IL SERVO ARBITRIO


INTRODUZIONE

Tu dici - o Erasmo - che non ami le affermazioni teologiche assolute e che seguiresti volentieri l’opinione degli scettici.. ma non è da cristiani il temere le affermazioni: al contrario, un cristiano deve essere felice di affermare la sua fede oppure non è un cristiano. E - innanzi tutto - per non giocare sulle parole, cosa significa questa espressione: « Una affermazione teologica? ». Significa: rimanere fermamente attaccati alla propria convinzione, affermarla, confessarla e difenderla fino alla morte con perseveranza. Io non credo che questa parola "assertio" significhi altra cosa in latino né secondo l’uso del nostro secolo... nulla è più noto e più usato presso i cristiani dell’affermazione teologica (assertio). Se tu respingi le affermazioni teologiche, tu respingi il cristianesimo... Infatti, se tu pensi che non sia necessario conoscere la questione del libero arbitrio e che questa questione non abbia nulla a che fare con il Cristo, tu parli bene e tuttavia giudichi come un empio. Se al contrario tu pensi che questa discussione sia necessaria, tu parli come un empio e tuttavia giudichi bene. Ma allora non c’era ragione che tu ti lamentassi circa le affermazioni inutili e le varie discussioni... E’ vero - invece - che un cristiano parlerà piuttosto così: «L’opinione degli scettici mi piace così poco che - se non fosse per l’infermità della carne - vorrei non solo aderire costantemente e pienamente a ciò che dice la Scrittura, ma per di più vorrei possedere la più grande certezza possibile sulle cose non necessarie ed estranee alla Scrittura ». Che c’è - infatti - di più miserevole dell’incertezza?
E che cosa ancora dobbiamo pensare di quest’altro tuo pensiero? Tu dici: « alle loro decisioni io sottometto volentieri sempre il mio sentimento, che io capisca o non capisca ciò che esse mi ordinano ».
Che dici tu mai o Erasmo? Non è sufficiente sottomettere il proprio giudizio alla Sacra Scrittura? Vuoi tu sottometterlo anche ai decreti della Chiesa? Che cosa può ordinare quest’ultima che non sia già ordinato dalla Scrittura?... Riassumendo, mi sembra che risulti dalle tue parole che ti importa poco chi crede questo o quello, purché la pace esteriore sia salvaguardata.
Tu distingui, fra i dogmi cristiani, quelli che è necessario conoscere e quelli che non è necessario conoscere e tu dici che alcuni di loro ci sono nascosti mentre altri ci sono accessibili... Che ci siano in Dio molto cose nascoste che noi ignoriamo ‘ di ciò nessun dubbio.... ma che ci siano nella Scrittura cose oscure ed inaccessibili a tutti , questa e’ una opinione che e stata divulgata dai sofisti empi per bocca dei quali tu parli qui o Erasmo... è con spauracchi di questo genere che Satana ha distolto la gente dalla lettura della Sacra Scrittura ed ha reso questa disprezzabile onde introdurre la sua peste nella Chiesa... Quando sappiamo che tutte le cose contenute nella Scrittura sono situate in piena luce, e insensato ed empio sostenere che sono oscure per via di qualche parola difficile da comprendere. Se in certi passi le parole sono oscure, in altri passi esse sono chiare... Poco importa, quando una cosa è in piena luce, che uno dei suoi segni si trovi nelle tenebre, quando molti altri segni suoi sono illuminati... Perciò tu sbagli quando parli della caverna di Corycios Non è così che si presentano le cose nella Scrittura. E per quel che concerne i misteri più profondi e più sublimi, essi non sono affatto nascosti, ma so presentati ed esposti in pubblico agli occhi di tutti. Cristo infatti ci ha aperto lo spirito onde comprendessimo le Scritture; e l’Evangelo è predicato a tutte le creature. « Il suono della sua voce esce fuori per tutta la terra » (Salmo XIX, 4) «tutto ciò che fu scritto fu scritto per ammaestramento» (Romani XV, 4) ed ancora: « Ogni scrittura è ispirata da Dio e utile per istruirci » (Il Timoteo 111, 16). Io pertanto sfido te e gli altri sofisti a produrre un sol mistero ancora nascosto nelle Scritture. Pertanto, se molte cose restano ancora oscure agli occhi di molti, ciò non è dovuto all’oscurità-della Scrittura ma alla cecità’ di quei molti e alla loro mancanza di intelligenza, essi che non compiono alcuno sforzo per vedere la verità’ splendente . E’ ciò che Paolo dice degli Ebrei nella II Córinzi III, 15: « un velo è stato gettato sui loro cuori ». Ed ancora: « Se il nostro Evangelo è ancora velato lo è per quelli che periscono, per gli increduli dei quali il Dio di questo secolo ha accecato l’intelligenza » (11 Corinzi IV, 3 sg.)...
Ciò che tuttavia è intollerabile è che tu situi la questione del libero arbitrio nel novero di quelle inutili e non necessarie
. Tu elenchi le cose che giudichi sufficienti per la pietà cristiana come lo potrebbe fare un qualunque ebreo o un pagano che non conoscesse assolutamente nulla del Cristo. Infatti tu non fai neppure menzione del Cristo, come se tu pensassi che ci possa essere pietà cristiana senza Cristo purché si adorasse con tutte le proprie forze , un Dio sovranamente buono per natura. Che dovrò io dire di ciò o Erasmo?...
E' forse empio, temerario e superfluo, come tu sostieni sapere se la prescienza di Dio è contingente, se la nostra volontà può agire in ciò che riguarda la nostra Salvezza eterna o deve invece soltanto subire l’azione della grazia; se ciò che noi facciamo di bene o di male noi lo facciamo o piuttosto lo subiamo per pura necessita’? Ma allora io ti domando che cosa e ancora da considerarsi come religioso ? Che cosa è ancora importante? Che cosa è ancora utile a sapersi?... Si potrebbe almeno pretendere, anche da un nemico dei cristiani, che sapesse che cosa i cristiani considerano ancora come - utile, e necessario. Ma tu, teologo e dottore dei cristiani, pretendi mostrar loro in che consiste la vita cristiana e non chiedi neppure, malgrado il tuo abituale scetticismo, ciò che possa essere per loro più utile... Che cosa potrai mai tu scrivere di buono e di giusto riguardo al libero arbitrio se le tue parole rivelano una così grande ignoranza della Scrittura e della pietà?
La vita cristiana, come tu la descrivi, implica, tra l’altro, che noi dobbiamo tendere con tutte le nostre forze alla pietà, ricorrere al rinnovo della penitenza e cercar di acquisire con ogni mezzo la misericordia di Dio senza la quale la volontà e lo sforzo umani sono impotenti.
Inoltre, nessuno deve disperare del perdono concesso da un Dio sommamente buono per natura. Parole siffatte, senza il Cristo, senza lo Spirito, sono più fredde dello stesso ghiaccio... E’ empio - tu dici - temerario e superfluo cercar di sapere se la nostra volontà agisca nelle cose che concernono la salvezza eterna, o se essa debba limitarsi a ricevere la grazia agente. Ma tu qui dici il contrario. La pietà cristiana consiste - secondo te - a sforzarsi verso la salvezza; ma la nostra volontà è inefficace senza la misericordia di Dio. Tu - d’altronde - non definisci ciò che bisogna intendere per « agire » e per « subire » e noi ignoriamo ciò che può la nostra volontà e ciò che può la misericordia di Dio, mentre tu pretendi giustamente d’insegnarci cosa sia questa volontà e cosa sia questa misericordia. Così la tua saggezza, quella saggezza che ti ha ispirato la neutralità tra le due parti in causa e ti ha spinto a bordeggiare abilmente tra Scilla e Cariddi, si torce contro se stessa e, sballottato dai flutti dell’alto mare, tu finisci con l’affermare ciò che neghi, pur negando ciò che vai affermando...
Tu domandi di agire; ma ci proibisci di provare, di misurare o di conoscere le nostre forze prima della tenzone, come se ciò fosse temerario, superfluo empio. E mentre con la tua eccessiva saggezza tu disprezzi gli atti irriflessivi ed ostenti prudenza, arrivi perfino ad insegnare la più grande temerarietà. Infatti, se i sofisti sono insensati e temerari quando discutono di vuoti problemi ‘ peccano tuttavia meno di te che insegni ed ordini di essere temerari ed insensati. E onde la follia sia più grande tu vuoi persuaderci che questa temerarietà è il colmo della pietà cristiana e che in essa risiede la salvezza.
Se noi non facciamo così, tu affermi (tu, il nemico giurato delle affermazioni) che noi siamo empi, temerari e vani; ed hai con ciò fortunosamente evitato Scilla ‘ pur riuscendo a non incappare in Cariddi. E’ la fiducia eccessiva nel tuo giudizio che ti ha condotto lì... Non è dunque empio temerario e vano sapere se la volontà può agire nelle cose concernenti la salvezza: è al contrario, d’importanza capitale per il cristiano. E’ il perno della nostra discussione ; qui si trova il nodo del problema. Ciò che noi cerchiamo di sapere è questo: cosa può il libero arbitrio? Che cosa subisce? Quali sono i suoi rapporti con la grazia divina? Se noi non sappiamo questo, nulla sappiamo di ciò che importa ad un cristiano e noi siamo peggio dei pagani...
Tu vuoi scrivere a proposito del libero arbitrio e cominci col gettare a mare il tutto insieme con le parti. E' infatti impossibile sapere ciò che è il libero arbitrio se prima non si sa cosa può la volontà umana, ciò che fa Dio e se la sua prescienza ha o non ha un carattere di necessità... Ma tu spogli questo libero arbitrio, già di per sé così miserabile, di tutti i suoi attributi e non dai alcuna definizione delle questioni che lo concernono, salvo una: esiste il libero arbitrio? E lo fai con argomenti così poveri - come vedremo - che non ho mai letto un libro così debole sul libero arbitrio, salvo - beninteso - l’eleganza dello stile. Su questo punto i sofisti ragionano meglio di te perché, ignorando i fiori della retorica, si attaccano subito alla sostanza del problema del libero arbitrio, dando tutte le definizioni che lo concernono: se è, ciò che è, ciò che può fare , come opera, ecc., anche se il loro tentativo non sortisce a nulla...
Cosa vuoi tu dire quando pretendi che certe verità non devono essere rivelate al volgo? Intendi forse situare nel novero di queste anche la -tesi relativa al libero arbitrio?... Perché allora non sei tu più coerente con te stesso e non abbandoni la discussione? Se tu hai ragione di trattar del libero arbitrio perché biasimi tu quelli che lo fanno? E se non è bene trattar di questa questione, perché tu lo fai? Ma se il libero arbitrio non è del numero dei soggetti da evitare, tu t’allontani una volta di più dalla questione e chiacchieri su argomenti il cui posto non è qui... Per quel che riguarda il tuo primo esempio: non dobbiamo noi insegnare che il Figlio di Dio è stato portato nel seno di una Vergine e che è nato da un ventre materno) Che differenza c’è tra un ventre umano e non importa qual altro luogo impuro?... Cristo non ha forse parimenti a noi avuto un corpo umano simile al nostro? Che cosa c’è di più impuro? Forse che questo ci impedirà di dire che Dio ha corporalmente abitato in Cristo, come fa Paolo? Per il secondo esempio che tu fai, ammetto che ci possa essere qualche cosa di scandaloso nell’insegnare - se lo si insegna - che ci sono tre Dèi. Ma ciò non è vero, e la Scrittura non lo insegna. Sono i sofisti che parlano così e che hanno inventato una nuova dialettica. Ma in che cosa ciò ci concerne? Rimane l’esempio della confessione e dell’assoluzione. A questo proposito io non posso non ammirare con quale meravigliosa prudenza tu sappia difendere la tua tesi ed avanzare - secondo il tuo costume - su punte di spilli in modo da non parer né di condannare puramente e semplicemente la nostra tesi, né di attentare alla tirannia papale... Tu accusi il popolo di abusare della dottrina che noi predichiamo - quella cioè della libertà di confessione e di asservirla alle concupiscenze della carne. Tu pretendi che la confessione obbligatoria impedirebbe questo abuso...
Ma io ti dico che] le coscienze non sono legate che dal comandamento di Dio onde sia abolita la tirannia papale, la quale con falsi timori tormenta le anime e le uccide e che sottopone il corpo a varie macerazioni . Infatti il Papa ha un bel imporre alla gente la confessione così come impone. altri fardelli, egli non sottomette i cuori, anzi li eccita ancora di più all’odio di Dio e degli uomini. Ed è invano che impone ai corpi crudeli mortificazioni: non riesce ad altro che a fare degli ipocriti. Perciò i tiranni che impongono queste leggi non sono che lupi rapaci, omicidi e ladri di anime. E sono queste persone - o buon consigliere d’anime - che tu vorresti ristabilire presso di noi onde riempiano il mondo di ipocriti, maledicenti e disprezzatori di Dio nel loro cuore, anche se esteriormente con le apparenze salve ... ? Ci sono dici tu - certe malattie, come la lebbra, che e’ più agevole sopportare che guarirne... E’ permesso, secondo te, dire la verità; ma la verità, aggiungi, non e’ utile in tutti i tempi, in ogni luogo e per non importa chi. Ah! Come sai parlare bene! Malauguratamente tu non sai quel che ti dici... Tu credi che per salvare la pace esteriore conviene essere pazienti e fare concessioni onde evitare che il mondo sia turbato... Se tu puoi scrivere simili cose vuol dire che non leggi le Scritture con sufficiente attenzione: altrimenti tu avresti notato che la vera natura della Parola di Dio è di suscitare continuamente una rivoluzione nel mondo. E’ ciò che afferma pubblicamente il Cristo dicendo: « Non sono venuto a portar pace ma spada » (Matteo : X, 34)... Il mondo che ha per Dio Satana non può e non vuole sopportare la parola del vero Dio. Il vero Dio non può e non vuole tacere. E quando Dio e Satana entrano in guerra come non potrebbe esserci una grande rivoluzione nel mondo intero? Voler soffocare la rivoluzione è voler cacciare dal mondo la Parola di Dio. Infatti la Parola di Dio viene per trasformare e rinnovare il mondo intero... Quanto a me, se io non vedessi questi rivolgimenti, direi che la Parola di Dio non è nel mondo. Ma siccome li vedo mi rallegro fin nel fondo del cuore, certo come sono che il regno del Papa e dei suoi satelliti crollerà, grazie alla Parola di Dio che penetra dappertutto. Vedo bene, o Erasmo mio caro, che in molte tue opere tu ti lamenti di questi sconvolgimenti e ti rammarichi che pace e concordia stiano sparendo dal mondo... E’ dunque a ciò che mira la tua bella sentenza: « Ci sono malattie che è meglio sopportare che guarirne, dato che la loro guarigione comporterebbe mali peggiori». Ma tu fai un cattivo uso del tuo paragone. Avresti dovuto dire: « Le malattie che conviene sopportare sono appunto questi rivolgimenti , queste rivoluzioni, queste sedizioni , queste discordie, queste guerre , in altre parole tutte quelle cose che fanno saltare in aria il mondo e lo dilacerano a causa della Parola di Dio. Val meglio - infatti - soffrire mali temporanei piuttosto che lasciar sussistere false dottrine destinate necessariamente a produrre la perdita delle anime se queste non sono trasformate dalla Parola di Dio... Per ciò che concerne il dogma della libertà di confessione e di assoluzione tu neghi oppure ignori come essa sia fondata sulla Parola di Dio. Noi sappiamo tuttavia con ogni certezza che la Parola di Dio afferma e proclama la libertà del cristiano, onde le leggi umane non lo imprigionino nei legami della servitù. t ben ciò che noi abbiamo sempre, in svariate occasioni, sostenuto ed insegnato; e se tu lo desideri, siamo pronti ancora o a discuterne con le o ad esportelo dettagliatamente. I libri nei quali noi abbiamo trattato della questione non mancano.
Citi poi assai male a proposito la frase di Paolo: « Tutto mi è permesso, ma non tutto è utile» di 1 Corinzi VI, 12. Infatti, in questo passo, Paolo non parla della dottrina della verità che deve essere insegnata (contrariamente alla tu falsa affermazione ). Ciò che Paolo vuole è che la verità sia annunziata in tutti i tempi, in ogni luogo ed in ogni modo; giunge fino al punto di rallegrarsi che il Cristo sia predicato « comunque sia » ed anche « in uno spirito di contestazione ». « Che importa - egli dice - Cristo è comunque annunziato, me ne rallegro e me ne rallegrerò ancora » (Filippesi 1, 15, 18). Ma nel versetto che tu citi, Paolo parla dell’uso che si deve fare della dottrina e parla specialmente di quelli che si vantano della loro libertà cristiana, non cercando che il proprio bene e non preoccupandosi degli scandali che possono suscitare nell’animo dei deboli. La Verità e la dottrina devono essere predicate sempre, apertamente e costantemente; non si deve edulcorarle o passarle sotto silenzio poiché in esse non c’è alcun motivo di scandalo. Esse sono uno scettro di giustizia.
Ti ho già dimostrato che tutte le verità contenute nelle Scritture sono accessibili a tutti e sono necessarie per la salvezza. P- d’altronde ciò che tu stesso hai scritto e sostenuto nella tua Paraclesis : allora eri certamente più ispirato di oggi... Ed è questa medesima umana saggezza che ti fa dire che se un Concilio ha adottato una decisione errata, non lo si deve denunziare apertamente onde questa stessa critica non conduca a disprezzare l’autorità dei venerabili padri. Ecco qui una frase che deve far piacere al Papa: egli preferisce di certo ascoltare simili dichiarazioni piuttosto che ascoltare l’Evangelo. Sarebbe un Papa ingrato se non ti concedesse il cappello cardinalizio con tutti i benefizi che questa concessione comporta!... . Ma bisogna ,Considerare l’autorità dei Padri come indifferente e respingere tutte le decisioni che non sono conformi ala parola di Dio. Infatti Cristo è superiore all’autorità dei padri. Riassumendo: se la tua opinione concerne la Parola di Dio, questa opinione è empia; se essa concerne - invece - altre cose, non dobbiamo neppure parlarne. E’ la Parola stessa di Dio che agisce. Verso la fine della tua introduzione tu cerchi seriamente di distoglierci da questa dottrina e sembri quasi sicuro di aver riportato la vittoria. Cosa c’è di più inutile - dici tu - che di portare questo paradosso a conoscenza di tutti e di affermare pubblicamente che tutto ciò che noi facciamo risulta non opera del nostro libero arbitrio ma di una pura necessità? Tu citi le parole di Agostino: « t Dio che determina in noi il bene ed il male; sono le sue buone opere che Egli ricompensa in noi e sono le sue cattive azioni che Egli punisce in noi » e ti dilunghi sulle funeste conseguenze di questa dottrina che aprirebbe - dici tu - largamente la strada all’empietà . Quale malvagio vorrà più condurre una vita migliore? Chi potrà credersi amato da Dio? Chi lotterà ancora contro gli assalti della carne?
Mio caro Erasmo, te lo ripeto una volta di più: se tu reputi che questi paradossi sono invenzioni. umane, perché compi tu sforzi così appassionati per combatterli?... Ma se tu reputi che questi paradossi sono parole divine, non dovresti vergognarti? Che cosa sono diventati presso di te il timore ed il rispetto dovuti a Dio se osi dire: « Non c’è nulla di più inutile che insegnare la Parola di Dio »? Senza dubbio il Creatore deve apprendere da te - sua creatura - ciò che è utile e ciò che è inutile predicare! Questo Dio stupido ed ignorante non sapeva ciò che conveniva insegnare finché è venuto Erasmo ad insegnarglielo! Come se Dio non conoscesse, prima che tu glielo indicassi, le conseguenze di questo paradosso)!...
