuori le mura di Gerusalemme (Atti capitoli 4 e 7), innumerevoli folle di uomini e donne, di giovani e di giovanette hanno sofferto per amore di Gesù. Molti hanno trovato conforto nelle parole di Gesù: “Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi animo, io ho vinto il mondo” (Giovanni 16:33). Rallegrati da quella consolazione essi trovarono la via che mena alla vittoria. La prima persecuzione ad opera dell’impero romano fu conseguenza dell’accusa dell’imperatore Nerone che incolpava i cristiani di aver incendiato Roma. Egli sfogò sui cristiani la propria rabbia facendoli cospargere di pece e appiccandovi il fuoco a guisa di torace per illuminare i suoi giardini. Benché aspra, quella persecuzione fu breve e limitata a Roma.

Due volte l’impero romano compì tentativi sistematici di eliminare completamente il cristianesimo e di distruggerlo, una volta fra il 360 e il 270 e di nuovo fra il 303 e il 313 d.C. Lo scopo che si proponeva il governo non era solo quello di uccidere i cristiani, ma di costringerli mediante la prigione, la tortura, le minacce e la paura a sacrificare gli antichi dèi di Roma. Voleva che ciascun individuo si sottomettesse al modello voluto dallo stato, in una maniera che richiama notevolmente il “lavaggio del cervello” praticato oggi dai comunisti di Cina. Ma grandi prove producono una grande fede. La Chiesa cristiana uscì dal fuoco della persecuzione purificata e più forte di prima.

Ma lo scenario cominciò a mutare sulla scena della storia quando Costantino divenne imperatore nel 306 d.C. Come molti re guerrieri prima e dopo di lui, egli si diede ad un’attività di conquiste. Poco prima della battaglia di Ponte Milvio, a Roma, del 28 ottobre del 312, egli ebbe una strana esperienza. Secondo quanto è stato narrato, vide in cielo una croce fiammeggiante con le parole: “In questo segno vincerai”. Non è certo se si trattasse di una visione, di un sogno o di un’illusione ottica, o se tutto ciò non fosse una pia invenzione voluta per l’occasione. Ma è certo che Costantino abbracciò il cristianesimo e questo fatto cambiò tutto il corso della storia.

Dopo la vittoria della battaglia di Ponte Milvio Costantino diede l’ordine  di concedere tolleranza alla fede cristiana e di restituire ai cristiani le loro chiese. Che giorno fu quello per i cristiani che avevano sopportato dieci anni di intensa persecuzione!

Costantino prese parte attiva alla vita della Chiesa. Convocò il primo Concilio generale, che si tenne a Nicea, nell’attuale Turchia, nell’anno 325 d.C. Gli occhi senza più vita e gli arti monchi di alcuni dei trecentodiciotto partecipanti costituivano la testimonianza silenziosa della posizione da essi assunta nei riguardi di Cristo durante la persecuzione degli inizi del secolo. Quello in cui l’Imperatore Costantino si levò in piedi per accogliere questi cristiani che avevano mantenuto la fede fu un gran giorno nella storia della Chiesa. La questione più importante discussa al Concilio di Nicea fu la divinità di Cristo. La decisione del Concilio fu che Cristo era “Figlio di Dio, unigenito del Padre… della stessa sostanza del Padre… vero Dio di vero Dio”. Questa decisione ci è stata tramandata nel Credo di Nicea. Essa era vitale perché fissava la posizione della Chiesa cristiana sulla divinità di Cristo.

Ma il favore mostrato dall’Imperatore aveva i suoi aspetti negativi. In epoca successiva Costantino fu preso dalla passione per gli abiti lussuosi. Per far tacere la propria coscienza, forse, fece dono al vescovo di Gerusalemme di abiti fastosi come quelli dei sacerdoti pagani. Fu il primo caso in cui un ministro di culto cristiano portò degli abiti cerimoniali.

In oltre l’interesse mostrato dall’Imperatore per gli affari della chiesa provocò una confusione nei compiti della Chiesa e dello Stato, un male ancor oggi esistente in molte patri del mondo. Fu uno dei segni indicati che all’orizzonte si accumulavano le nubi nere che avrebbero immerso l’Europa nelle tenebre del Medio Evo.

Gli inizi del quarto secolo avevano visto la Chiesa vittima della più grande di tutte le persecuzioni. La fine dello stesso secolo vedeva vuotarsi i templi pagani e la polvere accumularsi sui loro altari. Almeno di nome, il mondo cristiano era divenuto cristiano, furono momenti di canti e di gioia. La contentezza aveva preso il posto delle lacrime e dappertutto nel paese regnava lo spirito di lode e di ringraziamento.

 

Capitolo III

LE TENEBRE DEL MEDIO EVO DISCENDONO SULLA CHIESA

 

“Non preghi mai?” chiese un amico al giovane Aurelio Agostino. “Oh, si. Qualche volta” rispose Agostino. “E che cosa chiedi?” gli domandò l’amico.

“Prego: Signore, concedimi castità e continenza, ma non ancora” replicò il giovane Agostino. “Mi piace troppo la vita che faccio, per avvicinarmi a Dio proprio ora”.

Non c’era da stupirsi che la preghiera del giovane Agostino fosse “non ancora”. Era un giovane mondano di Cartagine, centro culturale dell’Africa nord-occidentale. All’età di diciassette anni prese una concubina. La sua vita sensuale costituiva una profonda sofferenza per sua madre Monica, una santa donna che pregava continuamente per suo figlio.

La mente brillante di Agostino si gettò alla ricerca della verità nella religione persiana e nella filosofia greca e romana. Egli si adoperò anche per progredire nella sua carriera dell’insegnamento. Nel 384 d.C. egli divenne infatti maestro di retorica a Milano, che era allora capitale dell’Europa occidentale.

A Milano egli subì l’influenza del vescovo Ambrogio che non lesinava a nessuno i suoi rimproveri. Allora cominciò a leggere seriamente la Bibbia. Un giorno, vinto dal rimorso per i suoi peccati, si slanciò all’aperto nel giardino. Dall’altro lato del muro gli giunse la voce di un fanciullo che diceva: “Prendi e leggi!”. Il fanciullo aveva probabilmente detto queste parole per gioco, ma per Agostino esse furono l’ordine di Dio. Presa la copia della lettera di Paolo che aveva cominciato a leggere, gli occhi gli caddero sulle parole degli ultimi versetti del capitolo XIII: “Camminiamo onestamente, come di giorno; non in gozzoviglie ed ebbrezze; non in lussuria e lascivie; non in contese ed invidie; ma rivestitevi del Signor Gesù Cristo; e non abbiate cura della carne per soddisfarne le concupiscenze.”

Quel giorno Agostino conobbe veramente la conversione. Cominciò a vivere per Dio con lo stesso entusiasmo con il quale aveva vissuto precedentemente per soddisfare la carne. Sopraffatto dalla grandezza della grazia di Dio verso i peccatori, egli divenne il più gran predicatore della grazia dai tempi dell’apostolo Paolo, le sue convinzioni, formulate nell’esperienza personale, furono scritte nelle sue Confessioni. Il libro comincia con la preghiera immortale: “Ci hai creati per te ed il cuor nostro è inquieto finchè non trova riposo in te”.

Cosa strana, quando secoli dopo sopraggiunse la riforma, molti dei suoi capi, particolarmente Calvino e Lutero, si servirono dell’insegnamento di Agostino sulla predestinazione, sulla salvezza per grazia e sul peccato originale, mentre i loro avversari, i teologi cattolici citavano lo stesso Agostino per la rigenerazione battesimale, l’autorità della Chiesa Cattolica e la potenza dei sacramenti.

Malgrado le sue contraddizioni Agostino fu un grande uomo. Morì nel 430 d.C. ad Ippona, nell’attuale Algeria. Mentre giaceva morente, i Vandali barbari d’origine germanica, circondavano le mura della città e battevano alle porte. Fu la fine profetica di una vita di profeta. Le tenebre del Medio-Evo circondavano le mura dell’antico mondo e della sua chiesa e battevano alle sue porte.

Ma prima che le orde germaniche si riversassero al di là della Gallia, che è l’attuale Francia, nella Spagna e in Italia, la corruzione interna aveva cominciato da generazioni la propria opera ed aveva distrutto il cuore della civiltà romana. La comoda vita di città e l’amore del lusso, il rifiuto di lavorare e l’abitudine di dipendere dallo stato per ottenere il cibo avevano indebolito l’impero, che ora era come una mela fin troppo matura che una sola scossa data all’albero basta a far cadere. I Visigoti, guidati da Alarico, conquistarono Roma nel 410 d.C. Colei che per undici secoli aveva dominato sulle nazioni era ora prostrata nella polvere. L’eremita Girolamo pianse allorché udì la notizia nella sua caverna di Gerusalemme “perché era schiava ora la città che aveva sedotto il mondo”. La luce del sapere e della cultura vacillò e si spense. Le tenebre si chiusero su quello che era stato lo splendore dell’Impero Romano.

Solo nella parte orientale del Mediterraneo, dove non erano giunti i barbari, la Chiesa continuò la sua vita normale. Il fossato fra chiese orientali e occidentali si fece inevitabilmente più grande, e questa separazione è proseguita fino ad oggi e la Chiesa Ortodossa domina la vita religiosa di Grecia, Russia e regioni vicine dell’Europa orientale.

Il fuoco della vita spirituale dell’Europa occidentale era scemato. Il periodo fra il 400 ed il 600 d.C. vide la dipendenza dai riti esteriori del battesimo, della comunione e della venerazione di Maria e dei santi prendere lentamente il posto della vita ed il vigore spirituale interiore.

Nelle chiese l’opposizione sempre maggiore al matrimonio dei ministri di culto si rifletteva nella richiesta che la vergine Maria fosse considerata sempre come vergine e non, come la presenta il Nuovo Testamento, come la moglie di Giuseppe. Fu solo tuttavia al Concilio di Efeso del 431 d.C. che a Maria venne ufficialmente dato il titolo di “madre di Dio”. Questo titolo le venne conferito malgrado l’opposizione di molti influenti cristiani dell’epoca.

Nel frattempo, i vescovi successivi della Chiesa di Roma erano occupati ad aumentare il loro potere, nel 170 d.C. era corrente la tradizione nella chiesa di Roma che San Pietro stesso fosse stato il suo primo vescovo e che ciascun vescovo successivo era perciò successore di Pietro. Verso il 200 d.C. i vescovi di Roma si attribuivano nella chiesa universale lo stesso diritto che l’Imperatore romano aveva avuto nell’impero universale, cioè il diritto di autorità indiscussa. Naturalmente questa pretesa venne messa in dubbio da chiese di altre città come Efeso, Alessandria, Costantinopoli, Antiochia e Gerusalemme.

