PADRE NOSTRO

 
Premessa
Ci accostiamo con riverenza e timore alla piccola e grande preghiera che Gesù insegnò ai discepoli, per sentirne la grande forza che ne scaturisce, gustarne il sapore di Cielo ed imparare anche noi a pregare.

Non importa conoscere il luogo ed il tempo nel quale la meravigliosa preghiera uscì dalle labbra del Signore: essa è per ogni tempo ed ogni luogo, per i discepoli sinceri di Lui che desiderano un “contatto” col Cielo. Essa non va ripetuta meccanicamente, come purtroppo ancora oggi molti fanno, ma va assaporata e scandita, tutta o in parte, compenetrati dallo stesso sentimento di Colui che ce l’ha insegnata. Solo così potremo anche noi pregare, lasciando che lo Spirito Santo ci guidi di volta in volta, approfondendo il senso delle richieste o facendoci fermare là dove più urgente è il bisogno dell’ora.

Si, è vero che la tradizione colloca il luogo ove Gesù insegnò questa preghiera ai discepoli non molto distante dal Gerusalemme, nelle vicinanze di Betania (e questo può essere molto significativo in senso spirituale) ed anzi qualcuno vi ha fatto edificare una chiesetta chiamata appunto “chiesa del Padrenostro” sulle cui pareti interne è scritta la preghiera di Gesù in trentadue lingue, ma quel che conta per te e per me davanti a Dio è che facciamo nostre le parole di Gesù al punto da sentirle vive dentro di noi, pronunciandole con affetto, nella nostra lingua, con quella carica di amore che solo un cuore che ama sa pronunciare.

 

Capitolo Primo

 

PADRE NOSTRO (Matteo 6:9-13; Luca 11:2-4)

Alla richiesta degli ammirati discepoli i quali Lo avevano osservato mentr’Egli pregava, col Volto radioso e sereno tonificato dalla “comunione” del Padre (non come alcuni che si stringono la fronte e si fanno brutti in faccia quando pregano), Gesù risponde: «Quando pregate, dite: Padre...» (Luca 11:2).

E in Matteo: «Padre nostro....» (Matteo 6:9).

Ci vediamo costretti a soffermarci, a non passare in fretta su questa preziosa parola: Padre!

Essa è una delle più care delle parole del linguaggio umano.

Quante volte è stata pronunziata e viene pronunziata in casi particolari per aiuto o per affetto!

Qualcuno ci ha testificato come si sentì toccare nelle viscere quando, assistendo il proprio figliuolo per intervento chirurgico, il ragazzo, ancora sotto anestesia, chiamava: Papà, papà!

Il bambino ancora di pochi mesi comincia a balbettarla, pa-pà, pa-pà prima che sappia pronunciare altre parole.

E’ così è anche nella vita dello Spirito: Il credente comincia a pronunciare con fede, con amore, la parola “Abbà”, Padre; ed è perché è lo Spirito Santo stesso che la insegna e la mette nel cuore e sulle labbra.

Difatti S. Paolo dice: «E perché siete figliuoli, Dio ha mandato lo Spirito del Suo Figliuolo nei nostri cuori, che grida: Abbà, Padre. Talché tu non sei più servo, ma figliuolo; e se sei figliuolo, sei anche erede, per grazia di Dio» (Galati 4:6-7).

La stessa cosa dice scrivendo ai Romani: «Poiché voi non avete ricevuto Io spirito di servitù per ricader nella paura; ma avete ricevuto lo spirito di adozione, per il quale gridiamo: Abbà! Padre! Lo Spirito stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli di Dio; e se siamo figliuoli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pur soffriamo con Lui, affinchè siamo anche glorificati con Lui» (Romani 8:15-17).
Ebbene, stando le cose così chiare, come mai alcuni anziché chiamarLoPadre” insistono a chiamarlo Geova o altro?

E’ evidente a chi ha l’occhio illuminato: è perché i tali non hanno ricevuto lo Spirito del Figliuolo di Dio che grida (significa “con slancio di fede”): Abbà! Padre!

Quando riceveranno lo Spirito Santo realizzeranno di essere figliuoli di Dio, e avranno grande gioia nel chiamarLo Padre: Padre mio!

Gesù pregava e Lo chiamava di preferenza Padre: «Io ti rendo gloria e lode, o Padre, Signor del cielo e della terra» (Matteo 11:25).

E nel Getsemani: «Padre Mio, se è possibile, passi oltre da Me questo calice! Ma pure, non come Io voglio, ma come Tu vuoi...» (Matteo 26:39-42).

Nella preghiera sacerdotale Lo chiama “Padre Santo”, “Padre giusto” (Giovanni 17:11,25).

Anche crocifisso, la prima e l’ultima delle sette parole dalla croce, sono col nome di “Padre”. Lo chiama “Dio miosoltanto quando sente il peso di tutti i peccati degli uomini sul suo cuore e vede come una coltre nera che lo separa dalla Santità di Dio per cui esclama: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Ma l’olocausto è gradito in Alto, l’offerta è consumata, la coltre nera dissipata, e Gesù può contemplare il Volto del Padre ed affidare a Lui il Suo Spirito: «Padre, nelle Tue mani affido lo spirito mio» (Luca 23:46).

Gesù parlò sempre del Padre ai discepoli, li ammaestrò a rassomigliare al Padre che è nei cieli amando e pregando per i nemici (Matteo 5:44-45) e ad essere “perfetti” com’è perfetto il Padre che è nei cieli (v. 48). Dice loro che il Padre li ama perché essi hanno amato e creduto che Lui, Gesù, è proceduto da Dio (Giovanni 16:27) e prega il Padre affinchè i Suoi discepoli siano partecipi della Sua gloria: «Padre, Io voglio che dove son io, siano meco anche quelli che Tu mi hai dato, affinchè voggano la gloria che Tu m’hai dato, poiché Tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo» (Giovanni 17:24).

Arrivare ad essere compenetrati di questa profonda verità, che Dio è nostro Padre, verità tanto insistita da Gesù appunto per farla penetrare nelle profondità del nostro essere, è grazia grande, per cui anche nelle ore più buie del pellegrinaggio il credente in Cristo può esclamare verso il cielo: Padre, Padre mio!

Già alcune sollecitazioni dello Spirito nel cuore umano, onde chiamare Dio “Padre”, le abbiamo nei profeti.

In tempi di angoscia e di distretta per Israele, così leggiamo in Isaia: «Guarda dal cielo, e mira, dalla Tua dimora santa e gloriosa: Dove sono il Tuo zelo, i Tuoi atti potenti? Il fremito delle Tue viscere e le Tue compassioni non si fan più sentire verso di me, Nondimeno, Tu sei nostro Padre; poiché Abrahamo non sa chi siamo, e Israele non ci riconosce; Tu, o Eterno, sei nostro Padre, il Tuo Nome in ogni tempo è “Redentor nostro“ » (Isaia 63:15-16).

Il profeta immagina come che Abrahamo nell’attuale Israele, oppresso e schiavo di potenti nemici, non riconosce la propria “progenie”, e lo stesso fa Giacobbe.

Nondimeno” esclama il profeta, e malgrado ciò “Tu sei nostro Padre, o Eterno, il Tuo Nome in ogni tempo è ‘Redentor nostro”!

Ed anche nel capo seguente, dopo la bella confessione: «Tutti quanti siamo diventati come l’uomo impuro e tutta la nostra giustizia (giustizia, non ingiustizia!) come un abito lordato. Nondimeno, o Eterno, Tu Sei nostro Padre; noi siamo l’argilla, Tu Colui che ci formi, e noi siamo tutti l’opera delle Tue mani» (Isaia 64:8).

Se già nei profeti, per una anticipazione dello Spirito, Israele come popolo si proclama figliuolo a Dio, è solo con la venuta di Gesù che l’anima umana acquista chiara consapevolezza di veri figliuoli di Dio, non soltanto per creazione, ma soprattutto per rigenerazione, perché tutto dev’essere nuovo in Cristo (2 Corinzi 5:17). Ed è quì che lo Spirito del Figliuol di Dio prende sede, e parla agli uomini del Padre, e grida verso il Cielo: Abbà, Padre!