Chi dunque - dici tu - si sforzerà di correggere e di migliorare la sua vita? Rispondo: nessuno lo può; infatti quelli che pretendono di farlo senza l’aiuto dello Spirito sono degli ipocriti che Dio abbandona alla loro sorte. Gli eletti e gli uomini pii saranno corretti e migliorati grazie allo Spirito Santo; quanto agli altri essi periranno senza esser stati corretti. Agostino - d’altronde - non dice affatto che nessuna opera umana o che tutte le opere umane sono ricompensate, ma che le opere di qualche uomo lo saranno . Ci saranno dunque alcuni uomini che emenderanno e miglioreranno la loro vita.
Chi può credersi amato da Dio? dici tu ancora. Rispondo: nessun uomo può crederlo; ma gli eletti lo crederanno, e gli altri - quelli che non lo credono- saranno perduti e bestemmieranno contro Dio, come fai tu nel tuo libro . Ci saranno pertanto alcuni uomini che crederanno. Ma se questi dogmi aprono la via all’empietà, eh bene, che cosa sia! Un effetto di quella lebbra della quale parlavamo più su e che val meglio sopportare che volerne guarire. Ma è anche grazie a questi dogmi che si aprirà per gli eletti e gli uomini pii la porta che conduce alla giustizia e che conduce al cielo ed a Dio.
Qual è dunque - dirai tu - l’utilità o la necessità di divulgare questa dottrina quando può risultarne del male? Risponderò semplicemente: è sufficiente che Dio l’abbia voluto; noi non-dobbiamo ricercare le ragioni della volontà divina , ma adorare questa volontà e rendere gloria a Dio .Infatti Dio, siccome e’ giusto e saggio , non può far nulla che non sia giusto e saggio, anche se ai nostri occhi non sembra che sia così. Questa risposta deve essere sufficiente agli uomini pii. Ma, in più, ti darò ancora due ragioni che giustificano la necessità di predicare questa dottrina. La prima è l’umiliazione del nostro orgoglio e la conoscenza della grazia di Dio. La seconda e’ la fede cristiana stessa. In primo luogo - infatti- e’ certo che dio ha promesso la sua grazia agli umili di cuore, vale a dire a quelli che confessano il loro peccato e la loro miseria. Ma l’uomo non può umiliarsi veramente finché non saprà che i suoi sforzi e le sue risoluzioni, la sua volontà e le sue opere non servono a nulla, ma che la sua salvezza dipende unicamente dalla decisione, dalla volontà e dall’azione di Dio... In secondo luogo, la fede concerne cose che non si vedono . Per conseguenza c’è fede solo se le cose alle quali io credo sono nascoste. Ma dove sarebbero meglio nascoste queste cose che sotto un’apparenza, un sentimento o un’esperienza contraria? Se dunque Dio vuol renderci viventi, ci uccide; se vuole giustificarci lo fa rendendoci colpevoli; se vuole aprirci il cielo, ci piomba nell’inferno; come dice la Scrittura: « L’Eterno fa morire e fa vivere; fa scendere nel soggiorno dei morti e ne fa risalire » (I Sam. 11, 6)... Così Dio nasconde la sua bontà e la sua misericordia sotto la collera eterna e la sua giustizia sotto l’iniquità. t proprio qui che è richiesto il più alto grado di fede: credere che sia clementi Colui che salva così pochi uomini e ne danna un sì gran numero...
Tu dici che il libero arbitrio non ha che una forza minima, al punto di essere inefficace senza la grazia di Dio. Proprio questo che tu affermi? Allora ti pongo questa domanda e ti prego di rispondere: « Che cosa può fare, questa forza minima se la grazia di Dio le viene a mancare? ». Resta inefficace - dici tu - e non fa nulla di buono. Dunque, questa forza non farà nulla di ciò che Dio (o la sua grazia) vuole, poiché noi abbiamo riconosciuto che la grazia le viene a mancare. Ma tutto ciò che non è fatto dalla grazia di Dio non può essere buono. Dal che ne segue che il libero arbitrio, privato della grazia di Dio, non è libero, ma prigioniero e schiavo del male, dato che non può, da solo, volgersi verso il bene. Verso la fine della tua introduzione tu dici che, seguendo l’esempio di Paolo, dovremmo predicare Cristo crocifisso e la sapienza per quelli che sono maturi; che il linguaggio della Scrittura è adattato all’intendimento dei diversi uditori ai quali si rivolge e che è di ciascun predicatore, guidato dalla saggezza e dall’amore cristiano, insegnare ciò che può convenire al prossimo. Tutto ciò non è esatto e testimonia della tua ignoranza. Infatti anche noi non insegniamo altro che Cristo crocifisso. Ma Cristo crocifisso porta con sé tutte queste cose, ivi compresa la sapienza che si deve predicare presso quelli che sono maturi... Più avanti tu citi queste espressioni della Bibbia: « Dio si mette in collera, Dio odia, Dio si affligge, Dio ha pietà; Dio si pente » e dici che nessuna di queste espressioni si addice a Dio. Ma ciò è quel che si chiama cercare difficoltà là dove non ce ne sono. Queste espressioni non rendono la Scrittura oscura e non obbligano ad adattarli ai diversi uditori, a meno di voler gettare l’oscurità la dove non c’e’ ne. Queste sono espressioni grammaticali e figure retoriche che tutti i fanciulli conoscono. Ma è di dogmi che noi trattiamo e non di espressioni grammaticali.
Proprio all’inizio della discussione tu prometti di appoggiarti sugli scritti canonici, dato che Lutero non accetta alcuna altra autorità. Sta bene; prendo atto della promessa, ancorché essa significhi non già che tu consideri gli autori non canonici come inutili, ma che vuoi solo evitare un lavoro inutile. Infatti tu non approvi la mia audacia o la mia temerarietà. Tu infatti sei impressionato dal numero dei sapienti teologi, riconosciuti per consentimento unanime di tanti secoli, fra i quali trovi esegeti esperti nella conoscenza della Scrittura, trovi santi, qualche martire, molti uomini celebri per i loro miracoli. Aggiungici ancora i teologi recenti, le numerose scuole, i concili, i vescovi, i papi. In totale: da un lato si trovano l’erudizione, lo spirito, il numero, la grandezza, l’elevazione, la forza, la santità, i miracoli, e che so io ancora. Dalla parte di Lutero invece non ci sono che Wyclif e Lorenzo Valla, ancorché Agostino - che tu passi sotto silenzio - sia interamente dalla mia. Ma questi pochi qua - per te - non hanno peso di fronte a quei molti là. Rimane dunque il solo Lutero, un povero isolato, un uomo recentemente apparso con i suoi amici, presso i quali non c’è ne quella erudizione , né quella intelligenza, né quel numero, né quella grandezza, né quella santità, né quei miracoli e che pertanto non sarebbero capaci di guarire neppure un cavallo zoppo .
Riconosco, mio caro Erasmo, che sei giustamente colpito da tutto ciò. Sono ormai più - di dieci anni che anch’io sono colpito e penso che non ci sia nessuno che possa essere più di -me e più sconvolto... Dio, che conosce il mio cuore, sa che sarei rimasto dove ero se la voce della mia coscienza e l’evidenza delle cose non mi avessero obbligato a parlare... Ma non è questo il luogo per scrivere una storia della mia vita o delle mie opere: se ho incominciato questo lavoro non è per farmi valere, ma per esaltare la grazia di Dio. Chi io sia o quale spirito mi abbia spinto ad agire, è Dio che lo sa: Egli sa anche che tutto ciò si compie per sua volontà e non certo per mio volere...
D’accordo dunque: noi siamo semplici uomini e voi personaggi importanti; siamo un piccolo gruppo e siete legione; siamo ignoranti e siete eruditi; siamo incolti e siete ripieni di spirito; siamo nati ieri e siete vecchi come Deucalione ; non siamo mai stati accettati e voi siete stati approvati per secoli. Infine, noi siamo peccatori, carnali, senza intelligenza; e voi per santità, spirito e miracoli ispirate paura anche ai demoni. P- inteso. Ma concedeteci almeno il diritto che si riconosce ai Turchi e agli Ebrei: cioè di chiedervi conto della vostra dottrina, come il vostro Pietro vi ha ordinato. La nostra domanda e’ stata modesta: ... diteci dunque quale specie di opere questa forza del libero arbitrio esige che si facciano e quali opere produce... Non solo non siete capaci di portarci un esempio qualunque, ma anzi - cosa inaudita - voi non potete neppure dimostrare chiaramente la natura del vostro « libero arbitrio », onde noi si possa per lo meno rappresentarcelo. 0 i bei dottori del libero arbitrio! Cosa siete voi dunque se non una voce e null’altro che una voce?...
Sarebbe incredibile secondo te che Dio avesse lasciato la sua Chiesa nell’errore per così tanti secoli e che non. avesse rivelato ad alcun santo ciò che costituisce - ai nostri occhi - l’essenza della dottrina evangelica. Innanzi tutto noi non diciamo che Dio abbia tollerato questo errore nella sua Chiesa né presso alcuno dei santi. La Chiesa -infatti - è retta dallo Spirito di Dio ed i santi sono condotti dallo Spirito, come dice Paolo in Romani VIII, v. 14... Ma qui occorre subito chiarire un equivoco. ciò che tu chiami Chiesa, è veramente Chiesa?... Al tempo del Profeta Elia tutta la comunità israelitica era caduta nell’idolatria al punto che Elia credeva d’essere rimasto il solo credente ; tuttavia, mentre, capi, preti, profeti e tutto ciò che poteva essere chiamato popolo o Chiesa di Dio era perduto, Dio si riservò settemila uomini. Ma chi riconobbe allora che quegli uomini erano il popolo di Dio? Chi dunque oserà negare che Dio si sia riservato una Chiesa nel popolo, al disotto degli uomini ragguardevoli e titolati da te citati, ed abbia lasciato cadere questi ultimi nell’errore, come fece con il regno d’Israele? Infatti Dio è abituato a colpire l’élite d’Israele e ad uccidere i migliori di essi , e conservare invece i disprezzati che formano il resto d’Israele, come dice Isaia . Che cosa è dunque accaduto al tempo di Gesù Cristo stesso, quando tutti gli apostoli si scandalizzavano e lo abbandonavano 21 , quando era rinnegato e condannato da tutto il popolo, mentre, appena due o tre persone, Nicodemo, Giuseppe ed il ladro, ne erano salvati presso la croce? Queste persone che lo rinnegavano non eran forse chiamate « il popolo di Dio »? E rimasto, infatti, un popolo di Dio, ma non gli si è dato questo nome; e quello al quale è stato dato questo nome non era, in realtà, il popolo di Dio.
Chissà se, fin dall’origine, non è stata questa la situazione permanente della Chiesa di Dio: gli uni eran chiamati « popolo di Dio » e « santi di Dio » e non lo erano; gli altri, quelli che Dio si era riservati, non erano chiamati « popolo di Dio », così come ci dimostrano le storie di Caino ed Abele, di Ismaele ed Isacco, di Esaù e Giacobbe". Ricordati ancora il tempo dell’arianesimo, nel qual. appena cinquanta erano i vescovi rimasti cattolici nel mondo intero: eppure anche questi furono cacciati dalla loro cattedra, mentre gli Ariani tenevano il governo della Chiesa. Cristo non ha di meno conservato la sua Chiesa durante il trionfo delle eresie, ma essa non era considerata come tale. E sotto il regno del Papa mostrami un sol vescovo che abbia esercitato il suo ufficio, mostrami un sol concilio nel quale non si sia discusso che delle cose di Dio e non invece di cappelli, di dignità, di prebende e di altre bazzecole profane che nessuno, a meno di essere folle, potrebbe attribuire allo Spirito Santo.
Eppure quella gente lì è chiamata « la Chiesa », benché siano figli della dannazione e non della Chiesa. Tuttavia, al di sopra di loro, Dio ha conservato una Chiesa, benché essa non portasse il nome di chiesa . Quanti santi pensi tu che gli inquisitori hanno bruciato da qualche secolo a questa parte? Pensa a Giovanni Hus Il ed ai suoi; non c’è dubbio che all’epoca loro son vissuti molti uomini pii e santi, animati dal medesimo Spirito...
La vera chiesa, mio caro Erasmo, non è un termine così corrente come il termine Chiesa di Dio ;ed i veri « santi di Dio » si trovano assai meno frequentemente di quelli ai quali si dà questo titolo. Sono perle e gioie che lo spirito non getta ai porci , ma tiene nascoste onde l’empio non veda la gloria di Dio... Io non dico che rifiuto di considerare come santi o come membri della Chiesa di Dio quelli che tu citi, dico soltanto che ciò non è certo e che non lo si può dimostrare, se qualcuno avanzasse dubbi. Perciò la loro santità non costituisce una ragione sufficiente per affermare la verità di una dottrina. lo voglio ben chiamarli santi e considerarli tali; voglio ben considerarli come membri della Chiesa: ma se ciò faccio lo faccio in virtù della carità cristiana e non della fede. Infatti la carità che non sospetta il male e che crede tutto , vuole che io faccia il più largo credito al mio prossimo e che chiami « santi » tutti quelli che sono stati battezzati...
Se consideriamo scienza ed erudizione ci sono sapienti dottori dalle due partì; se consideriamo la vita ci son peccatori da entrambe le parti; se ci riferiamo alla Scrittura, tutte e due le parti rivendicano di considerarla come la loro autorità. Infatti non è sulla Scrittura che verte la nostra discussione, bensì sul senso che conviene darle (poiché - tu dici - essa non è sufficientemente chiara) . Orbene: da tutte e due le parti non ci sono che uomini... restiamo perciò nel dubbio... non faremmo bene -di schierarci dalla parte degli scettici? Tu te la cavi abilmente dicendo che non puoi affermare nulla di certo ma che cerchi e vorresti apprendere la verità: in attesa ti volgi verso il partito che afferma il libero arbitrio fino a quando beninteso la verità si manifesterà! A tutto ciò rispondo: tu non dici tutto quello che ci sarebbe da dire. Infatti non è per mezzo della scienza, della vita, del dignità, dell’ignoranza, del l’assenza di cultura, né per mezzo del piccolo numero e dell’umiltà che noi proviamo gli spiriti. lo non approvo quelli che si vantano di essere i soli detentori dello Spirito e ho dovuto proprio quest’anno( ed ancora adesso) sterrare una violente contro questi fanatici che interpretano le scritture sottomettendole al proprio loro spirito.
E anche per questo che ho combattuto il Papa. Sotto il suo regno s’è diffusa l’opinione - divenuta comune - secondo la quale le Scritture essendo oscure ed ambigue , si deve chiedere alla sede romana la vera interpretazione...
Noi diciamo dunque: gli spiriti devono essere provati da un doppio giudizio. Innanzi tutto, un giudizio interiore grazie al quale ogni uomo, illuminato dallo Spirito Santo o da un dono particolare di Dio in vista della sua salvezza, giudica e discerne con certezza le dottrine, così come dice l’apostolo in I Corinzi II, (v. 15): « L’uomo spirituale giudica di tutto e non è giudicato da nessuno »... e questo giudizio non può essere giovevole che a colui che lo formula... Il secondo giudizio è un giudizio esterno, in virtù del quale noi giudichiamo gli spiriti e le dottrine non solo per noi stessi, ma anche per gli altri ed in vista della loro salvezza.
Questo secondo giudizio spetta a quelli che esercitano il ministero della Parola, della predicazione e dell’insegnamento, e ce ne serviamo quando si tratta di confermare quelli che sono deboli nella fede e quando dobbiamo convincere i contraddittori ... Noi diciamo dunque che la Scrittura deve essere il giudice che mette alla prova tutti gli spiriti nella Chiesa. Infatti i cristiani devono essere fermamente rassicurati su questo punto: la Scrittura santa è una luce spirituale ben più chiara del sole , specialmente per le cose concernenti la salvezza o che è necessario conoscere... Se dunque il dogma del libero arbitrio è oscuro o ambiguo è perché non concerne ne i cristiani ne la scrittura ; bisogna per conseguenza abbandonarlo e metterlo nel novero di quelle favole a proposito delle quali i cristiani litigano e che Paolo ordina di evitare . Se, al contrario, questo dogma concernesse i cristiani e le Scritture, dovrebbe essere chiaro, evidente e luminoso coma §no tutti gli altri articoli di fede ...
Tu poni due affermazioni ... Da un lato dici che questi uomini santi, più sopra citati, sono degni d’ammirazione per la loro conoscenza delle Scritture, la loro vita ed il loro martirio. D’altra parte ti lasci andare a dire che la Scrittura non è chiara... Io ti dico che entrambe le tue affermazioni sono false: la Scrittura infatti è perfettamente chiara ed inoltre tutti quei dottori, nella misura in cui hanno affermato il libero arbitrio, non hanno confermato questa dottrina né con la loro vita, né con la loro morte, ma soltanto con ía loro penna in un momento di smarrimento del loro spirito... Se la Scrittura è oscura, come tu dici, è impossibile trovarvi una definizione precisa del libero arbitrio: tu stesso ne sei testimone... Avrei dunque potuto - su queste considerazioni - metter fine a questa discussione sul libero arbitrio... Tuttavia, siccome Paolo ci ordina di chiudere la bocca ai cianciatori, ci attaccheremo all’oggetto stesso della disputa. Per far ciò seguiremo l’ordine della Diatriba. Innanzi tutto, confuteremo i tuoi argomenti in favore del libero arbitrio; poi difenderemo gli argomenti che tu pretendi aver confutato; infine combatteremo contro il libero arbitrio, per la grazia di Dio.


 PRIMA PARTE


 Cominceremo dalla definizione del libero arbitrio. Questa definizione, tu la formuli così 1: « Intendiamo per libero arbitrio un potere della volontà umana in virtù del quale l’uomo può sia applicarsi a tutto ciò che lo conduce all’eterna salvezza, sia, al contrario, allontanarsene ». Ti sei saggiamente limitato a porre questa definizione, senza spiegarne alcun termine (come altri han l’abitudine di fare); infatti devi aver avuto timore di far naufragio più d’una volta...
