CHE RENDERO’ IO ALL’ETERNO?

(prima parte)

 

1.   LA LIBERALITA' CRISTIANA

 

Uno dei soggetti biblici fra i più importanti nella vita pratica dei credenti e delle Chiese, indispensabile alto svolgimento dell’opera missio­naria ma il meno trattato perché fra i più deli­cati, e' certamente quel]o della liberalità cri­stiana.

Se nella Chiesa vi è oggi confusione sul sog­getto della contribuzione finanziaria per l'opera del Signore, ciò è dovuto prima di tutto ai fatto che i cristiani hanno abbandonato al ri­guardo l'insegnamento chiaro e semplice delle Sacre Scritture, e poi anche perché essi si lasciano travolgere dallo spirito d’egoismo e d’avarizia che domina il mondo. A cagion di questo lo Spirito Santo è contristato, la vita interiore dei credenti si inaridisce ed essi si privano di quella gioia intima e profonda a cui parlò Gesù quando disse: «E' più felice cosa il dare che il ricevere» (Atti 20:35).

E' quindi necessario che ognuno sia condotto a meglio conoscere i suoi privilegi e le sue re­sponsabilità di cristiano di fronte alle necessità dell'opera missionaria, comandata da Colui che è stato il Missionario modello, Gesù Cristo stes­so, il quale, come tale non indietreggiò dinanzi al massimo sacrificio e offrì tutto Se stesso per la redenzione dell'uomo peccatore, colpevole e perduto.

Egli, pur essendo Dio, Creatore di tutte le cose, non disdegnò di abbassarsi sino al punto di ricevere, sulla terra, il proprio sostentamento dalle mani de]le Sue creature. Come Signore poteva dire: «Se avessi fame non te lo direi, perché il mondo, con tutto quel che contiene, è mio» (Salmo 50:1; 1 Corinzi 10:26), ma come uomo e missionario accettava l'assistenza di pie don­ne tementi Dio (Luca 8:3; Matteo 27:55).

Or siccome la liberalità cristiana è sorgente di vera gioia e prova di fede e di consacrazione per aiutare i credenti a meglio gustare questa intima gioia de[ dare, nelle pagine che Seguono verrà trattato in modo semplice ed edificativo questo particolare soggetto alla luce degli inse­gnamenti, e degli esempi che la Bibbia dona nell’Antico e nel Nuovo Testamento.

 

2.     UN CRISTIANESIMO DIFETTOSO

 

Per quel che riguarda la liberalità dei credenti i] cristianesimo è stato, in certo qual mo­do, presentato troppo spesso sotto una forma alquanto difettosa. Nella predicazione il Signo­re viene infatti quasi sempre presentato e considerato soltanto come Colui dal quale si ha tutto da ricevere e quasi mai come Colui al qua­le si deve tutto donare.

Non è giusto nè onesto nè biblico credere che Gesù sia soltanto Colui dal quale si possa tutto avere e al quale si debba poco o nulla donare. S'insiste molto ed a ragione sul fatto che da Lui si può ricevere gratuitamente il perdono, la salvezza, la vita eterna ed altro ancora, ma non abbastanza sul fatto scritturale che il salvato appartiene ora interamente al Salvatore, perso­na e beni, e che Egli, per amore, e' chiamato a manifestare praticamente a Dio la sua ricono­scenza. Quando un cristiano si limita a ricevere egoisticamente dal Signore tanti bei doni spirituali, importanti, preziosi e impareggiabili, senza dirgli un bel grazie pratico e tangibile, v’è da dubitare che egli abbia veramente capito e creduto quanto Gesù abbia fatto e chiesto per lui e da lui.

Il Signore s’è donato interamente e ha donato abbondantemente. Da coloro che Lo hanno ri­cevuto e da Lui hanno tanto ricevuto, Egli s'attende ora dì ricevere. Da coloro che in Lui e da Lui hanno avuto piena soddisfazione Egli s'attende ora di avere soddisfazione. Per cui ogni riscattato potrebbe dire col salmista: « Che renderò io all’Eterno? Tutti i Suoi benefici son sopra me » (Salmo 116).

Anche nel campo cristiano e nelle cose spiri­tuali una vita egoisticamente concentrata su se stessa è una vita limitata e insoddisfatta.. Colui invece che si sporge al di fuori di se stesso, che vede e che provvede ai bisogni altrui, altre che nel cielo, gode già fin d'ora d'una vita lieta, felice e benedetta. « Date e vi sarà dato»  son le belle e infallibili parole di Cristo (Luca. 6:38).

 

 

3.    IL PRINCIPIO DELLE OFFERTE

 

 

Il principio delle offerte ci viene da molto lontano. Fin dalla Genesi vediamo come i cre­denti l’hanno basato sulla fede, la riconoscen­za e l'amore.

In Genesi 4, dopo la caduta dell’uomo e la promessa divina di un Redentore, Caino e Abele presentano a Dia le prime offerte e  «l'Eterno guardò con favore Abele e la sua offerta ma non guardò con favore Caino e l'offerta sua». Perché questa differenza? Perché l'offerta di AbeTe era presentata con umiltà, sulla base della fede e della riconoscenza; quel]a di Caino, invece, era presentata con orgoglio, sulla base dei propri meriti e della propria giustizia. Noè dopo aver trovato grazia ed essere stato salvato con la sua famiglia dal terribile giudi­zio deI diluvio, offrì olocausti sull’altare dell’Eterno (Genesi 8:20). Questa offerta di ricono­scenza, simbolo di consacrazione, gradita da Dio, salvò l'umanità di tutti i tempi che segui­rono da altri simili tremendi giudizi e manten­ne per sempre e per tutti gli uomini la bene­dizione materiale. La Scrittura infatti dice: «Noè... offrì olocausti sull’altare e l’Eterno sen­ti un odor soave; e l’Eterno disse in cuor suo: Io non maledirò più la terra... Finché la terra durerà, sementa e raccolta, freddo e caldo, esta­te e inverno, giorno e notte non cesseranno mai» (Genesi 8:21,22).

Quanta benedizione riceverebbe anche oggi l'umanità se i credenti, salvati anch'essi per pu­ra grazia, sapessero, come Noè, offrire a Dio la loro vita e i loro beni in sacrificio di odor soave in favore dell'opera missionaria!