Una accorata scena di colloquio tra padre e figlio, che getta luce sulla mistica relazione tra Padre-Dio e Figlio-Dio, Gesù, e che si estende in una certa misura in ogni figliuolo di Dio, la leggiamo in Genesi 22:6-9: «…e Abrahamo prese le legna per l’olocausto e le pose addosso a Isacco suo figliuolo; poi prese in mano sua il fuoco e il coltello, e tutti e due s’incamminarono assieme. E Isacco parlò ad Abrahamo, suo padre e disse: “Padre mio!”. Abrahamo rispose: “Eccomi qui, figlio mio”. E Isacco:”Ecco il fuoco e le legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. Abrahamo rispose: Figlio mio, Iddio se lo provvederà l’agnello per olocausto”. E camminarono ambedue assieme… ».

Quant’è toccante quel dialogo: Padre mio, figlio mio!

È un miracolo che Abrahamo non barcollasse, che potesse trattenere le lacrime e non cadere a terra come un cencio dicendo: “Ah, è troppo, è troppo! Non ne posso più. Figlio mio, la tua voce mi penetra nel cuore come una spada acuta che mi fa morire!”.

Abrahamo resistè alla prova.

Isacco fu risparmiato.

Il Figliuolo di Dio no, Egli fu immolato.

Egli è l’Agnello di Dio, l’olocausto per la Redenzione umana! Cioè, per la mia e per la tua redenzione!

Se questo ha fatto l’amore di Dio, l’amore del Padre mio e tuo, fratello, come non elevare a Lui i nostri cuori pieni di gratitudine, e con affetto chiamarLo Padre, Padre mio?
O Padre, ancora poco Ti amiamo perché poco Ti conosciamo!

Allarga i cuori nostri mentre sentitamente esclamiamo: Padre!

Padre nostro, Tu sei!


Capitolo Secondo


CHE SEI NEI CIELI

Nessuno meglio di Gesù, “l’Unigenito venuto da presso il Padre(Giovanni 1:14) poteva e può indicarci dove abita il Padre: «Padre nostro che sei nei cieli».

L’uomo fin da bambino comincia ad ammirare stupefatto il cielo stellato, si sperde e si sente piccolo piccolo davanti alla grandezza meravigliosa di quello spettacolo che parla di maestà e di potenza: «I cieli raccontano la gloria di Dio e la distesa annunzia l’opera delle Sue mani» (Salmo 19:1).

Ed ancora: «Quando io considero i Tuoi cieli, opera delle Tue dita, la luna e le stelle che Tu hai disposte, dico: Che cos’è l’uomo che Tu n’abbia memoria? e il figliuol dell’uomo che Tu ne prenda cura?» (Salmo 8:3-4).

Eppure l’uomo, quando comincia a perdere l’innocenza della semplicità e della fanciullezza, comincia altresì ad allontanarsi dalla presenza di Dio attraverso il cielo stellato, perché la va perdendo nel proprio cuore.

E’ vero, come qualcuno ha detto: Se il cielo è nel cuore, il cuore è nel cielo.
Infatti, alcuni che non hanno il cielo nel cuore, han detto: Dov’è “il cielo” dopo Copernico e Galilei?

Ma per quelli che hanno il cielo nel cuore, le nuove conoscenze dell’Universo fisico li riempiono di meraviglia e di stupore più dell’uomo antico, per l’immensità del Creato, e dunque del Creatore!

Si, molto più dell’uomo antico che supponeva la terra al centro dell’Universo ed il cielo come una grandissima cupola in alto!

È l’uomo d’oggi che si rende conto che la terra, questo nostro pianeta che pure ci sembra così tanto vasto, non è altro che un granellino di sabbia tra le miriadi di stelle, di grandissimi astri che popolano l’Universo!

Neanche la più alata fantasia può avere cognizione delle enormi dimensioni dell’Universo, delle immense distanze delle stelle e delle Galassie.

Se consideriamo che la luce, la quale viaggia alla considerevole velocità di trecentomila chilometri al secondo, copre la distanza dei centocinquantamilioni di chilometri dal Sole alla Terra in otto minuti e tredici secondi, ognuno può vedere quanti milioni, miliardi di chilometri percorre in un giorno!

E in un mese?

E in un anno?

La lunga cifra di novemilaquattrocentomiliardi di chilometri che la luce percorre in un anno possiamo soltanto leggerla, ma non averne cognizione di misura!

Ebbene, questa enorme cifra che gli astronomi hanno preso quale unità dì misura per le distanze delle stelle, chiamandola anno-luce, è divenuta piccola per stabilire le enormi distanze delle stelle e più ancora per le Galassie.

L’immenso Sole, il capofamiglia del sistema solare di cui fa parte la nostra minuscola terra, il Sole, che ha un volume pari ad un milione e trecentomila volte quello della Terra, non è altro che una modesta stella fra le numerosissime della nostra Galassia che si calcola di circa cento miliardi di stelle.

Cento miliardi di stelle.., una sola Galassia!

E quante sono queste “Galassie”?

Gli studiosi stimano che quelle che si possono osservare siano circa cento miliardi!


O Grande, Immenso Iddio, Creatore dell’infinito Universo, gloria, gloria a Te! Chi mai non Ti temerà conoscendoTi sia pure poco?

Ma chi mai può conoscerTi appieno?

«Nessuno conosce appieno il Padre se non il Figliuolo» dice Gesù (Matteo 11:27).

Aveva ragione il profeta, ispirato dallo Spirito Santo, di dire, molto tempo prima che le conoscenze dell’uomo fossero ampliate: «Ecco, le nazioni sono, agli occhi Suoi (di Dio), come una gocciola della secchia, come la polvere minuta delle bilance, ecco, le isole son come pulviscolo che vola. Tutte le nazioni son come nulla dinanzi a Lui, Ei le reputa meno che nulla, una vanità» (Isaia 40:15-17).

Eppure, come si fa ad ammettere, ed evidentemente non si può fare a meno di ammettere, il Creato e non il Creatore?

Come si fa ad ammettere le leggi perfette che regolano la creazione e non ammettere l’Artefice, l’intelligenza Suprema che le ha stabilite?

E’ questo quello che gli increduli vorrebbero farci credere!

Noi non vogliamo smarrirci dietro discussioni amare con chi, facendo violenza alla voce della propria coscienza, dice: “Non c’è Dio”.

Nè i pochi cenni astronomici dati più su servono come a trattare argomenti che esulano dal campo della fede, per questo ci sono testi e persone competenti. Noi li abbiamo voluti ricordare per accennare all’infinito, all’insondabile, a Colui che «abita una luce inaccessibile, il Quale nessun uomo ha veduto nè può vedere, al Quale siano onore e potenza eterna» (1 Timoteo 6:16).

Perciò quando lo stolto dice: “Non c’è Dio”, afferma ciò ch’egli non sa.

Lo Spirito Santo lo ha stigmatizzato: «Lo stolto ha detto nel suo cuore: Non c’è Dio». Da ciò ne segue corruzione: (Salmo 14:1-2).

Quant’è a noi, troviamo pace e riposo ai piedi di Gesù Cristo. Egli ci parla del Padre e ci assicura che il Padre ci ama (Giovanni 16:27).

Dov’è Dio?

Ricordiamo quanto dice f ispirato profeta: «Così parla l’Eterno: li cielo è il Mio Trono, e la terra è lo sgabello dei Miei piedi...» (Isaia 66:1).

Noi per grazia crediamo alla Parola di Dio. Non spetta a noi localizzare dov’è Dio, perché Egli è ovunque e riempie i cieli, le infinite galassie, della Sua Presenza.

L’Opera non può essere più grande dell’Artefice.

Perciò anche qui, in questo estremo e sperduto lembo dell’Universo possiamo sentire, ed è dolce sentire, la dolce Sua Presenza!

Si, crediamo, come dice il profeta, che Dio è in Alto, il Suo Trono in Alto, ma Lo sentiamo anche qui, allo “sgabello dei Suoi piedi”!

Comprendiamo altresì che “alto” e “basso” non sono da intendersi soltanto in senso materiale ed astronomico, ma, e soprattutto, in senso spirituale.

L’anima semplice intende che cosa siano le bassezze spirituali, e anela ad elevazione, ed intende altresì le “alture” dello Spirito.

L’anima che ha fede ed obbedisce a Gesù, sarà da Lui portata a tali alture: «Allora tu prenderai i tuoi diletti nel Signore, ed Io ti farò cavalcare sopra gli alti luoghi della terra, e ti darò a mangiare l’eredità di Giacobbe, tuo padre, perché la bocca del Signore ha parlato» (Isaia 58:14).

