CHE RENDERO’ IO ALL’ETERNO?

(Seconda parte)

 

9.     LAMORE SI DONA E DONA

 

 

Certo, se si preme il tasto delle contribuzio­ni, il suono che ne viene fuori è sempre poco gradito a coloro che, pur professandosi cri­stiani, sono ancora dominati dall’egoismo, dallo spirito d'avarizia e non amano il Signore Ge­sù che disse: «Nessuno ha amore più grande che quello di dare...»  (Giovanni 15:13).

Per colui che ama Dio e l'opera Sua non vi è gioia più grande che quella di dare tutto per Lui, finanche la propria vita.

A molti cristiani piace sentire parlare di un Dio che ama, che si dona e dona, ma non di un Dio che chiede il dono ed i doni. Essi accet­tano tutti i doni e tutte le benedizioni che Iddio offre loro; ma rifiutano od offrono solo in parte quello che Dio chiede loro. Pronti a rice­vere, ma pigri a donare. Eppure il Signore Ge­sù ha detto:  «Più felice cosa è il dare che il ricevere» (Atti 2O:35).

Molti poi si scandalizzano quando sentono parlare di contribuzioni e di offerte; ciò dimostra come il loro cuore sia ancora nelle tenebre; attaccato alle cose della terra e non conosca né possegga l'amore di Cristo e per Cristo. Essi indietreggiano dinanzi al sacrificio ed alle dif­ficoltà mentre è detto che «L'amore è forte come la morte… e le grandi acque non potrebbero spegnerlo né sommergerlo»  (Cantico dei Cantici 8:6,7).

Trascurare nelle nostre Chiese l’insegnamen­to biblico della liberalità non significa delicatez­za, ma infedeltà.

I servitori di Dio devono la­sciarsi condurre dallo Spirito Santo ad ammaestrare tutti i credenti in tutta la Verità, insegnando loro d’osservare tutte quante le cose che Gesà ha comandato (Giovanni 16:13; Matteo 28:18-20).

Gesù ha detto: «Andate… predicate... chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato» (Marco 16:15,16).

Chi può andare e predicare?

Tutti hanno occupazioni, impegni responsabilità1 famiglia.

Per Lasciare ogni cosa e partire occorrono i mezzi materiali necessari per affrontare le spe­se personali e dell'opera missionaria in generale.

Come risolvere quel problema?

Come sormontare quelle difficoltà? Ecco un esempio:

Seguendo l’insegnamento della ParoLa di Dio.

Dieci operai, aventi ognuno la propria famiglia e le proprie occupazioni ma coscienti delle proprie responsabilità di fronte al comandamento di Gesù, decisero che uno di loro avrebbe con­sacrata tutta la sua vita e tutto il suo tempo al servizio del Signore; gli altri nove sarebbero rimasti alle loro occupazioni per provvedere ai bisogni materiali di colui che d'infra loro, era chiamato a predicare l’Evangelo. Per questo scopo essi offrirono la decima parte del loro salario. Ognuno di loro guadagnava lire 50.000 mensili e ne dava 5.000 per l’opera del Signore. Perciò ad ognuno restavano lire 50.000 meno lire 5.000 cioè lire 45.000. E colui che lavorava nel campo missionario riceveva nove volte lire 5.000, cioè lire 45.000.

Come ci è dimostrato da questo esempio tut­ti questi cristiani lavoravano direttamente o in­direttamente nell'opera del Signore; tutti ubbi­divano al comandamento di Gesù, gli uni of­frendo i loro doni, l'altro la sua vita e nessuno mancava del necessario. Questo è il solo vero principio biblico della liberalità che permette il trionfo dell'opera missionaria e attira le più gloriose benedizioni sui credenti e sulle Chiese.

Se almeno la metà dei cristiani d'oggi faces­sero altrettanto non vi sarebbe tanta mancanza di operai nell’opera di Dio e vi sarebbe una ben più grande benedizione spirituale sopra tut­te le Chiese.

L'egoismo e l'avarizia uccidono spiritualmente credenti e Chiese, impediscono lo sboccio della vera vita cristiana e offuscano il Cristo glo­rioso alle anime in convertite. Ai giorni nostri, l'amor dei denaro, anche incosciente, è la ra­dice di tanti mali spirituali: chiese aride, sen­za attrazione e senza frutti; cristiani senza gioia e senza forza, poveri ed incapaci spiritualmen­te. La liberalità, invece, la gioia del dare, tra­sformerebbe la nostra stessa povertà in bene­dizione e tante vite, liberate dalla schiavitù del­l'avarizia, sarebbero benedette ed in benedizione alla Chiesa e al mondo.