 

 

4.     IL PRINCIPIO DELLA DECIMA

 

 

Se il principio delle offerte ha le sue radici in Genesi 4, il principio della decima ha la sua origine in Genesi 14.

La Bibbia parla infatti per la prima volta della decima in relazione con Abramo. In quell’epoca Iddio era in rapporto con l’uomo unicamente sulla base della grazia, mediante la fede, proprio come avviene oggi nella nostra dispensazione cristiana (Galati 3:7).

Abramo, liberato dall’oscura religione paga­na, oltre 400 anni prima che venisse promulgata la legge per mezzo di Mose', riconobbe sponta­neamente i diritti di Dio sui beni ch'egli posse­deva.

Incontrando Melchisedek, sacerdote de!l’ Iddio Altissimo, gli dette senz'altro la decima d'ogni cosa del meglio della preda (Gen. 14:20; Ebrei 7:2-4). Iddio approva questo gesto e dice ad Abramo: « Non temere, o Abramo, Io sono il tuo scudo e la tua ricompensa sarà grandis­sima» (Gen. 15:1).

Quanti cristiani si privano oggi di grandissi­me benedizioni e ricompense divine, spirituali o materiali, soltanto perché, a cagion della loro avarizia o mancanza di fede, non sanno imitare Abramo, il padre di tutti i credenti!

L’insegnamento e l'esempio che a quei tempi si trasmettevano di padre in figlio, farà dire più tardi al fuggiasco Giacobbe: «E di tutto quello che tu darai a me, io certamente darò a Te la decima» (Gen. 28.22). Quale importante lezione per tutti i discepoli di Cristo

Nessuno però pensi di offrire a Dio la decima con lo scopo di aver dei meriti nei Suoi confronti e perché Egli gli resti debitore.

Offrire la decima è fare soltanto quello che ogni credente e' in dovere di fare; è semplice e normale espres­sione di riconoscenza  verso il Signore dei cieli e del!a terra per quanto Egli ha gia fatto per noi, per quanto gia abbiamo da Lui ricevuto. Bisogna infatti onestamente riconoscere e ammettere che noi dobbiamo tutto a Dio, i dieci decimi di quanto possediamo e guadagniamo e non soltanto un decimo, poiché tutto ci viene da Lui. Il re Davide diceva: «Tutto viene da te e noi t’abbiamo dato quel che dalla Tua mano abbiamo ricevuto» (1 Cronache 29).

Per i cristiani offrire la decima per lopera del Signore è semplicemente la maniera pratica, biblica evangelica di dire grazie a Dio per tutto quello che essi hanno da Lui ricevuto e continuano a ricevere, tanto spiritualmente quanto materialmente.

 

 

5.     UN ATTO DI ONESTA’

 

 

Questo soggetto, oltre che sotto L'aspetto del diritto divino, del dovere cristiano e della spon­tanea espressione di generosa riconoscenza può e dev'essere considerato anche sotto l’aspetto della semplice onestà.

Iddio dice al suo popolo: «l'uomo dev’egli derubare Iddio? Eppure voi mi derubate».

Il popolo chiede: « In che t'abbiamo noi deruba­to?».

Il Signore, conoscendo a fondo il cuore e la colpa segreta del Suo popolo, risponde pre­ciso: «nelle decime e nelle offerte». E aggiun­ge: «Voi siete colpiti di maledizione, perché Mi derubate » (Malachia 3:7-9).

Or siccome «dobbiamo tutti comparire di­nanzi al tribunale di Cristo» (2 Corinzi 5:10; 1 Corinzi 3:1O-15), quanto sarà umiliante e vergognoso per un credente d'essere non soltanto rimprove­rato dal Signore d'avarizia, ma d'essere anche stato disonesto e d'averlo derubato, ritenendo o spendendo per se le «decime» e le  offerte a Lui dovute e che a Lui spettavano. Queste decime, che Iddio riceveva con soddi­sfazione dai patriarchi come loro spontanea offerta di riconoscenza e che in seguito impose per legge e come lezione al Suo popoLo d’Israele, il Signore le attende oggi più che mai spon­tanee e volontarie da tutti i Suoi riscatti, e que­sto come generosa testimonianza d’amore e di fedeltà  per la collaborazione  nell'opera missio­naria.

 

 

6.     ISRAELE  AMMAESTRATO E  AVVERTITO

 

 

A Israe1e, liberato dalla dura schiavitù d'Egit­to, l’Iddio liberatore chiede l'offerta di cui ha diritto: «Consacrami ogni primogenito, tutto ciò che nasce primo tra i figliuoli d'Israele tan­to degli uomini quanto degli animali: esso mi appartiene»  (Esodo 13:1,2,15; Deuteronomio 15:19). Più tardi, quando Israele si sarà stabilito nella ter­ra promessa, dovrà pure offrire all’Eterno la decima parte di tutti i frutti della terra, d'ogni raccolta, guadagno o rendita, e quello come condizione di benedizione per Israele: «Fammi un altare... offri i tuoi olocausti... ed Io verrò a te e ti benedirò» (Esodo 20:24).  «Non indugerai ad offrirmi il tributo dell'abbondanza delle tue rac­co]te... mi darai il primogenito dei tuoi figliuoli» (Esodo 22:29,30). «Porterai alla casa dell'Eter­no che è il tuo Dio, Le primizie dei primi frutti della terra» (Esodo 23:19).

«Porterete al sacer­dote una mannella come primizia della raccolta… due pani per un'offerta... sono le primizie offerte all'Eterno» (Levitino 23:37,38). «Ogni decima della terra... appartiene all'Eterno; è cosa consacrata all’Eterno. Ogni decima dell’armen­to o del gregge… sarà consacrata all’Eterno» (Levitico 27:30-32).

«Quando sarete arrivati nel paese dove Io vi conduco, e mangerete del pane di quel paese, ne preleverete un’offerta che presenterete al­l’Eterno»  (Numeri 15: 18). «Celebrerai la festa... in onore dell’Eterno mediante offerte volonta­rie che presenterai nella misura delle benedizioni che avrai ricevute dall’Eterno, che è il tuo Dio. E ti rallegrerai in presenza dell'Eterno che e' il tuo Dio» (Deuteronomio 16:10,11,17).