Crediamo altresì che Dio, l’infinito, ha affidato la presente umanità al Suo Figliuolo Gesù Cristo: «Chiedimi, ed Io ti darò per eredità le genti, e i confini della terra per tua possessione» (Salmo 2:8); e Gesù stesso dice: «Ogni cosa Mi è stata affidata in mano dal Padre Mio....» (Matteo 11:27).

Egli ci vuole condurre, anzi portare al Padre. «Nessuno» però «può venire al Padre se non per mezzo di Me» (Giovanni 14:6; 6:39; 17:2).

Qualcuno dirà: Dove?

«Nella Casa del Padre Mio ci sono molte dimore; se no, Io ve l’avrei detto; Io vo a prepararvi un luogo; e quando sarò andato e v’avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di Me, affinchè dove sono Io, siate anche voi...» (Giovanni 14:2-3).

Ciò ci basta, Anzi chiediamo grazia di essere veri discepoli, perch’Egli dice questo ai Suoi discepoli.

Chiediamo anche grazia di attendere con vivo anelito il ritorno di Gesù, perch’Egli ci porti nella casa delle molte dimore. Egli ce lo aveva detto molto prima degli astronomi che nella Casa del Padre ci sono “molte dimore”.

Abbiamo dunque fede in Dio, fede in Gesù, ed Egli, che è il fedele, ci porterà nella casa del Padre. E intanto Egli c’insegna a pregare: «Quando pregate, dite: Padre nostro che sei nei cieli...».

 

Capitolo Terzo

 
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

«Il Nome del Signore è Santo, Santo, Santo!» (Isaia 6:3; Apocalisse 4:8).

E’ il solo Santo in assoluto (Isaia 57:15; Apocalisse 15:4; 16:5).

Perciò Santissimo.

Che c’insegna dunque Gesù nel farci pregare: Padre..., sia santificato il Tuo Nome?

C’incoraggia a chiedere al Padre che, quali figli, possiamo tenere alto e sacro il Suo Nome in noi.

C’incoraggia a chiedere a Lui affinché possiamo essere degni e responsabili da custodire gelosamente il Nome del Padre nella nostra vita.

Non è difficile potere udire talvolta qualche padre rimproverare il proprio figlio con parole di questo genere: “...non sei degno di portare il mio nome! Fai vergogna al nome della nostra famiglia..., ecc...”. Quanto più non dobbiamo noi tenere sacro il Nome di Dio in noi, onorarLo e farLo onorare!

Il Nome di Dio da tenere “santo” non si riferisce ad un nome anagrafico, come alcuni erroneamente pensano, che basti pronunciare correttamente; il Nome di Dio è Virtù, è Sostanza spirituale, è la Vita di Dio.

Il vero credente cercherà di tenere incontaminata questa Virtù o Nome, Vita del Padre.

Santo” significa “separato”, “appartato”; ed il Nome del Signore va tenuto appartato nel credente, separato da tutto ciò che non armonizza con la Sua santità.

Gesù sa che questo non è facile, che il credente ha bisogno dell’aiuto del Cielo, della forza dello Spirito Santo, e perciò lo ammaestra prima a chiedere “sia santificato il Tuo Nome”, e poi Lui stesso, Gesù, prega ed opera per la Sua santificazione: difatti così prega per i discepoli: «Santificali nella verità: la Tua Parola è verità» (Giovanni 17:17).

La Parola, Verbo, per la Quale tutte le cose sono state fatte (Giovanni 1:1), è Verità-Realtà.

Questa Realtà scendendo nel cuore del credente, lo abilita a discernere e tener santo il Nome dei Padre. Ma debole qual’è, ha bisogno dell’aiuto, e Gesù viene in suo aiuto. «E per loro santifico Me stesso, affinchè anch’essi siano santificati in verità» (v. 19).

Che vuoi dire santifica se stesso?

Che forse non era santo?

Tutt’altro! Gesù, il Verbo incarnato, era ed è santo e più che santo. Ma vuol dire ch’Eglisepara”, “apparta” Se stesso tralasciando temporaneamente le altre pur gloriose attività presso il Padre in quella gloria ch’Egli aveva «avanti che il mondo fosse» (Giovanni 17:5), per dedicarsi ai Suoi discepoli, per compiere in loro questo lavoro speciale di santificarli. E tutto ciò perch’Egli possa presentarli al Padre, davanti agli angeli, puri ed irreprensibili, e così abbiano entrata e parte della Sua gioia e della Sua gloria (Giovanni 17:24).

Benedetto e sempre benedetto il Nome santo di Gesù! Non solo compì l’immenso sacrificio di acquistarci al Padre, strappandoci dal potere delle tenebre, ma va compiendo in noi la perfezione e quella santificazione «senza la quale nessuno vedrà il Signore» (Ebrei 2:11: 12:14).

Oh quale differenza e distanza abissale c’è dal pensiero di Gesù a quella pratica di recitazione verbale e biascicata di tutti coloro che ripetono senza calore e senza vita: “sia santificato il tuo Nome!”.

Oh, non rassomigliare, fratello mio, a costoro che, magari, dopo di avere così maltrattata la preghiera del Signore, subito dopo invocano il santo questo o il santo quello per protezione ed aiuto! Lungi, lungi da tali pratiche, perché costoro sono quelli i quali, già apostrofati dal profeta, sono rimproverati da Gesù medesimo: «Questo popolo Mi onora con le labbra, ma il cuor loro è lontano da Me. Ma invano rendono il loro culto insegnando dottrine che sono precetti d’uomini» (Isaia 29:13; Marco 7:6-8).

Uniamoci invece e stringiamoci intorno al Vero Altare in ispirito, cioè la Croce di Cristo, ove arde l’Amore ed il Fuoco dello Spirito, ed in uno coi veri adoratori «i quali adorano il Padre in ispirito e verità» (Giovanni 4:23-24), con vero ardore e slancio di fede, possiamo dire: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome...

In ciascuno di noi...

Ed in chiunque invoca il Tuo Nome in verità!

 

Capitolo Quarto


VENGA IL TUO REGNO

Abbiamo udito di taluni che dicono che non fa più bisogno di pregare “venga il Tuo Regno” perché, affermano, il regno di Dio è già venuto.

Altri, invece, prospettano la venuta del Regno di Dio unicamente nel futuro.

Come si vede, anche oggi, come ai tempi di Gesù, non vi sono idee chiare circa il Regno di Dio.

È bene avvicinarsi a Gesù con cuore umile.

Interrogato un giorno dai Farisei sul quando verrebbe il Regno di Dio, Gesù rispose: «Il Regno di Dio non viene in maniera da attirare gli sguardi, nè si dirà: eccolo qui o eccolo là; perché ecco, il Regno di Dio è dentro di voi» o, come altri meglio traduce «è fra voi» (Luca 17:20-21).

Se avessero ricevuto il Re nei loro cuori, avrebbero avuto il Re ed il Regno “dentro”.

Chi riceve il Re, riceve il Regno.

Ai discepoli di Gesù viene dato di intendere, prima, il mistero del Regno (Marco 4:11) e poi di riceverlo, se divengono come piccoli fanciulli (Marco 10:15).

I Giudei rifiutarono Gesù Cristo quale loro Re (Giovanni 19:14-15) e si privarono del Regno. Ma per la fede in Lui, altri vengono ad assidersi alla tavola del Regno, mentre i figliuoli di Israele, candidati al Regno, ne vengono estromessi «e gettati nelle tenebre di fuori» (Matteo 8:11-12).

Gesù, nelle parabole del “Regno di Dio(Matteo 13 e Marco 4) indica la maniera come si riceve il Regno: prima in ispirito.

Ricevendo il “seme” della Parola si riceve la “vita”: «...siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, mediante la Parola di Dio vivente e permanente..» (1 Pietro 1:23); «Egli ci ha di Sua volontà generati mediante la Parola di verità, affinchè siamo in certo modo le primizie delle Sue creature» (Giacomo 1:18).

Questo “seme” della Parola, del Verbo, è la Vita di Gesù. Una volta ch’esso entra nel cuore, vi germina e, analogamente alla pianta, prima è erba, poi spiga, poi nella spiga il grano ben formato. E quando il frutto è maturo, la falce lo stacca dalla terra (Marco 4:28-29).
Questo avviene nei figliuoli del Regno.

Ovviamente, non si può pretendere grano maturo nella fase in cui la pianta è semplice “erbetta” o abbozzo di spiga: Ecco perché si deve compatire e ci i deve compatire aspettando il tempo in ogni cosa, ma si ringrazia Iddio per la Vita della Parola in coloro che hanno creduto.

