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IL CONTRIBUTO ITALIANO ALLA RIFORMA:

Lorenzo Valla

(Roma 1407-1457)



Normalmente si pensa alla Riforma come a un movimento concepito, nato e cresciuto al di fuori dei confini d’Italia. La figura di Lorenzo Valla ci permette di prendere atto che al suo concepimento hanno partecipato in realtà anche personalità di spicco del nostro Paese. Che poi la nascita e la crescita siano avvenute altrove è ovviamente dovuto alla pressione, molto spesso anche violenta, esercitata dal cattolicesimo attraverso l’Inquisizione.



Premessa
Dei molti affluenti che portarono il loro contributo al grande fiume della Riforma il più importante fu l’umanesimo rinascimentale. Per quanto la Riforma abbia avuto inizio nelle città della Germania settentrionale e della Svizzera, ci sono ottime ragioni per ritenere che essa sia stata il frutto inevitabile di quanto era accaduto in Italia nel 16° secolo, che sfociava nel movimento sempre più ampio a noi conosciuto con il nome di “Rinascimento Italiano”.


L’Umanesimo: “Ad Fontes, ritorno alle fonti”

Quando uno scrittore di oggi usa la parola “umanesimo” ci si sente quasi obbligati a pensare che si riferisca a una filosofia antireligiosa che afferma la dignità dell’uomo senza alcun riferimento a Dio. Il termine ha acquistato una forte connotazione di laicismo, persino di ateismo. Per gli umanisti dei secoli 14°, 15° e 16° tale concezione era del tutto sconosciuta, essi erano molto religiosi e interessati senza dubbio al rinnovamento della Chiesa, piuttosto che alla sua soppressione. Il termine “umanesimo“ aveva nel ‘500 un significato molto diverso da quello che ha acquistato oggi.
Allora indicava un tipo di istruzione che dava largo spazio ai classici greci e latini e in anni recenti hanno dominato due linee interpretative: la prima considerava l’umanesimo come un movimento dedicato all’erudizione e alla filosofia classica; la seconda lo considera come la nuova filosofia del Rinascimento. Il programma letterario e culturale dell’umanesimo si può riassumere nello slogan: “Ad fontes, cioè tornare alle fonti originarie. Si sorvola lo squallore del periodo medievale per recuperare le glorie intellettuali ed artistiche del periodo classico.
Il filtro dei commentatori medievali è abbandonato per tornare ad affrontare direttamente i testi originali.

Lo slogan “ad fontes, applicato alla chiesa cristiana, implicava un ritorno al confronto diretto con i testi fondamentali del cristianesimo, quelli patristici, ma soprattutto quelli biblici. L’età apostolica, l’ “età dell’oro” della Chiesa, poteva tornare ad essere una realtà attuale. L’unico problema era rappresentato dalla mancanza di testi originali. Erasmo da Rotterdam ha risolto in parte questa mancanza.

Erasmo da Rotterdam

Umanista europeo influenzato largamente dall’umanesimo italiano. Erasmo è stato letteralmente messo da parte dalla Riforma, personaggi come Lutero, Calvino, Bucero, Zwingli, sono di gran lunga più rinomati. È vero che l’influenza di Erasmo su Lutero e Calvino sia minore di quanto si potrebbe pensare, tuttavia molti altri riformatori come Zwingli e Bucero, subirono fortemente il suo ascendente. Il contributo di Erasmo al pensiero della Riforma va dunque esaminato con una certa attenzione.
Erasmo compose una grandissima opera che esercitò una influenza preponderante: Enchiridion Militis Christiani (Manuale del soldato cristiano). Quest’opera esponeva una tesi molto interessante che sarà poi il baluardo della Riforma Svizzera e di Wittemberg: la Chiesa di allora doveva e poteva essere riformata da un ritorno collettivo agli scritti dei Padri della Chiesa e alla Scrittura.

La lettura regolare della Scrittura è proposta come base di una nuova religiosità del laicato, a partire dal quale si sarebbe potuto rinnovare la chiesa. Il Nuovo Testamento è la lex Christi, la legge di Cristo, che i cristiani sono chiamati a seguire. Cristo è l’esempio che i cristiani devono imitare. Erasmo tuttavia non concepisce la fede cristiana come una pura e semplice obbedienza esteriore a un dato codice di moralità. Il suo atteggiamento tipicamente umanistico a favore di una religiosità interiore, lo induce a sostenere che la lettura della Scrittura trasforma chi la legge, fornendogli nuove motivazioni per amare Dio ed il prossimo.
Il carattere rivoluzionario delle tesi erasmiane sta nell’idea nuova e audace, secondo cui, il riconoscimento della vocazione cristiana del laico è la chiave del rinnovamento della Chiesa.