«Nessuno comparirà dinanzi a Me a mani vuote» (Esodo 23:15; 34:20; Deuteronomio 16:16).

In tutte queste citazioni Dio fa valere il Suo diritto, lo ricorda costantemente, esorta il popolo a perseverare nell’ubbidienza spontanea e volontaria a questi comandamenti dai quali dipende  la Sua benedizione spirituale e materiale. Egli vuole, con queste ripetute prescrizioni che il popolo ricordi costantemente quanto riceve dalla Sua mano e Gli provi praticamente la sua riconoscenza (Esodo 30:11-16).

La cura e l’insistenza di Dio nell'insegnare queste verità dimostra come l'osservanza di es­se da parte d’Israele fosse della massima im­portanza.

Tutto questo non era che una preparazione per arrivare ad uno scopo più importante e necessario al popolo.

Iddio si scelse i Leviti per portare, nel deser­to, il Tabernacolo, simbolo della grazia divina in favore d’Israele. Tutte le tribù dovevano con­tribuire, per legge di Dio, con decime, doni ed offerte al sostentamento dei Leviti e a mante­nere il culto divino. Questo servizio assicurava al popolo la comunione con Dio, la Sua prote­zione e la Sua benedizione.

Perché Iddio scelse la tribù di Levi per questo servizio? Quando Israele si dette all'idolatria­ e adorò il vitello d'oro, Mosé gridò: «Chiun­que è per l'Eterno venga a me! E tutti i figliuoli di Levi si radunarono presso a lui» (Esodo 32:26). Il cuore dei Leviti si staccò dal popolo in apostasia, non piegò dinanzi al vitello d'oro, ma si unì strettamente ai suo Dio per seguirlo e servirlo. Essi risposero appello di Mosè e furono chiamati a maneggiare la spada della giustizia. Percossero il popolo che aveva pecca­to, percossero i fratelli, gli amici, i vicini per salvare l'onore dell'Eterno agli occhi delle na­zioni pagane. Eseguendo l'ordine dell' Eterno dimostrarono che il loro cuore era tutto per Lui. In quel momento parlare d'amore ad Israele sarebbe stato inutile: occorreva il giudizio della giustizia. Mosè aveva detto: «Consacra­tevi oggi all'Eterno… onde l'Eterno v’imparti­sca una benedizione» (Esodo 32:29).

Levi si consacrò all'Eterno senza riserve, lo servì con cuore integro ed animo volonteroso, non permise all'affezione naturale d'essere un ostacolo alla fedeltà nel servizio. Come Gesù di­ceva più tardi: «Se uno viene a Me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i fratelli, le sorelle e finanche la sua propria vita non può essere Mio discepolo» (Luca l4:26), così è detto di Levi: «Egli dice di suo padre e di sua ma­dre: Io non li ho visti! Non riconosce i suoi fratelli e nulla sa dei propri figliuoli, perché i Leviti osservano la Tua Parola e sono i custodi del Tuo patto. O Eterno, benedici la sua forza e gradisci l'opera delle sue mani»  (Deuteronomio 33; 9-11).

Egli mise risolutamente a parte i diritti dell’affezione naturale, dette nel suo cuore, un po­sto sovrano ai diritti dell’Eterno, il che è la sola vera base del carattere del servitore di Dio, il quale, separato dal mondo, non ama ciò che il mondo ama, non cerca di piacere agli uo­mini ma a Dio e prende piacere soltanto nel fare la Sua volontà. E la benedizione promessa venne gloriosamente nella scelta fatta dall'Eterno. Quale grazia, ma anche quale responsabilità! E chi mai poteva scegliere l'Eterno se non coloro che avevano dato prova di una simile risoluzio­ne e d'una simile consacrazione? Mosè dice a questo riguardo: «In quel tempo l’Eterno sepa­rò la tribù di Levi per portare l'arca del patto dell’Eterno, per stare davanti all'Eterno ed essere Suoi ministri e per dare la benedizione nel no­me di Lui» (Deuteronomio 10:8). «Ecco, Io ho preso i Leviti di tra i figliuoli d’Israele in luogo d'ogni primogenito… i Leviti saranno Miei… prenderai i Leviti per Me, Io sono l'Eterno, invece di tutti i primogeniti di tutti i figliuoli d'Israele» (Numeri 3:12, 41).

«Così separerai i Leviti di tra i figliuoli d'Israele e i Leviti saranno Miei» (Numeri 8:14). «E Mosè scrisse questa legge e La diede ai sacerdoti figliuoli di Levi che portano ['arca del patto dell'Eterno» (Deutenonomio 31:9). 

«Poiché le labbra del sacerdote sono le guardiane della scienza, e dalla sua bocca uno cerca la legge, perch'egli è il messaggero dell’Eterno» (Malachia 2:7).

Iddio si è dunque trovato il servitore fedele; troverà anche il mezzo per provvedere al suo sostentamento. Egli affida senz'altro la cura di questa tribù sacerdotale a tutte le altre tribù d'Israele. Esse, beneficate dal servizio levitino, dovranno provvedere a tutte le necessità. «[o ho preso i vostri fratelli, i leviti, di mezzo ai fi­gliuoli d'Israele; dati all'Eterno, essi sono rimessi in dono a voi per fare il sevizio della tenda di convegno… Di tutte le cose consacrate dai figliuoli d’Israele Io ti do quelle che mi sono offerte per elevazione.. questo ti apparterrà fra cose santissime... tutte le offerte… i doni… tut­te le primizie» (Numeri 18:1-19).  «L’Eterno disse ancora ad Aronne: Tu non avrai nessun possesso nel loro paese e non ci sarà parte per te in mezzo a loro; Io sono la tua parte e il tuo possesso in mezzo ai figliuoli d’Israele. E ai figliuoli di Levi io do come possesso tutte le decime in Israele in contraccambio del servizio che fanno, il servizio della tenda di convegno... e lo potrete mangiare in qualunque luogo, voi e le vostre famiglie, perché è la vostra mercede in contraccambio del vostro servizio» (Numeri 18:20-32; Deuteronomio 10:9).