Quando l’impero romano crollò sotto i colpi dei barbari, i vescovi di Roma, invece di crollare sconfitti insieme con il potere secolare cominciarono a raccogliere a proprio vantaggio alcuni dei resti di autorità dello sconvolto impero. Questa antica assunzione di potere terreno è evidente finanche oggi poiché uno dei titoli del papa è quello di Pontefice Massimo (dal latino Pontifex Maximus che significa “Capo costruttore di ponti” titolo che da Augusto in poi venne attribuito agli imperatori romani). L’ascesa al potere dei papi non fu avvenimento improvviso. Sia in politica che in religione essa avvenne gradualmente nel corso di molti secoli. Lo stesso titolo di papa non divenne titolo esclusivo che col Concilio di Calcedonia del 451 d.C. e poiché il papa rappresenta la pietra principale della Chiesa Cattolica è ragionevole fissare al 451 d.C. l’inizio dell’organizzazione cattolica che conosciamo oggi. Ma il Concilio di Calcedonia benché favorevole a Roma rifiutò di dare al papa il titolo di “vescovo universale”.

E’ interessante apprendere come questi insegnamenti apparvero ad uno ad uno nella Chiesa Cattolica nel corso dei secoli. Per esempio Gregorio Magno, che fu papa dal 590 al 604, fu il primo papa a fare una dichiarazione ufficiale sul purgatorio. Ma il purgatorio non venne considerato credenza ufficiale che col Concilio di Firenze del 1439, più di ottocento anni dopo! Fra le nuove dottrine e pratiche religiose che fecero la loro comparsa mentre calavano le tenebre del Medio Evo c’erano le preghiere rivolte ai santi ed il culto delle immagini. Esse furono tutte e due riconosciute ufficialmente nel secondo Concilio di Nicea del 787 d.C.

Non molto tempo dopo che le orde dei barbari erano calate sui paesi del Mediterraneo provenienti dalle foreste dell’Europa settentrionale, un nuovo ed ancor più grave pericolo proveniente dai deserti dell’Arabia, nel lontano Sud, cominciò a minacciare il mondo cristiano. Era la potenza militare e religiosa musulmana. Brandendo le loro spade insanguinate ed al grido di “Non v’è altro dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo profeta” i musulmani spazzavano ogni cosa al loro passaggio. Nel 712 d.C. la nuova religione era già insediata dall’Oceano Atlantico, ad occidente, fino all’India, ad oriente. I musulmani penetrarono più tardi in Cina e nell’Asia sud-orientale fino all’attuale Indonesia ed alle Filippine. L’uno dopo l’altro caddero sotto la spada musulmana i centri storici della fede cristiana: Antiochia, Efeso, Alessandria, Gerusalemme. Conquistata la Spagna, i musulmani irruppero nel 732 nel cuore della Francia, ma a Tours furono sconfitti da Carlo Martello e dai suoi soldati cristiani e così l’Europa fu salva. Fu una battaglia decisiva che cambiò il corso della storia. I musulmani vennero respinti in Africa e l’Europa ebbe ancora la possibilità di ascoltare l’Evangelo della grazia di Dio.

 

Capitolo IV

L’ORA PIU’ BUIA DELLA CHIESA CRISTIANA

 

“Il potere corrompe. Il potere assoluto corrompe in maniera assoluta” ha detto di recente un uomo di stato inglese. Non esiste nella storia dell’umanità esempio più tragico di questa verità di quello dato dal periodo che va dall’anno 800 al 1300, la mezzanotte della Chiesa cristiana. I papi che si successero nel corso di questi cinquecento anni accrebbero il loro potere ancor più di quello dei papi precedenti. A mano a mano che aumentava il potere aumentava la corruzione.

Dal punto di vista religioso i papi di questo periodo avanzarono stupefacenti pretese di autorità. Il papa Nicola I (585-867) proclamava che quello che è stato deciso dal Papa deve essere osservato da tutti. Il papa Bonifacio VIII (1294-1303) proclamava che per poter essere salvata ogni creatura umana doveva essere sottomessa al papa. Tenuto conto che i papi affermavano di essere i successori di Pietro, queste affermazioni sono alquanto strane quando le paragoniamo alle parole di Pietro stesso: “E tutti rivestitevi d’umiltà gli uni verso gli altri… e non come signoreggiando quelli che vi son toccati in sorte, ma essendo gli esempi del gregge” (I Pietro 5:5,3).

Ma le loro pretese politiche erano ancor più sorprendenti delle loro pretese religiose. Quando l’imperatore germanico Enrico IV incontrò la disapprovazione di papa Gregorio VII nel 1075, il papa gli ordinò di presentarsi a Roma, come se si trattasse di uno schiavo. Dapprima l’imperatore rifiutò d’obbedire. Allora il papa pronunziò l’interdetto contro di lui, condannandolo all’inferno per l’eternità. Il popolo tedesco abbandonò Enrico come se si fosse trattato di un lebbroso. Nessuno avrebbe osato dare da mangiare, da bere o albergare l’Imperatore, tanto era grande la paura della maledizione papale. Sconfitto, Enrico IV attraversò le Alpi svizzere nel cuore dell’inverno e giunse infine a Canossa, in Italia, dove si trovava in quel momento il papa. A piedi scalzi e vestito di abiti poverissimi egli si avanzò verso la porta del castello. Ma il papa rifiutò di riceverlo. Per tre giorni l’imperatore stette a piedi nudi nella neve aspettando la benevolenza del papa!

Ma forse la cosa più sorprendente a proposito di questo spettacolo di potenza è che l’intera teoria del potere papale sulla Chiesa è basata su un insieme di falsi documenti. Verso l’anno 850 un monaco francese, più astuto che onesto, ideò una serie di lettere, decreti e leggi che a suo dire sarebbero state scritte dai primi papi che risalivano fino al primo secolo dopo la morte di Cristo. Esse furono tutte formulate in maniera da fornire quella che sembrava una base reale delle pretese papali. Uno di questi documenti, chiamato “La donazione di Costantino”, afferma che al proprio battesimo, impartitogli da papa Silvestro nel 324, Costantino donò al papa un gran palazzo, tutta l’Italia e altre province dell’Impero Romano! Lo scopo del documento era quello di far apparire antiche, anteriori di cinquecento anni circa, le pretese del papa sovrano temporale sugli uomini. La falsità di questa macchinazione appare evidente quando uno sguardo alla storia ci dice che Costantino non fu battezzato da Silvestro nel 324 ma da Eusebio di Nicomedia nel 337! Il fatto che fu provata la falsità di tali documenti non ha tolto nulla (dal punto di vista cattolico) alla imponente struttura edificata su questo fondamento.

Una volta introdottasi nella politica, i papi non tardarono molto a divenire anche papi militari, dichiarando guerre e dirigendo la lotta. I papi che seguirono furono i promotori di quella macchia vergognosa della Chiesa cristiana che furono le crociate. Dal 1095 al 1270 otto crociate vennero organizzate in Europa per strappare ai musulmani la terra santa. Dal punto di vista militare le crociate furono un insuccesso, da quello religioso ancor peggio, poiché invece di udire annunziare la mitezza di Cristo e l’amorevole invito dell’Evangelo della pace, i musulmani udirono lo sferragliare delle armature cristiane e videro i cristiani correre all’assalto con spade “cristiane” mentre il prete era lì a benedire con il suo crocifisso. Ancor oggi le crudeltà delle Crociate costituiscono uno scandalo per i musulmani ed impediscono loro di accettare la dottrina e la maniera di vita cristiana. Il potere corrompe.

Fu inevitabile l’apparire della corruzione nella vita privata di papi e vescovi di quel tempo. Potere in pubblico, piacere in privato fu la regola non scritta di più di un papa. Per anni tre donne di grandi capacità ma di scarsa morale dominarono un papa dopo l’altro. Si tratta di Teodora e delle sue due figlie, Marozia e Teodora che riempirono il trono papale dei loro amanti e figli illegittimi. La loro bellezza, caparbietà ed immoralità costituì uno dei quadri più tragici della storia.

Giovanni XII fu accusato di ogni peccato immaginabile: adulterio, sacrilegio, stupro di vedove, preghiere a dei pagani, di vivere con l’amante di suo padre e di aver trasformato il suo palazzo in un postribolo. Il popolo di Roma lo scacciò dalla città, ma egli vi ritornò per l’influenza esercitata da donne di malaffare e fu infine ucciso dal marito di una delle sue amanti.

Tenuto conto dei molti disaccordi con altri, non è da stupirsi se i papi di quell’epoca fossero in disaccordo fra loro. Dal 1044 al 1046 tre papi contemporaneamente pretesero ciascuno di essere il vero papa. Essi furono Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI. E per circa quaranta anni, dal 1378 al 1417, due papi rivali pretesero contemporaneamente di esser successori di San Pietro. Un papa regnava a Roma, l’altro in Francia, ad Avignone.

In questo caos e in questa confusione poteva esservi qualche cristiano che conoscesse la salvezza offerta da Cristo e la mente dello Spirito? C’era da qualche parte un eroe della Chiesa? E’ vero, questa fu un’epoca più di pianto che di canto. La luce del sapere era bassa e tremolante e le tenebre erano subentrate. Ma v’erano tuttavia dei cristiani vittoriosi che cantavano.

Un eroe della fede che aveva più caro il canto del cielo che la lode della terra era Basilio, uno dei capi dei Bogomili dell’Europa sud-orientale. Il nome Bogomili significa “amici di Dio”. Si trattava di gente piena di zelo che desiderava servire Iddio secondo la loro interpretazione della Bibbia e non secondo i decreti di papi e di preti. Nell’anno 1111 Basilio fu invitato a Costantinopoli per dichiarare la propria fede davanti all’Imperatore. Ignaro della trappola tesagli, Basilio partecipò ad un pranzo dato dall’Imperatore e parlò liberamente della sua fede. Non sapeva che dietro una tenda uno scrivano annotava tutto quello che diceva. Basilio fu arrestato e posto in carcere e tutto quel che aveva detto venne usato contro di lui. Fu tenuto in prigione per otto anni ma rifiutò di rinnegare la propria fede. Fu bruciato vivo a Costantinopoli nel 1119 in presenza del popolo.

 

Capitolo V

I PRIMI RAGGI DI UNA NUOVA AURORA

 

“Giovanni Huss, dovete rinnegare i vostri insegnamenti e ritornare alla fede cattolica romana” dichiarò il giudice.

“Non rinnegherò nulla che sia secondo la Parola di Dio. E’ meglio obbedire a Dio che all’uomo” replicò Giovanni Huss.

“Abiura! Abiura!” gridava la folla inferocita.

Giovanni Huss agitò la mano dal banco di accusato e cercò di presentare la sua difesa, ma la folla era infuriata. “Abiura! Abiura!” gridava.

Da giovane Giovanni Huss aveva esperimentato una profonda conversione spirituale ed aveva cominciato a predicare la verità della Bibbia nella sua natia Boemia che fa oggi parte della Cecoslovacchia. Dapprima cominciò a rimproverare i vizi del popolo e ciò attirò ben poca attenzione da parte dei preti, ma quando cominciò ad attaccare la pigrizia, il lusso e l’amor del denaro dei preti, allora essi reagirono e gli fu proibito di predicare. Raccolsero i suoi libri e li bruciarono. Ma era difficile fermare Giovannei Huss. Il popolo lo amava perché era figlio di una famiglia povera. La gente colta lo rispettava perché era rettore dell’università di Praga.

In ultimo Giovanni Huss venne invitato a presentarsi al Concilio di Costanza e l’imperatore gli garantì il suo salvacondotto. Giovanni Huss aveva però dimenticato la regola della Chiesa Cattolica che non è necessario mantenere la parola con gli eretici. Così si recò a Costanza ignaro del destino che lo attendeva. Fu arrestato, gettato in prigione e torturato. Quindi ci fu il processo al grido di “Abiura!”.