Quando il cuore è ripieno della grazia anche la nostra povertà ed i nostri piccoli guadagni possono divenire una sorgente di piccole con­tribuzioni. I credenti, in questi tempi sono ri­chiamati all'ordine dalle necessità dell'opera del Signore. E' necessario che ognuno prenda in considerazione la questione dei suo stipen­dio, del suo guadagno, dei suoi interessi e veda se il suo primo gesto è stato quello di offrire a Dio la prima parte.

 Come Daniele, prendiamo in cuor nostro delle risoluzioni per le nostre contribuzioni e, come è stato per lui, il Signore ci farà prosperare (Daniele 1:8; 6:28).

Decidiamo con coraggio, con lo slancio della fede e l’ambizione dell’amore per Colui che non indietreggiò di fronte alla Croce, ma offerse tut­to Se stesso per noi. Decidiamo con la serietà della responsabilità che ci incombe di fronte alle necessità dell'opera missionaria.

Decidia­mo con coscienza e intelligenza.

La decima do­vrebbe sempre essere il livello e la linea di condotta delle nostre offerte.

Non indietreggiamo davanti al sacrificio: esso sarà largamente ri­compensato a suo tempo.

 

 

10.                        COME PRED[CHERANNO SE NON SONO MANDATI?

 

 

Ascoltate o cristiani, l'accorato appello di S. Paolo: «Come dunque invocheranno Colui nel quale non hanno creduto? E come crede­ranno in Colui del quale non hanno udito par­lare? E come udranno se non vi è chi predichi? E come predicheranno se non sono mandati?» (Romani 10:14,15).

Ascoltate dunque: «Come predicheranno se non sono mandati?».

Se un giorno voi ave­te udito il messaggio dell’Evangelo, l'avete cre­dulo e siete stati salvati, è perché altri cre­denti hanno provveduto i mezzi necessari per mandare a voi dei predicatori e dei pastori. Voi godete ora il privilegio di essere figliuoli di Dio, avete dunque la responsabilità di provvedere i mezzi materiali per mandare altri testimoni nell'opera missionaria e mantenere quelli che vi sono. Quando Dio parla, lo fa con sapienza; quando indica la Sua volontà, lo fa contando sulla nostra ubbidienza. Siano dunque le nostre offerte il prodotto e la prova del!a nostra riconoscenza, il frutto della rinuncia spontanea e gioiosa dei nostri cuori traboccanti di grazia. Questi generosi atti di rinuncia non devono ri­guardare solo ciò di cui non abbiamo bisogno, ma anche ciò di cui possiamo aver bisogno. Più ci costerà il sacrificio che offriamo, più dimostreremo di amare Dio, più l'offerta avrà valore agli occhi Suoi e più sarà preziosa al Suo cuore e in benedizione al mondo.

Gesù esortava i discepoli con queste parole: «Pregare il Signore della messe perché spinga degli operai nella sua messe» (Matteo 9:38).

Sì, noi preghiamo, ma chi provvede ai biso­gni di questi operai?

Dio, diranno molti.

Si, ma Dio si serve di noi ch'Egli ha riscat­tali; comprati a prezzo, e dei nostri beni che, con noi, gli appartengono.

Quanti credenti pregano per l’opera del Si­gnore e chiedono anche che dei nuovi operai siano mandati in essa, ma dimenticano, anche volontariamente, di aprire le loro borse per of­frire a Dio i loro doni, che dovrebbero servire per provvedere alle spese materiali di quell'ope­ra! A causa della loro mancanza di amore e della loro avarizia, restano, essi stessi, l’impedi­mento all'esaudimento delle loro preghiere.

I servitori di Dio non possono essere mandati, non predicano e le anime non sono salvare.

Dì chi la colpa? Dei cristiani infedeli che non hanno con­tribuito nella giusta misura ed hanno ritenuta la parte dei loro beni e dei loro guadagni che spettava a Dio. Hanno derubato il Signore, l’opera Sua ne ha sofferto il danno, ma Egli, a suo tempo, ne chiederà corto e darà a tutti la giusta retribuzione.

 

11.                        CH[ PREGA DONA E CHI DONA PREGA

 

Tutti i credenti sono chiamati ad essere collaboratori di Dio e di Cristo in questa grande, santa opera della predicazione dell’Evangelo che è vera e propria lotta contro la potenza di Satana.

Tutti devono prendere parte a questa lotta con la preghiera, ma anche con le offerte.