«I sacerdoti levitici, tutta quanta la tribù di Levi, non avranno parte né eredità con Israele; vivranno dei sacrifici fatti mediante il fuoco all’Eterno, e della eredità di Lui... gli darai le pri­mizie del tuo frumento, del tuo olio e del tuo mosto e della tosatura delle tue pecore; poiché l’Eterno, il tuo Dio, l'ha scelto fra tutte le tribù, perché si presenti a fare il servizio nel Nome del­l'Eterno» (Deuteronomio 18:1-5; Giosuè 13:14; 2 Cronache 31:4-10; Esodo 28:1,3,41; 29:44,45; 30:30).

E Dio avverte solennemente il popolo: «Guardati bene, tutto i] tempo che vivrai nel tuo paese, dall'abbandonare il Levita» (Deuteronomio 12:19).

Dio provvederà liberalmente per il popolo di Israele e Israele dovrà provvedere liberalmente per i Leviti.

Guai a colui che trattiene ciò che è dovuto allo Eterno e si rifiuta di sostenere l'opera divina compiuta in suo favore. E’ a suo solo vantaggio morale e spirituale e nel suo solo interesse materiale che l’israelita deve offrire quello che Dio chiede. Dalla sua ubbidienza dipendono le sue benedizioni.

«Offri i tuoi olocausti... i tuoi sacrifici, le tue pecore e i tuoi buoi... e Io verrò a te e ti bene­dirò» (Esodo 20:24).

«Osserva e ascolta tutte queste cose che ti comando, affinché sii sempre felice» (Deuteronomio 12:28).

«E l'Eterno ti ha fatto oggi dichiarare che oggi gli sarai un popolo Suo, come Egli ti ha detto, e che osserverai tutti i Suoi comandamenti, onde Egli ti renda eccelso per gloria, rinomanza e splendore» (Deuteronomio 26: 18,19).

Fintanto che Israele è stato fedele a questi comandamenti e diceva: «Ed ora ecco io reco le primizie dei frutti del suolo che Tu, o Eterno, m’hai dato!» (Deuteronomio 26:7-11), Iddio lo benedisse e lo rese felice nel paese che gli aveva dato in eredità. In quei momenti il popolo di Dio prosperava e godeva in pace le ricchezze mate­riali e le benedizioni spirituali che l'Eterno gli prodigava.

Quando il popolo si rese infedele e non offriva più le decime e le offerte, Dio permetteva che fosse colpito da prove diverse allo scopo di ricondurlo all’ubbidienza. Quando, infine, Israele progressivamente abbandona l'Eterno, il culto ed i Leviti, si trova egli stesso ad essere abbandonato da Dio e ridotto in grande mise­ria.

Furono tempi angosciosi per il popolo: guerre, sconfitte, siccità, carestie, tributi gli caddero addosso. Quel popolo che avrebbe do­vuto essere il più ricco, il più benedetto, il più felice se avesse sempre continuato ad ubbidire a Dio e ad offrirgli il tributo della sua riconoscenza, divenne, a causa della sua infedeltà, il più povero, il più maledetto, il più infelice. Ven­ne ridotto a tale miseria che, in certi momenti, come Mosè aveva già solennemente avvertito da parte di Dio, le mamme mangiarono le carni dei loro stessi figliuoli: «Durante l’assedio e nella distretta nella quale ti ridurrà il tuo nemico, mangerai il frutto delle tue viscere, le carni dei tuoi figliuoli e delle tue figliuole» (Deuteronomio 28:53-55). «E farò loro mangiare la car­ne dei loro figliuoli e la carne delle loro figliuole… durante l’assedio e la distretta»  (Geremia 19:9). «Perciò in mezzo a te dei padri mange­ranno i loro figliuoli» (Ezechiele 5:10). «Questa donna mi disse: Dà qua il tuo figliuolo che lo mangiamo oggi; domani mangeremo il mio. Così cocemmo il mio figliuolo e lo mangiammo…» (2 Re 6:28,29).

Quale decadenza! Quale avvertimento per i credenti dei nostri tempi! Quale  tremenda cosa abbandonare il Signore del cielo e della terra e rifiutargli, come se fossimo i più forti, quel ch’Egli ci chiede in testimonianza del nostro amore per Lui.

Quando poi tutte queste dolorosissime cose non riuscirono più a ricondurre il popolo a rav­vedimento, Iddio lo abbandona nelle mani dei suoi nemici, lo !ascia condurre in cattività. Quel paese dove scorreva il latte ed il miele, segno d’abbondanza, è colpito dalla maledizione e rigetta il popolo che l’abitava. (2 Cronache 36:15-20).

 

Incredulità e disubbidienza producono la ro­vina Chi ha orecchi da udire oda.

 

 

7.     DIO E’' FEDELE

 

 

Dopo una dura cattività di 70 anni, Iddio, che nella Sua fedeltà non aveva dimenticato Israele, permette che un residuo di quelli che aspiravano a rientrare nel paese dell'Eterno vi facciano ritorno. Essi, nella Giudea ed in Ge­rusalemme, si mettono coraggiosamente alla opera per riedificare le città e coltivare i cam­pi, ma dimenticano la casa di Dio che giace in rovina.

La pazienza di Dio non è esaurita. Con im­mutato amore, per mezzo del profeta Aggeo e di Nehemia, rimprovera, esorta ed incoraggia il popolo che, avendo il cuore ben disposto, ri­conosce i diritti dell'Eterno, ubbidisce e rice­ve promesse di benedizione. Aggeo annuncia: «Così parla l’Eterno degli Eserciti: Questo po­polo dice:  il tempo non e' giunto, il tempo in cui la casa dell'Eterno deve essere riedificata... E' egli il tempo per voi stessi di abitare le vo­stre case ben rivestite di legno mentre questa casa giace in rovina?» (Aggeo 1:2-4).

No, non vi e' nulla da guadagnare a trascurare l'opera di Dio. Se i credenti dimenticano d'oc­cuparsi di Lui e cercano solo i loro vantaggi e le loro comodità, Iddio saprà trovare il modo di richiamarli all'ordine. Infatti, di fronte a que­sto residuo, Egli mette avvenimenti d'una reale, innegabile evidenza da costringerLo a rico­noscere che Dio deve avere il primo posto in ogni cosa perché possa spandere la Sua benedizione su tutta l’attività ed il lavoro del popolo.