Ma Giovanni Huss non rinnegò la propria fede. Era meglio obbedire a Dio che all’uomo. Nell’anno 1415 di Nostro Signore, Giovanni Huss veniva condotto fuori dalla città di Costanza, legato ad un palo e bruciato vivo.

La cosa interessante è che l’uomo che influenzò maggiormente Giovanni Huss viveva all’altra estremità dell’Europa, in Inghilterra. Quell’uomo si chiamava Giovanni Wycliffe. Come molti altri riformatori di quell’epoca, Giovanni Wycliffe rimase prete cattolico durante tutta la sua vita. Ma il fatto che morisse nel 1384 di morte naturale e non martire fu dovuto più alla protezione di un re che alla pazienza di un papa. Da uomo coraggioso, Wycliffe disse e fece quanto sarebbe bastato per scrivere la sentenza di morte di cento martiri. Chiamò il papa “vicario dell’Anticristo” e denunciò monaci e frati definendoli “avidi di potere che non godevano dell’appoggio della scrittura”. Wycliffe respingeva il purgatorio, la confessione, il culto dei santi, la venerazione delle reliquie e la infallibilità della Chiesa. Organizzò comitive di predicatori che percorsero le strade principali e secondarie dell’Inghilterra annunziando l’Evangelo al popolo. La sua grande opera fu la sua traduzione della Bibbia in inglese. Per la prima volta nella storia una persona ordinaria poteva avere e leggere tutta la parola di Dio nella propria lingua.

Giovanni Wycliffe non fu il solo di quell’epoca a comprendere l’importanza della Bibbia. Guglielmo Tyndale, che fu impiccato e arso per la sua fede nel 1536, fece una nuova traduzione del Nuovo Testamento in inglese e per mezzo della sorprendente invenzione della stampa fatta in quell’epoca ne fece pubblicare una grande quantità. E l’olandese Desiderio Erasmo, nato nel 1466 andò oltre la traduzione latina della Bibbia chiamata Vulgata e pubblicò il Nuovo Testamento in greco, lingua nella quale era stata scritta in origine, preparando così la strada per le attuali versioni della Parola di Dio.

Boemia, Inghilterra e Olanda, tutta l’Europa sentiva pulsare una nuova vita, la fiamma di una nuova speranza. Non si poteva risvegliare all’interno la chiesa organizzata di quell’epoca? Non si poteva battezzarla in quel nuovo flusso di vita? Molti uomini onesti lo credevano e pregavano ferventemente perché ciò avvenisse.

Un uomo onesto che cercava di arrivare a questo fu il monaco fiorentino Girolamo Savonarola. La sua ardente predicazione spinse molti, poveri e ricchi, a pentirsi dei propri peccati ed a sentire la presenza di Dio nella loro vita. Dopo averlo udito predicare, i ricchi nobili fiorentini portarono sulle piazze i loro costumi di carnevale, i libri e dipinti indecenti e li bruciarono pubblicamente. Ma la Chiesa non ringraziò questo suo figlio pio per la sua santa opera, anzi lo fece arrestare, torturare, impiccare e bruciare sul rogo.

Questo avveniva nel 1498, sei anni dopo che Colombo aveva scoperto l’America. Con Savonarola morirono le speranze di quelli che speravano che il cattolicesimo si riformasse all’interno.

Per arrestare l’ondata d’opposizione crescente sia all’interno che all’esterno della chiesa organizzata, il papa introdusse nel conflitto uno dei più terribili strumenti di distruzione che abbia conosciuto il genere umano, l’Inquisizione. Dopo una riuscita prova contro gli Albigesi agli inizi del 1200, l’Inquisizione venne istituita nel 1229 al Sinodo di Tolosa. Due anni dopo, papa Gregorio IX la pose nelle meni dell’ordine dei Domenicani.

E’ utile notare che il decreto del 1229 col quale s’istituiva l’Inquisizione proibiva il possesso della Bibbia ai laici. L’Inquisizione aveva il compito di togliere la Bibbia a quelli cui era proibita averla. I regnanti di quelli oscuri giorni sapevano bene che la parola di Dio “illumina; dà intelletto ai semplici” (Salmo 119:130). Essi sapevano che le tenebre del loro potere non avrebbero avuto presa se si leggeva e si capiva la Bibbia e se le si credeva. La loro azione fu quella quindi di strappare la Bibbia dalle mani del popolo.

Ancor oggi la parola Inquisizione è simbolo dell’oppressione da parte di una potenza contro la quale non v’è via d’uscita. La piovra dell’Inquisizione stese i suoi tentacoli in tutta l’Europa. Al suo contatto libertà di parola e di religione si spensero. L’Inquisizione divenne un super stato, uno stato nello stato ed i suoi agenti operavano al di fuori ed al di sopra della legge ordinaria. L’Inquisizione aveva potere di vita e di morte su cristiani ed eretici, streghe ed Ebrei, musulmani e liberi pensatori. Il suo metodo ordinario era la tortura, la propria ricompensa le ricchezze delle vittime. Come oggi in molti paesi comunisti, chiunque veniva arrestato veniva ritenuto colpevole, perché se non era colpevole sarebbe stato necessario arrestarlo?

Per accelerare il lavoro dell’Inquisizione, nel 1252 il papa rendeva legale l’uso della tortura. La tortura non veniva impiegata per punire i colpevoli ma per processare gli arrestati. Colpevoli o no, uomini e donne, vecchi e giovani, venivano processati mediante la tortura. Il grottesco nome ufficiale dell’organizzazione era quello di “Santa Inquisizione”. Quel che sorprende è che fino ad oggi la Chiesa Cattolica non ha mai ammesso né il carattere immorale dell’Inquisizione né le sue complete colpe.

I corpi dilaniati e le ossa non sepolte di quel tragico periodo ammoniscono solennemente quel che crede una nazione o una chiesa o un uomo è d’importanza capitale.

La lotta contro i cristiani fedeli della Bibbia fu tanto efficace che al Concilio di Roma del 1512 si affermò che ogni eresia stava scomparendo. Il prelato che dirigeva il Concilio affermò esultante che nessuno si levava più a contraddire la Chiesa e ad opporsi ad essa. Nel marzo del 1517 il Concilio si chiudeva ed i delegati andarono via congratulandosi della pace, purezza e unità della Chiesa. Credevano che insieme alle ceneri di Giovanni Huss avessero gettato ai quattro venti ogni resto d’opposizione alla propria supremazia.

Ma la vittoria apparente delle potenze delle tenebre fu solo come un’eclissi che nasconde improvvisamente il sole. Non sapevano che sette mesi dopo la fine del Concilio, dalla Germania si sarebbe levata la luce di un nuovo giorno, poiché il 31 ottobre del 1517 Martin Lutero inchiodava alla porta della cappella del castello di Wittenberg le sue famose “novantacinque tesi”. La Riforma era cominciata davvero.

Le “novantacinque tesi” respingevano il sistema cattolico della salvezza per opere ed accettavano invece la maniera biblica della salvezza per sola fede. Con Martin Lutero si ebbe una nuova idea vigorosa e completa del rapporto dell’uomo con Dio. Milioni di persone hanno imparato nel corso dei secoli a cantare con lui il suo grande inno di vittoria:

 

La parola della vita

Rispettar denno i potenti;

Col suo spirito Iddio n’aita,

Noi sarem con Lui vincenti.

Se pieni di furor

Tolgonci figli, onor

Ed ogni bene, Ne avran vantaggio lieve:

A noi il Regno restar deve.

 

Capitolo VI

LA LUCE DI UN NUOVO GIORNO IN GERMANIA

 

Martin Lutero!” chiamò una voce in aspro tedesco. “Quando sei arrivato a Roma?”.

Martin Lutero si fermò a guardarsi intorno e vide un monaco che portava come lui la tonaca di frate dell’ordine agostiniano.

“Ah, fratello mio” rispose Lutero “il suono della nostra lingua mi suona dolce all’orecchio dopo tutto quest’italiano!”. “Ma quando sei arrivato a Roma?”. “Solo ieri sera, fratello”.

“E qual vento ti mena a Roma madre di noi tutti?” gli chiese l’amico.

“Cerco la pace del cuore, fratello mio. Non sono riuscito a trovarla nel nostro convento. Proprio ora mi dirigo alla scala santa per salirla in ginocchio. Spero di ottenere la pace prima di arrivare in cima”.

“Oh, si! E’ la scala che volò miracolosamente da Gerusalemme a Roma. Perciò il papa ha offerto un’indulgenza a tutti quelli che vi salgono in ginocchio”.

“Vieni con me, fratello. Non dobbiamo perdere tempo”.

I due tedeschi si fermarono ai piedi della grande scala conosciuta col nome di scala santa.

Martin Lutero s’inginocchiò e fattosi con fervore il segno della croce cominciò a salire ad uno ad uno i gradini di marmo della scala. Su ciascun gradino contò un brano del rosario. Non notato superò preti, pellegrini, mercanti e mendicanti. La salita era lenta anche per un robusto tedesco.

Quindi improvvisamente Martin Lutero balzò in piedi gridando: “Il giusto vivrà per fede”.

“Che cosa dici fratello? Dove hai sentito queste parole?” gli chiese il suo compagno.

“Le ho lette nella biblioteca del nostro convento, è quel che dice San Paolo nella lettera ai cristiani di Roma. Ed ora, ecco, proprio a Roma capisco infine che cosa voleva dire”. Martin Lutero si volse e scese a gran passi la scala che si era affaticato a salire sulle ginocchia.

Martin Lutero aveva cercato la pace nella penitenza sul selciato e invece Iddio gli aveva dato la pace attraverso il Cristo della croce del Calvario. Quel giorno, sulla scala santa Martin Lutero conobbe la felicità del perdono dei peccati.

Martin Lutero era nato il 10 novembre 1483 da una famiglia povera: il padre era minatore. Martino era un ragazzo serio, che cercava la verità. All’età di ventun anni era entrato nel convento degli agostiniani e per anni aveva cercato la pace con Dio per mezzo delle penitenze, della preghiera e della confessione. Più tardi, leggendo una Bibbia in latino da lui scoperta nella Biblioteca del convento, continuò la sua ricerca e trovò che le lettere di San Paolo in particolare parlavano al suo cuore. Ma fu soltanto in quel momento decisivo, a Roma, che comprese in maniera definitiva che i due sistemi di fede e di opere non si armonizzavano. Quel giorno egli scelse la grazia di Dio attraverso la fede in Cristo; quella decisione cambiò il corso della sua vita e quello della storia.

Tornato in Germania, Lutero insegnò nell’università di Wittenberg e continuò a fare la distinzione far la sua esperienza della fede diretta in Cristo e il carattere magico della mediazione che offriva il sacerdote nella messa e nella confessione.