Solo pregare, non basta, poiché occorrono anche i mezzi materiali per affrontarne le spe­se. Solo offrire, non basta perché bisogna pure lottare contro le potenze spirituali della mal­vagità che sono nell'aria. I credenti devono1 perciò, pregare e donare.

Coloro che tengono la borsa chiusa ricordino che, facendo così, non solo impediscono al Signore d’introdurvi le sue benedizioni, ma Lo costringono pure a bucarla con spese inutili, impreviste e spesso dolorose causate da malattie o cattive riuscite di lavori o affari. Il con­tenuto di quella borsa, tenuta chiusa dall'ava­rizia, ma bucata dal Signore si perderà. Egli non vuole che i suoi figliuoli siano avari, poi­ché l'avarizia è idolatria (Efesini 5:5), e dice loro: «Non fatevi tesori sulla terra ove la tignola e la ruggine consumano e dove i ladri sconficca­no e rubano... ma cercate prima il Regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saran­no sopraggiunte» (Matteo 6:19,33).

«L’amor del denaro è radice d’ogni sorta di mali; alcuni, che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede, e si sono trafitti di molti dolori» (1Timoteo 6:10).

…e siccome Gesù dice che «dov'è il tuo tesoro, quivi sarà anche il tuo cuore» (Matteo 6:21), Egli, per l’amore che ci porta, piuttosto che vederci sviati dalla fede, che è più preziosa dell’oro che perisce, preferisce, an­che se dobbiamo soffrirne, farci perdere quel denaro che gli ruba il nostro cuore e l'amore che gli dobbiamo. Egli ci vuole lieti e felici e queste cose si trovano nell'amore per Lui e nella liberalità per l’opera Sua.

Coloro che amano le ricchezze e si fanno del denaro il loro Dio non saranno mai contenti, né lieti, né felici. L'amor del denaro sarà per loro una carie nell'ossa e la sete di ricchezza una febbre che li tormenta e li consuma.

La Scrittura dice:  «Non siate amanti del denaro, siate contenti delle cose che avete, poiché Io non ti lascerò e non ti abbandonerò» (Ebrei 13:5).

Il savio Re Salomone afferma: «Chi ama l'argen­to non è saziato con l’argento, e chi ama le ricchezze non ne trae profitto di sorta. Anche que­sto è vanità... Dolce è il sonno dei lavoratore, abbia egli poco o moLto da mangiare; ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire. Vi è un male grave che io ho visto sotto il sole; delle ricchezze conservate dal loro possessore, per sua sventura. Queste ricchezze vanno perdute per qualche avvenimento funesto» (Ecclesiaste 5:10-14).

Perciò: «Getta l'oro nella polvere e l'oro d’Ophir tra i ciottoli del fiume e l'Onnipotente sarà il tuo oro, Egli ti sarà come l'argento ac­quistato con fatica»  (Giobbe 22:24,25).

L'espe­rienza fa dire al credente: «La Parola della Tua bocca mi vai meglio di migliaia di monete d’oro e d'argento» (Salmo 119:72).

 

Cristiani! Quando presentate le vostre offerte ed i vostri doni ricordate che non è un elemo­sina che fate al Signore, nemmeno alla Chiesa o al Pastore, è invece una grazia particolare che Iddio vi concede per testimoniarGli la vostra riconoscenza. E' un diritto ch'Egli ha sui vo­stri beni, un dovere che voi avete verso di Lui.

 

12.                        CHE RENDERO’ IO ALL’ETERNO.

 

 

Nel Salmo 116 vediamo che, come tutti i Cri­stiani risvegliati, il salmista riconosce d’essersi trovato in un ben misero stato: i legami della morte lo avevano circondato, aveva incontrato distretta e cordoglio, ma Dio l'ha salvato. Nel­la sua gioia immensa grida: «Ritorna, anima mia, al tuo riposo perché l'Eterno t'ha colmata di beni».

Le benedizioni da lui ricevute sono d'un ordine nettamente superiore a quelle ma­teriali: sono ricchezze spirituali, eterne, indi­struttibili. Nella sua profonda riconoscenza di­ce: «Che renderò io all’Eterno? Tutti i Suoi benefici son sopra di me» (Salmo 116:12).

Come sarebbe bello se i cristiani riconoscessero, come il salmista, le immense benedizioni ricevute in Cristo Gesù! Erano morti nei falli e nei peccati, senza Dio e senza speranza; l'eterna condanna li attendeva. Per la fede nel sacrificio espiatorio di Cristo e nella Sua gloriosa risurrezione, sono stati perdonati dei loro peccati, giustificati gratuitamente e salvati per l'eternità.