«Or dunque, così parla l'Eterno degli Eser­citi, ponete ben mente alle vostre vie! Voi avete seminato molto, e avete raccolto poco; voi man­giate, ma non fino ad essere sazi; bevete ma non fino a soddisfare la sete; vi vestite, ma non v'è chi vi riscaldi; chi guadagna un salario, met­te il suo salario in una borsa forata... voi vi aspettavate molto ed ecco vi è poco; e quando l'avete portato in casa, Io ci ho soffiato sopra. Perché? dice l’Eterno degli Eserciti. A motivo della Mia casa che giace in rovina; mentre cia­scuno di voi si dà premura per la propria casa. Perciò, il cielo sopra di voi è rimasto chiuso, sì che non c'è stata rugiada, e la terra ha ritenuto il suo prodotto. Ed Io ho chiamato la siccità sul paese, sui monti, sul grano, sul vino, sull’olio, su tutto ciò che il suolo produce, sugli uomini, sul bestiame e su tutto il lavoro delle mani» (Aggeo 1:5-12)

Perché questo popolo mancava del necessa­rio? Perché il loro Lavoro non produceva l1atteso frutto?

«A motivo della Mia casa che giace in rovina, dice l'Eterno, mentre ognuno di voi si da premura per la propria casa» (Aggeo 1:9).

 Gesù diceva: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figliuol dell’uomo non ha dove posare il capo»  (Luca 9:58>.

Queste parole dimostrano lo spirito di sacrificio e di rinuncia che animava il nostro Salvatore! Egli non pensava a se stesso, ma agli altri. Non si curava della Sua comodità: pensava solo alla nostra; volendoci comodi per tutta l’eternità sacrificò la Sua divenendo simile agli uomini e morendo per essi sulla Croce. Come siamo ancora lontani da Lui, noi che ci diciamo Suoi discepoli! Eppure Egli ci dice: «Imparale da Me...» (Matteo 11:29). E S. Paolo aggiunge: «Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù» (Filippesi 2:5; 1 Pietro 2:21).

Si, il popolo trascurava la casa di Dio, ma Iddio trascurava il popolo. Portavano a casa la loro già misera raccolta e Dio ancora vi soffiava sopra, di modo che il loro poco si ridu­ceva a niente. Il guadagno del loro lavoro, frutto delle  loro fatiche, era posto in una borsa forata e si perdeva.

Non è quel che avviene anche oggi nella casa dell'Iddio Vivente, la Chiesa di Cristo? Anch’essa, nella testimonianza che deve rendere al mondo, è in rovina a causa dell'indifferenza dei credenti. Infatti, a parte qualche eccezione, i credenti d'oggi lavorano, si affaticano, si affan­nano, dandosi tanta premura per la propria ca­sa, ma dimenticano quella di Dio. Cosa guadagnano facendo così? Ognuno potrà facilmente scoprire come Iddio abbia, spesse volte, soffiatiato sopra i loro guadagni; come abbia spesso forata la loro borsa disperdendone il contenuto; come essi, pur avendo lavorato molto, ab­biano raccolto poco. E' inutile, non possiamo beffarci di Dio, tanto meno derubarLo! Se rite­niamo 10 di quello che gli spetta Egli ci farà per­dere in modi diversi, 20 e anche 3O ma donerà abbondantemente ad Suoi Fedeli mentre ripo­sano (Salmo 127:2).

«Ponete ben mente alle vostre vie? Salite nella contrada montuosa, recate del legname e co­struite la casa; e Io mi compiacerò d'essa e sarò glorificato, dice l’Eterno»  (Aggeo 1:7,8).

Questo grido trova eco nella coscienza del popolo. Oh, possa trovarlo anche nella coscien­za di tutti i credenti! «...e il popolo diede ascolto alla voce dell’Eterno... temette l’Eterno il quale dice: Fortificati o popolo tutto... mettetevi all'opera! Io sarò con voi... e il Mio Spirito dimora tra voi; non temete!» (Aggeo 2:4-5).

Con questo messaggio Dio incoraggia coloro che sono decisi ad ubbidire e fa svanire i loro timori.

E' a questo popolo povero che lavorava fra le rovine causate dall'infedeltà e dalla disubbi­dienza, ma deciso a lavorare per la Sua casa, che Dio dice: «Mio è l’argento e Mio è l'oro» (Aggeo 2:4,5). Quale verità dissepolta, rilevata e ricordata! Si, nessuno s’inganni, tutto è di Dio! Offriamo dunque a Lui la parte che gli spetta e, se nella nostra povertà non arriviamo a fron­teggiare i bisogni dell'opera Sua, perché siamo fedeli nel poco che possiamo offrire, il resto lo farà Lui; Egli saprà trovare e far giungere i mezzi là dove saranno necessari.

L'Eterno è Lieto di vedere il popolo così ben disposto e fermamente deciso a perseverare. A Sua volta si prepara a spandere su lui le Sue ricche benedizioni. Ma Egli vuole che il popolo sappia che queste benedizioni sono il frutto della sua ubbidienza, perciò lo invita a consi­derare il tempo passato con tutte le sue mise­rie dicendo: «Da questo giorno Io vi benedirò» (Aggeo 2; 15-19). Fino a quel giorno, a causa deLla sua incredulità, il popolo mantenne chiusa la porta della benedizione. Ora, ravveduto e deciso ad ubbidire, permette a Dio di aprirla di nuovo.

Se i credenti delle nostre Chiese sapranno ubbidire, mettersi all’opera portando le loro offerte per la predicazione dell’Evangelo e l'edificazione della Chiesa di Cristo, riceveranno es­si pure le ricche benedizioni di Dio.

Come ci dice Esdra, questo popolo perseverò in mezzo ad ogni sorta di difficoltà e di opposizioni fino al compimento dellopera. La co­struzione della casa di Dio venne terminata.

Coloro che l’hanno osservato dissero: «Siamo andati nella provincia di Giuda, alla casa dei gran Dio. Essa si costruisce... lopera vien fatta con cura e progredisce... Tirarono innanzi e fe­cero progredire la fabbrica.... e finirono i loro lavori di costruzione... la casa fu finita il terzo giorno de! mese d'Adair» (Esdra 5:8,9; 6:14,15).