Potrai forse a buon diritto accordare all’uomo una volontà: ma attribuirgli una volontà libera nelle cose divine è troppo. Infatti, per mezzo di questa espressione « volontà libera » o « libero arbitrio », ciascuno intende una volontà che può fare e che fa, nei confronti di Dio, tutto ciò che le piace; una volontà che non sarebbe ostacolata da alcuna legge, né da alcuna forza superiore... Sarebbe meglio parlare d’un « arbitrio variabile » o di un « arbitrio vacillante », così come fanno Agostino e, seguendo lui, i sofisti, i quali riducono ed attenuano ciò che quella parola « libero » ha di troppo forte e glorioso e pertanto parlano di variabilità del libero arbitrio... Ma, onde non ci si accusi di compiacerci di battaglie verbali, chiuderemo momentaneamente gli occhi sull’abuso dell’espressione « libero arbitrio » (ancorché questo abuso sia grande e pericoloso) e concederemo ad Erasmo che il libero arbitrio sia la forza della volontà umana... Tu parli chiaramente quando dici: « Il libero arbitrio è una forza della volontà umana ». Ma tu somigli ad un gladiatore il cui elmo gli nasconde la vista quando parli di " applicarsi alle cose che conducono o di applicarsi alle cose che se ne allontanano ». Cosa dobbiamo noi intendere per « applicarsi » o per « allontanarsi »? Quali sono le cose che ci conducono alla salvezza? Dove ci condurrà dunque tutto ciò? Ho a che fare - e ben lo vedo! - ad un Scoto o ad un Eraclìto di modo che devo compiere una doppia e penosa fatica. Innanzi tutto devo cercare il mio avversario nell’oscura fossa dove si nasconde, barcollando nelle tenebre per cercare di individuarlo onde poterlo - dopo averlo trovato - affrontare validamente e non come se avessi a combattere contro fantasmi. In secondo luogo devo - dopo aver condotto il mio avversario alla luce del sole - combattere con lui ad armi uguali... Le cose « che conducono all’eterna salvezza » devono essere - io penso - le parole e le opere di Dio che sono offerte alla volontà umana, onde questa possa volgersi ad esse o da esse allontanarsi. Ma ciò che io chiamo le parole di Dio sono la Legge e l’Evangelo... Ma questa via, questa eterna salvezza è una cosa incomprensibile per l’umana intelligenza così come dice Paolo, seguendo Isaia , nella I corinzi cap. II, v. 9 : sono cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano".. Infatti fra gli articoli supremi della nostra fede si trova il seguente: « ... e la vita eterna ». Per quel che concerne il potere del libero arbitrio riguardo a questo articolo, ecco ciò che ne dice Paolo nella 1 Corinzi cap. Il, v. 10: « Dio ci ha rivelato queste cose per mezzo dello Spirito. Ciò significa che se lo Spirito non ce le avesse rivelate, nessun uomo ne avrebbe saputo alcunché, - a più forte ragione nessun uomo avrebbe mai saputo cercarle e desiderarle. Guarda cosa ci dice l’esperienza: considera ciò che gli spiriti più eminenti fra i pagani han pensato della vita futura e della resurrezione. Non ti accorgi dunque che più la loro intelligenza era grande, e più la resurrezione e la vita eterna sono parse loro cose ridicole? Non eran forse filosofi molto intelligenti quei Greci che, udendo Paolo predicare questa dottrina ad Atene, lo trattavano da cianciatore e da annunziatore di divinità straniere? I. Perciò Festo, udendo Paolo predicare la vita eterna, gli gridò: « Tu vaneggi, la molta dottrina ti mette fuor di senno! ». Plinio non si prende forse giuoco di questa credenza nel suo settimo libro? I. E che ne dice Luciano, uomo di pur alta intelligenza? Tutte queste persone non erano degli imbecilli! Infine - oggi ancora - noi vediamo che più si ha scienza e spirito e più ci si prende giuoco di questa dottrina che viene considerata come una favola, e ciò apertamente, Ciò accade perché - in fondo -non c’è un sol uomo - a meno che non sia stato ripieno di Spirito Santo - che conosca, creda e desideri la salvezza eterna (anche se non cessa dal parlarne e dallo scriverne). Piaccia a Dio che tu ed io possiamo essere mondi e puri di questo cattivo lievito, mio caro Erasmo; sono infatti molto rari quelli che credono in questo articolo... Abbiamo più sopra detto che il libero arbitrio era un nome divino e designava una forza divina. Ma nessuno gli ha fin qui i attribuito questo carattere, salvo i Pelagiani che distinguono nel libero arbitrio due parti: la facoltà di discernimento e la facoltà di scelta ed attribuiscono la prima alla ragione e la seconda alla volontà. Ma Erasmo, respingendo nell’ombra la facoltà di discernimento, si limita ad esaltare la facoltà di scelta e così facendo deifica questo libero arbitrio... trovo più accettabile l’opinione dei sofisti o per lo meno del padre loro Pietro Lombardo I. Essi dicono il libero arbitrio è la facoltà di discernere e di scegliere il bene se la grazia è presente ed il male se la grazia è assente . D’accordo con Agostino Pietro Lombardo pensa che il libero arbitrio abbandonato a se stesso , non può che fallire e condurre al peccato. E’ per questo che nel suo secondo libro contro Giuliano , Agostino lo chiama « servo » piuttosto che « libero » arbitrio. Ma tu, tu attribuisci al libero arbitrio una doppia facoltà e dici che da se stesso, senza la grazia, può volgersi al bene e al male... Ma allora tu escludi lo Spirito Santo con tutta la sua potenza, come se fosse una cosa inutile e superflua. Tu citi, innanzi tutti, un passo del libro di Sirach XV, v. 14 e seguenti... Potrei a buon diritto respingere questo libro 11; tuttavia lo accetterò perché non voglio perdere il mio tempo a discutere sui libri ammessi nel canone degli Ebrei... Questo passo di Sirach è da te invocato per provare che il libero arbitrio esiste e può effettivamente fare qualche cosa... Conviene che esaminiamo attentamente questo passo: esso, innanzi tutto, dice: « Dio creò l’uomo all’inizio ». Qui parla della creazione dell’uomo e nulla dice ancora del libero arbitrio e dei comandamenti. Dice in seguito: « ... e lo lasciò nelle mani del suo consiglio ». Che cosa significa? Queste parole dimostrano forse il libero arbitrio?... Bisogna comprendere queste parole nel senso del primo e del secondo capitolo della Genesi nei quali è detto che l’uomo è stabilito signore di tutte le cose onde liberamente regni su di esse... e non si può cavare altro da queste parole, se non che l’uomo può agire secondo il suo beneplacito verso tutte le creature che gli erano state sottoposte. Questo viene chiamato « il consiglio dell’uomo » perché è altra cosa del consiglio di Dio. Ma, poi, dopo aver detto che l’uomo è stato creato e lasciato nella mano del suo consiglio, l’autore continua: « e Dio aggiunse i suoi comandamenti ed i suoi precetti »... Dunque - secondo Sirach- l’uomo è diviso tra due regni. Nel primo egli si comporta conformemente alla sua volontà, al di fuori dei comandamenti di Dio, per le cose che gli sono sottoposte. Là egli regna e governa. conformemente al suo proprio consiglio... Nell’altro regno l’uomo non è lasciato al suo volere ed al suo consiglio, ma è condotto e guidato dalla volontà e dal consiglio di Dio. Perciò nel primo regno l’uomo si conduce secondo il proprio libero arbitrio, senza essere sottomesso alla legge d’un altro; sotto il regno di Dio invece egli è guidato dalla legge di un Altro, senza intervento alcuno della sua volontà... Se Sirach avesse voluto affermare l’esistenza del libero arbitrio sul regno divino, avrebbe dovuto dire: « L’uomo può osservare i comandamenti di Dio », oppure: « l’uomo ha la facoltà di osservare questi comandamenti »... Ma a questo punto Erasmo mi obbietterà sottilmente dicendo: « se tu vuoi osservare i comandamenti divini » Sirach dimostra che l’uomo possiede la facoltà di osservare o di non osservare i comandamenti... Al che io rispondo: questi sono gli argomenti che l’umana ragione usa per manifestare la sua saggezza. E’ dunque con la ragione umana e non con Sirach che dobbiamo discutere; infatti qui la ragione interpreta la Parola di Dio conformemente alle proprie deduzioni ed ai propri sillogismi e ne fa quello che vuole. Noi la lasciamo fare volentieri poiché sappiamo che dalla sua bocca escono solo stupidaggini ed assurdità, specialmente quando essa pretende manifestare la sua saggezza nelle cose sacre. Se in primo luogo io domandassi perché il semplice fatto di dire « se tu vuoi », « se tu fai », « se tu intendi » significhi o provi l’esistenza del libero arbitrio, la ragione umana direbbe: « Perché il senso delle parole e l’uso del linguaggio convenuto fra gli uomini esige così ». Quindi la ragione giudica le cose e le parole divine secondo l’uso ed i costumi degli uomini. Il che è assurdo, poiché le une sono celesti e le altre terrestri! La ragione stessa tradisce la sua follia applicando a Dio le forme del pensiero umano... La Diatriba sogna che l’uomo sia un essere integro e sano, così come può esteriormente apparire nelle cose puramente umane. Perciò essa ragiona nel seguente modo: « se tu vuoi », « se tu fai », « se tu intendi » significano che l’uomo ha il libero arbitrio sennò non avrebbero senso e sarebbero una presa in giro. Ma la Scrittura ci dice che l’uomo è corrotto, asservito al peccato, e che - inoltre - disprezza Dio nel suo orgoglio ed ignora la sua corruzione ed il suo servaggio... Citi l’esempio di Adamo. Questo terribile esempio, ben adatto per mortificare il nostro orgoglio, ha mostrato ciò che può il nostro libero arbitrio quando è abbandonato a se stesso e quando non è più del continuo diretto e fortificato dallo Spirito di Dio. Adamo non ha potuto progredire in questo Spirito, del quale possedeva le primizie, ma - al contrario - ha perduto queste primizie. Come potremmo noi dunque, noi che siamo caduti, ritrovare con le sole nostre forze le primizie dello Spirito? Tanto più che ora Satana regna in noi con tutta la sua potenza, lui che, con una sola tentazione, ha fatto precipitare ed ha abbattuto Adamo, quando ancora non regnava nel suo cuore. Non ci sarebbe argomento più forte contro il libero arbitrio di un accostamento tra il passo di Sirach e la caduta di Adamo... La nostra Diatriba cita ancora un passo della Bibbia in Genesi IV (v. 7) 1’, nel quale il Signore dice a Caino: « Non lascerai agire il peccato, ma dominerai su di lui ». Ciò’ mostra- dice la Diatriba- che le inclinazioni dell’anima verso il male possono essere vinte e non comportano necessariamente il peccato. Per ambigua che possa essere questa frase (« Le inclinazioni dell’anima al male possono essere vinte »), non ne risulta meno, per una conseguenza necessaria, che è proprio del libero arbitrio vincere le proprie inclinazioni al male e che queste inclinazioni non comportano la necessità di peccare. Ma che rimane allora che non sia attribuito al libero arbitrio? Che bisogno c’e’ dello Spirito Santo? Che bisogno c’è del Cristo? Che bisogno c’è di Dio? Che bisogno c’è di tutto ciò se il libero arbitrio può vincere le sue inclinazioni al male?... Risponderò brevemente. Come ho già detto, parole di tal genere mostrano all’uomo ciò, che deve fare, non ciò che può fare. Il Signore-dice a Caino che deve dominare il suo peccato e reprimere le sue cattive inclinazioni: ma in realtà Caino non lo ha fatto e non lo poteva fare, perché era già sottoposto al dominio di Satana. E’ infatti ben risaputo che gli Ebrei usano frequentemente il futuro indicativo invece dell’imperativo, come in Esodo XX: « Non avrai altri dei; non ucciderai; non commetterai adulterio, ecc. ». Se noi dessimo a queste frasi il senso indicativo esse sarebbero delle promesse di Dio; e siccome Egli non può mentire, ne risulterebbe che nessun uomo pecca ed i comandamenti sarebbero stati dati invano. Il nostro traduttore avrebbe dunque dovuto scrivere: « Tu non devi lasciar agire il peccato, ma devi dominarlo », e parimenti si dovrebbe dire alla moglie: « Devi essere sottomessa a tuo marito ed egli deve dominare su di te » (Genesi 111, 17). Se la frase indirizzata a Caino fosse stata espressa in indicativo, sarebbe stata una promessa divina; ma non era una promessa, dato che il contrario è avvenuto per la colpa di Caino. Si tratta -dunque - di un imperativo. Citi poi il passo di Mosè 13: « Io ti ho posto davanti la vita e la morte... scegli dunque la vita, ecc. » (Deuteronomio XXX, 19). Che c’è di più chiaro". Dice la Diatriba. Viene lasciata all’uomo la libertà di scelta. Al che io rispondo: che c’è di più del tuo accecamento, o Erasmo? Dove dunque - io domando - è lasciata libertà di scelta? Nel fatto che è detto « scegli »? Dunque è sufficiente che Mosè dica « scegli » perché essi scelgano? Una volta di più ‘per conseguenza - lo Spirito non è necessario... Ascoltiamo il tuo paragone. Sarebbe ridicolo - dici tu - dire a qualcuno che fosse all’incrocio di due strade: « Tu vedi due strade, prendi quella che vuoi », quando una delle strade fosse accessibile. Ma questi sono proprio quegli argomenti che io ho più su chiamato elementi della umana ragione: essa crede che sia prendersi gioco dell’uomo presentargli un comandamento impossibile ad osservarsi; ma noi diciamo che il comandamento ha per scopo di strappare l’uomo dal suo torpore , onde prenda atto della sua impotenza. Siamo effettivamente all’incrocio di due strade, ma una sola strada è accessibile: o, per meglio dire , nessuna delle due strade è accessibile. Noi vediamo che quella delle due vie che conduce al bene è inaccessibile se Dio non ci accorda il suo Spirito... Citi il passo di Isaia 1, 19... e di Isaia XXI, 12 1’. A che serve esortare persone che non posseggono alcun potere? Come se si dicesse a qualcuno che è incatenato: « Spostati! ». Così parla la Diatriba. Ma a che serve citare testi biblici che di per loro stessi non provano nulla e che, una volta che si è aggiunta loro una deduzione (vale a dire una volta che si è deformato il loro senso), attribuiscono tutto al libero arbitrio, mentre si trattava solo di dimostrare l’esistenza di una possibilità di sforzo verso il bene che non dovrebbe neppure quello essere attribuito al libero arbitrio. Diremo la stessa cosa del passo di Isaia XLV, v. 22 e di Isaia LII, v. 1 e seguenti e così pure di Geremia XV, v. 19 e di Zaccaria I, v. 3... In tutti questi passi la nostra Diatriba non distingue tra le parole della legge e quelle dell’Evangelo, tanto è accecata, ed ignora ciò che è la legge e ciò che è l’Evangelo. Di tutto il libro di Isaia... la Diatriba non cita neppure una delle parole dell’Evangelo in esso contenute, parole mediante le quali viene offerta agli afflitti ed a quelli che hanno il cuore rotto, la grazia apportatrice di consolazione. Anzi, la Diatriba fa, delle parole di Isaia, parole di legge. Ed allora io domando: Che può fare, in materia di teologia e di esegesi un uomo come Erasmo che non è ancora arrivato a sapere ciò che è la legge e ciò che è l’Evangelo, o che, se lo sa, trascura di tenerne conto? Non può che fare una solenne confusione: mescola il cielo, l’inferno, la vita, la morte e rischierà così di non saper nulla del Cristo... Vediamo ora come la Diatriba tratta quel mirabile passo biblico che è Ezechiele XVIII, v. 23 15. Innanzi tutto - dice la Diatriba - noi troviamo frequentemente ripetute in questo capitolo espressioni come queste: « Se l’empio si ritrae, se l’empio fa... » ecc. Dove sono dunque coloro che negano che l’uomo possa fare qualche cosa? Ammirate dunque questa formidabile conseguenza: la Diatriba aveva intenzione di dimostrare un certo zelo ed un certo sforzo ricollegabili al libero arbitrio, ed ora essa dimostra che grazie al libero arbitrio tutto è compiuto. La Diatriba fa dire ad Ezechiele: « se l’empio si ritrae dal male e compie la giustizia vivrà; dunque l’empio senz’altro farà tutto ciò e può farlo perché ne ha il potere ». Ma Ezechiele indica ciò che deve essere fatto; la Diatriba invece intende il passo di Ezechiele come se la cosa fosse effettivamente già fatta; di nuovo essa ci insegna una nuova grammatica secondo la quale « dovere » ed « avere », « esigere » e « compiere ».« domandare » e « dare » sono sinonimi. Inoltre essa volge a modo suo questa parola evangelica piena di dolcezza: « Non desidero la morte del peccatore » e pone la domanda: « Il Signore potrebbe deplorare la morte del suo popolo se questa morte venisse da Lui? ». Se Egli non vuole la nostra morte, è sulla nostra volontà che occorre fa ricadere intera la colpa e la responsabilità del fatto che siamo destinati a perire... Riconosciamo qui la solfa di Pelagio che attribuisce al libero arbitrio non solo lo zelo e lo sforzo, ma il potere effettivo ed intero di adempiere ai comandamenti. Infatti, come spesso abbiamo già detto, le conclusioni della Diatriba, se provano qualche cosa, provano l’esistenza di questo potere. Ma queste conclusioni sono, così, in contraddizione con la Diatriba stessa che nega questo potere e non accorda al libero arbitrio che uno sforzo verso il bene; e queste conclusioni sono anche in contraddizione con noi che neghiamo totalmente il libero arbitrio. Ma lasciamo da parte la Diatriba e la sua ignoranza ed esponiamo la nostra tesi. P- una parola evangelica ed una assai dolce consolazione per i miserabili peccatori ciò che riferisce Ezechiele XXXII I (v. 11): « Non desidero la morte del peccatore ma che si converta e viva ». Questa frase non è altro che l’annunzio al mondo della misericordia di Dio, misericordia accolta con gioia ed azioni di grazia da quelli che sono tormentati ed afflitti e presso i quali la legge ha già compiuto la sua opera portandoli a riconoscere il loro peccato. Ma quelli presso i quali la legge non ha ancora compiuto la sua opera, quelli che non riconoscono il loro peccato e non temono la morte, quelli disprezzano la misericordia promessa con questa parola. Ma perché certi uomini sono raggiunti dalla legge nella loro coscienza ed altri non lo sono, di modo che i primi accolgono la grazia offerta mentre gli altri la disprezzano? Questa è una questione che non è stata trattata in questo passo da Ezechiele. Egli parla della misericordia di Dio predicata e offerta, ma non parla della volontà nascosta e tremenda di Dio che ordina ogni cosa secondo il suo consiglio e che decide quali uomini e quanti saranno resi partecipi di questa misericordia predicata ed offerta. Questa volontà non bisogna indagarla ma adorarla con timore e tremore come il mistero più venerabile della maestà divina, mistero riservato a Dio solo ed interdetto agli uomini ed assai più recondito di tutte le caverne coriciane... Il ragionamento della Diatriba Il è il seguente: tutte queste esortazioni che noi troviamo nelle Scritture, tutte queste promesse, queste minacce, queste esigenze, questi rimproveri, queste benedizioni e queste maledizioni, così come questi innumerevoli comandamenti sarebbero necessariamente inutili se non fosse in potere di ciascuno di noi di fare ciò che ci è prescritto. Continuamente la Diatriba dimentica ciò che è in questione e tratta d’un argomento diverso da quello propostosi e non si avvede che tutti questi passi citati confutano assai più fortemente la sua tesi che la nostra. Infatti, con l’aiuto di quei passi, la Diatriba prova la libertà dell’uomo e la facoltà di osservare i suoi comandamenti mentre il suo proponimento era di provare che il libero arbitrio non può volere il bene senza l’aiuto della e che può pertanto solo sforzarsi verso il bene ma senza che questo sforzo possa essere attribuito alle sue proprie forze. L’ho già detto molte volte e non sarei obbligato a ripetermi se la Diatriba stessa non ripetesse il medesimo errore sommergendo il lettore sotto un mare di parole inutili. Per terminare, tu citi un passo del Deuteronomio, al cap. XXX, v. 11 e seguenti. Questo