Il Signore li ha colmati di beni e S. Paolo lo esprime dicendo: «Poiché voi conoscete la carità dei Signor nostro Gesù Cristo, il quale, essendo ricco, si è fatto povero per amor vostro onde mediante la Sua povertà voi poteste diventare ricchi» (2 Corinzi 8:9).

Ecco dunque i cristiani arricchiti spiritualmente, ricchi di beni reali, eredi di Dio e coe­redi di Cristo. Quale grazia! Ma sanno essi, nello slancio della loro riconoscenza e del loro amore per Colui che li ha tanto amati, dire: «Che renderà io all’Eterno? Tutti i suoi benefi­ci son sopra di me».

Ahimè! Quanta poca riconoscenza fra i cri­stiani, quanto poco ardore!

Come l’opera di Dio langue per mancanza di vite consacrate e di of­ferte spontanee e generose da parte di coloro che hanno pur tanto ricevuto da Lui e che an­cora ricevono liberamente ogni cosa dalla Sua mano!

Quanto egoismo! Quanta avarizia! Quan­ta incomprensione degli immensi privilegi che Iddio concede loro dando a tutti la possibilità di collaborare con Lui nell'opera gloriosa del­la salvezza delle anime!

Se Dio, dopo aver fatto rilevare agli uomini la realtà dello stato eterno di salvezza per i salvati e dello stato eterno di perdizione per i perduti avesse chiesto loro 5.000 lire mensili per otte­nere la salvezza avrebbero certamente accetta­to, facendo anche, se necessario, dei sacrifici perché, avendo visione dei due stati eterni, a­vrebbero voluto ad ogni costo evitare la perdi­zione e possedere la salvezza. Ma, poich'Egli, dopo averci salvati gratuitamente mediante la fede in Cristo Gesù, pur esortandoci a contri­buire liberamente per l'opera Sua, ci lascia li­beri, noi approfittiamo della nostra libertà non già per dimostrarGli riconoscenza ed amore ma per rivelarGli la nostra avarizia.

 

13.                        LA FEDE E LA RICONOSCENZA DI GIOBBE

 

 

Satana conosce il punto debole del cuore dell’uomo: il suo attaccamento ai beni della terra.

Come disse di Giobbe, così dice a Dio del credente: «Tocca quanto possiede e vedrai se non Ti rinnega in faccia» (Giobbe 1:11).

Giobbe aveva fede, amava Dio ed il suo cuore non era at­taccato ai beni della terra, ma all'Eterno. Se Egli chiede i suoi beni, tutti i suoi beni, per trarne gloria dinanzi a Satana: Giobbe è pron­to ad offrirli senza mormorare. Non solo non rinnega Dio in faccia, come Satana aveva detto calunniandolo, ma dimostra la sua sottomissione e la sua riconoscenza: «L'Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell’Eterno»  (Giobbe 1:21>.

Se Giobbe, per la gloria di Dio accetta quello spogliamento, noi sappia­mo che in realtà quella perdita è solo apparen­te poiché egli, a prova compiuta, ne riceverà ricompensa. Infatti, al termine di essa, Iddio gli dona il doppio di quanto aveva perduto. Be­nedetto, doppiamente benedetto, colui che sa rinunciare a qualche cosa per presentare l’of­ferta che Dio richiede per poter mantenere in vita la sua opera e trarne gloria dinanzi a Sa­tana che vorrebbe soffocarla:

 

Poiché qui sulla terra

Satan ci fa guerra.

Vuol spegnere le chiese

Che noi vogliam riaccese.

 

Di fronte ad un simile esempio della subdola attività di Satana e ad un gesto così ammirevole di fede, di rinuncia e di ricompensa ci sa­ranno ancora dei cristiani che, piuttosto di offrire a Dio la parte dei beni ch'Egli richiede loro, preferiranno rinnegano in faccia?

Pensate come Satana ne riderebbe e come il Signore ne sarebbe afflitto.

Pensate anche chEgli potrebbe togliervi ugualmente quanto possedete e non restituirlo più, e sarete inoltre privati della Sua benedizione. Spesso, quando il Signore vuole toccare quel che possediamo, chiedendo le no­stre offerte, siamo tentati a mormorare, a rifiu­tare, a rinnegare Lui e l'opera Sua, piuttosto che perdere qualche bene materiale.

Per noi, Gesù non indietreggiò di fronte al cruento sa­crificio della croce: indietreggeremo noi di fronte all'insignificante sacrificio che Egli ci chiede?

Non riconosciamo, come Giobbe, che tutta ci viene da Lui?