A quell’epoca il tesoro di papa Leone X stava diminuendo ed il papa aveva delle difficoltà per completare il nuovo duomo di San Pietro a Roma secondo il magnifico progetto fatto. Per far fronte alle difficoltà intervenne un accordo tra Leone X e Alberto di Magozza: e Tetzel passò di luogo in luogo, in Germania, a vendere i certificati di perdono sia per i peccatori su terra che per quelli che erano in purgatorio. Raramente si è offerto il perdono per i peccati su una base più commerciale e raramente si è trovato spacciatore di perdono più abile del monaco Tetzel che arrivava a declamare una rima per aumentare le sue vendite, proprio alla maniera della moderna reclame fatta alla televisione o alla radio:

“Non appena la vostra moneta il fondo toccherà l’anima dal purgatorio al cielo volerà”.

All’approssimarsi a Wittenberg del monaco e della sua cassa, Lutero non potè più contenersi e preso martello e chiodi, il 31 ottobre del 1517 affisse alla porta della cappella del castello le sue famose “novantacinque tesi”. Così facendo Lutero praticamente chiedeva il martirio; era come se avesse affisso alla porta la sua sentenza di morte, perché molti erano morti per mano. In questa dichiarazione d’indipendenza spirituale sosteneva che le indulgenze non potevano garantire il perdono dei peccati e che non potevano essere d’aiuto a quelli che erano in purgatorio e che chi si pente sinceramente nel proprio cuore ha sempre ricevuto il perdono di Dio.

Iddio aveva preparato l’invenzione della stampa per un giorno come questo e le grandi dichiarazioni di Lutero furono riprodotte in decine di migliaia di copie. I suoi amici le diffusero in tutta la Germania. Lutero aveva umiliato il papa; aveva negato le prerogative papali di eterno potere su tutte le anime dei viventi e dei morti. La lotta era in corso. Non c’era possibilità di tornare indietro.

Fino a quel momento tuttavia Lutero non aveva messo in dubbio l’autorità del papa sulla chiesa. Ma ora lo studio delle basi sulle quali era fondata l’autorità papale accese d’indignazione l’anima di Lutero. Egli scoprì che gli argomenti con i quali si sosteneva la supremazia del papa erano in gran parte basati su documenti falsificati per conto di un monaco francese vissuto ottocento anni dopo che Cristo aveva fondato la sua Chiesa! (Come abbiamo già visto al capitolo IV). Spiritualmente Lutero fu convinto dalla lettura delle lettere di Paolo che la salvezza non era legata alla Chiesa di Roma, storicamente fu convinto del vuoto delle asserzioni papali dallo studio dei documenti falsificati, le cosiddette “False decretali”.

Il 15 giugno 1520 il papa emanò la bolla di scomunica contro Lutero, alla quale Lutero rispose con l’azione. Fatto preparare un fuoco al di fuori della città di Wittenberg ed obbligato da frate agostiniano, si recò fuori della città accompagnato da amici e gettò fra le fiamme la scomunica, copie delle “False decretali” e del codice canonico. I documenti papali bruciarono accendendo un faro di libertà che ha illuminato il sentiero degli uomini amanti della libertà fino ad oggi. Nessun atto avrebbe potuto essere più drammatico di quello. Lutero si era dimostrato troppo grande perché il papa potesse cacciarlo.

Per occuparsi di Lutero, l’imperatore Carlo V convocò nel 1521 la famosa Dieta di Worms e ordinò a Lutero di presentarsi davanti ad essa. Benché fosse stata garantita l’incolumità del riformatore, gli amici di Lutero erano sospettosi, ricordandosi che cento anni prima un altro imperatore aveva garantito l’incolumità di Huss, ma che quel salvacondotto non l’aveva salvato dal rogo. Ai loro timori Lutero rispose: “Anche se a Worms vi fossero tanti diavoli quante sono le tegole sui suoi tetti, ci andrei lo stesso!”.

Si trattava di una riunione imponente con principi e prelati, cavalieri e nobili, duchi e grandi dell’Impero convenuti alla Dieta presieduta dall’imperatore in persona. A Lutero venne ordinato di ritrattare. Come Huss prima di lui, egli rispose di non poter ritrattare nulla che fosse secondo la Parola di Dio. In mezzo a tutti quei potenti Lutero era solo. Le parole con le quali chiuse la sua difesa ci esaltano ancora oggi: “Non posso far altro. Mi aiuti Iddio. Amen”.

Fedele alla parola data l’imperatore lasciò andar libero Lutero. Ma gli amici di Lutero avevano ancora paura per la sua incolumità. Uno di essi mandò un gruppo di uomini a cavallo che rapirono il riformatore sulla strada del ritorno e lo portarono al castello della Wartburg, dove lo tennero nascosto per un anno. Durante questo periodo di tranquillità forzata Lutero tradusse il Nuovo Testamento dal greco in tedesco. Entro il 1534 completò la Bibbia intera. Essa è ancor oggi la Bibbia più comunemente usata in Germania, un modello di traduzione accurata, idiomatica e acuta.

L’imperatore indusse un’altra Dieta nel 1529, questa volta nella città di Spira. A quell’epoca le dottrine riformate si erano già diffuse in tutta la Germania e i vari stati tedeschi si dividevano in “riformati” e “cattolici”. La Dieta di Spira proibì la predicazione della fede riformata in quegli stati chiamati cattolici. Contro questo decreto che legava le coscienze degli uomini senza il loro consenso, i seguaci di Lutero elevarono una protesta formale. A causa di questa protesta essi furono chiamati “protestanti”, termine che continuò ad essere usato ed è ancora usato oggi. Non si deve dimenticare l’onorevole origine del nome. Si trattava di una protesta contro l’oppressione esercitata sulla mente e sul cuore dell’uomo.

Martin Lutero si allontanò molto dalle pratiche cattoliche. E’ stato tuttavia criticato per non essersi separato completamente da cose come crocifissi, candele ed immagini. E’ stato accusato di essere impetuoso, ricalcitrante e rozzo. Alcuni lo hanno criticato per l’idea che aveva del diavolo che egli considerava un nemico personale. Un giorno, si dice, egli gli scagliò contro un calamaio.

Persino i suoi nemici ammettono che Lutero è uno dei relativamente pochi che abbia cambiato da solo il corso della storia. Era di ruvida tempra, ma il suo era un duro compito. Pochi uomini hanno riunito in sé in modo tanto vigoroso capacità, coraggio, zelo e convinzione spirituale per un compito tanto difficile come quello affrontato da Martin Lutero. Egli fu un combattente, un vittorioso ed un eroe trionfante. Lo spirito di questo grande guerriero riecheggia oggi nel suo canto di battaglia:

 

Forte rocca è il nostro Dio

Nostra speme in Lui si fonda

Ne sostien benigno e pio

Nell’angoscia più profonda.

Il tristo tentator a noi fa guerra ognor

Astuzia e frode son l’armi sue tremende,

Ma da lor Dio ne difende

E’ perduto immantinente

Quei che solo in sé confida;

Per noi pugna un Uom possente

Che Dio scelse a nostra guida.

Chi sia, domandi tu? Egli è Cristo Gesù

Nostro Signore; da Lui vigor ne viene,

La vittoria in mano Ei tiene.

 

Capitolo VII

UN NUOVO GIORNO PER SVIZZERA E FRANCIA

 

“Adori la Santa Vergine, madre di Dio?” chiese il prete ad un soldato ferito giacente sul campo di battaglia. “Sì, padre. Sono cattolico” ansimò il morente.

“Che la tua anima riposi in pace” intonò il prete mentre amministrava l’estrema unzione al morente. Quindi, insieme all’ufficiale che l’accompagnava, passò al ferito successivo.

“Adori la Santa Vergine, madre di Dio?” ripetè il prete.

Il ferito si rizzò sul gomito e rispose: “Adoro Iddio e Lui solo”.

“Passatelo per la spada!” ordinò il prete.

Sguainata la spada, l’ufficiale trapassò il cuore dell’inerme.

Così morì Ulrico Zwingli, il grande riformatore e patriota svizzero, coraggioso davanti alla morte come lo era stato in vita. Era l’anno 1531, sul campo di battaglia di Cappel, in Svizzera.

Zwingli era stato egli stesso prete e quindi si era convertito alla fede riformata indipendentemente da Lutero. In nove brevi anni aveva guidato la città di Zurigo e la maggior parte della Svizzera di lingua tedesca a liberarsi del giogo di Roma. Egli predicava con vigore che la Bibbia è la guida data da Dio per la fede e per la vita.

Tuttavia, come per Lutero in Germania, Zwingli non abbandonò completamente le abitudini correnti del tempo. Egli accettò, per esempio, il concetto medievale dell’unione fra Chiesa e stato. Ma un gruppo di cristiani era balzato in primo piano a Zurigo nel 1523 ed i loro insegnamenti erano un anticipo della separazione fra Chiesa e stato che è praticata oggi in molti paesi. Questi uomini si definivano semplicemente “fratelli” ma i loro nemici avevano loro dato il soprannome di “anabattisti” battezzavano per immersione tutti i loro convertiti anche se precedentemente erano stati battezzati per aspersione. Oltre ad opporsi strenuamente ad una chiesa di stato, tanto cattolica che protestante, questi “fratelli” erano contro il battesimo dei bambini e l’uso delle immagini e dei quadri nelle chiese. Dotati di una grande spiritualità, essi affermavano che la Bibbia, la Parola di Dio, era l’unica arma per combattere le guerre di Dio. Diversamente perciò da quanto avevano fatto Lutero e Zwingli, essi rifiutavano di prendere la spada finanche per difendersi. Non essendo né cattolici né protestanti, gli anabattisti vennero perseguitati da ambedue le parti. Migliaia di essi morirono per la loro fede in Svizzera ed in tutta l’Europa.

Non tutte le idee degli anabattisti erano nuove Molte di esse erano state sostenute in precedenza dai Valdesi, dai Bogomili e dagli Albigesi. A loro volta gli Anabattisti diedero dei modelli di fede e di pratica ai Battisti, Congregazionalisti, Quaccheri e Fratelli dei tempi più recenti. Attraverso di essi gli umili Anabattisti hanno esercitato una profonda influenza in tutto il mondo amante della libertà.

Fino a quel momento nessuno dei riformatori aveva preparato una completa dichiarazione dottrinale che servisse a spiegare chiaramente ad amici e nemici la Riforma. Benché di grandi capacità mentali, tanto Lutero che Zwingli vissero e operarono in tali condizioni piene di tensione che cuore e volontà predominarono sulla logica. Per permettere la preparazione di una equilibrata e completa preparazione della verità dell’Evangelo. Iddio suscitò Giovanni Calvino, un uomo le cui capacità di teologo restano ancora insuperate.

Nato in Francia, a Noyon, il 10 luglio 1509, Giovanni Calvino crebbe in ambiente agiato e studiò per divenire prete e legge. All’età di ventitré anni tuttavia si incontrava con un gruppo di evangelici a Parigi per la preghiera e lo studio delle Scritture. A ventiquattro anni dovette fuggire da Parigi per aver salva la vita e, come molti esuli prima e dopo di lui, trovò rifugio in quel paese amante della libertà che è la Svizzera. Là, all’età di ventisei anni pubblicò la sua grande opera Istituzione della religione cristiana. Questa costituì non solo presentazione sistematica delle dottrine riformate, ma resta ancor oggi una delle più nobili affermazioni di fede cristiana mai scritte. E certamente pochi giovani hanno scritto all’età di ventisei anni un libro tanto imponente e convincente.