passo mostra chiaramente, secondo la Diatriba. non solo che dipende da noi osservare la legge, ma anche che ciò è facile. Ringraziamo la Diatriba per il suo prezioso insegnamento! Se Mosè dice chiaramente che noi abbiamo la facoltà ed chiara anche la facilità di osservare la legge, perché dunque sudar sangue a discutere questa questione? Perché non aver citato subito questo passo e non aver proclamato il libero arbitrio su tutte le pubbliche piazze? A che pro il Cristo? A che pro lo Spirito Santo? Abbiamo finalmente trovato il passo che chiude la bocca a tutto il mondo e che, non contento di affermar chiaramente il libero arbitrio, ci insegna ancora che è facile osservare i comandamenti. Quanto fu stolto Cristo ad aver versato il suo sangue per procurarci questo Spirito, dato che esso non ci è necessario visto che anche senza di lui siamo capaci di osservare i comandamenti! La Diatriba stessa contraddice le sue parole, essa che ha sempre detto che il libero arbitrio non poteva volere il bene senza la grazia. Ed ora, secondo lei, la potenza del libero arbitrio è tale che non solo vuole il bene ma anche può osservare con facilità tutti i comandamenti... Abbiamo parlato di questo passo del Deuteronomio. Ora vogliamo brevemente spiegarlo. Anche se facciamo astrazione dal commento potente che Paolo ne dà in Romani X (v. 6 e seguenti), vedrai che qui non è assolutamente questione di facilità o di difficoltà, di potenza o di impotenza, di libero arbitrio dell’uomo per la osservanza o meno dei comandamenti, salvo che per quelli che, deformando la Scrittura per mezzo delle loro deduzioni e dei loro commentari; la rendono talmente oscura ed ambigua da poterne fare ciò che si vuole. Ma se tu o Erasmo non puoi vedere, ascolta almeno e tocca con mano! Mosè dice: « questo comandamento non è troppo alto da te... non è nel cielo... né di là del mare ». Cosa significa «-troppo alto », « troppo lontano », « nel cielo », « di là dal mare?". Secondo la nostra grammatica queste parole designano non già la qualità o la quantità della forza umana, ma la distanza tra i luoghi... Cosa vuol dunque dire Mosè con queste parole così chiare e luminose, se non che ha compiuto in modo perfetto il suo lavoro di legislatore? Non è colpa sua se gli uomini sono disubbidienti: egli infatti ha insegnato loro tutto ciò che essi dovevano sapere ed ha loro presentato i comandamenti di modo che essi non hanno scuse e non possono pretendere di ignorarli. Se dunque non li osservano, non è per colpa della legge o del legislatore, ma è per colpa loro: infatti la legge è lì, il legislatore ha loro insegnato, essi non hanno la scusa dell’ignoranza e sono colpevoli di negligenza e di disobbedienza. Non è necessario andar a cercare lontano le leggi - dice quel passo biblico - nel cielo o al di là del mare, e tu non puoi pretendere di dire che non le conosci. Esse sono vicine a te, infatti Dio te le ha date per mezzo della mia bocca, tu le hai ricevute nel tuo cuore, preti e leviti le predicano continuamente conformemente alla testimonianza della mia Parola e di questo libro. Non c’è più che una cosa sola da fare: che tu le metta in pratica. - Ti domando perciò con insistenza: in che tutto ciò riguarda il libero arbitrio? Che si esiga da noi di mettere la legge in pratica e che ogni scusa, fondata sull’ignoranza o sull’assenza della legge, ci sia tolta?... Una volta confutato questo, tutti quelli che la Diatriba potrebbe ancora citare si trovano parimenti e di colpo confutati: infatti sono tutti imperativi che non indicano ciò che noi possiamo fare o tacciamo ma ciò che dobbiamo fare e ché-facciamo , ma ciò che dobbiamo fare e che si richiede da noi , onde noi possiamo conoscere la nostra impotenza e possiamo prendere coscienza del nostro peccato... Veniamo ora al Nuovo Testamento... C’è dapprima quel passo di Matteo XXIII (v. 37). La Diatriba dice : se tutto avviene in virtù d’una pura necessità, Gerusalemme non potrebbe a buon diritto rispondere al Signore: « Perché versi tu lacrime vane? Se tu non volevi che noi ascoltassimo i profeti, perché li hai tu inviati? Perché ci reputi tu colpevoli di un peccato che, noi abbiamo dovuto necessariamente compiere a causa della Tua volontà? ». Ecco ciò che dice la Diatriba. Al che io rispondo: ammettiamo per un istante che questa conclusione sia giusta: ... essa proverebbe solo l’esistenza d’una Volontà libera, capace di fare tutto ciò che i profeti hanno predicato. Ma non è questo che la Diatriba s’è proposta di dimostrare. La Diatriba ribatte il concetto secondo il quale, se il libero arbitrio non può volere il bene, sarebbe un non senso imputare agli uomini la colpa di non aver ascoltato i profeti dato che non lo potevano fare con le loro proprie forze... Ma noi ripetiamo ciò che abbiamo già detto: non si deve incominciare a discutere riguardo alla segreta volontà della maestà divina e bisogna allontanarsi da quella ragione umana temeraria e perversa che vorrebbe discuterne. La ragione umana non deve occuparsi di sondare questi misteri della maestà divina che, stando a quel che ne dice Paolo, abita una luce inaccessibile. Si occupi essa - invece - del Dio incarnato o, per parlare come Paolo del Cristo crocifisso nel quale sono nascosti tutti i tesori della scienza e della saggezza. Infatti e’ per mezzo suo che noi abbiamo in abbondanza tutto ciò che dobbiamo sapere o non sapere. E’ questo Dio incarnato che dice:"Io ho voluto e tu non hai voluto ». L’altro passo è quella parola di Matteo XIX (v. 17): « Se tu vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti ». Con che faccia si potrebbe dire « se tu vuoi » se la volontà non fosse libera? Così parla la Diatriba 22. E così parla anche di altri passi, quali Matteo XIX, 21; Luca IX, 23; Matteo XVI, 25; Giovanni XIV, 15 e XV, 7. Riuniamo tutte queste particelle « se » e tutte queste locuzioni imperative onde fornire almeno alla Diatriba un certo numero di parole che essa possa utilizzare. Tutti questi comandamenti - dice essa - sono vani se non attribuiamo alcun potere alla volontà umana: infatti la parolina « se » mal si accorda con la pura necessità. A ciò rispondo: se questi comandamenti sono vani è colpa tua, di te o Erasmo, che affermavi non potersi attribuire nulla alla volontà umana poiché il libero arbitrio non può volere il bene, mentre poi - al contrario - tu s i a che il libero arbitrio può volere tutto il bene. Così il libero arbitrio - secondo te - può nello stesso tempo tutto e nulla: ecco ciò che si dice soffiare contemporaneamente sul freddo e sul caldo... Se la legge ci parlasse di cose che sono impossibili a farsi perché Dio stesso non ce ne dà mai il potere, allora saremmo in diritto di dire che i comandamenti sono stati dati invano. Ma questi comandamenti non ci rivelano soltanto l’impotenza del libero arbitrio: ci mostrano anche la possibilità di osservarli ed adempierli mercé un aiuto esterno, cioè mediante la grazia di Dio. Se accordiamo loro questo significato, possiamo interpretarli così: « Se tu vuoi osservare i comandamenti, vale a dire se tu hai la volontà di osservarli (ma questa volontà non viene da te, ma viene da Dio che la concede a chi Egli vuole), i comandamenti ti preserveranno ». Andiamo ancora più lontano: queste parole - ed in particolare le parole condizionali - sembrano implicare la predestinazione eterna di Dio ed affermano che questa predestinazione è ignorata da noi. « e tu vuoi », « se tu volessi » significano allora: « se tu sei uno di quelli ai quali Dio giudica bene accordare la volontà di osservare i comandamenti », allora questi comandamenti ti salveranno. Questa maniera di esprimersi vorrebbe dire da un lato che noi nulla possiamo e d’altro lato che se facciamo qualche cosa è Dio che opera in noi. Ecco ciò che io direi a quelli che non si accontentano di vedere in queste parole l’affermazione della nostra impotenza, ma pretendono di trovarci la prova di un certo potere di osservare i comandamenti. E così è ben vero che noi non possiamo osservare alcun comandamento, ma è parimenti vero che possiamo osservare tutta la legge, non per le nostre forze ma per la grazia di Dio. La Diatriba, poi, si preoccupa di questo: spesso nelle Scritture è questione di buone e di cattive azioni, di punizioni e di ricompense ed essa Diatriba non può comprendere come tutto ciò si accordi con la pura necessità..... A misura che il libro ingrandisce e che la discussione si svolge, il libero arbitrio continua a crescere. All’inizio possedeva solo un cero zelo per il bene ( ed ancora non per forze proprie) poi e’ divenuto capace di volere il bene e di farlo; ed ora può anche meritare la vita eterna, secondo Matteo V 9 versetto 12): « Rallegratevi e giubilate perché il vostro premio è grande nei cieli ». Il « vostro premio: vale a dire quello del libero arbitrio. E’ così che la Diatriba comprende questa parola, di modo che Cristo e lo -Spirito di Dio non contano niente. Che bisogno, infatti, ci sarebbe del Cristo e dello Spirito Santo se grazie al libero arbitrio noi possiamo compiere buone azioni ed acquistare meriti ? Qui ci sono due punti da considerare: innanzi tutto i comandamenti del Nuovo Testamento ed in seguito il merito. Questi due punti li tratterò ora brevemente, dato che più diffusamente ne ho già parlato altrove . Il Nuovo Testamento contiene essenzialmente promesse ed esortazioni, mentre l’Antico Testamento contiene innanzi tutto leggi e minacce. Infatti nel Nuovo Testamento è l’Evangelo che vien predicato, vale a dire la parola che ci porta lo Spirito Santo e la grazia per la remissione dei nostri peccati, ottenuta per mezzo di Gesù Cristo crocifisso: e tutto ciò gratuitamente per la sola misericordia di Dio il Padre, che ci concede il suo soccorso a dispetto della nostra indegnità, lo concede a noi che meritiamo la dannazione assai più che la grazia. Vengono poi le esortazioni, destinate a stimolar quelli che son già giustificati e che hanno ottenuto misericordia, onde siano sollecitati a portare i frutti della giustizia che è stata data loro per mezzo dello Spirito Santo, onde pratichino la carità mediante le buone opere, onde sopportino senza vacillare la croce e tutte le tribolazioni del mondo. Tale è il sommario del Nuovo Testamento. A qual punto la Diatriba capisca poco queste cose ne abbiamo la prova nel fatto che essa non fa alcuna differenza tra l’Antico ed il Nuovo Testamento: essa non vede infatti nell’uno e nell’altro che leggi e comandamenti destinati ad inculcare agli uomini buoni costumi. Quanto alla nuova nascita, al rinnovamento dell’uomo ed alla sua rigenerazione, a tutto ciò che è opera dello Spirito, la Diatriba l’ignora. t per me oggetto di stupore senza limiti il fatto che un uomo che ha così a lungo studiato la santa Scrittura e con tanto zelo, non la conosca - per così dire - affatto. Dunque, questo versetto: « rallegratevi e giubilate poiché la vostra ricompensa è grande nei cieli » si accorda con il libero arbitrio come la luce con le tenebre! Mediante questa parola, Cristo esorta non già il libero arbitrio, ma gli apostoli, i quali non solo erano giustificati e situati dalla grazia al di sopra di ogni libero arbitrio, ma avevano ricevuto il ministero della Parola, che è il più alto segno della grazia; e con queste parole Cristo li esorta a sopportare le tribolazioni del mondo... Per dire le cose in ‘~breve: quando si tratta del merito e della ricompensa, si :considera sia la dignità dell’opera compiuta, sia la conseguenza che essa produce. Se tu consideri la dignità, non c’è né merito né ricompensa. Infatti, se il libero arbitrio non può volere il bene per se stesso, ma solo per effetto della grazia (noi parliamo infatti di libero arbitrio senza grazia), chi è che non vede che è alla grazia solo che spettano la buona volontà, il merito e la ricompensa?... I figliuoli di Dio, al contrario, non fanno il bene per ottenere una ricompensa, ma per la gloria di Dio e per obbedienza alla sua volontà e sarebbero ancora pronti farlo anche se - caso impossibile - non ci fosse né Regno di Dio, né inferno. Il che è confermato sufficientemente dalle parole del Cristo (Matteo XXV, 34): « Venite, voi che siete benedetti dal Padre; prendete possesso del regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo »... Noi diciamo ancora: è piaciuto a Dio di accordare all’uomo il Santo Spirito per mezzo della Parola onde noi si diventi « collaboratori di Dio » . Dobbiamo annunziare esteriormente ciò che Dio stesso ci suggerisce interiormente, quando e come Egli vuole. Egli potrebbe benissimo anche farlo senza il mezzo della Parola, ma non lo vuole. Chi siamo noi per voler indagare la ragione riposta della volontà divina? Ci sia sufficiente sapere che Dio vuole così, e riveriamo questa volontà, amiamola ed adoriamola, riducendo al silenzio la nostra temeraria ragione... Una cosa è dunque ben stabilita: la ricompensa non dimostra il merito, almeno secondo la Scrittura. In secondo luogo: il merito non dimostra il libero arbitrio, soprattutto un libero arbitrio come la Diatriba ha assunto il compito di dimostrarci e che per se stesso non può volere il bene... Ecco per esempio un bel sofisma . Tu citi queste parole: « Voi li riconoscerete dai loro frutti (Matteo VII, 20) ». Ciò che Gesù chiama « frutti » sono le opere: e le chiama le « nostre » opere. Ma - dici tu - come potrebbero delle opere essere chiamate « nostre » se tutto accadesse per pura necessità? -Ma, ti scongiuro: non possiamo forse noi a buon diritto chiamare « nostre » quelle opere che non abbiamo fatto noi stessi, ma che abbiamo ricevuto da qualcun altro?... La Diatriba poi - allo stesso modo - si prende giuoco della Parola del Cristo sulla croce (Luca XXIII, 34) « Padre, perdona loro perché sanno quello che si fanno ». Mi aspettavo qui una frase che dimostrasse l’esistenza del libero arbitrio; ma di nuovo la Diatriba mi presenta le sue deduzioni. Essa dice: il Signore avrebbe potuto scusarli molto più giustamente se non avessero avuto il libero arbitrio e se non avessero potuto agire altrimenti. Ma questa deduzione non prova quel libero arbitrio che non può volere il bene e del quale si tratta qui; essa prova quel libero arbitrio che può tutto e che tutto il mondo è d’accordo nel negare, salvo i Pelagiani. Quando Cristo dichiara pubblicamente che non sanno quello che fanno, non afferma forse nello stesso tempo che non possono volere il bene?... Tu citi ancora Giovanni I (v. 12) 21: « La Parola ha dato loro il potere di diventare figliuoli di Dio ». Ed ecco come tu comprendi quella frase: « Come potrebbe la Parola dare il potere di diventare figliuoli di Dio se la nostra volontà non fosse libera?_». Ma ecco proprio un testo biblico che come un pesante martello , schiaccia il libero arbitrio (come d’altronde quasi tutto l’Evangelo di Giovanni)! E tuttavia tu lo citi in appoggio al libero arbitrio! Esaminiamo dunque questo testo. Giovanni non parla affatto di alcuna opera umana, grande o piccola che sia, ma parla della trasformazione del vecchio uomo, che è un figlio del diavolo, in un uomo nuovo, che è un ,,figlio di Dio. L’uomo non svolge qui un ruolo passivo; egli non fa nulla, è lo Spirito che fa tutto. Giovanni parla di diventar figli di Dio grazie al potere che ci è dato da Dio e non grazie alla forza innata del libero arbitrio che sarebbe in noi. Ma la Diatriba deduce da questo passo che il libero arbitrio possiede il potere di fare di noi dei figliuoli di Dio: se così fosse questa parola di Giovanni sarebbe, secondo la Diatriba, vana e ridicola... Ma ecco quel che Giovanni vuol dire: con la venuta del Cristo nel mondo e la predicazione del suo Vangelo che ci offre la grazia, non è più richiesta alcuna opera umana , ma gli uomini ricevono questo dono magnifico: il potere di diventare figliuoli di Dio, se vogliono credere... La Diatriba arriva infine a Paolo, il nemico più irriducibile del libero arbitrio. Anche lui è costretto da Erasmo a testimoniare in favore del libero arbitrio . Citi Romani 11, 4 ed esclami: come potrebbe Dio imputare all’uomo il disprezzo della legge se la sua volontà non fosse libera? Come Dio potrebbe invitare a pentirsi se fosse Lui stesso fautore dell’impenitenza? Come la condanna potrebbe essere giusta quando è il giudice stesso che costringe a fare il male? A ciò rispondo: la Diatriba si occupa di questioni che non ci riguardano . Aveva essa stessa dichiarato, conformemente alla sua probabile opinione, che il libero arbitrio non può volere il bene e che è necessariamente schiavo del peccato . Come dunque si può imputargli il disprezzo della legge, se non può volere il bene, se non è libero ma asservito al peccato? ... Tutti questi argomenti le ricadono sulla testa: oppure, se son prova di qualche cosa, provano che il libero arbitrio può tutto, tesi peraltro respinta da tutti i teologi e dalla stessa Diatriba... Queste deduzioni della ragione, tratte dalle citazioni della Scrittura, fan crollare la stessa Diatriba quando afferma che è vano e ridicolo esigere così vivamente dall’uomo ciò che non può fare. Tuttavia lo scopo perseguito dall’apostolo è di condurre con le minacce gli empi e gli orgogliosi a prendere coscienza di loro stessi e della loro impotenza, ad umiliarsi ed a riconoscere il loro peccato, in modo da essere pronti a ricevere la grazia. Che bisogno c’è di recensire una ad una tutte queste citazioni di Paolo? Ed infatti la Diatriba si limita a collezionare tutte le parole imperative o condizionali e cosi pure quelle nelle quali Paolo esorta i cristiani a produrre i frutti della fede. Essa vi aggiunge le sue deduzioni e concede finalmente al libero -arbitrio un tal potere che esso può fare senza la grazia tutto ciò che Paolo prescrive. Ma i cristiani non sono diretti dal libero arbitrio: sono condotti dallo Spirito di Dio, così come dice Paolo in Romani VIII (v. 14); ora « essere costretti a » non vuol dire « condurre » o « agire », ma « essere agiti »... Poi onde nessuno dubiti che è Lutero ad aver detto simile assurdità - la Diatriba cita le sue stesse parole, delle quali io rivendico interamente la responsabilità". Riconosco infatti che la tesi di Wyclif (« tutto avviene per necessità ») è stata a torto condannata dal Concilio di Costanza, o per meglio dire - dalla congiura e dalla sedizione di Costanza. E la stessa Diatriba la difende con me quando afferma che il libero arbitrio non può volere il bene con le sue proprie forze e che è necessariamente schiavo del male, benché poi - nel corso della sua dimostrazione -finisca col dire il contrario. Ma ora basta per quel che riguarda la prima parte della Diatriba nella quale essa s’è sforzata di fondare il libero arbitrio.


SECONDA PARTE


 La, Diatriba pretende che ci sia solo un numero insignificante di passi biblici contro il libero arbitrio ed, anzi, non si sofferma che su due, per di più per sbriciolarli senza gran fatica. Il primo si trova in Esodo IX (versetto 12): « L’Eterno indurò il cuore di Faraone », ed il secondo si trova in Malachia I ( versetti 2 e seguenti ): « Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù». Commentando questi passi nella sua epistola ai Romani Paolo non ha fatto - a giudizio di Erasmo - che un lavoro inutile e gravido di seccature... Qui la Diatriba ha inventato una nuova arte di eludere i passi più evidenti: pretende trovare nelle parole più chiare e più semplici un senso figurato... Noi siamo dell’avviso che per nessun passo scritturale si debbano ammettere deduzioni o figure di stile o sensi figurati.... ma che ci si debba attendere al significato più naturale delle parole, quale risulta dalla grammatica e dall’uso del linguaggio istituito da Dio fra gli uomini...