Perché dunque rifiutargli quel che e' Suo?

Se Egli ne ha bisogno, offriamolo pure tranquillamente, con gioia; quando noi avremo bisogno Egli provvederà.

 

In questi tempi l’opera di Dio ha bisogno del­le nostre offerte. Il Signore ce le chiede per dimostrare a Satana che la nostra fede è vera il nostro amore è sincero. Non vogliamo dimo­strarlo anche noi?

Se abbiamo a cuore di glo­rificare il Suo Nome, Egli glorificherà noi. Per­ché ritrarci dall’offrire e perdere tante benedi­zioni?

Non respingete con la vostra avarizia, incomprensione o critica, la benedizione della liberalità.

Consacriamo a Dio, la nostra stessa povertà affinché essa sia trasformata dall'On­nipotente in sorgente di benedizione per le ani­me perdute.

Usciamo dalla nostra abitudine di dire: « E’ impossibile»  poiché: «Niente è impossibile a Dio» e «Ogni cosa è possibile a chi crede» (Marco 10:27;9:23).

il   Signore ha bisogno di strumenti per mezzo dei quali possa provare al mondo che an­cora oggi Egli e quel che dice di essere nell'Antico e nel Nuovo Testamento: l’Iddio dei miracoli.

Sciogliamo i nostri beni e con la fede operante per mezzo dell’amore offriamo a Dio, con rico­noscenza, il nostro superfluo e il nostro necessario.

 

14.                        DATE E VI SARA’ DATO

 

Gesù diceva : «Date e vi sarà dato, vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura onde misu­rate sarà rimisurato a voi» (Luca 6:38).

Dio non sarà mai nostro debitore; saprà sem­pre darci al di la di quel che offriamo a Lui. Se siamo liberali con Lui, Egli lo sarà molto di più con noi; se siamo avari con Lui, Egli lo sarà pure con noi. Infatti sta scritto: «Chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina liberalmente mieterà altresì libe­ralmente» (2 Corinzi 9:6) ed è detto: «C'e' chi spande libera!mente e diventa più ricco, e c’è chi risparmia più del dovere e non fa che impoverire. L’anima benefica sarà nell’abbondanza e chi annaffia sarà egli pure annaffiato» (Proverbi 11:24,25). Perciò: «Onora l'Eterno con i tuoi beni e con le primizie d'ogni tua rendita1 i tuoi granai saranno ripieni d'abbondanza e  tuoi tini traboccheranno di mosto» (Proverbi 3:9, 10).

«Portate tutte le decime alla casa del tesoro, perché vi sia cibo nella Mia casa, e mettetemi alla prova in questo, e vedrete s'Io non v'apro le cateratte del cielo e non verso su voi tanti benedizione che non vi sia più dove riporla» (Malachia 3:10).

Queste verità sono pure insegnate in relazio­ne all'aiuto da dare ai fratelli veramente poveri  e bisognosi: «Apri liberalmente la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso... dagli libe­ralmente; e quando gli darai non te ne dolga il cuore perché, a motivo di questo l’Eterno, l’Iddio tuo, ti benedirà in ogni opera tua e in ogni cosa a cui porrai mano  (Deuteronomio 15:10,11).

«Chi ha pietà del povero presta all'Eterno che gli contraccambierà l'opera buona»  (Proverbi 19:17). 

«Chi dona al povero non sarà mai nel bi­sogno» (Proverbi 28:27).

Questo insegnamento si applica anche alle Chiese ed alle opere missionarie che, coi loro beni aiutano quelle che sono povere e bisogno­se. Questo significa prestare a Dio e siccome Egli è ricco ci restituirà il capitale con interesse.

«Figliuol mio, non dimenticare il mio insegnamento, e il tuo cuore osservi i miei coman­damenti, perché ti procureranno lunghi giorni, anni di vita e di prosperità»  (Proverbi 3:1,2).

Iddio, in Cristo Gesù,, ha pagato per noi il prezzo del nostro riscatto, ci benedice e noi, per riconoscenza, Gli presentiamo le nostre of­ferte. Per Lui, offrirgli la decima, significa ri­conoscere i Suoi diriti su quanto possediamo o guadagniamo.

Vi è stretto rapporto tra offerta e benedizione.

Più saremo fedeli nel rendere a Dio quel che Gli è dovuto, più sperimenteremo la potenza e la ricchezza della Sua benedizione.