Nel tempo debito si viene a capire che avere ricevuto la Parola significa fare regnare Gesù nella nostra vita. Si è lenti a capire questo, ma nei bene intenzionati c’è questo sviluppo verso la maturità e quindi, di arresa in arresa, ci si sottomette al Governo di Gesù mediante la forza e virtù dello Spirito Santo.

Le prove e gli sbagli non fermano questa “avanzata” della vita del cielo, anzi come il freddo, la neve e la pioggia prima e poi il sole cocente sono necessari per il grano, così le prove e le difficoltà sono necessarie per la formazione e la crescita delle anime all’immagine del Figlio di Dio.

Il Regno di Dio è, dunque, prima in Spinto nei credenti, qui ed ora, e poi, nella vita beata col Signore; sulla terra prima e dopo ancora nel cielo, nella Casa dalle molte dimore.
Il non capire questo porta molti ad errare.

«Tu non sei lontano dal Regno di Dio» disse Gesù allo scriba che aveva risposto avvedutamente affermando che amare Dio e il prossimo è più che olocausti e sacrifici (Marco 12:34). Ancora pochi passi e quel tale sarebbe penetrato nel Regno: qui ed ora.

«Or dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora il Regno dei cieli è preso a forza ed i violenti (cioè valorosi, gagliardi) se ne impadroniscono» (Matteo 11:12).

Ai Farisei che insinuavano che Gesù cacciasse i demoni per l’aiuto di Belzebub, Gesù dice tra l’altro: «...se Io caccio i demoni per l’aiuto di Belzebub, per l’aiuto di chi li cacciano i vostri figliuoli? Per questo essi stessi saranno i vostri giudici. Ma se è per l’aiuto dello Spirito di Dio che Io caccio i demoni, è dunque pervenuto fino a voi il Regno di Dio» (Matteo 12:27-28). Come dire: anziché malignare, cedete all’evidenza delle Mie opere, credete in Me che il Padre ha mandato e così entrerete nel governo e potenza di Dio, in quel Regno di Dio che invano cercherete per altre vie e che invece vi è a portata di mano per mezzo Mio!

ma voi non volete entrare.

«Ma guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché serrate il Regno dei cieli dinanzi alla gente, poiché nè vi entrate voi, nè lasciate entrare quelli che cercano di entrare» (Matteo 23:13).

Il Regno di Dio è dunque, in Spirito, qui ed ora, quel Regno di Dio che «non consiste in vivanda nè bevanda, ma è giustizia, pace ed allegrezza nello Spirito Santo» (Romani 14:17), quel Regno del quale Paolo dice: «Egli ci ha riscosso dalla potestà delle tenebre e ci ha trasportati nel Regno del Suo amato Figliuolo, nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati...» (Colossesi 1:13-14).

Or quelli che sono qui ed ora nel regno di Dio in ispirito, regneranno col Re, Gesù, nel futuro.

Egli disse ai discepoli: «Or voi siete quelli che avete perseverato meco nelle Mie prove, e Io dispongo che vi sia dato un Regno, come il Padre Mio ha disposto che fosse dato a Me, affinché mangiate e beviate alla Mia tavola nel Mio Regno, e sediate sui troni, giudicando le dodici tribù d’Israele» (Luca 22:28-30).

E’ noto che nel giudizio, quando il Figliuol dell’uomo sarà venuto in gloria avendo seco gli angeli, e quale Re sederà sul trono, separerà le genti come il pastore separa le pecore dai capri, dirà alle pecore alla Sua destra: « Venite, voi, i benedetti del Padre Mio; eredate il Regno che v’è stato preparato fin, dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere..., ecc...» (Matteo, cap. 25).

Eredate il Regno che v’è stato preparato...”.

Che Iddio ci dia grazia!

Ma bisogna passare per molte varie afflizioni (Atti 14:22) ed essere affinati come l’oro nel fornello, ed anche “patire” per il Regno di Dio (2 Tessalonicesi 1:5) e dire con Paolo: «Certa è questa parola: che se muoiamo con Lui, con Lui anche vivremo; se abbiamo costanza nella prova, con Lui altresì regneremo...» (2 Timoteo 2:11-12).

Sono molte le Scritture che parlano del Regno di Dio, e il credente sa nel suo cuore che è così, e che il Signore ci raccoglierà nel Suo Regno in gloria (2 Timoteo 4:18; Colossesi 3:4; Ebrei 9:28; 1 Tessalonicesi 4:13-16).

Non possiamo però trascurare le promesse di Dio per l’umanità in generale.

Egli ha costituito il Re in Sion, il Suo Figliuolo. «Chiedimi» Egli dice nel grande Salmo 2, «Io ti darò le nazioni per Tua eredità e le estremità della terra per Tuo possesso» (v. 8). E Gesù dice: «Ogni potestà Mi è stata data in cielo e sulla terra» (Matteo 28:18). Ed Egli regna, ed è il Signore e dei morti e dei viventi (Romani 14:9).

Sebbene Egli regni già dalla Sion spirituale, in Alto, pure Egli verrà a mettere ordine e pace sulla terra. «Ravvedetevi» dice Pietro «e convertitevi, onde i vostri peccati siano cancellati, affinchè vengano dalla presenza del Signore dei tempi di refrigerio e ch’Egli vi mandi il Cristo che v’è stato destinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; tempi dei quali Iddio parlò per bocca dei Suoi santi profeti, che sono stati fin dal principio...» (Atti 3:19-21).

E i profeti parlano del «Re che regnerà in giustizia» (Isaia 32:1), che «il Signore è il nostro Re, Egli ci salverà» (Isaia 33:22); che «il Germoglio di Davide (Gesù) regnerà da Re e prospererà e farà ragione e giustizia nella terra» (Geremia 23:5); che l’Eterno è «Re supremo in tutta la terra» (Salmo 47:3-7).

Il pio lettore conosce i tanti passi della Bibbia che parlano del Re Gesù e del Suo Regno. Ed Egli presto verrà.

Nella maniera che è salito al cielo, così verrà (Atti 1:11).

«Ecco, Egli viene con le nuvole, ed ogni occhio Lo vedrà; Lo vedranno anche quelli che Lo tra fissero, e tutte le tribù della terra faranno cordoglio per Lui».

Sì, Amen (Apocalisse 1:7).

E intanto nell’attesa, chiediamo grazia di essere vigilanti, e continuiamo a pregare il Padre come Gesù ci ha insegnato: Venga il Tuo Regno!“

In ogni cuore e nel mondo!

 

Capitolo Quinto

 
LA VOLONTA DEL PADRE

L’accettazione della “volontà di Dio” suona per moltissime persone, che pure si dicono cristiane, come una rassegnazione triste e fatalistica agli avvenimenti della vita, specie davanti a quelli dolorosi. Ciò porta in molti ad un indebolimento della volontà e all’immiserimento dell’anima umana.

Questo non è nè l’insegnamento nè l’esempio di Gesù.

Chiediamo grazia al Padre celeste di accostarci umilmente e con tremore all’importante soggetto per vedere che, invece, l’accettazione della “volontà di Dio” porta al rinvigorimento dell’aspetto “volontà” nell’uomo, nella rinunzia della volontà egoistica e nell’identificazione della Volontà del Padre con la nostra, e, dunque, nell’arricchimento dell’anima umana.

Nella preghiera “Padre nostro”, dopo le prime due richieste riferentisi alla “santificazione del Nome” ed alla “venuta del Regno”, con la terza (sebbene non è riferita nel riassunto di Luca), Gesù insegna a richiedere al Padre: «Sia fatta la Tua Volontà anche in terra com’è fatta nel cielo» (Matteo 6:10).

E ci chiediamo prima di tutto: è buona la volontà di Dio?

E a cosa mira?

La risposta che sentiamo da parte dello Spirito e confortata dalla Scrittura, è: “Si, è buona, e mira al bene dell’uomo”.

Anzi diciamo che è buonissima, e ripetiamo con gli esseri celesti: «Degno Sei, o Signore e Iddio nostro, di ricevere la gloria e l’onore e la potenza: Poiché Tu creasti tutte le cose, e per la Tua Volontà esistettero e furon create» (Apocalisse 4:11).

C’È UNA VOLONTÀ POSSENTE CHE SOSTIENE L’UNIVERSO!