Il lavoro era riuscito perché Iddio aiutava il Suo popolo volenteroso e combatteva per lui. Il popolo s'impegnò «a portare ogni anno nella casa dell’Eterno le primizie del loro suolo, di ogni frutto di qualunque albero, i primogeniti delle loro mandrie e dei loro greggi per presen­tarli nella casa del loro Dio ai sacerdoti che ne fanno il servizio. S'impegnarono pure di porta­re ai sacerdoti... le primizie della loro pasta, le loro offerte prelevate, le primizie dei frutti, del vino, dell’olio e di dare la decima delle rendite del loro suolo ai Leviti» (Nehemia 10:35-37).

«In quei tempo, degli uomini furono preposti alle stanze che servivano da magazzini delle offerte, delle primizie e delle decime, onde vi rac­cogliessero dai contadi delle città le parti assegnate dalla legge ai sacerdoti ed ai Leviti; poiché i giudei gioivano a vedere i sacerdoti ed i leviti ai loro posti» (Nehemia 12:44).

Credenti in Cristo Gesù; vogliamo seguire an­che noi l'esempio di questo popolo? Vogliamo rinunciare a qualche cosa di quel che possedia­mo o guadagniamo per provvedere ai bisogni materiali dell’opera di Dio? Vogliamo prendere la decisione di perseverare sino a che l'opera sia compiuta? Se le risoluzioni del nostro cuore saranno grandi, Iddio ci farà conoscere la gran­dezza delle Sue benedizioni. La benefica mano del nostro Dio sarà su noi. Leviamoci dunque, mettiamoci a riparare ed a costruire! Facciamoci animo e mettiamo mano alla buona impresa, non discu­tiamo, non rimandiamo, facciamolo subito: l’Iddio del cielo è quegli che ci darà il buon successo! (Nehemia. 2:18-20).

Dopo un periodo di risveglio e di benedizione e durante un'assenza di Nehemia il popolo si allontana di nuovo da Dio, abbandona la sua casa, non provvede per i Leviti i quali sono co­stretti a lasciare il Tempio ed il servizio sacer­dotale per mancanza di mezzi di sussistenza. Neehemia dice: «Seppi pure che le porzioni dovute ai Leviti non erano state date, ed i Leviti ed i cantori incaricati del servizio se n’erano fuggiti ciascuno alla sua terra. E io censurai i magistrali e dissi loro: Perché la casa di Dio è stata abbandonata? (Nehemia 13:10,11).

Ripresi dal fedele servitore di Dio, che radunò i Leviti e li ristabilì nei loro uffici, tutto Giuda portò nei magazzini la decima dei frumento, dei vino e dell'olio (Nehemia 13:11,12).

Ma ciò durò per poco tempo. La decadenza riprende, continua ed il profeta Malachia trova un popolo incosciente ed insensibile che trat­ta Dio come un suo pari. Per mezzo di questo profeta Iddio tenta un’ultima volta di ricon­durre il popolo sulla buona via, lo invita a rav­vedimento e dice «Tornate a Me ed Io tornerò a voi. Ma esso risponde: in che dobbiam tornare? e l'Eterno pazientemente riprende: L’uomo dev’egli derubare Iddio? E pur voi Mi de­rubate. Ma voi dite: In che l'abbiamo noi derubato? Nelle decime e nelle offerte. Voi siete colpiti di maledizione perché Mi derubate...».

L’incoscienza e l'indifferenza caratterizzano questo popolo. «Maledetto il fraudolento», aveva annunziato il profeta (Malachia 1:14).

Il popolo frodava l’Eterno trattenendo le de­cime, la maledizione lo colpiva. Iddio, soffren­do delle sue sofferenze, desiderando il suo bene, chiede di essere messo alla prova, invita il popolo a portare tutte le decime perché vi sia cibo nella Sua casa e dice: «Mettetemi alla pro­va in questo, e se voi ubbidire alla Mia parola, Io m’impegno di aprirvi le cateratte del cielo e riversare su di voi tanta benedizione che non saprete dove riporla». Le vostre decime vi sa­ranno centuplicate «poiché Io, per amor vo­stro minaccerò l’insetto divoratore ed egli non distruggerà più i frutti del vostro suolo, e la vostra vigna non abortirà più nella campagna. Tutte le nazioni vi diranno beati perché sarete un paese di delizie, dice l’Eterno degli Eserciti» (Malachia 3:7-12).

Ma il popolo non crede. Non ha fiducia nel messaggio del profeta di Dio, teme di mancare del necessario e tiene strettamente quello che dovrebbe dare all'Eterno, non consentendo di fare la prova da Lui proposta. Attaccato al suo danaro, ai suoi beni materiali, preferirà perire lentamente di stenti piuttosto che offrire a Dio quel che gli è dovuto e vivere nella abbondanza.

Quest’indifferenza è un oltraggio all'Eterno che lascerà definitivamente questo popolo, ab­bandonandolo alla triste sorte che si è scelta.

Tutta la storia d’Israele ci parla dell'amore e della pazienza di Dio e ci dimostra com'Egli abbia sempre cercato il bene del Suo popolo.

Daltra parte il popolo ha sempre dimostrato di non comprendere il cuore di Dio ribellandosi continuamente a Lui.

Dio aveva a cuore il Suo Tabernacolo, il Suo Tempio ed i Leviti, mezzi di grazia per spandere su Israele le Sue benedi­zioni.

Avendo il popolo abbandonato i Leviti e di conseguenza lasciato cadere in rovina il Tempio, a sua volta viene abbandonato da Dio.

«Poiché l'amor del denaro e radice d’ogni sorta di mali, e alcuni che vi si son dati, si sono sviati dalla fede e si sono trafitti di molti dolori. Quelli che vogliono arricchire cadono in tentazione, in laccio ed in molte insensate e funeste concupiscenze, che affondano gli uomini nella distruzione e nella perdizione» (1 Timoteo 6:9,10).

«Or queste cose avvennero loro per servire di esempio, e sono state scritte per ammonizione di noi, che ci troviamo agli ultimi termini dei tempi» (1 Corinzi 10:6,11; Romani 15:4).

 

 

8.    E NOI CRISTIANI?

 

 

Se un popolo che viveva sotto la Legge dava la decima, un popolo che vive sotto la grazia dovrebbe dare di meno?

Se Israele doveva prov­vedere al mantenimento dei ministerio sacer­dotale e dei Leviti, i cristiani devono provvedere al mantenimento di coloro che sono chia­mati al ministerio della predicazione dell’Evan­gelo.