Non vi è, per il cuore dell’uomo e per la vita di una chiesa, termometro più sensibile che quello del denaro. Più d’ogni altro può infor­marci del grado del nostro amore per il Signo­re e della nostra passione per l’opera Sua.  Ognu­no, nel segreto del santuario della sua vita in­teriore, nella presenza di Dio che vede e sa ogni cosa, si chieda sino a qual grado è disposto a far volontariamente, con gioia e perseveranza, l’offerta che deve contribuire a compiere l’opera per la quale Gesù è venuto sulla terra: la salvezza delle anime e l'edificazione della Sua Chiesa. La fiamma che ardeva nel cuore del nostro Signore era l’amore per tutti gli uomini.

L’Amore, a costo di qualunque sacrificio, ricer­ca sempre il bene e la felicità dell'oggetto ama­to. Gesù amava l’uomo: il bene maggiore che poteva cercare per lui era la sua salvezza; la  felicità più grande, la sua eterna gloria. Per questo offrì Se stesso in sacrificio espiatorio per dargli la vita ed averlo sempre con Sé.

Qual'è la fiamma che arde nel nostro cuore?

E' quella che ardeva nel cuore di Gesù?

E’ l’amore per Cristo e la passione per l'opera Sua che ci spinge ad offrirci a Lui e ad offrirgli i nostri doni?

Se non è così dobbiamo chiedere a Dio di volerci infiammare d’amore e di zelo affin di poterci consacrare a Lui. La sola vita che, qui sulla terra, valga la pena di essere vissuta, è quella vissuta per Lui. Ai credenti d’ogni chie­sa Gesù potrebbe rivolgere questo appello:

 1:  Il Padre Mio lasciai

      E il trono Mio nel ciel;

      La gloria; abbbandonai,

      Assunsi il mortal vel.

      Per te tutto lasciai,

    Che lasci tu per Me?   

 2:  Mia vita spesi già

      In mezzo a rio dolor,

      Gloria eternità

      Ti diedi col Mio amor.

      Mia vita spesi già,

    Che spendi tu per Me?

 3: La vita Mia donai,

      E il sangue Mio per te;

      Salvezza ti portai,

      E vita per la fè.

      La vita Mia donai,

    Che doni tu per Me?

 

Perché riconoscere il diritto di Dio sulla no­stra vita e sui nostri beni?

Perché ubbidire al Suo invito ed offrire i nostri doni?

Perché la consacrazione della nostra vita e dei nostri beni è la vera risposta al Suo amore.

Guardiamo con l’occhio della fede a Colui che sulla Croce soffre e muore per noi. Egli è la manifestazione dell’amore di Dio. Appeso su quel legno Ei sembra dirci:

 

Tutto questo Io faccio per te

E tu, che fai tu per Me?

Comprendendo quanto Cristo avesse fatto per lui, il conte Zinzendorf non solo si conver­ti, ma consacrò tutto: vita, ricchezze, fama a Colui che l'aveva tanto amato ed aveva saputo rivelarsi e parlare così profondamente al suo cuore inondandolo di pace e di soddisfazione. Egli divenne il fondatore delle famose Missio­ni Morave che, meglio d'ogni altra Missione, hanno saputo incarnare l'amore di Cristo per il mondo perduto.

«Durante tutta l’eternità vivremo e regne­remo con Cristo, ma potremo ancora fare dei sacrifici per Lui? Quando il peccato, il dolore e la morte non saranno più, quando le lacrime di tutti gli occhi saranno asciugate, avremo an­cora il privilegio di partecipare alla comunio­ne delle Sue sofferenze cercando di condurre a Lui coloro che sono perduti?» (da: Vita di J. E B. Stam).

Oggi, dobbiamo affermare l’occasione di amarlo e servirlo con tutto il nostro cuore e tutti i nostri beni. Quando vedremo l’Agnello, quando saremo simili a Lui e conosceremo ap­pieno il Suo amore e le Sue sofferenze per noi, come vorremmo ritornare a vivere qualche tempo sulla terra per potergli testimoniare la nostra riconoscenza, sacrificando tutto per Lui! Ma sarà troppo tardi!

Se non facciamo ora qualche cosa per Lui, non potremo farla mai più.

 Non avremo  mai, per tutta l'eternità, la soddisfazione di aver sofferto e rinunciato a qualche cosa per Colui che tanto soffrì e a tutto rinunciò per noi.

 

1:  Prendi, o Dio,la vita mia

      Consacrarla voglio a Te,

      Essa in un  inno sempre sia

      Mia gloria Tua mio Re.

2:  Prendi l'oro mio, l’argento,

      Tutto o Padre, t'appartien

      E diventin Tuo strumento

      Nella lotta per il ben.

3:  Quanto ho ancor di più prezioso

      Ora e sempre Tuo sarà.