Gesù, ammaestrando le turbe, in quel meraviglioso “sermone della montagna”, parlando del Padre che provvede gli uccelli del cielo di cibo e i gigli della campagna di vestimento, incoraggia gli ascoltanti ad avere più fede nel Padre celeste il Quale tratta gli uomini con maggiore cura degli uccelli e dell’erba dei campi. Egli fa notare poi che i padri danno ai loro figliuoli quello ch’essi chiedono loro, e conclude: «Se voi dunque che siete malvagi sapete dare buoni doni ai vostri figliuoli, quanto più il vostro Padre che è nei cieli darà Egli cose buone a coloro che gliele domandano?» (Matteo 7:11). Ed in Luca: «Se voi dunque che siete malvagi sapete dare buoni doni ai vostri figliuoli, quanto più il vostro Padre
celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano?»
(Luca 11:13).

Il “quanto più, quanto più”, mette in risalto la volontà di Dio che è buona, superlativamente buona, buonissima!

Gesù diceva che la Volontà del Padre era il Suo cibo: «Il mio cibo è di far la volontà di Colui che Mi ha mandato, e di compiere l’opera Sua» (Giovanni 4:34).

Si alimentava, sussisteva della volontà del Padre giorno per giorno.

Dice altrove: «...son disceso dal cielo per fare non la Mia volontà, ma la volontà di Colui che Mi ha mandato. E questa è la volontà di Colui che Mi ha mandato: ch’Io non perda nulla di tutto quel ch’Egli Mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Poiché questa è la volontà del Padre Mio: che chiunque contempla il Figliuolo e crede in Lui, abbia vita eterna» (Giovanni 6:38-40).

La volontà di Dio dunque è buona ed ha come scopo dare la vita eterna agli uomini per mezzo del Suo Figliuolo Gesù Cristo.

Gesù mise in atto la volontà del Padre in perfetta ubbidienza e sottomissione, anche nell’ora più oscura della Sua Missione terrena e di estrema sofferenza, come tutti sanno, quando nel giardino del Getsemani si sentiva morire: «Padre, se Tu vuoi, allontana da Me questo calice! Però, non la Mia volontà, ma la Tua sia fatta» (Luca 22:42).

Senza entrare qui nel significato dell’allontanamento di quel calice vediamo che Gesù si sottomette alla volontà del Padre anteponendola alla propria. Per Gesù la volontà del Padre non si discute, la si ubbidisce.

Così è per ogni figliuolo di Dio.

Consideriamo ora due aspetti della relazione della nostra volontà-uomo con la volontà di Dio:

1)       Quando discerniamo chiaramente la volontà di Dio in qualcosa;

2)       Quando invece non la discerniamo.

 

Nella prima considerazione spesso vediamo la differenza della nostra volontà con quella di Dio, e molte volte anzi in netta opposizione.

Per l’uomo di Dio non ci sono ripieghi o alternative. Bisogna ubbidire.

Ed è proprio nell’ubbidienza che risiede l’avanzamento e lo sviluppo dell’anima «verso il raggiungimento della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo» (Efesini 4:13).

Bisogna seguire l’esempio di Colui che pur essendo Dio si fece uomo, «ed essendo trovato nell’esteriore come uomo, abbassò Se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte della croce» Filippesi 2:5-8).

Allora l’ubbidienza di Dio, ancorché richieda sacrificio e sofferenza, porta nel suo seno allegrezza e gioia.

Così è detto di Lui: «Tu non prendi piacere nè in sacrifizio nè in offerta; Tu mi hai aperto gli orecchi. Tu non domandi nè olocausto nè sacrifizio per il peccato. Allora ho detto: Eccomi, vengo! Sta scritto di Me nel rotolo del libro. Dio mio, Io prendo piacere a far la Tua volontà, e la Tua legge è dentro al Mio cuore» (Salmo 40:6-8).

«In virtù di questa volontà» continua poi l’Apostolo «noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre»
(Ebrei 10:10).

Gesù prende piacere nell’ubbidire al Padre, la volontà del Padre per Lui è cibo gustoso, riempie il Suo cuore di gioia!

E la vita di Gesù non fu facile in questo mondo, si svolse in mezzo a sofferenze d’ogni genere, per culminare nell’orribile morte in croce!

Quanta differenza e quale distanza invece tra Lui e quanti con sospiri di sofferenza, che dovremmo chiamare “d’insofferenza”, e la faccia lunga lunga vanno sospirando: Facciamo la volontà di Dio!

Le parole possono essere anche “...facciamo”, ma il suono è chiaramente: “Soffriamo perché non c’è altro da fare..., altrimenti...!”.

No, ciò non è fare la volontà di Dio: è piegarsi a ciò che è ineluttabile e forzato.

E forse, in alcuni casi, c’è una sottile ribellione in ispirito.

Il “fare la volontà di Dio” richiede una volontà precisa e molta forza d’animo, e ciò non è dei “deboli di volontà”, anzi di coloro che in virtù d’una Volontà Superiore che viene da Dio sono pronti a rinunciare alla “propria volontà” d’uomo, e lottare contro la propria volontà carnale la quale non si sottomette a Dio.

«Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze» (Galati 5:24).

In coloro che sono di Cristo non si può nè si deve mai trovare volontà di male, ma si deve invece sviluppare chiara la volontà di bene.

Nel cammino dall’uno all’altro di questi due estremi si svolge la vita del cristiano, spesso tra conflitti penosi, ma con lento avanzamento verso la Vita piena della volontà di bene che è la Volontà di Dio!

Per far ciò vediamo che le nostre forze non bastano, e ricorriamo a Dio che dona a tutti liberalmente, mentre ripetiamo col santo antico: «Insegnami a far la Tua volontà, poiché Tu sei il mio Dio... Il Tuo buono Spirito mi guidi in terra piana» (Salmo 143:10).

 

L’altro aspetto della nostra relazione con la volontà di Dio è quando in qualcosa “non discerniamo” subito qual’è la Sua Volontà.

Anche qui ci deve sostenere la preghiera, in maniera che possiamo essere illuminati ed accertati. Ma occorre sincerità d’intenti.

Paolo dice: «E non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinchè conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà» (Romani 12:2).

Nella Scrittura abbiamo linee direttrici della Volontà di Dio, come i cartelli della segnaletica stradale; lo Spirito Santo è l’istruttore che ci ammaestra e ci guida nella strada giusta, sia nel riconoscere i cartelli, sia dove non c’è sufficiente segnaletica.

Egli tiene la divina bussola che indicherà costantemente il “nord” della Volontà di Dio.

Talvolta il Signore lascia anche trascorrere del tempo senza indicarci con chiarezza il Suo Volere, e permette anche di farci fare delle amare esperienze che serviranno da pungoli al nostro cuore affinché non ci insuperbiamo e ricerchiamo umilmente la Sua Faccia; ma Egli riguarda però in ogni tempo al nostro cuore, se siamo sinceri e fedeli a Lui, ed Egli presto o tardi ci rivelerà il Suo Consiglio e la Sua Volontà.

Gesù afferma che le Sue pecore Lo seguono perché conoscono la Sua voce.

«Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei» (Giovanni 10:5).

 I sinceri, gli umili, “pecore di Gesù”, anche se in qualche modo sono stati per un tempo a seguire l’estraneo, vengono liberati, perché “se ne fuggiranno da lui”.

Gli umili sentono l’attrazione dell’umile per eccellenza, di Gesù.

Prima o poi saranno con Lui e di Lui!

Fare la Volontà di Dio sarà per gli umili l’unico grande scopo della loro vita. Saranno avviati nella dirittura (Salmo 25:8) e loderanno il Signore (Salmo 34:2).

In essi si svilupperà viva e chiara la volontà di bene.

Bene ultimo, finale delle anime, e bene anche nel corpo: beneficheranno molti spiritualmente ed anche materialmente.

In molti credenti, sia pure dotati d’intelligenza e doni dall’Alto, è poco, pochissimo sviluppata la volontà di bene. Abbondano le volontà fiacche, che si arrendono alle prime difficoltà.

Si”, molte volte esclamano nella preghiera, “Ti servirò, Signore...”, e poi, appena immersi nella vita di tutti i giorni non oppongono nessuna resistenza alla volontà di questo secolo o alla volontà invadente di qualcuno che li condiziona, per cui non compiono più quella volontà di Dio ch’essi si prefiggevano di ubbidire.

Solo nell’ubbidire e nel fare la Volontà di Dio ci sarà per l’anima la liberazione dal dominio di ogni altra volontà, di uomini o di spiriti, in opposizione al volere di Dio!

E il Figliuol di Dio ci vuole fare liberi! (Giovanni 8:36).