Il popolo cristiano ha un compito missiona­rio per eccellenza: è chiamato a protendere tut­te le sue energie per questo glorioso scopo, motivo unico della sua vita terrena. I credenti devono quindi presentare a Dio le loro offerte di riconoscenza per provvedere con esse alle ne­cessità materiali dell’opera Sua.

I missionari, i colportori, gli evangelisti ed i pastori potran­no compiere così il servizio che il Signore ha loro affidato col mandato: «Andata per tutto il mondo e predicate l’Evangelo ad ogni crea­tura… Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli. insegnando loro di osservare tutte quan­te le cose che vi ho comandato... Mi sarete te­stimoni… fino alle estremità della terra»  (Marco 16:I5; Matteo 28:18-20; Atti 1:8). E S. Paolo dice che «è Lui, il Signore, che ha dato gli uni come apostoli, gli altri come profeti, gli altri come evangelisti, gli altri come pastori e dottori per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministerio, per la edificazione del corpo di Cristo, finché tutti siano arrivati all'unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo, affinché non siamo più dei bambini, sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina, per la frode degli uomini, per l’astuzia loro nelle arti seduttrici dell’errore, ma che, seguitando verità in carità, noi cresciamo in ogni cosa verso Colui che è il Capo, cioè Cristo» (Efesini 4:11-15).

Essi sono operai, collaboratori e strumenti di Dio nella grande opera che Egli vuole com­piere in favore degli uomini. A loro riguardo Gesù dice che «l'operaio è degno del suo nu­trimento e della sua mercede» (Matteo 10:10; Luca 10:7; 1 Timoteo 5:18).

Come Mosè avvertiva solennemente Israele: «Guardati bene dall’abbandonare il Levita» (Deuteronomio 12:19), così i cristiani devono guardarsi dall'abbandonare i servitori stabiliti e mandati dal Signore. Come i sacerdoti levitici vivevano dei sacrifici fatti all'Eterno (Deuteronomio 18:1), così ancora il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l'EvangeLo vivano dell'Evangelo (1 Corinzi 9:14).

S. Paolo dice: «CoLui che viene ammaestrato nella parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi l’ammaestra»  (Galati 6:6).

Mosè raccomandava di non mettere la mu­soliera al bue che trebbia il grano (Deuteronomio 25:4) ed Isala aggiunge: «Beati voi che seminate in riva a tutte le acque e che lasciate andar libero il piè del bove...»  (Isaia 32:20).

S. Paolo, scriven­do ai Corinzi specifica: «Forse che Iddio si da pensiero dei buoi? e non dice egli così proprio per noi? certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza e chi trebbia il  grano deve trebbiare con la speranza di averne la sua parte. Se abbiamo seminato per voi i      beni spirituali è egli gran che se mietiamo i vostri beni materiali?» (1 Corinzi 9:9-11). 

«Chi è mai che fa il soldato a sue proprie spese? Chi è che pianta una vigna e non ne mangia il frutto? O  chi è che pasce un gregge e non si cibi del latte del gregge?» (1 Corinzi 9:7).

Quando S. Paolo predicava a Corinto ed am­maestrava quei primi convertiti, non riceveva da loro alcun aiuto materiale ma, come scrive­va più tardi a quella Chiesa:  «...vi ho annun­ciato l'Evangelo di Dio gratuitamente. Ho spo­gliato altre chiese prendendo da loro uno sti­pendio per poter servire voi: e quando durante il mio soggiorno tra voi mi trovai nel bisogno, non fui d’aggravio a nessuno, perché i fratelli venuti dalla Macedonia, supplirono al mio bisogno»  (2 Corinzi 11:7-9).

Questi credenti furono beneficati al loro nascere alla vita spirituale. Le contribuzioni di altre Chiese provvidero al mantenimento dell'Apostolo svolgente la sua attività spirituale tra loro e per loro. Vogliono ora testimoniare a Dio la loro riconoscenza prendendo parte, con le loro offerte spontanee e gioiose, alla contribuzione che deve aiutare le Chiese povere di Gerusalemme e della Giudea, bisognose a causa delle dure persecuzioni che subivano. Fa riferimento a questo Ebrei 10:32-34 «...voi sosteneste una così gran lotta di patimenti, sia con l'essere esposti a vituperio e ad afflizioni sia con l'essere partecipi della sorte di quelli che erano così trattati. Infatti voi.. accettaste con allegrezza la ruberia dei vostri beni...».

In quest'occasione S. Paolo scrive ai cristiani della Chiesa di Corinto: «0r, quanto alla colletta per i santi come ho ordinato alle Chiese di Galazia. così fate anche voi. Ogni primo gior­no della settimana ciascuno di voi metta da parte quel che potrà secondo la prosperità con­cessagli» (1 Corinzi 16:1,2). 

«Or, fratelli, voglia­mo farvi sapere la grazia da Dio concessa alle Chiese di Macedonia. In mezzo alle molte affli­zioni con le quali esse sono provate, l'abbondanza della loro allegrezza e la loro profonda po­vertà, hanno abbondato nelle ricchezze della loro liberalità. Poiché, io ne rendo testimonian­za, secondo il poter loro, anzi, al di là del poter loro, hanno dato volonterosi, chiedendoci con molte istanze la grazia di contribuire a questa sovvenzione destinata ai santi... nelle attuali cir­costanze, la vostra abbondanza serve a suppli­re al loro bisogno... Quanto alla sovvenzione destinata ai santi, è superfluo ch'io ve ne scriva, perché conosco la prontezza dell'animo vostro... Il vostro zelo ne ha stimolati molti... onde la vostra già promessa liberalità sia pronta come atto di liberalità e non d'avarizia… Dia ciascu­no secondo che ha deliberato in cuor suo; non dl mala voglia né per forza, perché Iddio ama un donatore allegro. Poiché la prestazione di questo servigio sacro non solo supplisce al bi­sogni dei santi, ma più ancora produce abbon­danza di ringraziamenti a Dio; in quanto che la prova pratica fornita da questa sovvenzione, li porta a glorificare Iddio per l’ubbidienza con cui professate il VangeLo di Cristo e per la liberalità con cui partecipate ai bisogni di loro tut­ti. Ringraziato sia Dio del Suo dono ineffabile» (2 Corinzi capitoli 8 e 9).