La Istituzione di Calvino discute il Credo Apostolico punto per punto, dimostra che benché la Chiesa Cattolica accetti a parole questo Credo, è lontana dall’applicarlo nella pratica. Egli mostra quindi che i riformatori hanno spazzato i rifiuti e le inutilità accumulate da secoli ed hanno riscoperto i fondamenti della dottrina e del culto sui quali era edificata la Chiesa primitiva. Perciò, dice Calvino, eretici sono i cattolici, mentre le chiese dei riformatori discendono veramente dagli apostoli.

Giovanni Calvino insisteva sulla potenza di Dio. Egli insegnava che l’unica speranza per l’umanità era la grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Altri riformatori insegnarono la stessa cosa, ma nessuno con altrettanto vigore di Calvino con la sua preparazione di studi per il sacerdozio e di legge. La sua fu una personalità dotata di grande forza e determinazione; egli insisteva sul carattere e sull’istruzione e queste sono ancor oggi caratteristiche dominanti fra i seguaci di Calvino nelle chiese riformate e presbiteriane.

Il suo sistema dottrinale era più conciso e libero da campanilismi di quello di Lutero, e per questa ragione gli insegnamenti di Calvino poterono trapiantarsi con maggior successo in climi e culture differenti. I suoi insegnamenti presero radici e prosperarono rapidamente sul suolo di Francia, Ungheria, Inghilterra, Scozia, Stati Uniti e nazioni del Commonwealth britannico. Giovanni Calvino era francese ed i suoi insegnamenti trovarono molti sostenitori nel suo paese natale. Nel 1555 a Parigi c’era un’attivissima comunità di Ugonotti, come venivano chiamati gli evangelici francesi, e nel 1559 in tutta la Francia c’erano settantadue chiese evangeliche, con circa quattrocentomila aderenti.

Entro il 1572 molti eminenti francesi erano divenuti ugonotti, fra essi il principe di Navarra e l’ammiraglio di Coligny. Ma la regina madre, Caterina de’ Medici, ardente cattolica e gelosa dell’influenza dell’ammiraglio di Coligny sul proprio figlio il re, tentò di far assassinare Coligny. Ma il tentativo fallì ed allora presa da panico, Caterina de’ Medici pensò insieme ai suoi amici cattolici che il massacro era l’unica maniera per cercare di arrestare il protestantesimo in Francia.

Il massacro cominciò la notte del 24 agosto 1572, giorno di San Bartolomeo. Uno dei primi ad esser uccisi fu Coligny. Gli spiccarono la testa dal corpo, la imbalsamarono e la inviarono a Roma al papa Gregorio XIII come dono. Il suo corpo fu trascinato per le strade di Parigi per tre giorni, quindi appeso per i piedi con delle corde perché tutti lo vedessero. Si calcola che circa ottomila persone morirono nella sola Parigi ed un numero molte volte maggiore nel resto della Francia. Quando giunse a Roma la notizia dell’uccisione di migliaia di persone della miglior gente di Francia, si ebbero grandi feste. Il papa Gregorio XIII ne fu talmente compiaciuto che ordinò di coniare una medaglia per commemorare il massacro.

 

Capitolo VIII

LA RIFORMA IN INGHILTERRA E SCOZIA

 

“Vi imploro, signore, per l’amor di Cristo, di lasciarmi dire due o tre parole” disse Nicola Ridley ai suoi carcerieri in ginocchio. La sua voce era ferma mentre chiedeva di potersi rivolgere alla folla riunita per vederlo morire sul rogo insieme a Ugo Latimer.

Uno dei carcerieri schiaffeggiò Ridley al volto. “Cambia le tue opinioni, Ridley, ed allora potrai parlare ed aver anche salva la vita!”.

“Non altrimenti?” chiese Ridley.

“No!” fu la risposta. “Se non cambi idea devi accettare quel che ti attende”.

Finchè mi resta fiato in corpo” dichiarò Ridley “non rinnegherò mai il Signore Gesù Cristo e la sua verità”.

Un fabbro, presa una pesante catena, l’avvolse intorno al corpo di Ridley e la inchiodò al palo vicino al quale stava il condannato. Fece lo stesso per Latimer. Quindi venne ammucchiata molta legna intorno ai due.

Venne acceso il fuoco ai piedi di ridley. Mentre le fiamme salivano alte Latimer gli gridò: “Fatevi animo, maestro Ridley, e mostratevi uomo! Con l’aiuto della grazia di Dio oggi accenderemo in Inghilterra una fiaccola che non sarà mai spenta!”

Così il 6 ottobre del 1555, ad Oxford, venivano bruciati sul rogo due dei più nobili figli d’Inghilterra. Nei cinque anni che vanno dal 1553 al 1558 e nei quali regnò in Inghilterra la “sanguinaria Maria”, duecentottantaquattro seguaci di Gesù vennero bruciati sul rogo. Altri cento vennero sepolti vivi e fatti morir di fame in carcere.

La “sanguinaria Maria” era la figlia di Enrico VIII re d’Inghilterra e nipote, di quegli ardenti cattolici che erano Ferdinando e Isabella di Spagna. Iddio diresse la persecuzione sotto la “sanguinaria Maria” in maniera che essa ebbe l’effetto contrario a quello voluto e anzi favorì la causa dell’Evangelo in Inghilterra. Il popolo riempiva le strade per confortare i martiri diretti al supplizio. Esso vedeva nei loro volti scritti il coraggio e la fede e udiva nelle loro parole di morenti testimonianze immortali. Come era avvenuto nella Chiesa primitiva, riconosceva “ch’erano stati con Gesù” (Atti 4:13). Quel che il popolo vide e udì gli diede convinzione e coraggio.

In Germania e in Svizzera la rivolta religiosa contro Roma precedette la rivolta politica e le diede un significato. Ma in Inghilterra si ebbe dapprima la rivolta politica ed economica. La riforma religiosa venne dopo, in secondo piano. In Germania la figura dominante era stata Martin Lutero, un frate contadino la cui forza era stata costituita dall’esperienza spirituale e dalla conoscenza della Bibbia. In Inghilterra la figura dominante era Enrico VIII, un monarca dispotico il cui scopo evidente nella vita era quello di favorire il proprio potere, il proprio piacere e il proprio tornaconto.

Tuttavia, cosa strana, Enrico VIII rimase cattolico nel proprio cuore tutta la sua vita. Pubblicò nel 1521 un libello contro Lutero in difesa di sette sacramenti e in segno di riconoscenza il papa Leone X gli conferì il titolo di “Difensore della fede”. Papista nei principi, il Re non lo era in pratica. Enrico VIII sopportava male il potere finanziario e politico che il papa, principe sacerdote italiano esercitava sull’Inghilterra. Ma la rottura vera e propria fra Re e Papa si verificò per un motivo molto più personale. Enrico chiese al papa di concedergli di divorziare dalla regina Caterina, sua moglie da più di venti anni. Dopo molto tergiversare il papa rifiutò infine di farlo. Allora Enrico prese ogni cosa nelle sue mani e si fece nominare “unico capo supremo sulla terra della Chiesa d’Inghilterra” e fece decidere il divorzio reale da un giudice fantoccio da lui stesso nominato.

Così in Inghilterra la storia del protestantesimo ebbe un cattivo inizio. La vita matrimoniale di Enrico fu ancor meno felice: le sue cinque mogli subirono nell’ordine questa sorte: divorziata, decapitata, morta, divorziata, decapitata. La sua sesta moglie ebbe la fortuna di sopravvivergli. Alla morte di Enrico VIII nel 1547, l’Inghilterra era ancora praticamente cattolica in tutto tranne che di nome. Qualcosa era stato fatto tuttavia verso una riforma: si era negato il potere papale e si era dato alla Bibbia una nuova importanza nella vita nazionale. Nel 1538 in ogni chiesa venne posta una copia stampata della Bibbia ed il popolo aveva la libertà di venire a leggerla.

Alla morte di Enrico VIII divenne Re il figlio Eduardo VI, di soli nove anni. Evangelico per formazione e religioso per natura, Eduardo VI incoraggiò la riforma. Ma il sole sorgente calò di nuovo e sul paese si fecero nuovamente le tenebre quando il ragazzo morì all’età di quindici anni. Sul trono salì la sua sorellastra, la “sanguinaria Maria” e sotto di lei morirono sul rogo santi uomini come Latimer e Ridley.

Molti inglesi trassero un sospiro di sollievo alla morte della “sanguinaria Maria” nel 1558. Sul trono le successe la sorellastra Elisabetta I, il cui regno fu più tollerante; durante i quarantacinque anni in cui fu al potere i Puritani accrebbero sempre più la loro forza ed instillarono ferro nella vita spirituale d’Inghilterra. Attraverso i “padri pellegrini” che sbarcarono in America dal Mayflower e le colonie della Nuova Inghilterra, i puritani influenzarono grandemente la vita religiosa, sociale dell’America.

Nel frattempo in Scozia, la vicina settentrionale dell’Inghilterra, gli avvenimenti avevano preso una piega completamente differente. Come in Germania, anche in Scozia la riforma aveva avuto a suo centro una fortissima personalità, questi era Giovanni Knox. Egli modellò più di ogni altro il corso della storia di Scozia. Allo zelo ed al coraggio di Lutero ed alla capacità di organizzazione ed austerità di Calvino, Giovanni Knox aggiunse le qualità natie degli scozzesi di resistenza alla fatica ed alle avversità.

Giovanni Knox cominciò la sua vita di adulto come prete cattolico, ma non passò molto ed egli accompagnava per le campagne il predicatore evangelico Giorgio Wishart, con la spada sguainata al suo fianco per proteggere Wishart mentre questi predicava per le strade e per i campi. Ma i loro nemici trionfarono e nel 1546 Wishart venne bruciato sul rogo. La sua morte portò indirettamente ad una piccola guerra con la Francia. Giovanni Knox venne catturato, deportato in Francia e costretto a trascorrere diciannove mesi come schiavo sulle galere ai remi di una nave da battaglia francese. Liberato dagli Inglesi, Knox divenne cappellano reale in Inghilterra sotto Eduardo VI. Ma il suo cuore andava sempre al suo paese nel settentrione, ed egli rifiutò l’offerta di divenire vescovo della Chiesa d’Inghilterra. Al momento in cui salì sul trono la “sanguinaria Maria” egli fuggì in Europa e studiò la Bibbia sotto Calvino e Ginevra.

Finalmente nel 559 Knox ritornò al suo paese natio, temprato, forgiato e modellato per le più dure prove. Entro l’anno successivo in Scozia non restava quasi più nessuna chiesa cattolica.

L’anno seguente tornava da Parigi Maria regina di Scozia, giovane vedova di soli diciotto anni. Allora ebbe inizio una lotta fra due forti rivali quale la storia ha raramente visto sulla sua scena agitata. Da un lato un semplice, rude predicatore democratico, dall’altro una bella giovane vedova, sovrana regnante, autocrate fino in fondo, cattolica di nascita, parigina per scelta. A più riprese la regina Maria convocò a corte Knox che, come suddito della regina, non poteva rifiutarsi di recarvisi. Maria usò tutte le seduzioni della sua bellezza e della sua persona per vincere il rude predicatore. Ma Giovanni Knox era di una tempra tale da non lasciarsi cadere davanti alle parole melliflue della regina. Egli visse abbastanza per vedere in prigione la regina a per predicare liberamente ed efficacemente la verità dell’Evangelo in tutta la Scozia.