Bisogna dunque evitare come la peste ogni interpretazione figurata alla quale non siamo obbligati dalla Scrittura stessa . Considerate piuttosto quel ch’è capitato ad Origene, il quale più degli altri ha praticato questa forma tropologica di interpretazione della Scrittura. Così facendo ha fornito argomenti al calunniatore Porfirio a tal punto che lo stesso Girolamo pensa che sia tempo perso difendere Origene. E che cosa è successo agli Ariani. quando, con la loro interpretazione figurata hanno fatto del Cristo un sedicente Dio? E che cosa avviene oggi con questi nuovi profeti che interpretano in modo figurato la parola di Cristo: « questo è il mio corpo », l’uno prendendo come figurata la parola « questo » e l’altro la parola « è » ed un terzo la parola « corpo »? Ho osservato che tutte le eresie e tutti gli errori nell’interpretazione delle Scritture non provengono dalla semplicità  dei termini( così come spesso si sente ripetere ), ma dal fatto che si trascura questa semplicità e si aggiungono interpretazioni figurate partorite dal cervello dei commentatori. Dunque - o Erasmo - tu interpreti questo versetto dell’Esodo: « indurirò il cuore di Faraone » nel modo seguente: « la indulgenza con la quale lo supporto il peccatore conduce certi uomini al pentimento , ma indurisce il cuore di Faraone nella sua cattiveria ». Sta bene. Però la tua affermazione non è sufficiente : abbiamo diritto di reclamare una prova. Parimenti per quel versetto di Paolo in Romani IX, 18: « Egli fa misericordia a chi vuole ed indurisce chi vuole ». Tu l’interpreti così: « Dio indurisce non punendo subito il peccatore; fa misericordia invitandolo al pentimento mediante prove ». Ma come dimostri che questa tua interpretazione è vera?... Per di più eravamo d’accordo di tenere in autorità solo la Scrittura e non anche tale o tal altro dottore. Perché dunque la tua Diatriba, dimentica di questo accordo, tira in ballo Origene e Girolamo, i quali - fra tutti gli scrittori di cose ecclesiastiche - sono quelli che hanno commentato la Scrittura nel modo più malaccorto ed assurdo? Basterà citare un esempio. Girolamo interpreta in tutta libertà i testi sacri a suo modo usando una grammatica nuova ed inaudita che sovverte ogni nozione acquisita. Quando Dio dice: « indurirò il cuore di Faraone », egli cambia il soggetto della proposizione e così traduce: « Faraone indurò il suo cuore a causa della mia indulgenza »... Lo stesso testo di Mosè dimostra in modo irrefutabile che le tue espressioni figurate sono una pura invenzione e non han credito in questo luogo, e che quella parola: « indurirò il cuore di Faraone » ha un significato completamente diverso ed assai più elevato di quello che tu gli dai... Se dunque non esiste che un solo libero arbitrio, identico presso tutti gli uomini e presso tutti parimente impotente, non c’è alcuna ragione perché uno pervenga alla grazia e l’altro no---, tanto più se non si insegna altra cosa che l’indulgenza di Dio che sopporta il peccatore e la punizione di Dio che fa misericordia. Infatti, in questo caso, Dio non eleggerà nessuno e non ci sarà luogo ad elezione divina: non resterà che il libero arbitrio che accetta o respinge la bontà e la collera di Dio. Ma se noi spogliamo Dio del suo potere di elezione, che cosa diventerà Egli se non un idolo della specie della dea Fortuna, simbolo del cieco Destino? Ed infine si potrà dire che gli uomini sono salvati o dannati senza che Dio lo sappia, dato che non avrà scelto con certa elezione quelli che devono essere salvati e quelli che devono essere dannati, ma avrà semplicemente offerto agli uomini la sua indulgenza mediante la quale li sopporta e li indurisce, e la sua misericordia, mediante la quale li imprigiona e li punisce, lasciando loro la cura di scegliere tra salvezza e perdizione - mentre Egli stesso sarà forse partito per andare a banchettare al paese degli Etiopi, per dirla con Omero . Dio diverrebbe così un dio simile a quello dipintoci da Aristotele : un Dio che dorme e che lascia le persone usare ed abusare a loro piacimento della sua bontà e del suo giudizio. E la ragione umana non può giudicar diversamente da come giudica la Diatriba : infatti come essa dorme e disprezza le cose divine parimenti pensa che anche Dio debba dormire e russare e che , trascurando il suo potere di scegliere quelli che ha scelto e trascurando di accordare loro lo Spirito ha abbandonato agli uomini il compito penoso di accettare la sua bontà e la sua collera. Ecco a che cosa giungiamo quando vogliamo misurare e scusare Dio con la umana ragione e quando, invece di rivivere la maestà divina nascosta, cerchiamo di penetrarne il mistero... Cerchiamo tuttavia di capire per quale ragione la Diatriba vede in questo passo dell’Esodo un’espressione figurata. Sembra assurdo - essa dice- che Dio, il quale non e’ solamente giusto, ma anche buono, abbia indurito il cuore di un uomo onde manifestare la sua potenza mediante la cattiveria di quest’ultimo. Perciò la Diatriba ricorre ad Origene il quale riconosce che l’occasione dell’indurimento è stato dato da Dio, ma ne fa ricadere la colpa sul Faraone. Origene nota - inoltre - che Dio ha detto: « Ti ho suscitato onde mostrare la mia potenza» (Esodo IX, 16), ma non ha detto: « Ti ho creato ». Infatti, infatti in questo secondo caso, Faraone non sarebbe stato empio poiché Dio, considerando le sue opere, aveva detto in Genesi 1, 31: « tutto ciò che ho creato è bene ». Così parla la Diatriba... Risponderò ìnnanzitutto dicendo che la prima parola è stata pronunciata prima della caduta, quando ciò che Dio aveva fatto era senz’altro buono. Ma vediamo poi, ben tosto, come l’uomo sia diventato malvagio, come sia stato abbandonato da Dio e lasciato a se stesso. Da quest’uomo divenuto corrotto sono nati tutti gli empi compreso il Faraone, così come dice Paolo(Efesini II,3) " noi pure eravamo per natura figliuoli della collera, come gli altri »... Tu vorresti applicare alle opere di Dio dopo la caduta queste parole:"esse erano molto buone". Ti farò osservare che queste parole sono pronunziate non per noi ma per Dio. Non è infatti detto: « l’uomo vide ciò che Dio aveva fatto e ciò che vide era molto buono ». Parecchie delle cose che sono molto buone agli occhi di Dio sono molto cattive ai nostri occhi. Le afflizioni, i mali, gli errori, l’inferno e anche le migliori opere di Dio sono cattive e condannabili agli occhi del mondo. Che c’è di meglio che Cristo ed il suo Evangelo? Ma che c’è di peggiore per il mondo? Dio solo sa in che cosa ciò che ci pare cattivo è invece fatto per il nostro bene ed anche quelli che vedono con gli occhi di Dio, vale a dire quelli che possiedono lo Spirito, lo sanno... E’ così che Dio indurisce il cuore di Faraone, presentando alla sua volontà malvagia la sua parola e le sue opere, parola ed opere che quest’ultimo detesta a causa del suo peccato innato e della sua naturale corruzione. Ma mentre la sua immaginazione si esalta al pensiero di questa potenza e mentre considera con disprezzo Mosè e la parola di Dio, di più in più s’incaponisce nel suo orgoglio e nel suo disprezzo; e più Mosè lo minaccia, più egli si irrita ed indurisce il suo cuore .. Vedi dunque che questa parola della Bibbia e’ una conferma che il libero arbitrio non può volere che il male, poiché Dio, che tutto sa e che non mente mai, predice con certezza l’indurimento di cuore del Faraone: Egli sa, infatti, che una volontà malvagia non può volere che il male e che quando le si presenta il bene che le e’ contrario non può che diventare ancora più malvagia. Ma c’e’ ancora una obiezione; , si potrà chiedere: perché Dio non sospende l’azione sua onnipotente, azione che mette in moto la volontà degli empi in modo che questa volontà resti cattiva ed anzi lo divenga sempre di più? Risponderò: sarebbe come chiedere che Dio, per un riguardo verso gli empi, cessi di essere Dio; infatti chiedere che la sua potenza e la sua azione cassino e’ come volere che Dio cessi di essere buono onde gli empi non peggiorino. Ma perché Dio non trasforma le volontà cattive che mette in moto? E’ questo uno dei segreti della maestà divina i cui giudizi restano incomprensibili alla nostra ragione. Non è affar nostro indagar questi misteri e dobbiamo accontentarci di adorarli... Vediamo ora il passo dell’epistola ai Romaní (cap. IX, 17) dove Paolo commenta questo testo dell’Esodo. A quali miserevoli arguzie la Diatriba è costretta per non perdere la causa in difesa del libero arbitrio! 7. Certe volte essa dice che si tratta di una necessitas consequentiae e non di una necessitas consequentis; ed altre volte che è una volontà ordinata o significata da Dio, voluntas signi, alla quale si può resistere, e che è una volontà secondo il suo volere, voluntas placiti, alla quale non si può resistere. A volte essa dice che i passi citati di Paolo non si contraddicono e che non parlano della salvezza dell’uomo. A volte la prescienza di Dio presuppone la necessità ed a volte non la presuppone. A volte la grazia previene la volontà, l’accompagna nel suo progredire e le assicura la salvezza finale. A volte è la causa prima che fa tutto ed altre volte essa agisce per mezzo delle cause seconde che intervengono mentre, essa riposa... Noi sappiamo che un’eclisse di sole si produce non perché noi l’abbiamo previsto, ma l’abbiamo previsto perché deve prodursi. Ma che ci importa di questa prescienza? E’ della prescienza di Dio che noi parliamo: se tu non gli riconosci la realizzazione necessaria delle cose da Lui previste, tu abolisci la fede ed il timor di Dio, tu riduci a nulla tutte le promesse e le minacce divine, anzi, tu neghi la stessa divinità. Ma ecco che come un’anguilla tu nuovamente ci sfuggi e dici: invero Paolo non tratta questo problema e biasima chi se ne occupa: « o uomo, chi sei tu per contendere con Dio? » (Romani IX, 20). Quale mirabile scappatoia!... Innanzi tutto Dio è onnipotente non solo per il suo potere ma anche per la sua azione, altrimenti sarebbe un Dio ridicolo. In secondo luogo sa tutto e prevede tutto, perciò’ non può errare ne fallire. Se il nostro cuore e la nostra intelligenza approvano pienamente questi due punti, siamo obbligati d ammettere , per una conseguenza ineluttabile, che non siamo stati creati , per nostra volontà, ma per necessità ; e perciò non facciamo ciò che ci piace in virtù del nostro libero arbitrio, ma ciò che Dio ha previsto da ogni eternità e che fa accadere secondo il suo proponimento ed il suo potere infallibili ed 8immutabili... Ritorno a Paolo. Se in Romani IX non trattasse di ciò che qui ci occupa e non definisse la ineluttabilità che ne viene per noi dalla prescienza e dalla volontà di Dio, perché introdurrebbe allora il paragone del vasaio che, con la stessa argilla, fabbrica vasi di uso nobile e vasi di uso vile?... Sono gli uomini che egli paragona all’argilla e Dio al vasaio. Questo paragone non avrebbe alcun senso e sarebbe stato fatto invano se non volesse significare che noi non siamo liberi. Anzi, tutto quello che Paolo dice circa la grazia e la sua funzione sarebbe inutile e senza oggetto. Qual’e ,infatti , lo scopo che Paolo persegue nella sua epistola? Quello di far vedere che noi non possiamo far nulla, anche quando sembriamo fare il bene... Insomma, la Diatriba tratta questi testi paolinici con tanto timore ed esitazione che la sua coscienza sembra essere in disaccordo con le sue parole. Là dove essa potrebbe e dovrebbe continuare e concludere la sua dimostrazione, si interrompe quasi sempre dicendo: « ma ora basta », oppure : « non esaminerò questo punto nei suoi particolari »... essa lascia la questione in sospeso... Siamo poi costretti ad ammirare l’eleganza con la quale la Diatriba cerca di salvare capra e cavoli, cioè la libertà e la necessità, dicendo:" ogni necessita’ non e’ detto che escluda il libero arbitrio così il Padre genera il Figlio necessariamente e tuttavia liberamente e volontariamente. Ma - dico io - stiamo parlando di necessita’ o di forza maggiore , cioè’ di violenza ? Non abbiamo forse, in tante pubblicazioni dimostrato che si tratta per noi di necessità immutabili e non di forza maggiore, cioè di violenza? Noi sappiamo che il Padre genera volontariamente e sappiamo che Giuda ha tradito il Cristo volontariamente; ma noi diciamo che questa volontà doveva manifestarsi in Giuda in modo certo ed infallibile dal momento che Dio l’aveva previsto... Non ci s’aspettava da Erasmo che sollevasse il proble ma di come si potesse spiegare che la prescienza di Dio sia certa e che tuttavia i nostri atti si presentino contingenti. Questo problema esisteva già ben prima della Diatriba: ma ci si poteva aspettare da Erasmo una risposta ed una definizione. Invece egli si sottrae a quest’obbligo ricorrendo ad un artifizio retorico e ci trascina con lui, noi che nulla sappiamo di retorica, come se la questione fosse senza importanza e si trattasse di mere sottigliezze, e si precipita lontano dalla battaglia, coronato di edera e di alloro. Ma no, fratello mio!... Non sopportiamo che il retore scappi e si dissimuli... siamo giunti al cuore stesso della questione: o il libero arbitrio sarà schiacciato, oppure trionferà... Che m’importa, infatti, che il libero arbitrio non sia costretto ma che faccia volontariamente ciò che fa? Mi è sufficiente che tu conceda che necessariamente fa, volendolo, ciò che fa e che non può comportarsi diversamente da quello che Dio ha previsto Se Dio ha previsto che Giuda deve tradire, o se ha previsto che deve modificare la sua volontà di tradire , quel che ha previsto deve necessariamente prodursi ; infatti se cosi’ non fosse - Dio si sbaglierebbe in quel che prevede , il che è impossibile... Vediamo ora il secondo passo, quello relativo a Giacobbe e ad Esaù, del quale è detto - prima ancora entrambi fossero nati - « il maggiore servirà il minore » (Genesi XXV, 23). La Diatriba elude questo passo dicendo che non concerne propriamente la salvezza dell’uomo: Dio può infatti volere che un uomo sia schiavo e povero - che quest’uomo lo voglia oppure no - senza escluderlo per questo dalla salvezza eterna... Ma Paolo ha forse torto a citare questo passo? . Vogliamo forse, in una discussione così seria, accusar Paolo di ridicolo o di incapacità? ... Paolo prova con questo testo che non è per i meriti di Giacobbe e di Esaù, ma in virtù di una vocazione che è detto a Sara « il maggiore servirà il minore ». Paolo discute la seguente questione: è per ineluttabile necessità o per il merito del libero arbitrio che essi sono giunti a quel che è stato annunziato nei loro riguardi? Dimostra che non è per il libero arbitrio ma solo per la grazia di Colui che li ha chiamati, che Giacobbe è giunto là dove non è giunto Esaù. ... In che cosa il libero arbitrio ha aiutato Giacobbe? In che cosa ha nuociuto ad Esau’? In che cosa ha giovato il libero arbitrio se, in virtù’ della prescienza e della predestinazione divine, era gia’ stabilito, prima ancora che nascessero ed avessero fatto alcunché, quale sarebbe stato il destino di ciascuno, vale a dire che uno doveva servire e l’altro signoreggiare?... In quanto al versetto di Malachia che Paolo aggiunge alla sua citazione (Malachia 1, 2) di Romani IX, 13: « Ho amato Giacobbe ed ho odiato Esaù », la Diatriba la deforma in tre modi. Innanzi tutto: se ci atteniamo alla lettera - essa dice - Dio non ama come noi amiamo e non odia come noi odiamo, anzi non odia alcuno perché una passione del genere non si addice a Dio... Noi sappiamo bene che Dio non ama e non odia come noi: infatti i nostri amori ed i nostri odi sono mutevoli, mentre l’amore e l’odio di Dio sono eterni ed immutabili per natura... Tutto capita quindi in noi necessariamente, a seconda che Dio ami o non ami, per l’eternità; perciò non è solo lo l’amore di Dio, ma anche - il suo modo di amare che produce in noi la necessità... E’ dunque con ragione che Paolo ha citato Malachia in appoggio alle parole di Mosè secondo le quali Dio ha chiamato Giacobbe prima della sua nascita perché lo amava e non perché Giacobbe avesse amato Dio per primo o avesse meritato questa grazia in qualche modo; e ciò onde si potesse constatare, con l’esempio di Giacobbe e di Esaù, di cosa il nostro libero arbitrio fosse capace! In secondo luogo, tu - o Erasmo - ti sforzi di dimostrare che Malachia non sembra parlare dell’odio che danna gli uomini per l’eternità, ma di una afflizione limitata nel tempo. Però, quelli che sono rimproverati - in Malachia -sono gli uomini che volevano ricostruire Edom... e Paolo prova, con questo testo di Malachia, che questa afflizione (per gli Edomiti) non viene da un merito o da un demerito, ma dal solo odio di Dio per Esaù e ne conclude che, perciò, il libero arbitrio non esiste... Dimmi dunque: per quale ragione Dio ha amato Giacobbe ed odiato Esaù? E ciò quando essi non erano ancora nati? Innanzitutto è falso che Malachia parlò solo di una afflizione temporanea: per di più non è della distruzione di Edoni che gli importa. Tu sovverti tutto il pensiero del profeta. Malachia mostra chiaramente qual è il suo proposito: egli rimprovera agli Israeliti la loro ingratitudine verso Dio che li ha amati, es si, per contro, che non lo amano come loro Padre e non lo temono come loro Signore... Non è pertanto la temerarietà degli Edomiti che vien qui biasimata, ma l’ingratitudine dei figli di Giacobbe che non vedono ciò che vien concesso loro e ritirato ai loro fratelli Edomiti, senz’altra ragione che l’odio di Dio per questi ed il suo amore per quelli. Come possiamo dire, in queste condizioni, che il profeta parli d’una afflizione temporanea? Le sue parole mostrano infatti chiaramente che egli parla di due popoli, nati da due patriarchi, l’uno dei quali è gradito e salvato mentre l’altro è reietto ed infine distrutto. Ma gradire o respingere un popolo non vuol dire soltanto accordargli o rifiutargli beni temporali, vuol dire accordargli o rifiutargli tutto. Infatti il nostro Dio non è solo un Dio delle cose temporali, ma anche un Dio delle cose eterne... Il terzo modo che tu hai trovato per eludere i testi di Malachia e di Paolo è dire che, in un senso figurato, il passo di Romani IX, 6 sg., non significa che Dio ama tutti i pagani e che odia tutti gli Ebrei, ma che ama qualcuno e dell’una e dell’altra razza. Mercé questa interpretazione la Diatriba perviene alla seguente conclusione: quando Dio ha odiato uomini non ancora nati, ciò è potuto accadere perché Egli aveva la prescienza delle cose odiose che essi avrebbero fatto; così odio ed amor di Dio non intaccano il libero arbitrio... Ma noi non vediamo alcuna delle immagini figurate, peraltro senza prove, dalla Diatriba. Sappiamo che gli uomini sono rigenerati dalla fede e risospinti al male dall’incredulità e che occorre esortarli a credere, onde non siano nuovamente occasione di caduta. Ma ciò non vuol dire che essi possano credere o non credere in virtù del loro libero arbitrio, ed è precisamente qui che sta il chiodo della questione... Discutiamo per sapere in virtù di qual merito o in virtù di quale opera