      Padre, o Padre, qual riposo

      Per chi a Te così si dà.

 

 

15.                        LA PROVA DI ABRAMO

 

Abramo aveva già dato prova di riconoscere i diritti divini quando offrì a Melchisedk, sa­cerdote dell’Iddio Altissimo, la decima di quan­to possedeva.

Ma Iddio non vuole soltanto la sua riconoscenza, vuole anche il suo amore. Per­ciò Egli mette alla prova il cuore di Abramo chiedendogli qualche cosa di più di una sem­plice offerta materiale o finanziaria; gli chiede quel che aveva di più prezioso; il suo amato figliuolo.

«Prendi ora il tuo figliuolo, il tuo unico, colui che ami... ed offrilo quivi in olocausto»  (Genesi 22:2).

La prova è dura, il dolore di Abramo grande.

Questo figlio lungamente atteso, così profonda­mente amato, sul capo del quale si concentrano tutte le promesse divine, questo Isacco, gioia della sua vecchiaia, deve sacrificarlo. Quale do­lore!

 Come comprendere una simile richiesta da parte di Dio?

Ubbidirà?

Sì, ubbidisce egualmente!

E’ deciso ad ubbidire.

Egli ama Dio, crede e spera in Lui: «L’Eterno provvederà », dice egli.

Nella prova, Abramo provò a Dio che il suo amore per Lui e la sua fede in Lui erano pronti a tutto, anche al massimo sacrificio.

Dio a sua volta, provò ad Abramo di essere veramente quel ch’Egli dice di essere: Colui che vuole, sa e può ricompensare largamente coloro che Lo amano e Gli ubbidiscono.

Iddio, soddisfatto della prova, sicuro di essere amato e di possedere il primo posto nel cuo­re di Abramo, gli restituì l'offerta.

Abramo rientrò a casa con la consolazione di aver di nuovo e per sempre il suo amato fi­gliuolo, la nuova benedizione divina, la grande, interiore soddisfazione di aver ubbidito senza esitare alla richiesta di Dio e la profonda ineffabile gioia della Sua approvazione.

Se Abramo non avesse ubbidito, avrebbe potuto essere, da Dio, privato egualmente del suo figliuolo e perdere anche la benedizione, ma per la sua fede, ritenerlo, significava perderlo; offrirlo, invece, significava riaverlo.

 

Iddio prova ora le nostre Chiese, ma l’offerta che richiede da loro non è così grande ed il sacrificio infinitamente meno doloroso di quello richiesto ad Abramo. Egli chiede ai membri delle nostre Chiese di prendere a cuore gli attuali bisogni finanziari della nostra Opera Mis­sionaria e chiede ad ognuno di contribuire al massimo delle proprie possibilità.

Sapranno le nostre Chiese seguire l'esempio di Abramo?

Sa­pranno ubbidire con lo stesso slancio di fede e d'amore per il Signore e per l'Opera Sua?

Solo così le Chiese ed i credenti potranno rice­vere la benedizione.

Se i credenti rifiutano d ubbidire a Dio in questo, Egli può togliere loro, in modi impensati, le somme ritenute dalla loro avarizia o dalla loro indifferenza e possono essere, anche pri­vati della benedizione che segue sempre ogni atto di ubbidienza. Ritenere quel che Dio ci chiede di dare significa perderlo; offrirlo, inve­ce, significa riaverlo.

 

 

16.                        LA LIBERALITA’ D’'UN POPOLO REDENTO

 

Dio, con miracoli e prodigi, aveva liberato il Suo popolo dalla dura schiavitù di Faraone.

Israele seppe apprezzare la Sua bontà e la Sua Grazia.

Esso risponde con allegrezza all'invito del Signore ed offre volonterosamente quanto è necessario per la costruzione del Tabernaco­lo; la dimora di Dio in mezzo al popolo.

Mosè aveva detto: «Prelevate da quello che avete, untofferta all’Eterno; chiunque di cuor volenteroso recherà un'offerta all’Eterno... e tutti quelli che il loro spirito rendeva volenterosi, vennero a portare l’offerta all’Eterno per l’opera della tenda di convegno e per tutto il ser­vizio... vennero uomini e donne; quanti erano di cuore volenteroso... ognuno portò qualche offerta all'Eterno... le donne abili filarono con le proprie mani e portarono i loro filari... tutti i figliuoli d’Israele, uomini e donne che il loro cuore mosse a portare volenterosamente il necessario per tutta l’Opera che lEterno aveva ordinato per mezzo di Mosè, recarono all’Eterno delle offerte volontarie» (Esodo 35).