Gesù, come termine di paragone c’insegna nella preghiera: «Sia fatta la Tua Volontà anche in terra com’è fatta nel cielo».

Non abbiamo un trattato nel quale ci viene descritto com’è fatta la volontà di Dio nel cielo, però lo Spirito Santo ce lo fa sentire chiaramente nel cuore, come le creature celesti fanno la Volontà di Dio con prontezza e con gioia.

«Benedite l’Eterno, voi Suoi angeli, potenti e forti, che fate ciò Ch Egli dice, ubbidendo alla voce della Sua Parola».

Ubbidiscono non solo a ciò ch’Egli dice, ma stanno attenti ed ubbidiscono alle inflessioni della Sua voce!

«Benedite l’Eterno, voi tutti gli eserciti Suoi, che siete Suoi Ministri, e fate ciò che gli piace!» (Salmo 103:20-21).

Sono piccoli cenni ma che dicono molto ai volenterosi per capire come viene fatta la volontà di Dio in cielo.

Il lettore può vedere da se i tanti passi della Scrittura al riguardo, specie nell’Apocalisse.
Ecco: buona norma è per il credente chiedersi: quel che sto dicendo, quel che sto facendo è secondo la volontà di Dio?

Sto ubbidendo a Dio?

Nel silenzio, lungi dai rumori del mondo, avrà delle indicazioni nel suo cuore.

«Il mio cuore mi dice da parte Tua: Cercate la Mia faccia! Io cerco la Tua faccia, o Eterno» (Salmo 27:8).

V’è grande promessa a chi ubbidisce a Dio.

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signoreentrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la Volontà del Padre Mio che è nei cieli» (Matteo 7:21).

Così dice Gesù.

Così vogliamo fare.

Meno parole e più fatti.

Compiendo con gioia la volontà del Padre celeste.

Così come gli angeli la fanno in cielo.

Amen.

 

Capitolo Sesto


IL PANE QUOTIDIANO

«Dacci oggi il nostro pane cotidiano» o “necessario” è la quarta petizione del Padre nostro.

In Luca ha: «Dacci di giorno in giorno il nostro pane cotidiano».

Il pane è l’alimento base e necessario per l’alimentazione del nostro organismo.

Il grano contiene (nella misura che nessun altro alimento possiede) tutte le sostanze bilanciate di cui il corpo ha bisogno: proteine, vitamine, amido, zucchero, acidi, sali ecc...

Il pane di frumento è di facili digeribilità, di gusto appetitoso, ed è il solo cibo che non viene mai a noia, da bambini alla vecchiaia.

Ogni altro cibo, se si è costretti a mangiarlo per parecchi giorni di seguito, viene a disgusto.

Il pane mai!

E guai se viene a mancare il pane!

La richiesta di bimbi piangenti mentre si aggrappano alle vesti della mamma “voglio il pane” è tra i lamenti più penosi che possono giungere all’orecchio; ed un padre che non può dare il pane al figlioletto che piange, è colpito da uno dei dolori più strazianti che attraversano il cuore umano.

Quante storie dolorose per un pezzo di pane!

Quanti sacrifici, quante umiliazioni e mortificazioni “per non perdere il pane”!

Ricordo, quand’ero ragazzetto, una mattina vidi dell’assembramento nella via principale del paese: un uomo aveva rubato dalla vetrinetta del fornaio un pane, uno di quei pani rotondi di un chilogrammo circa, per portarlo ai bimbi affamati.

Dice, a proposito del pane, F.D. Guerrazzi: «Il pane: ago magnetico che conduce più bestialmente delle stesse bestie l’armento dei figli di Adamo; sasso che la necessità lega al collo ad ogni nobile sentimento per affogano nell’inferno del male» (Beatrice Cenci, IX).

Quant’è dolce e riposante invece la semplice e sublime preghiera di Gesù nel farci richiedere a Dio, al Padre che conosce i nostri bisogni: «Dacci oggi il nostro pane cotidiano!».
Ora, visto il bisogno primario del pane materiale, Gesù, per indicare il bisogno ancora più importante, quello dell’anima, si serve proprio della figura del pane per indicare agli uomini qual’è la sola sostanza che può soddisfare il bisogno dell’anima, cioè Lui stesso.
«In verità Io vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre Mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Poiché il pan di Dio è quello che scende dal cielo e dà vita al mondo. Io sono il pan della vita: chi viene a Me non avrà fame,
e chi crede in Me non avrà sete» (Giovanni 6:32-35).

E un po’ più oltre dice: «Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che darò è la Mia carne, che darò per la vita del mondo» (v. 51).

I Giudei si scandalizzarono a queste parole, dicendo: «Come mai può costui darci a mangiare la sua carne?».

Ma Gesù insiste sulla necessità di mangiare la Sua carne: «In verità Io vi dico che se non mangiate la carne del Figliuol dell’uomo e non bevete il Suo Sangue, non avete la vita in voi» (v. 52-53).

Notare bene le parole di Gesù: “mangiare la carne del Figliuol dell’uomo”.

Questo “mangiare” è assimilare la vita stessa di Gesù.

Non è, come molti pensano, una semplice immagine, un’idea astratta, ma è una realtà. E cioè, “ricevere vita”, “sostanza spirituale” sull’onda dello Spirito, ricevere vita di e da Gesù. Proprio come l’onda sonora, partendo dall’emittente radio arriva all’apparecchio ricevente e la nostra radio comincia a parlare o suonare, così dobbiamo ricevere vita nella “comunione” col Figliuolo di Dio.

Ovviamente è necessario che la nostra radio sia efficiente, che abbia la carica delle batterie o della energia elettrica; e questo equivale al “credere” ed avere “fede” in Gesù.

Questa è la parte dell’uomo.

Dal canto suo la “trasmittente” della grazia è efficiente e potente, e questa è la parte di Dio la quale non viene mai meno. Ecco, esemplificato con semplice immagine, il mistero del mangiare il pane che viene dal cielo.

Questa comunione poi trova il suo momento più intensivo nella celebrazione della Santa Cena istituita da Gesù: «...preso del pane, rese grazie, lo ruppe e lo diede loro dicendo: Questo è il Mio corpo il quale è dato per voi: fate questo in memoria di Me» (Luca 22:19-20).

 Eppure, il pane che viene dal cielo deve passare per la terra. «In verità, in verità Io vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, riman solo; ma se muore, produce molto frutto» (Giovanni 12:24).

Il Figliuol di Dio venuto dal cielo deve divenire Figlio dell’Uomo, carne, e morire. Solo così può portare frutto e divenire pane di vita eterna.

E Lui, Gesù, l’ha fatto tutto questo! Perciò quel Suo dire: «se non mangiate la carne del Figiluol dell’Uomo...., non avete la vita in voi».

Il Figlio di Dio, seme di vita celeste, si mescola con la terra, incarnazione, che equivale a morte ed arriva alla morte in croce, e così può produrre la vita, vita di risurrezione potente che non teme più la morte!

L’uomo però deve assimilare questa vita del Dio-Uomo, questa vita vittoriosa dell’Uomo-Dio per avere tramite Lui la vita celeste!

«Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in Me e nel quale Io dimoro porta molto frutto; perché senza di Me non potete fare nulla» (Giovanni 15).

Ora cos’è questo “mangiare”: leggere la Bibbia?

Certamente è anche leggere la Bibbia, ma non soltanto leggere. È lasciare incarnare in noi la vita del Figliuol dell’uomo, Gesù, ed il leggere il Vangelo ci aiuta a capire e conoscere l’Uomo Gesù, Figlio di Dio, onde imitarlo (1 Giovanni 2:6). E in questo la lettura del Vangelo è benedetta, non per la conoscenza in se stessa.

Quando Iddio parlò ad Adamo circa le conseguenze della disubbidienza al Suo comando, nominò per la prima volta il pane: «Perché hai dato ascolto alla voce della tua moglie e hai mangiato del frutto dell’albero circa il quale Io t’avevo dato quest’ordine: Non ne mangiare, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane col sudor del tuo volto, finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto; perché sei polvere, e in polvere ritornerai» (Genesi 3:17-19).

La disubbidienza alla Parola di Dio produsse turbamento ed alterazione nell’ordine della creazione; vi è l’accenno al duro lavoro, ma anche alla nutrizione del pane. Si, Iddio che già annunzia la venuta di Colui che avrebbe schiacciato la testa del serpente, la venuta cioè di Gesù, la Progenie della donna (esso seme, al maschile nell’originale) che trionfa sul peccato e sulla morte, nell’accennare il pane, oltre a quello materiale, si riferisce al pane della vita, al Suo Figliuolo Gesù Cristo.