L’autorità del clericale ed ecclesiastica è lasciata da parte. La Scrittura dev’essere resa accessibile a tutti affinché tutti possano tornare “ad fontes e bere l’acqua fresca e viva della fede cristiana, anziché quella fangosa e stagnante della religiosità medievale. Erasmo tuttavia si rese conto che alcuni importanti ostacoli rendevano arduo il sentiero da lui proposto, e prese numerose iniziative per eliminarli.
In primo luogo c’era la necessità di poter studiare il Nuovo Testamento nella lingua originale e non nella traduzione piuttosto approssimativa della Vulgata. Perciò c’era bisogno di due strumenti, che erano inaccessibili a quel tempo: un testo greco e una competenza filologica.

 

·     La prima difficoltà venne risolta da Erasmo stesso pubblicando la prima edizione a stampa del Nuovo Testamento greco, il Novum Instrumentum omne, che uscì dalle presse di Froben a Basilea nel 1516. Non era così affidabile in quanto Erasmo ha potuto consultare soltanto quattro manoscritti. Tuttavia il suo textus receptus fu una pietra miliare nella storia letteraria.

·     La seconda difficoltà fu alleviata, in certa misura, dalla scoperta, fatta da Erasmo, delle note al testo greco del Nuovo Testamento che Lorenzo Valla aveva preparato nel 15° secolo e che Erasmo pubblicò nel 1505.

 

Lorenzo Valla

Chi era questo Lorenzo Valla che tanto ha dato se pur inconsapevolmente al pensiero della Riforma?

Lorenzo Valla (Roma 1407-1457), era un umanista italiano, il più influente del nostro Rinascimento.

Studiò i classici con l’assistenza di insegnanti greci e latini e nel 1431 divenne docente di retorica presso l’Università di Pavia, che dovette tuttavia abbandonare dopo due anni in seguito a una disputa. Successivamente fu nominato segretario di Alfonso V d’Aragona, destinato a diventare re di Napoli.

In questo periodo scrisse il suo trattato più discusso: “La falsa donazione di Costantino” (1440), che, dimostrando false le motivazioni e le origini del potere temporale dei papi, metteva in questione l’ingerenza della Chiesa cattolica nelle vicende politiche e nei rapporti di potere fra le nazioni.

L’ardire di Valla provocò aspre controversie che culminarono nell’intervento dell’Inquisizione nel 1440; l’umanista fu rilasciato solo grazie all’intercessione del re.

Dal 1448 alla morte Valla ebbe incarichi dalla curia papale.

In quegli anni si dedicò alla traduzione dei classici – fra gli altri Omero, Esopo ed Erodoto – e scrisse numerosi trattati, fra cui Elegantiarum linguae latinae libri sex (1444), che espone un concetto di lingua basato sull’uso e sull’evoluzione nel tempo. Pubblicata per la prima volta nel 1471, l’opera ebbe una notevole influenza sugli umanisti a venire, come lo stesso Erasmo da Rotterdam.

Valla prediligeva il metodo filologico, invitava alla precisione e chiarezza linguistica e poneva al centro dei suoi interessi l’esperienza umana, disdegnando la metafisica della scolastica. Insistendo sul predominio dei valori interiori rispetto all’ostentazione esteriore, spianò la strada alla Riforma protestante del secolo seguente, pur dichiarandosi sempre fedele servitore della Chiesa di Roma, che con i suoi moniti cercò instancabilmente di migliorare.

Lorenzo Valla non ebbe il coraggio dei Riformatori di uscire dalla chiesa di Roma, ma le sue opere e il suo pensiero spianarono, appunto, la strada alla Riforma Protestante.
Grazie a Lorenzo Valla prima ed Erasmo dopo, gli studiosi ebbero la possibilità di paragonare il testo greco originale con la tardiva traduzione latina della Vulgata.
La prima conseguenza di tale paragone, fu un calo generale della fiducia nell’attendibilità della Vulgata, la traduzione latina ufficiale della Bibbia.
Era ormai semplicemente impossibile identificare la Scrittura con il testo della Vulgata.