In nessun paese la riforma trionfò in maniera più totale di quanto sia avvenuto in Scozia ed in nessun riformatore troviamo un’anima più forte di quella di Giovanni Knox. Egli sarà sempre ricordato per la sua salda resistenza sotto la prova e per la sua preghiera: “Signore, dammi la Scozia o che io muoia”.

 

Capitolo IX

LA CHIESA CATTOLICA DOPO LA RIFORMA

 

La riforma protestante fu la più grande scossa ricevuta dal sistema cattolico. Dapprima la reazione delle autorità ecclesiastiche avvenne localmente con imprigionamenti, torture e roghi. Infine il papato contrattaccò in tre maniere: mediante l’inquisizione, il Concilio di Trento e i Gesuiti.

Il papa Paolo III riorganizzò nel 1542 l’Inquisizione in gran parte sul modello di quella che aveva già funzionato in Ispagna e la rese capace di attaccare e sradicare la fede evangelica in tutta la cristianità. In Ispagna si calcola che erano già state massacrate circa ventimila persone fra cui molti di fede riformata. In Italia i deboli reinizi del cristianesimo biblico appassirono al fuoco della persecuzione. In Austria, Polonia, Ungheria e parti della Germania i cristiani morirono a centinaia. In Olanda Filippo II di Spagna introdusse l’Inquisizione e prima che Guglielmo d’Orange guidasse gli olandesi alla vittoriosa rivolta che pose le basi della moderna Olanda, migliaia di persone furono decapitate o bruciate vive.

La riforma costrinse la Chiesa Romana a rivolgere lo sguardo all’interno di se stessa per riesaminare il proprio messaggio, i propri metodi e la propria morale. Ciò non avvenne agli inizi con molto entusiasmo. Il papa Leone X, ad esempio, la cui vendita delle indulgenze in Germania aveva dato fuoco alla rivolta luterana del 1517, preferì far fronte alle proteste di Lutero ignorandole. Era troppo assorbito in meschine questioni politiche e nel badare ai suoi piaceri per prendersi la briga di occuparsi di questioni teologiche sollevate da un oscuro frate come Martin Lutero.

Fu solo venticinque anni dopo, e tre papi dopo, che l’Imperatore Carlo V persuase il papa Paolo III a convocare un concilio generale per occuparsi di quelli che stavano minando i fondamenti stessi della Chiesa Cattolica. Convocato nel 1542 e chiamato Concilio di Trento perché tenutosi nella città di Trento, non ebbe inizio che tre anni dopo, riunendosi in maniera discontinua per diciotto anni, a volte in seduta ma per la maggior parte del tempo no, e si chiuse nel 1563.

Le battaglie verbali del Concilio di Trento vennero combattute fra le forze che volevano una riforma per affrontare la situazione, guidate dall’Imperatore e quelle che volevano lasciare la situazione qual’era, capeggiate dal papa. Essendo la maggioranza dei delegati dei prelati italiani, il papa ebbe facilmente partita vinta. Il Concilio proclamò nuovamente al mondo le cose che la Chiesa Cattolica aveva detto in tutto il Medio Evo e cioè che la Bibbia e la tradizione avevano la stessa autorità, che la Chiesa Cattolica è l’unica interprete della Bibbia e che il papa è il successore di San Pietro, principe degli apostoli, e vicario di Cristo. Il Concilio di Trento fu un concilio interamente antiprotestante. Si chiuse la porta da ogni mutamento dottrinale che potesse pendere verso la verità evangelica e quella porta è restata chiusa fino ad oggi.

Dal punto di vista pratico, il Concilio di Trento prese delle decisioni il cui peso si sente ancor oggi sull’organizzazione cattolica: esso decise di migliorare l’istruzione dei preti, di porre la censura ai libri e ad altre pubblicazioni. Quest’ultima decisone portò nel 1571 alla creazione della Congregazione dell’Indice.

Il terzo contrattacco alla riforma protestante fu quello della compagnia di Gesù, o Gesuiti, come sono più comunemente chiamati i suoi appartenenti. Quest’ordine fu creato nel 1534 da Ignazio di Loyola, un impetuoso giovane ufficiale spagnolo. Ferito in battaglia, Loyola durante la sua guarigione attraversò una profonda crisi. Egli sentì che se si voleva proteggere la Madre Chiesa dagli insegnamenti dei riformatori, dovevano essere eretti dei “pilastri di fondazione completamente nuovi” del cattolicismo. Mostrando fin dagli inizi quell’alta stima per l’istruzione e la preparazione che ancor oggi distingue i gesuiti dagli altri ordini, Loyola si sottopose ad intenso studio e autodisciplina. All’università di Parigi radunò intorno a se un gruppo di sei amici che dovevano essere “cavalieri spirituali” che dovevano combattere contro i nemici della Chiesa. Uno di questi fu Francesco Saverio, il precursore dei missionari moderni. San Francesco predicò in India, Malesia, Giappone e Indonesia, morendo all’età di quarantasei anni a Macao, alle soglie della Cina, pronunciando queste parole rivolte a quel grande impero: “O rocca, quando ti aprirai al mio Maestro?”.

I Gesuiti si adattavano, alla maniera del camaleonte, al colore locale dei differenti paesi. Secondo i Niccolini, il gesuita era “dispotico in Spagna, costituzionale in Inghilterra, repubblicano in Paraguay, bigotto a Roma, idolatra in India”.

Loyola ed i suoi seguaci erano tanto presi dal loro ideale di distruzione dell’eresia dei riformatori da insegnare che “è lecito fare il male perché ne venga il bene”, fino alla menzogna, allo spergiuro, all’assassinio ed all’adulterio. Questo disprezzo per la legge e l’ordine li pose in conflitto con i vari governi ed essi vennero esclusi da Spagna, Portogallo, America Centrale e Meridionale, Francia, Sicilia e Parma. Finalmente nel 1773 il papa Clemente XIV abolì la Società che il suo infallibile predecessore Paolo III aveva confermata duecentotrentatre anni prima. Per quarantun anni i Gesuiti operarono clandestinamente. Quindi nel 1814 il papa Pio VII revocò il decreto dell’infallibile papa Clemente ed infallibilmente restituì i Gesuiti!

Incidentalmente va detto che questo stesso papa Pio VII pubblicò una bolla nel 1816 che dichiarava le società bibliche “un diabolico strumento per minare i fondamenti della religione.”

La Chiesa Cattolica continua a cambiare attraverso i secoli aggiungendo nuovi articoli di fede in cui devono credere i suoi appartenenti. Fra i più recenti sono nel 1854 l’Immacolata Concezione di Maria (cioè che Maria non è colpita dal peccato originale), nel 1870 la dottrina dell’infallibilità papale (che cioè il papa non può commettere errori quando parla ufficialmente), e nel 1950 la dottrina della Assunzione di Maria (che cioè subito dopo la sua morte il corpo di Maria fu miracolosamente portato in cielo).

Nel 1864 il papa Pio IX denunciava la separazione fra Chiesa e stato. Il sorprendente documento si chiude con le parole: “Il progresso, il liberalismo e la civiltà quali sono stati recentemente introdotti” sono tre cose con le quali il romano pontefice non può “riconciliarsi ed accordarsi”. Stando alle parole del papa sembrerebbe che Roma preferisca la dittatura alla democrazia.

L’atteggiamento ufficiale della Chiesa di Roma verso quelli che non si piegano davanti ai suoi dogmi e decreti è stato riassunto dal papa Leone XII nel 1826. Egli faceva di protestanti, seguaci di Zoroastro, musulmani, ebrei, atei ed evangelici un sol fascio, tutti alla stessa stregua privi della grazia e della salvezza. Egli dichiarava: “Chiunque è separato dalla Chiesa Cattolica Romana, per quanto irreprensibile sotto altri aspetti sia la sua vita, per questo solo delitto, in quanto è separato dall’unità di Cristo, non ha parte alcuna alla vita eterna e la collera di Dio pende sul suo capo”.

 

Capitolo X

GRANDI GIORNI DI RISVEGLIO NELLA CHIESA

 

“Carlo, sono convertito! L’ho sentito nel mio cuore!” disse Giovanni Wesley irrompendo nella stanza di suo fratello. Questo avveniva verso la mezzanotte del 24 maggio 1738 a Londra.

“Bene Giovanni, non ne sono sorpreso” rispose Carlo. Ho pregato per te stasera e Dio mi ha risposto”.

Avrei voluto che tu fossi con me ad Aldersgate Street stasera. Ho esperimentato quello di cui parlano i Moravi. Sono nato di nuovo!”.

“Sì, sarei venuto con te, Giovanni, ma non mi sento abbastanza forte dopo la mia malattia. Ma sapevo che Iddio ti avrebbe portato alla stessa fede che ha dato a me domenica scorsa, la fede in Cristo soltanto per la salvezza. Ma dimmi come è avvenuto”.

“Ecco, questa sera alla società leggevano il commentario di Lutero all’epistola ai Romani”. Giovanni fece una pausa.

“Continua!” disse Carlo. “Che cosa diceva Lutero?”

“Verso le nove meno un quarto, mentre descriveva il cambiamento che Iddio opera nel cuore mediante la fede in Cristo, sentii il mio cuore riscaldarsi stranamente”.

“Somiglia a quello che è accaduto a me!” interruppe Carlo.

“Sentii di aver fiducia in Cristo, in Cristo soltanto, per la mia salvezza e ho avuto la certezza che Egli aveva tolto i miei peccati e che mi aveva salvato dalla legge del peccato e della morte”.

“E pensare che tu ed io siamo stati pastori e missionari tutti questi anni senza essere noi stessi convertiti!”.

“Cercavo ardentemente la pace da quando quel fratello tedesco mi chiese due anni fa in Georgia se conoscevo Gesù Cristo. Ora capisco che cosa volesse dire”.

“Sì, disse Carlo, e la maniera nella quale agivano quei cristiani tedeschi durante le tempeste sull’Atlantico durante il viaggio verso la Georgia! Non lo dimenticherò mai!”.

“Nemmeno io dimenticherò mai” annuì Giovanni. “Chiesi ad uno di essi se non avesse paura ed egli mi rispose: “Grazie a Dio no”. Allora gli domandai se le loro donne ed i loro bambini non avessero paura ed egli mi rispose con tanta dolcezza che le loro donne ed i loro bambini non avevano paura di morire. Io stesso onestamente non potevo dirlo e lo sapevo”.

Il debito che Giovanni Wesley aveva verso quei cristiani tedeschi era grande. Tre mesi prima di quella sera decisiva, Giovanni Wesley aveva conosciuto un altro moravo, Peter Bohler, le cui parole lo avevano preparato per quel particolare avvenimento in cui si era sentito stranamente riscaldarglisi il cuore. Nel giugno 1738 Wesley andò in Germania e vi trascorse tre mesi con il conte di Zinzendorf ed i suoi fratelli Moravi.