I cristiani di Corinto erano afflitti, provati, poveri, ma abbondavano in liberalità. La Scrit­tura esorta dicendo: «Non siate amanti del de­naro, siate contenti delle cose che avete; poiché Egli stesso ha detto: Io non ti lascerò né ti abbandonerò» (Ebrei 13:5).

«E non dimenticate di esercitare la beneficenza e di far parte agli altri dei vostri beni; perché è di tali sacri­fici che Dio si compiace» (Ebrei 13:16).

«A quelli che son ricchi in questo mondo ordina che non siano d'animo altero, che non ripongano la loro speranza nella incertezza delle ricchezze, ma in Dio, il quale ci somministra copiosamente ogni cosa perché ne godiamo; che fac­ciano del bene, che siano ricchi in buone opere, pronti a dare, a far parte dei loro averi, in modo da farsi un tesoro ben fondato per l'avvenire, a fin di conseguire la vera vita» (1 Timoteo 6:17-19).

«...imparino anche i nostri ad atten­dere a buone opere per provvedere alle neces­sità, onde non stiano senza portare frutto» (Tito 3:14).

Accostiamoci dunque a Dio con le offerte della nostra fede e del nostro amore sapendo che Egli è il rimuneratore di quelli che lo cercano e darà a tutti la giusta ricompensa.

S. Paolo, in catene per Cristo, riceve dalla Chiesa di Filippi un dono che deve servire alle sue necessità materiali. Egli così risponde ai Filippesi: «Or io mi sono grandemente ralle­grato nel Signore, che finalmente avete fatto rinverdire le vostre cure per me; ci pensavate sì, ma vi mancava l’opportunità. Non lo dico perch'io mi trovi in bisogno, giacché ho impa­rato ad essere contento nello stato in cui mi trovo. Io so essere abbassato e so anche ab­bondare; in tutto e per tutto sono stato ammae­strato ad essere saziato e ad aver fame; ad essere nell’abbondanza e ad essere nella penuria. Io posso ogni cosa in Cristo che mi fortifica. Nondimeno avete fatto bene a prender parte alla mia afflizione. Anche voi sapete, o Filippesi, che quando cominciai a predicare l'Evangelo, dopo aver lasciata la Macedonia, nessuna Chie­sa mi fece parte di nulla per quanto concerne il dare e l’avere, se non voi soli; poiché anche a Tessalonica mi avete mandato una prima e poi una seconda volta di che sovvenire al mio bisogno. Non già ch’io ricerchi i doni; ricerco piuttosto il frutto che abbondi a conto vostro. Or io ho ricevuto ogni cosa e abbondo. Sono pienamente provvisto, avendo ricevuto da Epa­frodito quel che m'avete mandato, e che è un profumo d’odor soave, un sacrificio accettevo­le, gradito a Dio. E l'Iddio mio supplirà ad ogni vostro bisogno, secondo le Sue ricchezze e con gloria in Cristo Gesù»  (Filippesi 4:10-19).

Nell'opera del Signore deve sempre essere applicato il principio divino della collaborazione.

Le Chiese grandi o ricche, devono aiutare quelle piccole o povere, secondo che sta scritto: «Chi aveva raccolto molto non n'ebbe di soverchio1 e chi aveva raccolto poco non n'ebbe mancanza» (2 Corinzi 8:15).

 

Fratelli e sorelle nel Signore, altre Chiese ed altri cristiani hanno provveduto a lungo e lar­gamente ai bisogni materiali di coloro che ci furono preposti nei Signore e che svolsero il loro ministerio fra noi e per noi.

 

Se per tanto tempo abbiamo gioito della pre­dicazione dell’Evangelo e dei messaggi che con­tribuirono alla nostra salvezza ed al nostro pro­gresso spirituale, dobbiamo essere di questo grati a Dio ed a coloro che, animati dallo Spi­rito di Cristo e mossi dall’amore per le anime perdute, spesso con sacrifici e privazioni, han­no offerto i loro doni perché noi potessimo essere beneficati dall’insegnamento della Parola di Dio. Essi hanno continuato poi, con perse­veranza e per lungo tempo, a sostenere i servi­tori del Signore che curavano le nostre anime. Ma vorremo noi continuare ancora ad approfit­tare egoisticamente dei sacrifici altrui senza contribuire anche noi col massimo delle nostre possibilità? Non ne abbiamo già approfittato ab­bastanza? Sarebbe giusto ed onesto continuare ancora? NO, è un grande peccato! Per un cre­dente, gioire a spese altrui della salvezza e della predicazione della Parola quando ha la pos­sibilità di offrire la sua parte, è un egoismo ver­gognoso e un’avarizia inescusabile.

Cristiani, potrete approfittare giustamente della liberalità altrui quando avrete, voi, offerto il massimo delle vostre possibilità.

L’avete fatto sino ad ora?

Ogni credente che accetta Gesù come Salva­tore deve pur accettare l'insegnamento e la di­sciplina della Parola nei riguardi del dare per l'opera del Signore. Il principio della liberalità insegnato dalle Scritture è semplice e preciso. Praticarlo significa piacere a DIO.

Quel ch’Egli detta nella Sua parola, non solo c'impegna1 ma ci assicura il massimo di benedizione.

Ognuno esamini se stesso per sapere se, fin qui, ha seguito o no questo insegnamento.

Chi non l’ha seguito, confessi a Dio il suo pec­cato che è un furto a Lui fatto. Coloro che han­no già sperimentata la gioia del dare e la benedizione che segue sempre ogni atto di fedeltà a Dio, anche in questo campo pratico e finan­ziario, rendano grazie a Lui e facciano ancor meglio per l’avvenire. I credenti con la loro fede ad i loro doni, devono provare a se stessi ed al mondo che il loro Dio non è un Dio di morti, ma di viventi (Matteo 22:32).

Se l'Eterno incoraggia un popolo povero che lavora fra le ro­vine dicendo: «Mio è l’oro e mio è l’argento» (Aggeo 2:8), è pure alla Chiesa più debole e più povera che L'Apostolo dice «L'iddio mio prov­vederà ad ogni vostro bisogno secondo le Sue ricchezze e con gloria»  (Filippesi 4:19).

 

Giorgio Antonietta

 

Edizioni Centro Biblico

Stampato nel settembre 1964

FINE PRIMA PARTE (continua)