L’inaffidabilità della Vulgata

Erasmo dimostrò che la Vulgata era molto imprecisa nella traduzione di diversi passi del Nuovo Testamento greco. Basandosi sugli studi anteriori di Lorenzo Valla, egli mostrò come la traduzione di numerosi passi importanti del Nuovo Testamento fosse insostenibile.

 

1.  La chiesa cattolica ha sempre attribuito una particolare importanza a certi riti, o forme di culto, comunemente chiamati “sacramenti”. La chiesa primitiva aveva riconosciuto che due di tali sacramenti erano dominici, cioè risalivano a Gesù stesso. Si trattava del Battesimo e l’Eucaristia o cena del Signore. Ma alla fine del 12° secolo, il numero dei sacramenti era salito a sette, tra le aggiunte si contavano il matrimonio e la penitenza. La nuova edizione del Nuovo Testamento effettuata da Erasmo sembrava mettere in discussione l’intero sistema. Normalmente si giustificava l’inclusione del matrimonio tra i sacramenti sulla base di un testo neotestamentario che, nella traduzione della Vulgata, parlava di matrimonio come un sacramentum (Ef 5:31-32).
Ma Erasmo, seguendo Lorenzo Valla, segnalò che il testo greco parlava semplicemente di un “mistero”. Non c’era nessun accenno al fatto che il matrimonio fosse un “sacramento”. In tal modo uno dei testi classici usati dai teologi medievali per includere il matrimonio nella lista dei sacramenti veniva reso inutilizzabile.

 

2.  Analogamente la Vulgata traduceva le parole iniziali del ministero di Gesù (Mt4:17) come se dicessero: «Fate penitenza perché il Regno di Dio è vicino», alludendo quindi chiaramente al sacramento della penitenza. Ma Erasmo, seguendo sempre Lorenzo Valla, affermò che il testo greco doveva essere tradotto: «Ravvedetevi perché il Regno dei cieli è vicino». In altri termini, mentre la Vulgata sembrava alludere al sacramento della penitenza, Erasmo sosteneva che si trattava piuttosto di un atteggiamento psicologico, l’atteggiamento di chi si pente, si ravvede, cambia il proprio modo di vedere. Anche in questo caso veniva messa in questione un’importante giustificazione del sistema sacramentale della chiesa.

 

3.  Un altro settore della teologia che gli uomini del Medioevo avevano gonfiato al di là del limitato intendimento della chiesa primitiva, riguardava Maria, la madre di Gesù. Per molti teologi del basso Medioevo, Maria era considerata un serbatoio di grazie, al quale si poteva attingere in caso di necessità. Questa concezione si fondava in parte sulla traduzione fornita dalla Vulgata delle parole dell’arcangelo Gabriele a Maria (Luca 1:28). Secondo la Vulgata Gabriele avrebbe salutato Maria dicendole: “Tu che sei piena di grazia” (gratia plena), il che suggeriva appunto l’idea di un serbatoio di grazie. Ma Erasmo e Valla avevano dimostrato che il verbo greco era al passato e significava semplicemente: «Tu che sei stata favorita dalla grazia” o “Tu che hai incontrato favore». Anche in questo caso un importante filone della teologia medievale risultava contraddetto dalla scienza umanistica neo-testamentaria, grazie a Lorenzo Valla, umanista italiano!


Conclusione
Per i Riformatori queste scoperte erano assolutamente provvidenziali. Essi, come abbiamo visto, intendevano tornare alla fede e alle pratiche della Chiesa primitiva. Se la recente traduzione erasmiana del Nuovo Testamento e le ricerche filologiche di Lorenzo Valla li aiutava a demolire le aggiunte che erano state fatte nel Medioevo a quelle credenze e a quella prassi tanto meglio. L’erudizione biblica degli umanisti veniva quindi considerata come un alleato nella lotta per tornare alla semplicità apostolica della chiesa primitiva.

La Riforma continua, l’umanesimo influisce a Wittemberg (Lutero) e in Svizzera (Zwingli). Queste due ali, o correnti della Riforma, continuarono la strada intrapresa da Erasmo, e pensare che tutto è partito da un umanista italiano: Lorenzo Valla. Una pagina dimenticata quella di Lorenzo Valla, forse la dimenticanza deriva dal fatto che non ebbe fino alla fine il coraggio di abbandonare la chiesa di Roma, ma la sua vicenda ci insegna a vigilare sulle nostre convinzioni.