Convinto che la nuova nascita fosse una necessità per ogni uomo, ogni donna, ragazzo e ragazza, e poiché sentiva che nella “cristiana” Inghilterra molti non erano cristiani, Giovanni Wesley cominciò un meraviglioso periodo di cinquant’anni di servizio per il Signore. Predicò nelle strade dei villaggi e nei campi, nelle piazze delle città e nei salotti, nelle chiese e nelle fabbriche, nelle prigioni e nelle grandi sale, nelle taverne e a cavallo, ad una o a due persone ed a decine di migliaia. Dovunque vi fossero delle persone, là Giovanni Wesley predicava la buona novella della grazia di Dio. In un’epoca in cui non esistevano ancora né treni né autocorriere, egli percorse quasi quattrocentomila chilometri, per lo più a cavallo, predicando parecchie volte al giorno fino a quando finanche il più oscuro angolo d’Inghilterra non aveva udito l’Evangelo.

Le chiese ufficiali del suo tempo non fecero buona accoglienza a Wesley ed ai suoi compagni. Avevano paura del loro entusiasmo o “fanatismo” come si direbbe oggi. Durante le riunioni di Wesley uomini e donne piangevano a gran voce a causa dei loro peccati e cadevano a terra. Udendo queste cose, molti capi religiosi dicevano: “Non vogliamo niente del genere nelle nostre chiese!”.

Giovanni Wesley non si contentò semplicemente di guidare gli uomini alla salvezza, li mise in contatto reciproco per aiutarsi mutualmente. La maniera nella quale li seguiva era completa e pratica.

Ciascuna società, come venivano dapprima chiamati i gruppi metodisti, era divisa in classi di circa dodici persone ciascuna. Le riunioni di “classe” divennero tipiche del movimento metodista. Esse fecero molte per la comunione e l’incoraggiamento reciproco. Poiché erano pochi fra i metodisti quelli che avevano una grande istruzione teologica; i membri laici si addossarono la responsabilità di gruppo. Da questi uomini che avevano esercitato di buonora i loro muscoli spirituali sorsero molti vigorosi predicatori che assunsero responsabilità maggiori e continuarono a diffondere la fiamma del risveglio acceso da Giovanni Wesley.

Il metodismo venne trapiantato in America nel 1776, dieci anni prima della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti. Nel 1771 Wesley mandò in America Francis Asbury, il quale divenne un gran condottiero nell’opera di Dio nel nuovo mondo. Al termine della vita di Wesley, le sue società contavano centodiciannovemila membri in Inghilterra e America del Nord. Oggi le chiese metodiste di tutto il mondo contano un totale di trenta milioni di appartenenti e costituiscono un segno dello zelo di Giovanni Wesley e del suo eroico gruppo di predicatori laici.

Benché vissuto duecento anni dopo la riforma, Giovanni Wesley fu uno dei grandi riformatori inglesi. Egli trovò il suo paese spiritualmente morto, socialmente rozzo e politicamente egoista. Quando nel 1791 Giovanni Wesley morì, l’Inghilterra aveva una vita spirituale come non l’aveva mai avuta prima; e quella vita interiore cominciava a tramutarsi in enormi vantaggi non solo per l’Inghilterra ma anche per tutta l’umanità. La riforma inglese era pervenuta ad una fioritura tarda ma completa.

Tre anni prima della conversione di Giovanni e Carlo Wesley, il loro amico Giorgio Whitefield aveva fatto la stessa esperienza del perdono dei propri peccati ed aveva immediatamente cominciato a predicare con gran potenza, affermando che ognuno deve esperimentare la nuova nascita di persona. Come era accaduto per i fratelli Wesley, l’ “entusiasmo” di Whitefield gli chiuse le porte di molte chiese. Ma i suoi avversari non potevano fermare le porte dei campi, e lì migliaia di persone si riunivano per ascoltare la Parola di Dio.

Whitefield si recò per la prima volta in america nel 1738. Dovunque andavano accorrevano grandi folle per ascoltarlo. In un’epoca in cui non erano stati ancora inventati gli altoparlanti, la voce naturale di Whitefield era udibile da decine di migliaia di persone alla volta. Beniamino Franklin racconta come provò le facoltà della voce di Whitefield, allontanandosi sempre più dal punto in cui era l’oratore, fino a più di un chilometro e mezzo. Franklin diceva di poterlo udire ancora distintamente! E’ poco probabile che qualunque altro predicatore cristiano abbia superato Whitefield per la potenza della sua voce o per l’appello che lanciava ai cuori.

Whitefield traversò tredici volte l’Atlantico in un’epoca in cui le navi a vela potevano impiegare più di cento giorni per compiere la traversata. Nel corso del suo ultimo viaggio in America, Whitefield morì a Newburyport, nel Massachusetts, il 30 settembre 1770 egli non diede inizio ad una propria chiesa ma si diede a tutti i gruppi evangelici e sotto la guida di Dio portò il grande risveglio.

Dall’epoca di Whitefield e dei fratelli Wesley, nella sua misericordia Iddio ha dato momenti di ristoro alla sua Chiesa. In ciascun caso v’è stato uno strumento umano, un uomo chiamato da Dio a quello scopo.

Agli inizi del XIX secolo Iddio pose la sua mano su Carlo Finney e potenti ondate di risveglio percorsero l’America.

Nel 1857 Iddio chiamò Dwight Moody, un ventenne commesso di negozio e per mezzo di lui portò benedizione a milioni di persone. Focolai di risveglio divamparono in tutta l’America. Durante i quattro anni che vanno dal 1857 al 1860 un milione di nuovi convertiti entrò nelle chiese. Dall’America il risveglio si propagò all’Irlanda e da lì all’Inghilterra ed alla Scozia. Anche nelle isole britanniche un milione di nuovi convertiti entrò a far parte della chiesa. Nel 1870 a Moody si univa nel lavoro di evangelizzazione il cantante Ira Sankey. Nel 1873 Moody e Sankey fecero il loro primo viaggio in Inghilterra e tutte le classi sociali furono profondamente scosse dal messaggio dell’Evangelo.

Benché questi uomini del risveglio predicassero sul cielo e sulla maniera per giungervi, i risultati del loro ministerio sono stati molto pratici. A mano a mano che le persone si sintonizzavano con Dio alla giusta maniera, esse si sintonizzavano anche reciprocamente. I risvegli evangelici degli ultimi duecento anni hanno portato frutto con le molteplici riforme radicali e movimenti che hanno recato grande felicità e benedizioni all’umanità. Fra le riforme ed i movimenti direttamente collegati ai risvegli evangelici sono l’abolizione della tratta degli schiavi nell’Impero Britannico avvenuta nel 1807 sotto la pressione esercitata in parlamento da Wiliam Wilberforce, la pubblicazione e distribuzione su larga scala delle Bibbie nella maggior parte delle grandi lingue del mondo, l’accrescersi delle pubblicazioni evangeliche con la sua marea di commentari, libri sulla vita spirituale, sullo studio biblico, opuscoletti e riviste. Nel 1870 a Gloucester, in Inghilterra, Robert Raikes iniziava le scuole domenicali. Notiamo ancora il grande impulso dato al moderno movimento delle missioni estere in tutto il mondo, gli sforzi rinnovati per aiutare i diseredati, come la fondazione dell’Esercito della Salvezza nel 1865, ad opera di Guglielmo Williams fondava la Y.M.C.A. (Associazione dei giovani cristiani); nel 1875 in Inghilterra, nella regione dei laghi, cominciava a Keswick il movimento dei convegni biblici. Infine negli ultimi settantacinque anni si è avuto in tutto il mondo il fenomenale movimento delle scuole bibliche.

Uno dei primi risultati e di maggior portata del risveglio evangelico è stato il ritorno allo spirito del canto. Paolo aveva scritto ai cristiani di Colosse di ammonirsi “gli uni gli altri… cantando… salmi, inni e cantici spirituali” (Colossesi 3:16). Fino ai tempi di Wesley la maggior parte dei canti dai tempi della Riforma erano stati principalmente “salmi”, trascurando inni e cantici spirituali. I risvegli portarono gioia e canto. La Chiesa proruppe nel canto. Il precursore era stato Isacco Watts, che agli inizi del 1700 scriveva inni restati famosi. Altri che duecento anni fa cantarono, spinti dalla gioia del Signore che era nei loro cuori, furono Filippo Doddridge e Giovanni Newton.

Ma il più grande autore di inni fu tuttavia Carlo Wesley. Predicatore di risveglio come suo fratello Giovanni. Carlo è ricordato soprattutto come autore di inni. Dei seimilacinquecento inni da lui scritti, molti sono cantati ancora oggi in inglese e sono tradotti in molte lingue in tutto il mondo. Carlo Wesley è uno degli eroi trionfanti della Chiesa. Il nostro cuore non può non esultare di gioia quando cantiamo quel suo inno che dice:

 

         Oh mille voci avessi io mai

         per celebrarti o Dio!

         E la tua grazia divina trionfante

        La gloria tua re mio.

 

Capitolo XI

IL MOVIMENTO MISSIONARIO MODERNO ED

UN NUOVO GIORNO PER IL MONDO INTERO

 

“Sedete, giovanotto e rispettate le opinioni di chi è più anziano di voi! Se il Signore vuole convertire i pagani lo farà senza il vostro aiuto!”.

Mentre il vecchio predicatore parlava il giovane Guglielmo Carey divenne rosso in volto e sentì le orecchie che gli bruciavano. Si mise a sedere. Aveva già udito questo prima, ma era ugualmente imbarazzante.

“Ma è vero quel che dice il giovane” proruppe un altro pastore. “Ecco, sta scritto nel buon libro, in Isaia al capitolo 54 al versetto 2, proprio come ha detto il giovane nel suo sermone “Allarga il luogo della tua tenda… allunga i tuoi cordami, rafforza i tuoi piuoli”. Secondo me questo significa la stessa cosa che ha detto Gesù: “Voi mi sarete testimoni fino alle estremità della terra”.

“Io non chiedo agli altri di andare in India. Mi offro solo di andarci io” disse Guglielmo Carey, mentre gli ritornava il coraggio.

“Io dico che se il giovane vuole andare in India, mandiamocelo!” disse un altro predicatore.

A questa proposta la maggior parte dei predicatori acconsentì. Così il 7 ottobre venne fondata a Kettering, in Inghilterra, la Società Battista per la propagazione dell’Evangelo fra i pagani. Quel giorno dodici poveri predicatori battisti avevano sottoscritto ciascuno una sterlina in vista del viaggio di carey in India.

Nel corso di quell’anno Carey, che era calzolaio e pastore aveva pubblicato i suoi pensieri sulle missioni estere in un libro intitolato Sull’obbligo dei cristiani di usare mezzi per la conversione dei pagani. Egli non diede requie ai suoi colleghi fino a quando essi non decisero di riunirsi per prendere in esame la sua chiamata a missionario. Il 1793 Carey salpava per l’India e nasceva così il moderno movimento missionario del mondo di lingua inglese.

Guglielmo Carey non fu tuttavia il primo missionario ai pagani dopo la riforma. Quel merito spetta al cattolico Francesco Saverio vissuto duecentocinquanta anni prima di Carey. Come abbiamo già visto, Saverio compì grandi imprese aprendo nuove vie al cristianesimo in India, Malesia, Indonesia, Giappone e Cina. Cappellani cattolici accompagnavano inoltre i conquistatori spagnoli, portoghesi e francesi che giungevano nelle parti appena scoperte del mondo, mentre predicatori protestanti si recarono con colonizzatori olandesi e inglesi nelle nuove colonie.