L’uomo fisicamente mangerà il pane tutti i giorni del suo pellegrinaggio terrestre, finché ritorna alla polvere; ma è piaciuto alla Provvidenza che l’uomo mangi altresì del Pane della Vita tutti i giorni fino a che si riduca in polvere di umiltà.

Solo nell’uomo nel quale va penetrando la vita del Figlio di Dio viene demolita ogni superbia, ogni vanità e sete di potere per cui tanti guai avvengono nel mondo.

Più l’uomo mangia, assimila la vita del Figliuol dell’uomo, più si va riducendo e riducendo fino a scomparire, e a scomparire ai propri occhi: seppellito, scomparso.

E scompare persino ai propri gemiti e ad eventuali rimorsi, perché nel Sangue di Cristo trova contemporaneamente morte a se stesso e vita in Lui!

E così si va compiendo il mistero di morte e resurrezione, il granello di frumento che muore e si trasforma in nuova pianta di vita trionfante: Vita di Risurrezione!

Certamente, assieme al pane ci sono piatti di erbe dei campi, erbe amare di sofferenza ed esperienze varie, ma se ci accostiamo sempre più a Gesù come bisognosi, abbiamo il privilegio di mangiare il Pane del cielo giorno per giorno, affinchè si compia in noi il meraviglioso disegno di Dio di darci la Vita eterna mediante il Suo Figliuolo Gesù Cristo.

«Dacci oggi il nostro pane cotidiano».

Dacci oggi di questo pane cotidiano!

 

Capitolo Settimo


IL PERDONO DEI PECCATI

La quinta petizione del Padrenostro riguarda il perdono dei peccati: «…e perdonaci i nostri peccati, poiché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore» (Luca 11:4).

Nel linguaggio di Gesù, peccato equivale a debito.

Perdonare i peccati equivale a rimettere, cancellare ogni debito.

Illuminante è a questo riguardo la parabola di Gesù sul servitore spietato in Matteo 18 cioè di quel tale che aveva accumulato nei confronti del Re un debito di diecimila talenti, una somma favolosa per pagare la quale non sarebbe bastata tutta la vita di lavoro suo e della sua famiglia; somma però che il Re condonò di buon cuore perché il servo gli si era prostrato davanti implorando la Sua pietà: «Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto».

Però questo tale, uscito dalla Presenza del Re e trovato un suo conservo che gli doveva la misera somma di appena cento denari, benché questi gli si fosse buttato ai piedi implorando pietà e pazienza perché lo avrebbe pagato, non aveva voluto ascoltare ragione, anzi lo strangolava dicendo: «Paga quel che devi!».

Il Re, udito il fatto, fece chiamare il servo spietato e lo apostrofò: «Malvagio servitore, io t’ho rimesso tutto quel debito perché tu me ne supplicasti; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo com’ebbi anch’io pietà di te?» E il suo signore, adirato, lo diede in man degli aguzzini fino a tanto che avesse pagato tutto quel che gli doveva.

Oh, la mancanza di pietà provoca l’ira di Dio!

E Gesù conclude la parabola dicendo: «Così vi farà anche il Padre Mio celeste, se ognun di voi non perdona di cuore al proprio fratello» (Matteo 18:35).

Il peccato è la violazione della legge (1 Giovanni 3:4), è l’infrazione alla legge morale che Dio ha messo in ogni uomo (Romani 2:14-15), e la Scrittura dichiara che nessun uomo è giusto davanti a Dio, ma che «tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio» (Romani 3:19-20).

L’infrazione della legge morale è offesa contro a Dio, un debito dunque che bisogna pagare o soddisfare.

Dio ci perdona o rimette i peccati, ma è Lui stesso che s’impegna e s’è impegnato di
pagare” i nostri debiti, cioè di riparare i soddisfare la Giustizia offesa, riequilibrare l’ordine perfetto della creazione turbato dal disordine causato dal peccato.
Gesù Cristo, il Figliuol di Dio è venuto in questo mondo a distruggere il peccato pagando Egli stesso per i peccatori (Romani 3:23-26). Dice S. Pietro: «...ha portato Egli stesso i nostri peccati nel Suo corpo, sul legno, affinché morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le cui lividure siete stati sanati» (1 Pietro 2:24).
Il perdono dei peccati costa a Dio.

…costa la vita del Suo Figliuolo!

I figliuoliperdonati” non possono fare nulla, non possono “riparare” il guasto, il disordine causato dal peccato; ma proprio in questo consiste il felice annunzio dell’Evangelo, cioè della Buona Novella, che Dio non imputa agli uomini i loro falli, ma che credano ed accettino il Suo Figliuolo, Colui che ha espiato i peccati degli uomini.

«Dio ci ha riconciliati con Se per mezzo di Cristo e ha dato a noi - dice Paolo - il ministerio della riconciliazione; in quanto che Iddio riconciliava con Se il mondo in Cristo non imputando agli uomini i loro falli, ed ha posto in noi la parola della riconciliazione. Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel Nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. Colui che non ha conosciuto peccato, Egli l’ha fatto esser peccato per noi, affinchè noi diventassimo giustizia di Dio in Lui» (2 Corinzi 5:18-21).

Ora però il Padre vuole, esige che i figiluoliperdonati” almeno abbiano il medesimo sentimento di Lui che è largo nel perdonare.

Nulla offende tanto il Suo cuore divino quanto la mancanza di pietà e l’ostilità a perdonare nei “perdonati”.

Questa è lezione importantissima e basilare per ogni seguace dì Gesù.

Il credente deve sentire non soltanto il dovere di perdonare il proprio fratello, ma ritenersi canale dell’amore di Dio che, attraverso il perdono, sfocia a beneficio altrui.

Ecco, il servo spietato poteva e doveva considerare il debituccio del suo conservo conglobato e perdonato nel fiume del proprio perdono ottenuto dal Re. Ma non l’ha fatto, e da ciò la sua condanna.

Se consideriamo ora la preghiera del Padrenostro in Matteo, notiamo che subito dopo Gesù dice: «Poiché se voi perdonate agli uomini i loro falli, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà i vostri falli» (Matteo 6:14-15).

Perché questa insistenza del Maestro su questa richiesta fra tutte le altre del Padrenostro?

Ma perché è proprio qui che si caratterizza la fisionomia dei figliuoli di Dio, se rassomigliano al Padre celeste ovvero si manifestano di altra natura.

É qui che scorgiamo la vera natura del “perdonato”, non solo se è figlio del Perdonatore e perciò perdonatore anche lui, ma anche nella misura: «E rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori».

Come hai perdonato tu?

In parte?

In parte ti viene il perdono dal Cielo.

Hai perdonato, ma non vuoi salutare il fratello?

Anche il Cielo ti tratterà così...

Sta a te se vuoi il saluto degli Angeli o no.

Come tu tratti gli altri, sarai trattato dal Cielo...

Non è il Padre che non vuole perdonare i tuoi peccati, ma sei tu che non vuoi ottenere il perdono dal Padre, per la tua durezza di cuore. Perciò il Padre, per disciplinarti e portarti nel Suo Regno d’Amore ti costringe a perdonare e ti dice: Figliuolo, come tu perdoni il tuo fratello, così ti perdono Io. Se tu non perdoni, m’impedisci di perdonarti; ma se tu perdoni di cuore il tuo simile, è proprio quello ch’Io voglio fare con te, perdonarti come Io so perdonare: di cuore.

 

O Padre, perdonaci come Tu solo sai perdonare, ed aiutaci a saper perdonare, perché abbiamo capito che dobbiamo perdonare di cuore.

 

Capitolo Ottavo


LA LIBERAZIONE PATERNA

L’ultima petizione della preghiera “Padrenostro” è: «e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno».

Vero è che molte anime pie vi vedono due richieste: una “non ci esporre alla tentazione” e l’altra “ma liberaci dal maligno”; ma per l’intima connessione tra le due, riteniamo una sola la richiesta: forza da resistere alla tentazione e, nello tesso tempo, aiuto per essere liberati dal male.

Il senso di “tentazione” nella Scrittura, e nella vita, ha molte volte significato di “prova”.

Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto «per essere tentato dal diavolo» (Matteo 4:1).

Giobbe è fortemente provato e tentato da satana dopo che questi ottiene da Dio il permesso di agire con ogni mezzo per provocare il patriarca a peccare e ribellarsi contro a Dio.