gli uomini possono pervenire alla fede, grazie alla quale saranno rigenerati, o pervenire all’incredulità per la quale saranno dannati: ciò è affare del dottore. Ma tu, definisci dunque una buona volta questo merito! Paolo insegna che ciò avviene non per merito nostro, ma solo per amore o odio di Dio. E quando ciò accade, egli esorta a perseverare nella fede onde non essere reietti da Dio. Ma questa esortazione non ci mostra quel che possiamo fare, bensì quello che dovremmo fare... La terza citazione è tratta da Isaia XLV, 9: « L’argilla dice forse a colui che la modella: che cosa fai? » e da Geremia XVIII, 6: « Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nella mia mano ». Nuovamente la Diatriba pretende che Paolo dia a queste parole un senso più esteso di quello che esse hanno presso i profeti... Vorrei, innanzitutto, dire questo: Paolo non sembra aver preso questo paragone dai profeti, e la Diatriba non dimostra che l’abbia tratto da loro. Infatti Paolo ha l’abitudine di citare l’autore dal quale trae questa o quella parola della Scrittura: qui, non lo fa. t dunque verosimile pensare che Paolo abbia qui utilizzato, in appoggio alla sua tesi, un paragone assai diffuso... Vale però la pena di vedere come la Diatriba dimostri che questo paragone usato da Paolo non esclude il libero arbitrio. Essa tira in ballo due assurdità, tratte l’una dalla Scrittura e l’altra dalla ragione naturale . Ecco ciò che essa deduce dalle Scritture. Paolo ha detto in Il Timoteo 11, 20: « in una grande casa non ci son soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di terracotta; gli uni sono vasi d’uso nobile e gli altri d’uso volgare ». Ed aggiunge subito: « se dunque qualcuno si conserva puro, astenendosi da queste cose sarà un vaso d’uso nobile, ecc. »... La Diatriba dice che questo discorso ha un senso solo se ammettiamo nei vasi un uso della ragione ed un uso libero... Ma Paolo non ha detto: « se qualcuno si purifica delle sue impurità », ma ha detto: « se qualcuno si purifica da quelle cose », vale a dire dei vasi di uso volgare. Il senso è dunque il seguente: se qualcuno rimane appartato e non si mescola con i maestri di empietà, sarà un vaso d’uso nobile, ecc. ecc. La Diatriba pecca in questo che, trascurando la ragione per la quale il paragone è fatto (che è pur sempre la cosa principale da considerare), si attiene unicamente alle parole. Ma il segno di una affermazione - dice Ilario Il deve essere ricercato non solo nel significato delle parole, ma nel perché di quell’affermazione. Parimenti l’efficacia di un paragone dipende dalla ragione per cui vien fatto. Perché dunque la Diatriba trascura la ragione per la quale Paolo si serve di quel paragone e si sofferma solo su ciò che è estraneo al motivo per cui se ne serve? Quando Paolo dice: « se qualcuno si purifica » si tratta d’una esortazione, ma quando dice: « in una grande casa ci sono vasi, ecc ... . » ciò deve essere interpretato alla luce della sua teologia. Possiamo così comprendere - tenendo conto delle parole e del senso -che Paolo parla di diversità di vasi e di diversità del loro uso. Il senso è allora il seguente: quando tanti uomini si allontanano dalla fede volgendole le spalle, la nostra consolazione risiede unicamente nella certezza che il fondamento posto da Dio rimane saldo perché porta il suo sigillo... La parabola del vasaio in Romani IX ha il medesimo significato. Perciò il paragone di Paolo mantiene tutta la sua efficacia: dimostra che di fronte a Dio il libero arbitrio non esiste. Poi viene l’esortazione: « se dunque qualcuno si conserva puro, ecc... ». Il significato di queste parole appare chiaro alla luce di quel che abbiamo detto più sopra. Infatti non ne risulta che l’uomo abbia il potere di purificare se stesso, ma se questo testo dovesse provare qualche cosa in questo senso, sarebbe che il libero arbitrio può purificarsi anche senza la grazia... 15. Il paragone non è messo, d’altronde, 729 al condizionale, ma all’indicativo: come ci sono eletti e reprobi, così ci sono vasi pregiati e vasi di nessun valore. La seconda assurdità messa in campo dalla Diatriba è presa a prestito alla Signora Ragione, più comunemente chiamata ragione umana: non è il vaso che bisogna accusare ma il vasaio, tanto più che è il vasaio stesso il creatore dell’argilla . Questo vaso, dice la Diatriba, è gettato nel fuoco eterno pur non avendo commesso colpa alcuna se non quella di non essere l’artefice di se stesso. In nessun altro punto la Diatriba si tradisce più apertamente di qui. Essa ripete, infatti, sia pure con parole diverse, ciò che Paolo fa dire agli empi: « Perché biasimi ancora? Chi può resistere alla sua volontà ? ».E’ proprio questo che la ragione non puo ne comprendere né sopportare: è questo che ha scandalizzato tanti spiriti eminenti, riveriti per tanti secoli. Essi pretendono che Dio agisca in modo conforme al diritto umano e faccia ciò che a loro pare sia giusto ; senno’ non e’ piu’ Dio . Che cosa importa loro dei misteri della divina maestà? Egli deve rendere dei conti, dirci perché è Dio, perché vuole e fa questa o quella cosa che non sembra giusta, esattamente come se noi citassimo in giudizio un calzolaio o un fabbricante di cinture. La carne non considera Dio degno d’essere chiamato giusto e buono se dice cose che vanno oltre le definizioni giuridiche del Codice di Giustiniano o del quinto libro dell’Elica di Aristotele... La Diatriba arriva infine ai passi citati da Lutero contro il libero arbitrio ‘. Il primo è quello di Genesi VI, 3: « il mio spirito non dimorerà nell’uomo perché egli non è che carne ». Essa confuta questo passo in diversi modi. Innanzitutto dice che « carne » qui non significa disposizione empia dell’uomo, ma debolezza. Inoltre, aggiungendo del proprio al testo di Mosè, la Diatriba dice che questo versetto concerne gli uomini di quell’epoca e non il genere umano tutto intero... Esaminiamo il testo ebraico: « il mio spirito non sarà sempre giudice nell’uomo, poiché egli non è che carne ». Tali sono i termini dei quali si serve Mosè... le parole sono - mi sembra - sufficientemente chiare ed evidenti. Sono parole di un Dio irritato, come lo dimostra ciò che precede e ciò che segue, in particolar modo la storia del diluvio... Il senso, pertanto, di questo testo di Genesi è il seguente: « il mio Spirito, che è in Noè ed in altri uomini p-li, accusa questi empi con la predicazione e la vita degli uomini pii ». Essere giudice fra gli uomini significa infatti esercitare fra di loro il ministero della Parola, agire, punire, esortare, minacciare sia al momento opportuno, sia in modo inopportuno. Ma ciò invano: gli uomini infatti sono accecati ed induriti nel loro cuore dalla carne; più ricevono l’insegnamento e la Parola, più diventano malvagi. Ed è ciò che ha attirato la collera di Dio ed il diluvio, infatti gli uomini non solo peccavano, ma anche disprezzavano la grazia ,così come dice il Cristo: « la luce è venuta sul mondò-, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce » (Giovanni 111, 19)... La seconda citazione è tratta da Genesi VIII, 21: « 1 pensieri del cuore dell’uomo sono malvagi fin dalla sua giovinezza » ed al capitolo VI (v. 5): « I pensieri del cuore umano ogni giorno si volgono al male ». La Diatriba elude questi passi biblici nel seguente modo 19: l’inclinazione al male esistente presso la più gran parte degli uomini non elimina totalmente il libero arbitrio. Ma - ti supplico - Dio parla forse « della più gran parte degli uomini »? Non parla forse - piuttosto - di tutti gli uomini, dato che, dopo il diluvio, come se si pentissero se, promette agli uomini presenti e futuri di non più far venire il diluvio su di loro, a causa degli uomini? E dà come ragione la seguente: se si dovesse prendere in considerazione la cattiveria degli uomini il diluvio non finirebbe mai... Vedi dunque che prima e dopo il diluvio Dio afferma che gli uomini sono malvagi; e quel « la più gran parte » della Diatriba non ha più senso... La terza citazione è tratta da Isaia XL, 2: « Gerusalemme ha ricevuto dalla mano dell’Eterno il doppio per tutti i suoi peccati ». Secondo Girolamo - dice la Diatriba 21 -si tratta qui della vendetta divina, non della grazia concessa per i nostri peccati. Mi si dice: è opinione di Girolamo, dunque è vera. Ma io mi occupo di Isaia che si esprime in termini molto chiari; ed ecco che mi si oppone Girolamo, un uomo sprovvisto di ogni giudizio e di ogni attenzione... Il passo di Isaia significa non solo la remissione dei peccati ma anche la fine dei « servizio di guerra ». Così, essendo stata abolita la legge che era una potenza del peccato, ed essendo stato perdonato il peccato, che era il dardo della morte 21, essi regneranno, doppiamente liberi, per mezzo della vittoria di Gesù Cristo. Isaia lo dice bene: « per mano dell’Eterno ». Non è quindi per mezzo delle loro forze o dei loro meriti, ma hanno ricevuto tutto gratuitamente dal Cristo vittorioso... Il mio testo di Isaia rimane perciò vittorioso sul libero arbitrio: esso dimostra infatti che la grazia non è concessa per i meriti o gli sforzi del libero arbitrio, ma per i peccati ed i demeriti e che il libero arbitrio, lasciato a se stesso, non può che servire il peccato... Ma qui la Diatriba ricomincia a ragionare: è possibile - essa dice - che per la legge il peccato abbondi e che là dove il peccato abbonda la grazia pure abbondi. Ma da ciò non consegue che, prima di ricevere la grazia, l’uomo non possa. con l’aiuto di Dio, prepararsi moralmente per mezzo di buone opere a questo favore divino... Ma perché la Diatriba dice che l’uomo può, con l’aiuto di Dio, prepararsi alla grazia mediante opere buone? Di che parliamo noi dunque? Del soccorso di Dio o del libero arbitrio? Che c’è, infatti, di impossibile con il soccorso di Dio? Ma, ritorno a quel che ho già detto, la Diatriba disprezza l’argomento di cui tratta... essa cita l’esempio del centurione Cornelio le cui preghiere ed elemosine furono gradite a Dio quando ancora non era stato battezzato e non aveva ancora ricevuto lo Spirito Santo I’. Ho letto anch’io questo racconto negli Atti degli Apostoli, ma non vi ho trovato una sola sillaba dalla quale si possa concludere che le opere di Cornelio siano state moralmente buone senza lo Spirito Santo, così come pensa la Diatriba. Leggo - al contrario - che Cornelio era « giusto e timorato di Dio »: è ciò che Luca dice di lui . Ora, dire di un uomo che non abbia ricevuto lo Spirito Santo, che è « giusto e timorato di Dio » è pressappoco come se si chiamasse Cristo l’Anticristo!... E’ vero che Cornelio non aveva ancora ricevuto il battesimo e non aveva ancora udito predicare Cristo risorto. Ma da ciò dobbiamo concluderne che non aveva ricevuto lo Spirito Santo ? In questo caso dovremmo pure dire che Giovanni Battista ed i suoi genitori, che la madre del Cristo e Simeone non avevano ricevuto lo Spirito. Lasciamo la Diatriba alle sue tenebre opache! La quarta citazione è tratta dal medesimo quarantesimo capitolo di Isaia, v. 6 e seguenti: « ogni carne è come l’erba e tutta la sua grazia è come il fiore del campo. L’erba si secca il fiore appassisce quando il soffio dell’Eterno vi passa sopra ». La Diatriba pensa che è eccessivo vedervi qui un’allusione al libero arbitrio, ed alla grazia". E perché? Perché Girolamo - essa dice - dà alla parola « soffio » il senso di collera ed alla parola « carne » il senso di debolezza umana, debolezza che nulla può di fronte a Dio... Abbiamo già espresso la nostra opinione riguardo a ciò che dice Gerolamo... L’interpretazione del passo che si deve dare è assai più suggestiva: il fiore dei campi è la gloria quale risulta dal successo delle cose corporali. Gli Ebrei si gloriavano del loro tempio, della loro circoncisione, dei loro sacrifici, i Greci si gloriavano della loro saggezza. Dunque, il fiore dei campi e la gloria della carne è la giustizia quale risulta dalle opere e dalla saggezza del mondo. Come può la Diatriba chiamare la giustizia e la saggezza « cose corporali »? Che cosa ha a che fare questo con Isaia che dà lui stesso l’interpretazione delle sue parole dicendo: « certamente il popolo è come l’erba »; non dice: « l’erba è la debolezza umana », ma dice: « l’erba è il popolo »... « Il popolo » - perciò’ - non è solo la carne o la debolezza della natura umana: questa parola racchiude tutto ciò che fa parte del popolo: i ricchi, i sapienti, i giusti, i santi... il « fiore dei campi » designa in effetti la gloria della quale gli uomini si inorgogliscono a causa del regno e dello Stato, ma soprattutto a causa della legge, di Dio, della giustizia e della saggezza, di tutto ciò insomma di cui parla Paolo in Romani II, III e IX, [11, 17; III, l; IX, 4]... Dicendo: « ogni carne è come l’erba » il profeta non esclude nessuno, salvo io Spirito che - appunto - fa seccare l’erba. E quando dice: « il popolo è come l’erba », non tralascia alcun membro « di questo popolo »... Ed ecco ciò che dice Giovanni (111, 6): « quel che è nato dalla carne è carne; e quel che è nato dallo Spirito è spirito ». Questo passo prova in modo irrefutabile che ciò che non è unto dallo Spirito è carne: senza ciò, la distinzione fatta dal Cristo che divide gli uomini in due parti, carne e spirito, non sussisterebbe. Ma tu - o Erasmo - sorvoli rapidamente su questo passo, come se non insegnasse ciò che tu cerchi e corri - secondo il tuo solito - in altra direzione, dopo averlo interpretato così: Giovanni vuol dire che tutti i credenti nascono a nuova vita e diventano figliuoli di Dio, diventano cioè degli dei e delle nuove creature. Non ti preoccupi della divisione stabilita dal Cristo e ti limiti a mettere in risalto lo spirito senza parlar della carne... Allo stesso modo gli Ebrei sostengono che le Scritture non dimostrano ciò che il Cristo, gli Apostoli e tutta la Chiesa hanno insegnato; gli eretici non possono essere in alcun modo istruiti dalle Scritture ed i papisti non hanno imparato nulla dalla Bibbia, benché le pietre stesse proclamassero la verità... Quando tu dici che la parte affettiva dell’uomo non è tutta carnale, ma che c’è una parte dell’uomo chiamata anima ed una parte chiamata spirito che possono sforzarsi verso il bene come han fatto i filosofi insegnando che val meglio morir mille volte piuttosto che commettere azioni vergognose, anche se fossimo sicuri che gli uomini nulla ne saprebbero. e che Dio non ne terrebbe conto, rispondo: colui che non ha la certezza della fede può facilmente credere e dire tutto quello che vuole. Non sono io ma il tuo Luciano che ti domanda: puoi tu mostrarci in tutto il genere umano un uomo solo ( fosse pure due o sette volte migliore di Socrate) che abbia effettivamente fatto ciò che tu dici che essi insegnano? A che conduce tutto questo tuo cianciar senza senso? Come avrebbero essi potuto sforzarsi verso il bene, essi che non sapevano neppure che cosa fosse il vero bene? Forse tu dirai, per citare gli esempi piu’ famosi , che fare il bene è morir per la-propria patria, per la propria moglie ed i propri figli, o sopportare i peggiori supplizi per non mentire o tradire, come fecero Muzio Scevola ed Attilio Regolo. Ma che cosa puoi mostrare presso le persone che hanno compiuto questi atti, se non l’aspetto esteriore delle opere loro? Hai tu forse visto il cuore loro? Ma c’è di più: se consideriamo il puro aspetto esterno dei loro atti, appare evidente che han fatto tutto quello in vista unicamente della loro propria gloria personale, a tal punto’ da non aver scrupoli di vantarsene e di gloriarsene. E’ per orgoglio che i Romani, per loro stessa testimonianza, hanno compiuto tutti questi atti di virtù; e ne è lo stesso per i Greci, per gli Ebrei e per tutti gli uomini. Ma se tutto ciò appare onorevole agli occhi degli uomini, non c’è nulla di più disonesto, più empio e più sacrilego agli occhi di Dio che le azioni compiute non per la gloria di Dio, ma - al contrario - per strappargli quella gloria nel modo più empio ed attribuirsela. Ed infatti essi non sono mai stati così vili come quando le loro virtù rifulgevano in tutto il loro splendore. Come avrebbero potuto agire per la gloria di Dio se ignoravano Dio e la sua gloria? Non che questa non fosse visibile: ma la carne che li spingeva a ricercar follemente la loro propria gloria, non permetteva loro di vederla. Eccolo dunque questo spirito, « principio direttore dell’azione », questa miglior parte dell’uomo che si sforza verso il bene :è lui che priva Dio della sua gloria ed offende la sua maestà e che l’offende tanto più gravemente quanto più l’uomo brilla per le sue proprie virtù. Oserai tu negare, dopo ciò, che questi uomini siano carne e siano dannati a causa della loro empietà?... L’altra citazione che tu riporti è tratta da Geremia 1 (v. 23): « 0 Eterno, io so che la via dell’uomo non è in suo potere e che non è in poter dell’uomo che cammina il dirigere i suoi passi ». Questo testo - dice la Diatriba 21 - Si riferisce più al buon o cattivo esito degli avvenimenti che al libero arbitrio...E’ sufficiente che l’abbia detto Erasmo perché sia vero? Se dessimo ai nostri contraddittori ogni facoltà di fare delle glosse marginali di commento alle Scritture, a quali risultati giungeremmo?... Ammiriamo però questa glossa erasmiana che nega la libertà dell’uomo per sostenere gli avvenimenti temporali e senza importanza e li predica come se fossero avvenimenti divini. P- come se si dicesse: Codro non può pagare uno statère ma può pagare migliaia di pezzi d’oro. Ed ammiro la Diatriba che, dopo aver tanto attaccato la tesi di Wyclif, secondo la quale tutto avviene per necessità, riconosce lei stessa che per noi gli accadimenti avvengono necessariamente... Lo stesso dicasi per questo passo dei Proverbi XVI (v. 1): « all’uomo i disegni del cuore; ma la risposta della lingua vien dall’Eterno ». La Diatriba pretende qui ancora che si tratti dell’esito degli eventi, come se questa affermazione fondata unicamente sulla sua autorità dovesse essere sufficiente... ma vedete la sottigliezza [di Erasmo]: come può l’uomo formulare progetti nel suo cuore se Lutero afferma che tutto avviene per pura necessità? Rispondo: se il destino degli avvenimenti non è in nostro potere - come tu dici - come può l’uomo eseguire i suoi progetti ?... La Diatriba ritorna tuttavia alla sua vecchia litania sostenendo che nel libro dei Proverbi ci sono molti passi in favore del libero arbitrio, quale il seguente (XVI, 3): « rimetti le tue cose nell’Eterno »... Forse che il fatto che ci siano in questo libro verbi all’imperativo ed al congiuntivo e pronomi personali in seconda persona, ciò fonda il libero arbitrio? Per esempio: « rimetti le tue cose nell’Eterno » vuol forse dire che tu puoi veramente rimetterle? Vuol forse dire che effettivamente lo fai? Parimenti questa parola: « lo sono il tuo Dio » significa forse per te: « tu fai di me il tuo Dio? ». « La tua fede ti ha salvato » vuol proprio dire la « tua »? Se sì, allora devi intendere il passo nel senso che tu sei il produttore della tua fede ed allora