Lorenzo Valla parlò con coraggio contro la chiesa di Roma, le contromisure della Chiesa furono di affievolire i suoi rimproveri con incarichi papali dal 1448 fino alla sua morte. Questo ci insegna come la verità può essere spenta, come la convinzione di cambiare dall’interno può affievolirsi e come alla fine le cose non cambiano.
La chiesa di Roma sostanzialmente è sempre la stessa, pur con piccole modifiche, forse ancora oggi al suo interno ci sono dei Lorenzo Valla, speriamo che l’erudizione biblica di tali umanisti moderni possa produrre frutto per un cristianesimo “ad fontes”.

APPENDICE
La falsa donazione di Costantino

La cosiddetta Donazione di Costantino era il documento su cui per secoli la chiesa di Roma aveva fondato la legittimazione del proprio potere temporale in Occidente. Si attribuiva infatti all’imperatore Costantino la decisione di donare al papa Silvestro i domini dell’impero romano d’occidente.

Bisognò attendere il XV secolo per sconfessare filologicamente quella presunta donazione. Fu il grande umanista Lorenzo Valla che nel 1440, intervenendo a proposito dell’ingerenza pontificia riguardo la successione sul trono del regno di Napoli, denunciò la falsità del documento con una memorabile dissertazione, il De falso credita et ementita Costantini donatione declamatio. Con le armi dell’analisi linguistica e argomentazioni di tipo storico-giuridico Valla dimostra che l’atto era stato confezionato nell'VIII secolo dalla stessa cancelleria pontificia.

“Non mi accingo a scrivere per vanità di accusare e lanciare filippiche: questa che sarebbe una turpe azione, sia lontana da me; scrivo, invece, per svellere l’errore dalle menti, per allontanare, con moniti e rimproveri, dalle colpe e dai delitti. Io, per me, non mi permetterei mai di augurarmi che altri sulla mia scia poti con le armi la vigna di Cristo, cioè la sede papale, troppo rigogliosa di rami inutili, e le faccia dare non selvatici racemi senza vita, ma dei grappoli gonfi. Ma, se lo facessi, chi vorrebbe turarmi la bocca o chiudere i propri orecchi o spaventarmi con la visione di supplizi e di morte? Come dovrò chiamarlo io, foss’egli anche il papa? Buon pastore o non piuttosto sordo aspide, che non vuole ascoltare la voce dell’incantatore e vuole morderne e avvelenarne le membra?

 

Mi accorgo che si aspetta ormai di sapere qual delitto io imputi ai romani pontefici: un delitto, per vero, grandissimo commesso o per supina ignoranza o per sconfinata avarizia, che è una forma di soggezione a idoli, o per vano desiderio di dominare, cui sempre si accompagna la crudeltà. Essi, per tanti secoli, o non compresero la falsità della Donazione di Costantino o crearono essi stessi il falso; altri, seguendo le orme degli antichi pontefici, difesero come vera quella donazione che sapevano falsa, disonorando, così, la maestà del papato, la memoria degli antichi pontefici, la religione cristiana e causando a tutto il mondo stragi, rovine, infamie.
Dicono essere loro Roma, loro il Regno di Sicilia e di Napoli, loro Italia, Francia, Spagna, Germania, Inghilterra: tutta l’Europa occidentale, in una parola.

Tale pretesa si conterrebbe nel testo della Donazione. Ah, sì! Sono tuoi tutti questi Stati? hai intenzione, sommo pontefice, di ricuperarli tutti? spogliare tutti i sovrani dell’Occidente delle loro città o costringerli a pagarti tributi annuali? invece io penso che sia più giusto ai sovrani spogliare te di tutto ciò che possiedi.
Dimostrerò, infatti, che la Donazione dalla quale i sommi pontefici vantano i loro diritti, fu sconosciuta e a Costantino e a Silvestro. [...] Io posso ben dire e gridare ad alta voce (non ho paura degli uomini, protetto come sono da Dio) che ai miei giorni non vi è stato sommo pontefice che abbia amministrato con fedeltà e saggezza.
Furono tanto lontani dal dare il pane di Dio alla famiglia dei loro sudditi, che anzi li farebbero sbranare come pezzi di pane.

Il papa, proprio lui, porta guerre a popoli tranquilli; semina discordie tra le città e i principi; il papa ha sete delle ricchezze altrui, e, al contrario, succhia fino in fondo le sue stesse ricchezze; egli è come Achille dice di Agamennone Demoboros basileus, cioè «re divoratore dei popoli».

