Giuseppe Uragano

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Il 15 ottobre 2004, il Signore ha richiamato a Sé Giuseppe Uragano, un fervente proclamatore dell’Evangelo e pastore di numerose comunità sia in Sicilia, nelle province di Caltanissetta ed Enna, sia in provincia di Lecce.

Era nato il 17 luglio 1919 a Sommatine (in provincia di Caltanissetta), “da una famiglia povera e fortemente radicata nei valori religiosi…”.

Della sua infanzia soleva ricordare: “Da ragazzino, oltre allo studio, mi piaceva crear qualcosa con l’argilla o con delle pietre per fare delle figure umane o di animali”.

A scuola “lo stimolavano a continuare gli studi artistici, ma la povertà” della famiglia non glielo permise.

Chiamato alle armi, entrò nell’Aeronautica e durante la seconda guerra mondiale venne inviato in Libia.

A seguito di un incidente aereo in Tunisia fu l’unico delle sei persone a bordo a rimanere in vita.

Venne fatto prigioniero e, dopo la guarigione dalle ferite riportate, fu condotto in vari campi di concentramento fino a quello di Boston, negli Stati Uniti.

Così egli scrive: “Nell’aprile del ’44 mi fu testimoniato di Cristo, ma resistetti strenuamente ad accogliere nel mio cuore il messaggio della salvezza (…).

Un… uomo anziano e saggio, quantunque analfabeta, mi parlava con modi amorevoli di Cristo Gesù il Salvatore…

Accettai per la sua premurosa gentilezza una copia del Vangelo di San Giovanni che comincia a leggere e più leggevo, più mi interessavo.

Quella notte non prendevo sonno e pensavo che fosse a causa di quel Vangelino, tanto che stavo decidendo di buttarlo nella stufa: ma in quel momento… un fremito così forte mi pervase... e cominciai a gridare: “Signore, pietà di me.

Altri prigionieri “subito furono attorno a me” ed infine “sentii che qualcuno, un capitano medico mi stringeva a sé”.

Quell’ufficiale, un “evangelico pentecostale della chiesa di Boston”, mi spiegò le ragioni di quell’esperienza.

Il Signore aveva operato in lui e “per prima cosa”, dopo la conversione a Cristo, così egli si esprime: “Sentii che dovevo restituire al vescovo di Boston duecento grammi d’oro che avevo trafugato nella fabbricazione del suo crocefisso”.

 

Tornato in patria nel 1945, Giuseppe cominciò ad evangelizzare nel suo paese natio, Sommatino, dove incontrò la persecuzione, ma fu benedetto dal Signore e fondò una comunità.

Animato da grande fervore, diffuse l’Evangelo nei Comuni vicini, finché per ragioni di lavoro si trasferì a Bari.

Qui testimoniò col battesimo in acqua e poco dopo il Signore lo battezzò nello Spirito Santo.

In quella città incontrò una giovane credente, Carmelina Fasano, si unirono in matrimonio, poi insieme tornarono in Sicilia.

Nel 1951 Vincenzo Burchieri, un credente di origine siciliana, che aveva trascorso moltissimi anni in America, tornò con l’intento di testimoniare a San Cataldo, dove era nato, e nella provincia di Caltanissetta.

Questi era un cristiano con una grande visione ed un grande amore per l’evangelizzazione e l’Opera di Dio in generale. Infatti, fu tra i sostenitori della Scuola Biblica in Italia.

Aveva testimoniato a San Cataldo e si era formato un gruppo di credenti, chiese allora a Giuseppe Uragano di trasferirsi in quel Comune dove aveva anche costruito un locale di culto.

L’attività spirituale di Giuseppe aumentò e raggiunse i comuni di Caltanissetta e della provincia, S. Caterina Villarmosa, Resuttano, Serradifalco, nonché Barrafranca e Pietraperzia, in provincia di Enna: “Gesù salvava, guariva, … tutti coloro che credevano”.

In seguito gli furono affidate le comunità di Riesi, Niscemi e Mazzarino.

Nel 1967 fu invitato da Francesco Giancaspero a trasferirsi nel Salento per svolgere una vasta opera di evangelizzazione. Anche qui, nella provincia di Lecce, sono sorte delle comunità a Castrignano del Capo, Felline, Gallipoli, Marciano di Leuca, Tricase, Tuglie e Ugento.

Giuseppe Uragano era un uomo semplice, con un animo sensibile, un cuore ardente, disposto a servire il Signore senza preoccuparsi delle difficoltà, coadiuvato dalla sua amabile consorte e dai suoi figli.

Ora ha “finito la corsa” ha “conservata la fede”, ha “combattuto il buon combattimento”. Gli “è riservata la corona della giustizia” , ma ha lasciato tra tutti coloro che l’hanno conosciuto e quanti sono stati edificati dal suo ministerio, un ricordo di fede, di fervore e di perseveranza.

 

Alla sorella Uragano ed ai figli giungano i sensi della nostra solidarietà fraterna e l’assicurazione delle nostre preghiere.

Francesco Toppi

 

 

Tratto da «RISVEGLIO PENTECOSTALE»  dicembre 2004