veramente avrai provato il libero arbitrio... Inoltre, dopo aver detto che le testimonianze raccolte n gran numero da Lutero possono essere interpretate sia pro sia contro il libero arbitrio, la Diatriba cita il testo di Giovanni XV, 5: « Senza di me voi non potete far nulla », passo incontestabile del quale Lutero ha fatto la sua lancia d’Achille 31. Vediamo come la magnifica ed eroica Diatriba si comporta per vincere il mio Achille, lei che fin qui non è stata capace di battere un semplice soldato od anche un Tersite, ma anzi si è miserevolmente ferita lei stessa con le proprie mani. Essendosi dunque impadronita di questa piccola parola « nulla » (« senza di me voi non potete far nulla ») essa la soffoca in un mare di esempi e (con una interpretazione appropriata!) la conduce a significare « poco » o « qualche cosa », corne - cioè - se il senso del passo di Giovanni fosse: « senza di me voi potete tuttavia fare qualche cosa, sia pure imperfettamente », ovvero come se il senso del passo fosse quello che i sofisti gli attribuiscono: « senza di me non potete far nulla perfetto »... Vediamo come la Diatriba riesce a dimostrare che « nulla » vuol dire a qualche cosa ». Innanzi tutto essa tira in ballo Paolo (I Corinzi 111, 7): « Non è colui che pianta che è qualche cosa né colui che innaffia, ma Dio che fa crescere ». Ciò che è in sé di poca importanza ed inutile di per se stesso è chiamato - dice la Diatriba - « nulla ». Da chi, dico io. Da te, o Diatriba, che pretendi che il ministero della Parola sia in sé inutile e di poco conto, mentre dappertutto Paolo lo esalta e lo glorifica particolarmente in II Corinzi 111, 9 dove lo chiama « un ministero di vita e di gloria ». Tu, o Erasmo, confondi gli argomenti e metti sullo stesso piano il « nulla » dell’uomo innalzandolo a « qualche cosa » ed abbassi il tutto della Parola operante nel suo ministro parimenti a « qualche cosa ». Parimenti per il versetto 2 del cap. XIII della I Corinzi: « Se non ho carità non sono nulla ». Non vedo perché la Diatriba citi questo esempio. Infatti colui che non ha carità non è veramente nulla davanti a Dio. t pure ciò che noi insegniamo riguardo al libero arbitrio ... Infatti non parliamo dell’essere della natura, ma dell’essere della grazia (come si dice). Noi sappiamo che il libero arbitrio, per sua natura, può fare qualche cosa: per esempio, mangiare, bere, generare, regnare. Che la Diatriba non venga pertanto a prenderci in giro con un argomento pazzesco come il seguente: « non possiamo neppur pensare senza Cristo se ci ostiniamo a dare un significato assoluto alla parola « nulla ». Infatti io stesso, Lutero, ho riconosciuto che il libero arbitrio non val niente, salvo che per peccare. Ma la Diatriba ama raccontar frottole, anche nelle cose serie... Parimenti per il versetto di Giovanni 111, 27: « L’uomo non può ricevere cosa alcuna, se non gli è data dal cielo". Giovanni parla qui di un uomo che era già qualche cosa; nega che possa attribuirsi alcunché, vale a dire lo Spirito ed i suoi doni; infatti è di ciò che parla e non della natura. Infatti non ha avuto bisogno che glielo insegnasse la Diatriba per sapere di avere occhi, naso, orecchie, bocca, mani, spirito, volontà, ragione e tutto ciò che appartiene all’uomo. A meno che la Diatriba non creda che il Battista, parlando dell’uomo, fosse così matto da pensare al caos di Platone o al vuoto di Leucippo o all’infinito di Aristotele o a qualche altro nulla che sarebbe diventato qualche cosa per un dono del cielo ... Così facendo la Diatriba non cita però alcun esempio, alcun passo biblico nel quale « nulla » sia preso nel senso di « poco » così come si era proposto di fare; in compenso essa dimostra con evidenza di non preoccuparsi di comprendere ciò che è il Cristo e ciò che è la grazia, né di comprendere in che cosa la natura differisce dalla grazia, cosa che pure i sofisti più ignoranti hanno capito: infatti nelle loro scuole questa distinzione era insegnata... Dopo di che la Diatriba si preoccupa solo di mettere giù, un lungo elenco di paragoni , il cui unico scopo è di distogliere l’attenzione del lettore ignorante e di fargli dimenticare ciò di cui si tratta... Noi non discutiamo per sapere ciò che possiamo fare grazie all’azione di Dio, ma per sapere ciò che possiamo fare , in quanto uomini fatti di niente, per prepararci a diventare nuove creature. E’ qui che bisognerebbe rispondere senza cercare diversivi. Ed ecco come noi rispondiamo : come l’uomo - prima della sua creazione - non fa nulla per diventare una creatura, ed una volta creato non fa nulla per restare tale (l’una e l’altra cosa si producono infatti unicamente per volontà di Dio sommamente buono ed onnipotente che ci ha creati e ci conserva in vita senza alcuna nostra partecipazione, di Dio che tuttavia non agisce in noi senza di noi perché ci ha creati e conservati per agire in noi e farci collaborare con lui, sia fuori del suo regno per una onnipotenza generale o nel suo regno per la potenza del suo Spirito), così l’uomo, prima della sua nuova nascita non fa nulla che possa prepararlo a questo rinnovamento ed a questo Regno... Fermiamo qui la nostra difesa dei testi che la Diatriba pretendeva confutare, onde non dare a questo libro proporzioni eccessive. Il resto, se ne vale la pena, lo tratteremo in seguito quando formuleremo le nostre affermazioni teologiche... Non credo - te ne prego, mio caro Erasmo - aver trattato questa questione più con ardore che con ragionamento . Non sopporto tuttavia che mi si accusi di ipocrisia né che si dica ch’io penso in modo diverso da come scrivo e che, nell’ardore della discussione - come tu pretendi Il io mi sia lasciato trascinare a negare il libero arbitrio, mentre prima gli attribuivo un certo qual potere. Non potrai trovar nulla di simile nei miei libri, lo so. Le mie tesi ed i miei trattati, nei quali non ho cessato di affermare che il libero arbitrio non è altro che nulla, non è altro che una parola (res de solo titulo), son sempre lì. Vinto dalla verità, costretto e spinto dalla discussione, ho così espresso la mia opinione. Se sono stato violento, riconosco la mia colpa (se colpa è!) e mi rallegro grandemente che il mondo mi renda questa testimonianza, trattandosi della causa di Dio. Possa Dio stesso confermarmi questa testimonianza il giorno del giudizio! Chi sarà allora più felice di Lutero per aver difeso la causa della verità senza tiepidezza od ipocrisia ma con tutta la passione della quale era capace?... Ma se son parso troppo violento verso la tua Diatriba, perdonami... Chi è sufficientemente padrone di sé da impedire alla propria penna di scaldarsi ed arroventarsi di tanto in tanto? Tu che, per mancanza d’ardore, hai scritto un libro sprovvisto di fiamma, lanci tuttavia spesso strali acuminati al punto tale che un lettore mal disposto ti potrebbe considerare un polemista assai velenoso. Ma tutto ciò non c’entra: dobbiamo perdonarci reciprocamente; infatti noi siamo uomini e nulla d’umano ci è estraneo.


TERZA PARTE


 Arriviamo a quella parte di questo libro, l’ultima, nella quale dobbiamo, conformemente alle promesse, fare avanzare il grosso delle nostre truppe contro il libero arbitrio: ma non le faremo entrare tutte in linea. Come potrebbe un piccolo libro come il nostro compiere uno schieramento def genere quando la Scrittura tutta intera, fino all’ultimo iota, è dalla parte nostra?... Di tutta la nostra grande armata faremo avanzare soltanto due capi con qualcuna delle loro legioni: Paolo e Giovanni l’evangelista.
Paolo, scrivendo ai Romani, comincia così la discussione contro il libero arbitrio ed in favore della grazia (Romani 1, 18): « La collera di Dio si scatena dal cielo contro ogni empietà ed ogni ingiustizia degli uomini che considerano la verità prigioniera dell’ingiustizia »... Che cosa significa ciò se non che sono degni della collera e del castigo divini? E la causa di questa collera sta nel fatto che essi fanno soltanto cose degne di collera e di castigo, vale a dire sono empi ed ingiusti e considerano la verità prigioniera dell’ingiustizia. Dove è dunque questo potere del libero arbitrio capace di sforzarsi al bene?... Quando Paolo parla dicendo « contro tutte le empietà degli uomini », è come se dicesse « contro l’empietà di tutti gli uomini »... Dice infatti, un po più su [in Romani I. 161: « L’Evangelo è potenza di Dio per la salvezza d’ogni credente, del Giudeo prima e poi del Greco »... L’Evangelo della potenza di Dio è pertanto necessario agli Ebrei come ai Greci, vale a dire a tutti gli uomini; affinché credano e siano salvati dalla collera divina... Quali uomini potresti citarci che non siano sottoposti a questa collera quando anche i migliori, Ebrei e Greci, cadono sotto la condanna?... Paolo sottopone tutti gli uomini alla collera di Dio e dichiara che tutti gli uomini sono ingiusti ed empi Questo passo paolinico condanna pertanto con forza il libero arbitrio,’; afferma che, malgrado tutte queste cose eccellenti, cioè la legge, la giustizia, la saggezza e tutte le virtù delle quali possa essere fornito, l’uomo resta empio, ingiusto e degno della collera divina ... Paolo stabilisce una netta linea di divisione: ai credenti la salvezza per mezzo dell’Evangelo; agli altri la collera; i credenti sono dichiarati giusti, gli increduli son dichiarati empi ed ingiusti e sottoposti alla collera divina. Tutto ciò significa che la giustizia di Dio e’ rivelata nell’Evangelo, vale a dire per mezzo della fede: perciò tutti gli uomini sono empi ed ingiusti... Quando Paolo parla dell’Evangelo come di « uno scandalo per i Giudei ed una pazzia per i pagani » [in I Corinzi 1, 23], non esclude nessuno, salvo i credenti. « Per noi - egli, dice - che siamo salvati, la predicazione della croce è una potenza di Dio » (I Corinzi 1, 18)... Non è forse ancora ai più famosi Greci che Paolo fa allusione quando dice che i più saggi fra di loro hanno lo spirito turbato, hanno il cuore immerso nelle tenebre 2 e che le loro discussioni filosofiche non sono state che vane ciancie senza significato? Dimmi, non è forse la suprema saggezza greca quella alla quale Paolo qui si attacca?... Ed è questa saggezza che altrove egli taccia di follia e qui di vanità: infatti più essi progredivano in questa falsa saggezza, più diventavano malvagi al punto che con il loro cuore indurito finirono per adorare degli idoli e si abbandonarono a tutte quelle serie di abominazioni che l’apostolo enumera in Romani 1, 23 e seguenti. Se dunque i più grandi sforzi e l’opera dei migliori fra i pagani sono cose cattive ed empie, che cosa pensare del popolo comune, di quelli, cioè, che erano i peggiori fra i pagani?... Dov’è dunque il libero arbitrio? Tutti - egli dice -Giudei e Greci, sono sotto l’imperio del peccato... Vediamo ora come Paolo dimostra la sua tesi per mezzo della Sacra Scrittura e se le parole ch’egli cita prendono più forza sotto la sua penna che nel testo dal quale sono prese in prestito (Romani 111, 10-12): « non c’è nessun giusto, neppure uno; nessun intelligente, né alcuno che cerchi Dio; tutti sono sviati, tutti sono pervertiti; nessuno fa il bene, neppure uno »... t certo che si tratta qui di tutti gli uomini... Tu vedi dunque: tutti i figliuoli degli uomini, tutti quelli che son sotto la legge, sia i pagani che gli Ebrei, cadono sotto il giudizio di Dio perché sono ingiusti, non intelligenti, perché nessuno di loro cerca Dio e tutti si allontanano da Lui. Ed io credo fermamente che fra i figli degli uomini che vivono sotto la legge si devono anche contare i migliori fra di loro, quelli che si sforzano verso il bene con la forza del libero arbitrio e dei quali la Diatriba pretende che portino dentro di loro il senso innato di ciò che è bene; a meno che tu non pensi che siano figli degli angeli? Come potrebbero sforzarsi verso il bene tutti questi uomini che ignorano Dio, non si preoccupano di Lui e non lo cercano?... Tutto ciò è così chiaro che nessuno può obbiettare alcunché. Ma Erasmo ha l’abitudine di eludere questo passo paolino dicendo che ciò che egli chiama le opere della legge .sono le opere rituali, opere che, di certo, dopo la morte del Cristo conducono alla perdizione. Rispondo: questo è l’errore e l’ignoranza di Girolamo al quale Agostino ha vigorosamente resistito ; ma Dio essendosi ritirato e Satana avendo preso il sopravvento, questo errore s’è sparso sul mondo ed ha persistito sino ai, nostri giorni... Anche se non ci fossero stati altri errori nella Chiesa, questo solo errore era già di per sé così grave e pericoloso da distruggere l’Evangelo; e se una grazia particolare non è intervenuta, di certo Girolamo ha maggiormente meritato l’inferno che il paradiso. Quanto al canonizzarlo e dichiararlo santo, è cosa che non oserei mai fare. Non è dunque vero che Paolo parli soltanto delle cerimonie rituali; altrimenti cosa significherebbe questa discussione la cui conclusione è che tutti gli uomini sono giusti e che tutti hanno bisogno della grazia?... Le cerimonie rituali erano richieste nell’Antico Testamento allo stesso modo con cui era richiesta l’osservanza del Decalogo ed avevano lo stesso valore di quest’ultimo... Ma Paolo dichiara in piena fiducia e con piena autorità [Romani 111, 21 sgg: « Ora - però - indipendentemente dalla legge, è stata manifestata una giustizia di Dio, attestata dalla legge , vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù, per tutti i credenti; poiché’ non vi e’ distinzione ; difatti tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio, e son giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Gesù Cristo, il quale Dio ha prestabilito come propiziazione mediante la fede nel suo sangue ». Tutte queste parole sono altrettanti colpi di fulmine contro il libero arbitrio. In primo luogo: la giustizia di Dio - egli dice - è manifestata senza la legge. Egli distingue tra la giustizia di Dio e la giustizia della legge. Infatti la giustizia della fede vien dalla grazia, senza la legge. Questa espressione « senza legge » non può che significare una cosa sola: la giustizia cristiana sussiste senza le opere della legge, di modo che le opere della legge non servono affatto per ottenerla. E’ ciò che dice subito dopo [v. 28]: « noi pensiamo che l’uomo è giustificato per fede, senza le opere della legge ». Così pure aveva detto prima [v. 20]: « Nessuna carne sarà giustificata davanti a Lui per le opere della legge ». Da tutto ciò risulta evidente che lo sforzo e lo zelo del libero arbitrio non sussistono. Infatti, se la giustizia di Dio sussiste senza la legge e senza le opere della legge, a qual più forte ragione non dovrebbe essa sussistere senza il libero arbitrio? Il più chiaro sforzo del libero arbitrio consiste infatti nel ricercare la giustizia che vien dalle opere della legge e ciò non fa che aumentare la sua cecità e la sua impotenza. Questa piccola parola di Paolo: « senza la legge », sopprime le opere moralmente buone, sopprime la giustizia. morale, sopprime ogni preparazione alla grazia. Inventa pure a tuo piacimento altre facoltà delle quali sarebbe dotato il libero arbitrio, Paolo rimane fermo nella sua opinione e dichiara: la giustizia di Dio sussiste senza tutte queste cose. Ed anche se concedessi che il libero arbitrio possa fare qualche cosa con le sue proprie forze, per esempio compiere buone opere oppure osservare la legge civile o morale, con tutto ciò non potrebbe aver diritto alla giustizia di Dio; e Dio non tiene in alcun conto questo sforzo del libero arbitrio- infatti dice che la sua giustizia dimora senza la legge. Se dunque il libero arbitrio non può accedere alla giustizia di Dio, a che gli servirebbe di poter giungere, con le sue opere ed i suoi sforzi (se fosse possibile), alla santità degli angeli? Penso che queste parole non siano né ambigue né oscure e non autorizzano alcuna interpretazione figurata. Infatti Paolo distingue chiaramente due tipi di giustizia: quella della legge e quella della grazia e dichiara che la seconda ci è data senza la prima e senza le opere di giustizia umana, mentre la prima non può giustificarci senza la seconda. Vorrei ben sapere come si possa ancora, dopo tutto ciò, difendere il libero arbitrio! L’altro colpo di fulmine è quella parola di Paolo che dice la giustizia di Dio esser manifestata e messa in opera per tutti quelli che credono in Gesù Cristo, senza distinzione. Di nuovo Paolo divide molto chiaramente il genere umano in due categorie: ai credenti egli concede la giustizia di Dio, ai non credenti la ritira... E non è neppure inoffensivo il colpo di fulmine che Paolo lancia in Romani 111, 23: « tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio; e non c’è distinzione ». Io ti domando - o Erasmo -: è possibile esprimersi più chiaramente di così?... Se dunque lo sforzo o lo zelo del libero arbitrio non fossero peccato ma trovassero grazia agli occhi di Dio, giustamente esso potrebbe gloriarsi e dire in tutta fiducia: ciò piace a Dio, Dio è favorevole ai miei propositi, li approva o - per lo meno - li tollera e li perdona. Tale è, infatti, la gloria dei fedeli del Signore e quelli che godono di questa gloria non son confusi davanti a Dio. Ma è proprio questo che Paolo nega affermando che il libero arbitrio ed i suoi poteri sono privi di questa gloria. D’altronde ciò è anche provato dall’esperienza. Interroga tutti quelli che si sforzano in virtù del libero arbitrio e cerca di mostrarmene uno solo che possa dire seriamente e dal profondo del cuore, pensando al suo zelo ed ai suoi sforzi: « So che ciò piace a Dio ». Se ci riesci ti concedo la palma della vittoria. Ma so che non ne troverai neppure uno. Se dunque questa gloria viene a mancare, di modo che la coscienza non osa affermare con certezza che ciò che fa piace a Dio, è certo che essa non è gradita a Dio. Infatti la coscienza possiede ciò in cui crede. Orbene, essa non crede con certezza di piacere a Dio, il che sarebbe pur necessario; infatti il delitto di incredulità è appunto quello di dubitare del favore di Dio, il quale vuole che si creda con fede certa alla sua grazia. Perciò noi possiamo dimostrare, per mezzo della testimonianza della loro stessa coscienza, che il libero arbitrio di coloro che lo affermano, privo com’è della gloria di Dio, è perpetuamente colpevole del delitto di incredulità, a dispetto di tutto lo zelo e di tutti gli sforzi che esso compie. Ma che cosa dicono i difensori del libero arbitrio di quel che segue [v. 24, sempre di Romani III]: « essi son giustificati gratuitamente per la sua grazia »? Che cosa significa « gratuitamente »? Che cosa vuol dire « per la sua grazia »? Come possono andar d’accordo sforzo e merito con il dono gratuito? Forse essi diranno che concedono molto poco al libero arbitrio e che in ogni caso non gli attribuiscono un merito sufficiente per ottenere la grazia (nierittim condignum). Ma son parole vuote. Infatti ciò ‘ che si vuole dal libero arbitrio è che permetta di riconoscere un posto al merito. Ed è proprio questo che la Diatriba non ha cessato di chiedere: se non ci fosse libero