Il papa fa mercato non solo dello Stato, ciò che non oserebbe né VerreCatilina, né alcun altro reo di peculato, ma mercanteggia perfino le cose della Chiesa e lo stesso Spirito Santo! Perfino a Simon Mago desterebbe esecrazione! E quando ciò viene avvertito e anche rimproverato da galantuomini, non nega, ma sfacciatamente l’ammette e se ne gloria: afferma che gli è lecito strappare in qualsivoglia modo dalle mani degli occupanti il patrimonio della Chiesa donato da Costantino, come se da quel riacquisto la religione cristiana sia per trarre maggiore felicità e non piuttosto maggior peso di peccati, di mollezza, di passioni, se pure è possibile che la Chiesa sia più gravata di tali mali di quanto non lo è già e se vi è più posto per scelleratezze.

Per riavere le altre parti donate, sperpera le ricchezze mal tolte ai buoni, paga truppe a cavallo e a piedi, che fanno tanto male dappertutto, mentre Cristo muore affamato e nudo in migliaia e migliaia di poveri. E non si rende conto (o indegnità!) che mentre egli si affanna a strappare ai principi secolari i loro beni, questi a loro volta sono spinti a strappare agli ecclesiastici i loro beni o dal cattivo esempio o dalla necessità (talvolta non c’è neppure vera necessità). [...]


Insomma, possiamo noi credere che Dio avrebbe permesso che Silvestro accettasse materia di peccato? Non permetterò che si faccia questo oltraggio alla memoria di un santissimo uomo, non permetterò che si insulti un ottimo papa, dicendo che egli accettasse Imperi, Regni, province, alle quali sogliono rinunziare quelli che vogliono entrare nella Chiesa. Pochi furono i beni che possedé Silvestro; pochi furono quelli degli altri sommi pontefici, il cui aspetto era sacrosanto anche ai nemici come quel san Leone, che atterrì l’animo truce del re barbaro (Attila) e piegò chi la forza di Roma non aveva potuto né toccare né spezzare.

Ma gli ultimi papi, ricchi e affogati nei piaceri, sembrano non mirare ad altro che a essere empi e stolti tanto quanto santi e saggi furono gli antichi pontefici. Quale cristiano potrebbe sopportare ciò con tranquillità?


In questa mia prima orazione non voglio ancora spingere i principi e i popoli ad arrestare il papa precipitante a corsa sfrenata e a costringerlo a star buono nella sua sfera di azione, ma solo vorrei indurli ad ammonire il papa che, forse, già ritrovata da sé la via della verità, attraverso essa se ne torni a casa sua lasciando l’altrui e ripari nel porto, lontano dalle onde di dissennati pensieri e dalle tempeste furiose. Ma se egli ricusa
[di seguire la via della verità] mi preparerò a una seconda orazione molto più aspra. Possa io una buona volta vedere il papa fare solo il vicario di Cristo e non anche dell’imperatore: nulla mi pesa più che l’attendere ciò, specialmente perché spero che avvenga per i miei scritti. Che non ci giunga più l’eco di orribili voci: fazioni ecclesiastiche, fazioni contrarie alla Chiesa; la Chiesa combatte contro i perugini o contro i bolognesi. Non è la Chiesa che combatte contro i cristiani ma il papa; la Chiesa combatte gli spiriti del male nel cielo. Allora il papa sarà chiamato e sarà realmente padre Santo, padre di tutti, padre della Chiesa; non susciterà guerre tra i cristiani, ma con apostoliche censure e con la maestà del papato spegnerà le guerre provocate da altri”1.

(Lorenzo Valla, La falsa Donazione di Costantino, a cura di G. Pepe, Ponte alle Grazie, Firenze 1993).

 


Mario Manduzio

 

 

1. Nota dell’Autore: Non condivido le conclusioni di Lorenzo Valla inerenti la figura del Papa, a mio avviso doveva avere più coraggio e mostrare più fedeltà alla Scrittura. Come ho già espresso nell’articolo non è mai voluto uscire dal cattolicesimo, sperava di riformare dall’interno la chiesa, cosa già sperimentata senza successo da alcuni Riformatori. Ma ho preferito trascrivere in parte e per conoscenza dei lettori la sua confutazione come testimonianza della sua lotta interiore in una religiosità medievale decadente.

Io personalmente sarei giunto ad altre conclusioni!

 

Tratto da «IL CRISTIANO» giugno 2005   www.ilcristiano.it