San Giacomo dice che è «beato l’uomo che sostiene la prova, perché essendosi reso approvato, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che l’amano» (Giacomo 1:12). Anzi, Diodati qui traduce: «beato l’uomo che soffre tentazione ecc...». E, nell’epistola agli Ebrei, tutti conoscono la profonda lezione sulle prove contenuta nel capo 12, perché la prova è presentata a scopo di correzione e di disciplina, affinchè siamo partecipi della santità di Dio (v. 10).

Dunque, nel senso di prova, non si comprende che Gesù insegni a pregare “non ci esporre alla tentazione”, perché equivarrebbe a “non ci provare”.

Se la prova è una necessità onde essere disciplinati e fatti figliuoli legittimi, non dei bastardi (v. 8), non si può pregare di non essere provati. Ma se nella prova, o più esattamente “tentazione”, scorgiamo quella segreta inclinazione al male, quella tendenza a lasciarsi affascinare dalle voglie della carne, allora si, è necessaria ed urgente la richiesta “non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal male”.

Certamente, l’azione di satana è quella di favorire le occasioni per adescare al peccato, ma l’anima pia si sforzerà di sventare e fuggire quelle occasioni, anziché pigramente lasciarsene coinvolgere.

Colui o colei che sa di avere un “debole” per la vanità e le attrazioni carnali, se invece di evitare, favorisce le compagnie mondane, ne rimane adescato e preso.

Chi sa di avere un “debole” del facile parlare e sparlare, se invece di evitare le conversazioni malevoli se ne lascia trascinare, ricade in quel suo vizio, e poi dovrà subirne abbattimenti e cose spiacevoli.

San Giacomo dice: «Nessuno, quand’è tentato, dica: io son tentato da Dio; perché Dio non può esser tentato dal male, nè Egli stesso tenta alcuno; ma ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo adesca. Poi la concupiscenza avendo concepito partorisce il peccato; e il peccato, quand’è compiuto, produce la morte» (Giacomo 1:13-15).

Ora, la preghiera di Gesù “non ci esporre alla tentazione” mira proprio ad essere salvaguardati e difesi dalla tentazione.

Gesù prega per i discepoli: «Io non ti prego che Tu li tolga dal mondo, ma che Tu li preservi dal maligno» (Giovanni 17:15).

E il credente che prega “non ci esporre in tentazione” mentre chiede al Padre di essere protetto e che gli venga data forza per resistere alla tentazione, si proporrà di essere forte nella lotta, e di prendere quella forza che il Padre gli dà nell’ora della prova.

Egli sa che dev’essere provato per essere approvato, che deve lottare per essere vincitore.

«Nessuno sarà coronato se non avrà legittimamente combattuto» dice Paolo (2 Timoteo 2:5), e tutte le promesse nelle sette lettere dei capi 2 e 3 dell’Apocalisse sono a chi “vince”.

L’esercizio e la lotta sviluppano l’organismo dell’atleta portandolo al massimo del suo rendimento e, dunque, alle conquiste ed alle vittorie. Così è del cristiano che mediante la prova e la lotta sviluppa le doti spirituali e celesti per il conseguimento della statura angelica. Ed è così che Paolo, da buon atleta, corre, “ma non in modo incerto”, e lotta al pugilato, “ma non come battendo l’aria”, ma per vincere ed ottenere la corona incorruttibile (1 Corinzi 9:24-27).

Ora, nell’esercizio di “resistenza” contro una determinata tentazione, questa a poco a poco va perdendo forza, fino a che, vinta, non avrà più capacità di nuocere.

Chi si studia di reprimere una frase, una parola sconcia che prima gli era abituale, dopo un di esercizio, essa non gli verrà più alla bocca.

Chi si lasciava cullare con compiacimento da pensieri sconvenevoli o giudicando i propri simili, contrastando in se stesso questo modo di pensare che dispiace al Signore, vedrà a poco a poco allontanarsi tali pensieri.

Purezza di mente e di cuore è l’obiettivo cristiano onde partecipare della compagnia dei vittoriosi che stanno in più sul mare di vetro con l’arpe di Dio in mano lodando il Signore (Apocalisse 15:2-3).

Ritti, non più vacillanti come nel mare attuale, felici e resi puri come il cristallo sul mare di cristallo, cantano il cantico di Mosè ed il cantico dell’Agnello.

Superate le lotte, fortificati e sviluppati per mezzo delle lotte, ora, felici, sono in grado di cantare la gioia del Servo e la gloria del Padrone, la gioia d’ogni servo e la maggior gloria dell’Agnello!

E intanto, mentre ancora siamo soggetti a tentazioni e prove, mentre chiediamo di essere protetti nell’ora della tentazione, chiediamo al Padre: “Liberaci dal male”!

Ora, anche qui chiariamo: Liberati dal male, o dal maligno?

Sappiamo delle diverse opinioni degli studiosi, chi preferisce interpretare “dal male” e chi “dal maligno”... ma è l’una e l’altra cosa: è satana che istiga al male, ed il male è il risultato dell’azione di satana.

Chiedendo al Padre di essere liberati dal male, chiediamo di essere liberati e da satana e dalle sue operazioni diaboliche.

Il Signore, che «ha gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male» (Habacuc 1:13), vuole che i Suoi figliuoli raggiungano tale purezza, di non sopportare neppure la vista del male. E poiché il male in questo basso mondo spesso sembra come un mare in tempesta che tutto vuole travolgere ed inabissare, attorno e dentro dell’anima, sorge potente il grido d’invocazione, suscitato dallo Spirito Santo, grido d’aiuto verso il Padre: Liberaci dal male!

A volte le forze nemiche, gli spiriti della malvagità che sono nell’aria (Efesini 6:12), assalgono all’improvviso, come avvenne ai discepoli sulla barca, «e calò sul lago un turbine di vento, talché la barca s’empiva d’acqua ed essi pericolavano» (Luca 8:23), così le minacciose forze delle tenebre mettono in pericolo i credenti.

Ma come i discepoli svegliarono Gesù: «Maestro, Maestro, noi periamo! ed Egli, destatosi, sgridò il vento e i flutti che s’acquetarono, e si bonaccia», così avverrà ai figliuoli di Dio che gridano a Lui: Liberaci dal male!

Quanto alla nota dossologica «Poiché a Te appartengono il regno, la potenza e la gloria, in sempiterno. Amen.» riportata in Matteo 6 soltanto da qualche versione antica, quale la Peshitto e da questa poi in alcune Bibbie, ma che manca nei codici più importanti, riteniamo che sia non contraria al sentimento del vero adoratore, poiché; in verità, all’Eterno soltanto appartengono il Regno, la Potenza e la Gloria in sempiterno.

Pure osserviamo che la petizione finale la quale chiude la meravigliosa preghiera di Gesù con la richiesta: “Liberaci dal male”, è quanto di più sacro e solenne si possa chiedere al Padre. Essa da sola s’innalza e c’innalza come in un poderoso volo d’aquila che ci stacca dalla terra sulle possenti ali della preghiera: liberaci dal male!

Liberaci...” ci accomuna a tutti gli uomini, a tutti i fratelli...

La liberazione del mio fratello è anche mia liberazione, e la mia liberazione è anche quella del mio fratello. Perché, qual gioia sarebbe la mia liberazione se non ci fosse quella del mio fratello? Anzi sarebbe una gioia incompleta e guasta per la mancata liberazione del mio fratello; ma la sua liberazione renderà perfetta e completa la mia gioia!

Liberaci dal male!

Noi, povere creature, fragili, mentre siamo in questi corpi di carne abbiamo bisogno di aiuto lottando contro il male. E questo aiuto ce lo puoi dare soltanto Tu, o Padre! Il male, che ci ha feriti ed uccisi, ora sappiamo quanto sia brutto, per cui vogliamo estraniarci da esso, e che diventi estraneo a noi. Perciò ora, o Padre, che ci hai perdonati e risuscitati nel Tuo Figliuolo Gesù, la Parola fatta carne, Parola già innestata in noi, e che permettesti il male affinchè apprezzassimo il bene, e conoscessimo per esperienza quanto è buono il bene, che sei Tu stesso, per amarTi con somma e grandissima gratitudine, ora, o Padre, mentre ancora siamo in questi corpi fragili di carne, sospiriamo e l’imploriamo, nel Nome di Gesù: liberaci dal male!

Si, liberaci dal male!

Grazie, Signore.

Amen.

 

Luciano Tomasello