Dio si era donato liberalmente per la loro liberazione ed essi, che avevano ricevuto le ric­chezze della Sua grazia e gustate le gioie della redenzione con tanti risultati benedetti, riflettevano il Suo carattere donando liberalmente.

 

Erano ancora all'alba della giovinezza spiri­tuale, lieti di darsi e di dare senza calcolare per l’opera di Dio.

I principi d'Israele offrivano pietre preziose ed incensi, le donne portavano i loro braccia­letti e gioielli e coloro che non avevano nulla da dare provavano il loro amore offrendo il lavoro volontario. Gli uomini forti abbattevano alberi, le donne filavano la seta per le tende.

Giorno per giorno i doni affluivano con tale abbondanza che gli operai vennero a dire a Mose: «Il popolo porta molto più di quel che bisogna per eseguire i lavori che l'Eterno ha comandato di fare » (Esodo 36:5),

Mai più, nella storia d'Israele e della Chiesi si è verificato un fatto simile.

Mai più servitore di Dio fu costretto ad arginare la liberalità dei credenti come in questo caso e ordinare al Popolo di non portare più offerte per l'opera del Signore. E, sicuramente, mai più è capitato che le offerte del popolo di Dio bastassero a fare tutto il lavoro che l'Eterno aveva ordinato e ce ne fosse d'avanzo.

Quale amore!

Quale zelo!

Quale grazia ammi­revole animava questo popolo!

I ruscelli della devozione e della liberalità volontaria scaturi­vano dal cuore.

«I principi», «gli uomini», «le donne» sentivano che per loro era un dol­ce privilegio presentare all'Eterno le loro of­ferte, non con cuore dolente e mano avara, ma con gioia e regalmente.

Quale grazia in questa affezione per l'opera del Santuario.

Questo ci ricorda gli albori della dispensazione della gra­zia, la Chiesa primitiva, quando Mammona, l'iddio denaro, aveva perduto il suo imperio sui credenti ed i santi consacravano a Dio le loro ricchezze.

Quale cambiamento ai nostri giorni!

 

Gesù ha detto: «Io edificherò la Mia Chiesa» (Matteo 16:18).

Per questo, come già abbiamo visto, Egli chiede la nostra collaborazione ed i nostri doni. Come e meglio d’Israele i cristia­ni hanno gustato le gioie della redenzione, ma quanti sanno, come quel popolo, dare liberalmente e con amore a Colui che si e' donato in­teramente per loro?

Su quel popolo che seppe offrirsi ed offrire così volonterosamente, Iddio mandò ancora le Sue benedizioni: donò agli uomini sapienza e capacità per compiere il lavoro ordinato.

«Ha chiamato per nome Betsaleel… lo ha ripieno della Spirito di Dio, di abi­lità, di intelligenza e di sapere per ogni sorta dl lavori, per concepire opere d'arte e gli ha comunicato il dono d'insegnare» (Esodo 35 e 36).

La Chiesa d'oggi avrebbe tanto bisogno di doni spirituali nei suo seno per compiere le opere d'arte spirituali in favore degli inconver­titi e dei credenti. Infatti non vi è opera d'arte più gloriosa che quella di incidere a caratteri indelebili, per mezzo della fedele predicazione dell'Evangelo, la fede che salva nel cuore dell'uomo perduto e quella di scolpire l’anima re­denta con lo scalpello delle verità divine affin di perfezionarla e renderla al massimo possibile quale Dio la vuole.

Se oggi Iddio è tanto avaro nel suscitare nuove ardenti vocazioni, nel chiamare per nome nuovi operai per l'opera Sua, se è tanto avaro nel comunicare, per mezzo dello Spirito Santo, i    Suoi doni di grazia, di amore, di umiltà, di sapienza, di abilità, di capacità e di potenza, indispensabili per eseguire convenevolmente il lavoro da Lui ordinato per l'edificazione della Sua chiesa (Zaccaria 4:6; Luca 24:49; Giovanni 16:7-15; Atti 1:8), è semplicemente perché i credenti sono divenuti avari verso di Lui nell'offrigli la loro vita e i loro doni.

I credenti non offrono più e non si offrono più come dovrebbero of­frire, ritengono per se vita e offerte e, di conseguenza, Iddio ritiene i Suoi doni.

Così i credenti e le Chiese languono nella po­vertà spirituale invece di vivere e di gioire delle abbondanti e ricche benedizioni divine.

 

 

 

Giorgio Antonietta

 

Edizioni Centro Biblico

Stampato nel settembre 1964

FINE SECONDA PARTE (continua)