Fatto interessante, i primi due missionari protestanti in India furono due tedeschi, Bartolomeo Ziegenbalg e Enrico Nutschau. Essi non furono mandati dai loro compatrioti, ma da Federico IV, re di Danimarca. Essi si stabilirono nella colonia danese di Tranquebar nel 1706. Ziegenbalg e Plutschau non solo tradussero l’intero Nuovo Testamento in lingua tamii ma eressero una stamperia e lo stamparono. Essi provenivano dall’università tedesca di Halle ed avevano studiato sotto Augusto Herman Francke, capo del pietismo tedesco. Il pietismo era per la Germania quello che fu il metodismo per l’Inghilterra. Come il risveglio wesleyano nelle isole britanniche aveva provocato la nascita delle moderne missioni del mondo di lingua inglese, così il pietismo in Germania, con l’accento posto sulla “religione del cuore” portò all’invio nei primi del 1700 di circa sessanta missionari all’estero provenienti dalla sola università di Halle.

Altri missionari tedeschi che aprirono la strada verso terre straniere prima del risveglio missionario d’Inghilterra, furono i meravigliosi moravi. Seguaci di Giovanni Huss morto sul rogo, i Fratelli Moravi riuscirono a sopravvivere nell’Europa centrale malgrado le persecuzioni quasi incessanti. Finalmente nel 1722, un gruppo fuggì dalla Moravia, che è parte dell’attuale Cecoslovacchia, e ottenne la protezione del tedesco conte di Zinzendorf. Essi si stabilirono sulla sua tenuta in quella che è oggi l’estremità sud-occidentale della Polonia e chiamarono il loro villaggio Herrnhut che significa “dimora del Signore”. Qui vediamo verificarsi una di quelle sorprendenti coincidenze spirituali della storia. Sulla terra del conte di Zinzendorf, un uomo profondamente influenzato dai pietisti che credono nella Bibbia e in un’esperienza del cuore, si trasferiscono i seguaci di Giovanni Huss.

Il conte e la contessa di Zinzendorf nella loro consacrazione a Cristo avevano fatto un patto, impegnandosi ad usare le loro ricchezze per la predicazione dell’Evangelo fino alle estremità della terra. Da Herrnhut partirono nel 1732 due fratelli moravi diretti all’isola di San Tommaso, nelle Indie occidentali. Negli anni immediatamente successivi partirono missionari per la Groenlandia, fra gli Indiani d’america, per il Surinam sulla costa settentrionale dell’America meridionale, per l’Egitto e L’Africa del sud. Mentre questi missionari erano in prima linea, al villaggio quelli che erano restanti pregavano per loro, disponendo le loro occupazioni in maniera che a qualunque ora del giorno vi fosse sempre qualcuno in ginocchio che pregava per i missionari.

Noi siamo sorpresi davanti a quel che fece per Dio questo piccolo gruppo di cristiani ripieni dello spirito. Il villaggio di Herrnhut contava solo seicento abitanti all’inizio del movimento missionario, ma tuttavia entro venticinque anni aveva inviato diciotto missionari. In centocinquanta anni la piccola chiesa morava aveva inviato duemilacentosettanta missionari in ogni parte del mondo, ed ancor oggi sono all’opera missionari moravi.

Indipendentemente dalle loro imprese sui campi di missione, l’effetto dell’esempio dei moravi è stato di inestimabile valore. Attraverso di essi Giovanni e Carlo Wesley conobbero la nuova nascita, e come conseguenza del risveglio inglese, Guglielmo Carey ed i suoi dodici colleghi diedero inizio al moderno movimento missionario del mondo di lingua inglese.

Prima di partire dall’Inghilterra Carey aveva scosso la coscienza del paese con il suo libro Sull’obbligo dei cristiani di usar mezzi per la conversione dei pagani. E Carey stesso si servì abilmente dei “mezzi” perché i suoi compatrioti credessero nella necessità delle missioni estere! Uno dei “mezzi” da lui impiegati fu la stampatrice. Una volta in India i suoi rapporti mandati e resi noti in Inghilterra scossero e stimolarono i cristiani della sua patria. Ben presto altri erano in cammino per l’India, ed il movimento missionario, grazie ad un calzolaio ed ai suoi “mezzi” era seriamente in marcia.

Tre anni dopo la Società Missionaria Battista, veniva fondata la Società Missionaria di Londra. Ciò avveniva nel 1795. Quindi seguirono la Società Generale Metodista e due società scozzesi nel 1796 e la Società Missionaria della Chiesa nel 1799. Stimolate dall’esempio inglese, le chiese d’America organizzarono nel 1810 il Comitato Americano delle Missioni Estere e nel 1814 l’Unione Missionaria Battista Americana. Nel 1815 le chiese svizzere organizzarono la Società Missionaria Evangelica di Basilea e nel 1821 le chiese danesi istituirono la Società Missionaria Danese; nel 1824 le chiese tedesche organizzarono la Società Missionaria di Berlino e nello stesso anno le chiese francesi la Società delle Missioni di Parigi.

Riandando indietro agli ultimi centosettanta anni, non possiamo che esclamare insieme all’autore della lettera agli Ebrei: “E che dirò di più? Poiché il tempo mi verrebbe meno se narrassi di Roberto Morrison in Cina, di Cristiano Federico Schwartz in India, di Adoniram e Anna Judson in Birmania, di Giovanni Williams morto per Cristo nelle isole del Pacifico meridionale, di Roberto e di Maria Moffatt in Africa e del loro genero Davide Livingstone, di Giacomo Chalmers che fu ucciso da cannibali nella Nuova Guinea, di Enrico Martyn che morì in Persia all’età di trentun anni, di Hudson Taylor e dell’accesso all’interno della Cina e dei cinque giovani martiri dell’Equador dei nostri giorni”.

Tanto il pietismo in Germania che il risveglio avvenuto con i Wesley in Inghilterra avvennero fra le chiese ma non furono movimenti delle chiese e voluti dalle chiese. Anche il moderno movimento missionario le cui radici affondano nel messaggio dei Pietisti e di Wesley, cominciò fra le chiese ma non fu iniziato dalle chiese. Le prime società missionarie estere dei paesi occidentali erano indipendenti, parecchie erano interdenominazionali. Fu solo nel 1829, quando la Chiesa di Scozia mandò in India Alessandro Duff, che una chiesa mandò il suo primo missionario. Fino ad oggi, approssimativamente la metà del numero totale di missionari esteri sono inviati da società indipendenti. Riandando ai centosettant’anni di vita delle moderne missioni non possiamo non ringraziare Iddio per quel che ha fatto. Oseremmo paragonare questo periodo con i primi centosettanta anni della Chiesa cristiana, fino all’anno 200 d.C.? Al paragone di quel che fecero gli apostoli e i loro successori la Chiesa di oggi è ben indietro. Infatti entro il 200 d.C. l’Evangelo si era sparso tanto lontano che il centro dell’azione cristiana non era più Gerusalemme ma si era trasferito ad Antiochia. Efeso, Roma ed Alessandria.

E tuttavia agli occhi di Dio l’anno 200 d.C. può esser più simile ai tempi nostri di quanto possiamo pensare. E’ probabile che la freschezza della “religione del cuore” come la chiamava Zinzendorf, si trovi più nelle giovani chiese dell’America Latina, d’Africa e d’Asia che nelle vecchie chiese d’Europa e d’America del Nord. Chi può dire per esempio quali storie di eroismo e di fede ci perverranno dai paesi ora sotto il comunismo? Non si è infatti la gloria della Chiesa primitiva già rivelata negli avvenimenti riguardanti i credenti di Russia, della Cina comunista e della Corea del Nord?

Ecco l’esempio di Giacomo Tien. Poco prima che gli eserciti comunisti invadessero la Cina continentale, Giacomo Tien si diplomò presso una Scuola Biblica in una città sul fiume Yangtze e tornò alla sua natia Kweilan, una piccola città circondata da mura, nella provincia di Kweichow. Riunitosi con la moglie, si pose al lavoro proprio mentre i comunisti cominciavano a stringere il loro controllo su ogni aspetto della vita in Cina.

Dapprima i comunisti non lo molestarono ed egli continuò il suo lavoro nella chiesa e nel liceo cristiano dov’era insegnante. Ma i comunisti non lasciarono a lungo la libertà alle persone o ai gruppi che per essi potevano divenire focolai di resistenza. Decine fra le migliori persone di Kweilan furono arrestate, proprietari, insegnanti, funzionari della precedente amministrazione, chiunque avesse delle capacità. Le esecuzioni erano cosa quotidiana. Con le mani legate dietro la schiena, i prigionieri venivano condotti a piedi attraverso le strade, fuori le mura della città. Quindi ognuno veniva costretto ad inginocchiarsi. Con la bocca del fucile dietro il capo di ogni prigioniero, un soldato comunista tirava un sol colpo caricato a pallottola dum-dum. Le pallottole dum-dum sono quel genere di pallottole che lacerano e dilaniano il bersaglio.

Poco dopo il Natale del 1951 scoppiò la persecuzione contro la chiesa e la scuola. Tien venne arrestato insieme ad altri tre insegnanti e ad una insegnante. I suoi quattro compagni vennero uccisi, ma lui venne tenuto in carcere per tre mesi. Durante questo periodo sua moglie gli diede un figlio, il loro primo figlio, ma Tien non lo vide mai.

Un tardo pomeriggio di primavera mentre il sole scendeva dietro le montagne, la gente di Kweilan vide lo spettacolo consueto ma temuto di prigionieri che venivano fatti marciare attraverso le strade con le mani legate dietro la schiena. Uno dei prigionieri era Tien.

Visto un altro credente in istrada, Tien gli gridò: “Oggi vado in cielo!” mentre attraversava la città Tien cantava a voce alta:

 

Il Signor con noi dimori

Fin che insiem ritorneremo;

Ei ci guardi e menti e cuori

Fin che tutti andrem lassù!

Finchè insiem noi sarem

Presso al trono dell’Agnel

Fin che insiem noi sarem

Ci protegga Iddio dal ciel!

 

Giunto sul luogo dell’esecuzione Tien s’inginocchiò a pregare affidando la sua anima a Dio. Il primo colpo del giustiziere, la pallottola dum-dum, fallì il bersaglio e uccise quasi uno dei comunisti.

Il secondo colpo, una pallottola ordinaria colpì il bersaglio.

Il mattino seguente i cristiani in silenzio portarono una bara e una delle donne scrisse che la testa di Tien sembrava come se non fosse stata colpita, quasi come se si fosse addormentato.

I testimoni osservarono: “Se un uomo come lui deve finire così, che cosa dobbiamo aspettarci noi?”.

Quando un movimento cristiano può produrre convertiti come Tien che non esitano davanti alla morte, quel movimento ha del valore per il tempo e per l’eternità. E questo è il movimento missionario degli ultimi centosettanta anni con le sue schiere di eroi che cantano.

 

 

Tratto dal periodico cristiano «SOLI DEO GLORIA»