arbitrio, come potrebbero esserci ricompense? E dove andrebbe a finire la ricompensa se si può essere giustificati senza meriti? Paolo risponde dicendo che non c’è merito, ma che tutti quelli che sono giustificati lo sono gratuitamente e che ciò deve essere attribuito alla sola grazia di Dio. Se la giustizia è data gratuitamente, il Regno di Dio e la vita eterna sono anche dati gratuitamente. Dove è dunque lo sforzo? Dove è lo zelo? Dove sono le opere del libero arbitrio? Dove sono i suoi meriti? A che serve tutto ciò? Tu non puoi qui tirare in ballo l’oscurità o l’ambiguità: parole e cose sono assolutamente semplici e perfettamente chiare. Ammettiamo che essi non attribuiscano al libero arbitrio che un assai piccolo potere: essi insegnano tuttavia che noi possiamo ottenere grazia e giustizia per mezzo di questo piccolo potere. E quando si tratta di sapere perché Dio giustifica uno ed abbandona al suo destino un altro, essi non possono rispondere altrimenti che affermando il libero arbitrio: nel caso dell’uno esso s’è sforzato verso il bene, nel caso dell’altro, invece, non si è sforzato e Dio perciò ha guardato al primo con occhio favorevole proprio per questo suo sforzo ed ha disprezzato, per l’opposta ragione, l’altro; sarebbe infatti ingiusto se non agisse così. E benché pretendano, con la parola e con gli scritti, che non riusciamo ad ottenere la grazia in virtù di un merito sufficiente di per sé (meritum condignum) e benché non usino neppure questo termine, ci ingannano con una parola e mantengono la sostanza della cosa... Ai difensori del libero arbitrio capita, conformemente al proverbio, di cadere dalla padella nella brace. Infatti nel loro sforzo per distinguersi dai Pelagiani cominciano e con il negare il merito sufficiente e, con gli stessi argomenti usati per negarlo affermano questo merito in modo ancora più forte; lo negano a parole e con gli scritti, ma lo affermano dal fondo del cuore e così son due volte peggiori dei Pelagiani. Infatti i Pelagiani affermano e confessano il merito sufficiente con tutta semplicità, con tutto candore e con tutta ingenuità. Essi un gatto lo chiamano gatto, un fico fico ed insegnano ciò che pensano. I nostri avversari - invece - benché pensino ed insegnino la stessa cosa ci ingannano con parole e menzognere e con false apparenze; come se non fossero d’accordo con i Pelagiani. Così, stando al loro modo di presentarsi, si potrebbe crederli i più grandi nemici dei Pelagiani; ma se consideriamo i loro veri sentimenti, essi sono doppiamente Pelagiani. Infatti questi ultimi non dicono che c’è in noi un veramente piccolo potere capace di procurarci la grazia, ma riconoscono al nostro zelo ed alle nostre opere la pienezza e la perfezione necessarie per ottenerla. I nostri avversari, invece,. dicono che è sufficiente una forza minima e quasi inesistente per meritarci la grazia. Se c’è errore, quello dei Pelagiani è più onorevole e meno orgoglioso: infatti essi sostengono che la grazia costa cara e che è preziosa, mentre gli Erasmiani sostengono che essa si acquista a vile prezzo, ne fanno qualche cosa di disprezzabile ed a portata di tutti. Ma Paolo li schiaccia tutti insieme, con una parola sola, quando dice che tutti sono giustificati gratuitamente, vale a dire senza le opere della legge. Affermando infatti questa gratuita giustificazione per tutti quelli che devono essere giustificati, egli non lascia sussistere né opere, né preparazione, né merito - si tratti di un meritum condignum o di un meritum congruum - e tartassa sia i Pelagiani col loro merito totale, sia i sofisti umanisti col loro merito minuscolo. La giustificazione gratuita non ammette uomini giustificati dalle opere perché c’è una contraddizione evidente tra il dono gratuito e l’acquisizione per mezzo delle opere. Inoltre, la giustificazione gratuita non fa eccezione per nessuno, così come Paolo dice al capitolo XI, 6: « se è per grazia, non è più per opere, altrimenti la grazia non sarebbe più grazia ». Dice parimenti al capitolo IV, 4: « a chi opera, la mercede non è messa in conto di grazia, ma di debito ». Così Paolo trionfa sul libero arbitrio e, con una sola parola, rovescia due poderose armate. Infatti se siamo giustificati senza le opere, tutte le opere sono condannabili siano esse grandi o piccole, Paolo non ne esclude alcuna ma le fulmina ugualmente tutte... E’ dunque evidente che nessun uomo può in alcun modo ottenere giustizia per mezzo delle proprie opere e che nessuna opera, nessuno zelo, nessun proposito del libero arbitrio ha un qualche valore davanti a Dio... La vera giustizia è quella della fede: essa non risiede nelle opere, ma nel favore di Dio che ce la concede per grazia. Osserva con quale forza Paolo insiste sul verbo « mettere in conto », quando egli ripete e sottolinea questo concetto [Romani IV, 4 sgg).. In breve, Paolo contrappone colui che fa le opere a colui che non le fa e non lascia sussistere nessuno tra i due, affermando che la giustificazione del peccatore è accordata da Dio non a colui che compie le opere, ma a colui che non le compie purché abbia la fede... Sorvolo rapidamente sugli argomenti più forti che noi possiamo invocare, tratti dal piano dell’opera salvifica della grazia, della promessa divina, dell’efficacia della legge, del peccato originale e dell’elezione divina. Ciascuno di essi sarebbe sufficiente ad abolire il libero arbitrio. Infatti, se la grazia ci viene in virtù del disegno di Dio o della sua predestinazione deve venire in modo necessario e non per effetto del vostro zelo o del nostro sforzo, così come abbiamo già detto. Parimenti, se Dio ha promesso la grazia prima della legge - come dice Paolo sia in Romani che in Galati - essa non viene né dalle opere né dalla legge, altrimenti la promessa non servirebbe a nulla. Ed anche la fede non servirebbe a nulla (quella fede per mezzo della quale Abramo è stato pur giustificato prima ancora che esistesse la legge) se le opere avessero un valore... Vorrei qui avvertire i difensori del libero arbitrio onde sappiano bene quanto segue: essi, affermando che il volere degli uomini è libero, negano Cristo. Infatti, se io posso ottenere la grazia con le mie proprie forze, che bisogno c’è della grazia di Cristo? E’ d’altra parte, cosa mi mancherebbe se possedessi la grazia di Dio? Ma la Diatriba dice - e con essa tutti i sofisti - che noi otteniamo la grazia di Dio con il nostro sforzo e che possiamo prepararci a riceverla non già - è vero - mediante uno sforzo de condigno, ma mediante uno sforzo de congruo. Ho già, infatti, detto più sopra che questa distinzione tra il meritum condignum ed il meritum congruum è fatta di parole vuote di senso. In realtà essi pensano al meritunì condignum e così si rendono colpevoli di una empietà più grande ancora di quella dei Pelagiani, come ho già detto... Ascoltiamo ancora un esempio di libero arbitrio. Nicodemo è un uomo che, a colpo sicuro, non lascia nulla a desiderare sotto questo aspetto 1’. 1 suoi sforzi ed il suo zelo non sono forse esemplari? Egli contessa che Gesù è veramente il Cristo e che è venuto da Dio, proclama i suoi miracoli, viene di notte per ascoltare ancora il Maestro ed intrattenersi con lui. Quest’uomo non sembra forse essersi applicato, con tutta la forza del suo libero arbitrio, alle cose che concernono la pietà e la salvezza? Ma ecco ciò che gli capita. Quando ode il Cristo insegnargli la vera strada della salvezza mediante la nuova nascita, riconosce egli forse questa verità? Confessa egli forse di averla cercata? No, anzi: la verità provoca in lui un così gran turbamento ed una così gran repulsione da dichiarare di non comprenderla e di doversene allontanare tanto gli pare assurda ed impossibile: « Come - egli dice infatti - possono avvenire queste cose? ». E ciò non ha nulla di sorprendente. Chi ha mai inteso dire che l’uomo deve nascere di nuovo per mezzo di acqua e di Spirito per essere salvato? Chi ha mai pensato che bisognava che il Figlio di Dio fosse innalzato affinché chiunque credesse in Lui non perisse ma avesse la vita eterna? 1 filosofi più penetranti e più acuti di tutti han mai sognato una cosa simile? I capi di questo mondo han mai riconosciuto una verità di tal fatta? Un uomo che sia uno ha mai messo in opera il suo libero arbitrio per afferrare una verità di tal genere? Paolo non dice forse trattarsi di una verità affatto misteriosa e nascosta preannunziata è vero dai profeti, ma rivelata solo dall’Evangelo, di modo che per tutta l’eternità è rimasta nascosta ed ignorata dal mondo? E che dirò ancora? Rifacciamoci all’esperienza: il mondo intero, la stessa ragione umana, lo stesso libero arbitrio sono obbligati a confessare di non aver conosciuto il Cristo e di non aver inteso parlare di Lui prima che l’Evangelo fosse diffuso nel mondo. Se il mondo non lo ha riconosciuto, a più forte ragione non poteva cercarlo o sforzarsi verso di Lui. Ora, Cristo è la via, la verità, la vita e la salvezza... Il Cristo dice ancora in Giovanni VI [v. 44]. « nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira ». Che spazio viene ancora lasciato qui al libero arbitrio? Egli dice infatti che ogni uomo deve essere istruito dal Padre, che noi dobbiamo essere ammaestrati da Dio stesso. Ci insegna dunque non solo che le opere e lo zelo del libero arbitrio sono vani, ma anche che la parola stessa dell’Evangelo (di cui qui si tratta) è intesa invano se il Padre stesso non la pronunzia in noi e non ce la insegna. « Nessuno - egli dice - può venire a me »: infatti questa benedetta forza, in virtù della quale l’uomo potrebbe tendere a Cristo, vale a dire alle cose che conducono alla salvezza, il Cristo afferma che non esiste. Parimenti, il passo di Agostino che la Diatriba cita 13 per criticare ed indebolire questo testo molto chiaro e forte non è che giovi molto al libero arbitrio. Secondo il, paragone usato da Agostino, Dio ci attira come noi attiriamo un agnello mettendogli davanti al muso un verde ramoscello. Questo paragone dovrebbe provare che c’è in noi una forza capace di rispondere all’appello di Dio. Ma, in pratica, nel caso specifico, esso non prova un bel niente! Infatti Dio non ci presenta un beneficio isolato, ma tutti i suoi benefici. Cristo stesso, cioè il proprio Figliuolo; e tuttavia nessuno risponde a questo invito, a meno che il Padre stesso non lo attiri in altro modo, interiormente; anzi, il mondo intero perseguita il Figliuolo che il Padre gli presenta. Per contro, il paragone si attaglia perfettamente ai credenti, che sono pecore e conoscono il loro pastore, essi sono condotti e vivificati dallo Spirito e vanno là dove Dio li vuol condurre. Ma l’empio non va, nemmeno dopo aver udito la Parola; a meno che il Padre non l’attiri interiormente e non lo istruisca: è ciò che fa concedendogli lo Spirito Santo. Ma, appunto, questa è una nuova maniera di attrarre, non più esteriore ma interiore. Cristo è rivelato all’uomo per mezzo dell’illuminazione dello Spirito che lo trascina verso Cristo con una dolce violenza; e l’uomo subisce l’azione di Dio, assai più che non la ricerchi lui stesso... Insomma, poiché la Scrittura predica dappertutto Cristo opponendolo, con una antitesi costante, a tutto ciò che Cristo non è, dicendo che tutto ciò che è senza lo Spirito del Cristo è sottoposto a Satana, all’empietà, all’errore, alle tenebre, al peccato, alla morte ed alla collera di Dio, tutti i passi della Scrittura che parlano del Cristo testimoniano contro il libero arbitrio. Orbene, questi passi sono innumerevoli e formano quasi tutta la Scrittura... Non mi fermerò sulla mia arma preferita, vero giavellotto d’Achille, dato che la Diatriba l’ha accuratamente evitato, vale a dire Romani VIII [v. 14 sg.] e Galati V [v. 16 sg.]. Paolo insegna che presso gli uomini santi e pii lo spirito e la carne si combattono così violentemente da non riuscire a fare quello che vogliono. Ne concludo quanto segue: se la natura umana è così cattiva, anche presso quelli che sono stati rigenerati dallo Spirito, da non sforzarsi verso il bene, non solo, ma - anzi - da combatterlo ed opporsi a lui, come potrebbe dunque sforzarsi verso il bene in quelli che non sono ancora stati spogliati del vecchio uomo e sono ancora sottoposti a Satana? Infatti Paolo non parla solo delle più grosse debolezze della carne, in virtù delle quali la Diatriba cerca di eludere le affermazioni scritturali, ma enumera fra le opere della carne l’eresia, l’idolatria, i dissensi, le dispute, che regnano soprattutto nelle parti più nobili dell’uomo, vale a dire la ragione e la volontà. Se dunque la carne combatte in tal modo contro lo spirito presso i santi, combatterà ancor più accanitamente contro Dio presso gli empi e nel libero arbitrio. Perciò Paolo chiama tutto ciò in Romani VIII [v. 71 « inimicizia contro Dio ». Vorrei ben vedere come si potrebbe indebolire questo argomento o difendere col suo mezzo il libero arbitrio... Darò un esempio per affermare la nostra fede e dare coraggio a quelli che sospettan Dio d’iniquità. Dio governa questo mondo corporeo nelle cose esterne in modo tale che se ci si uniforma al giudizio della ragione umana si è obbligati a dire o che Dio non esiste, oppure che è ingiusto. Come dice il poeta: « spesso son portato a credere che gli dèi non esistano »... Proprio qui che i più grandi spiriti sono incespicati e son giunti a negare Dio e ad immaginare che tutto accada per caso, come han fatto gli Epicurei e Plinio. Lo stesso Aristotele, trattando della sostanza prima, pensa che Dio non veda altro che se stesso, perché gli pare molto difficile ammettere che Dio possa tollerare tanti mali e tante ingiustizie... Eppure, questa ingiustizia di Dio, che è tanto probabile ed appare suffragata da argomenti irrefutabili dalla ragione e dal lume naturale, è completamente abolita dalla luce dell’Evangelo e dalla conoscenza della grazia che ci insegnano gli empi non prosperare che materialmente, ma essere l’anima loro dannata. Questa questione insoluta è brevemente risolta in una parola: c’è, dopo la vita presente, un’altra vita nella quale ciò che non è stato punito o ricompensato in questa vita sarà punito o ricompensato in quella; infatti questa vita presente non è che il segnale premonitore o, meglio, l’inizio della vita futura. Se dunque la luce dell’Evangelo, la quale non agisce che per mezzo della Parola e per mezzo della fede, è tanto potente da risolvere così facilmente questa questione dibattuta ma non risolta per tanti secoli, che pensi tu che accadrà quando la luce della Parola e della fede avrà lasciato il posto alla stessa realtà ed alla divina maestà che si rivelerà? Non credi tu che allora la luce della gloria risolverà facilmente una questione insolubile alla luce della Parola e della grazia, così come la luce della grazia risolve facilmente una questione insolubile alla luce della natura? Ci sono tre lumi: quello della natura, quello della grazia e quello della gloria, secondo la distinzione comune mente ammessa. Alla luce della natura è incomprensibile che il buono sia provato e che ii cattivo prosperi... Ma questa questione è risolta dalla luce della grazia. Alla luce della grazia è incomprensibile che Dio condanni un uomo che, per le sue proprie forze, non può fare altro che peccare e rendersi colpevole. Su questo punto, la luce della natura e la luce della grazia van d’accordo nel dire che la colpa è non dell’uomo miserabile, ma di Dio che è ingiusto; infatti e’ se non possono portare altro giudizio su Dio, il quale ricompensa gratuitamente e senza merito un uomo empio, ma condanna un altro uomo che non è, forse, né più né meno empio. Ma la luce della gloria dice tutt’altra cosa: essa dimostra che il giudizio di Dio, che ci appare oggi incomprensibile, è l’espressione d’una perfetta giustizia e di una giustizia evidente, purché noi la crediamo tale veramente fin d’ora, resi edotti dall’esempio della luce della grazia che compie un miracolo simile nei confronti della luce naturale.

CONCLUSIONE

 Concludo qui questo libro, pronto, se ce ne fosse bisogno, a trattare ancora questa questione in altre opere; ancorché pensi di averne detto abbastanza per gli uomini pii e per quelli che sono disposti a cedere alla forza della verità. Se infatti noi crediamo che Dio preveda e preordini tutte le cose, non può ingannarsi né essere ostacolato nella sua prescienza e nella sua predestinazione; dunque, nulla può verificarsi se non secondo il suo volere. La ragione stessa è obbligata ad ammetterlo. Dunque, secondo la stessa testimonianza della ragione, non può esserci libero arbitrio né presso l’uomo, né presso gli angeli, né presso alcuna creatura...
Quanto a te, mio caro Erasmo, ti prego in nome di Cristo, di mantenere la tua promessa: hai promesso di cedere di fronte a colui che ti avrebbe insegnato la migliore dottrina I. Rinunzia al rispetto umano. Lo riconosco: sei un uomo eminente, che Dio ha dotato dei doni più numerosi e più nobili, fra i quali menzionerò (per non citare che quelli) l’intelligenza di spirito, la cultura ed una eloquenza miracolosa. Quanto a me, non sono niente, salvo che - forse - potrei vantarmi d’essere un cristiano. Inoltre ti lodo e te ne vanto: sei stato il solo a trattare il punto essenziale dell’argomento e di non avermi seccato con questioni estranee al dibattito, come il papato, il purgatorio, le indulgenze o altre simili fandonie con le quali quasi tutti gli altri han tentato di accalappiarmi. Tu solo hai ben visto il punto cruciale della questione, tu solo l’hai trattato; e te ne rendo grazie dal fondo del cuore. Infatti mi occupo volentieri di queste cose quando ne ho il tempo e l’opportunità... Benché tu possa trattar questo argomento altrimenti di quanto l’hai fatto nella tua Diatriba, mi auguro vivamente che tu, accontentandoti dei tuoi doni, coltivi, favorisca e faccia progredire le lingue e le lettere, come hai fatto fin qui con molto successo e molte lodi. 1 servizi che tu mi hai reso con questi tuoi studi non sono affatto trascurabili; lo riconosco: ti devo molto, e per questo ti ammiro sinceramente. Ma Dio non ha voluto che tu fossi all’altezza dell’argomento trattato e non ti ha concesso i mezzi per adeguatamente parlarne. Ti prego di non vedere in queste parole alcuna arroganza. Prego, anzi, il Signore di renderti presto a me superiore in questo campo teologico, così come tu lo sei già negli altri, specie nel campo filologico. Che Dio si serva di Jethro per istruire Mosè o di Ananias per insegnare a Paolo: ciò non sarebbe affatto una novità... Tu dici di non aver voluto enunciare affermazioni, ma solamente istituire paragoni I. Ma io ti dico: non si scrivono cose simili se si ha ben penetrato e-ben colto il significato della questione. Quanto a me, non ho, in questo libro, stabilito paragoni: HO AFFERMATO ED AFFERMO. Non voglio lasciare a nessuno la fatica di pronunziare un giudizio, ma consiglio a tutti di praticare l’obbedienza alla Parola di Dio. Che il Signore, del quale qui si tratta, ti illumini e faccia di te un vaso pregevole per la Sua gloria.
Amen.