Lottie Moon

( Missionaria per la Cina)

 

Pochi missionari hanno avuto un impatto come quello della piccola Miss Moon “Lottie”, così era conosciuta Charlotte Diggs Moon, era una bellezza del sud alta circa 140 cm di ceto aristocratico.

 

Certo sarebbe stato difficile immaginare una candidata meno promettente alla vita missionaria. Quando Lottie diede le dimissioni dal suo impiego come insegnante presso la Female Higt School di Caldwell, Georgia, per assumere l’incarico missionario nelle zone più “calde” della Cina, molti suoi amici pensarono che la sua vita sarebbe stata sprecata, un alabastro sprecato.

 

Ma Lottie, ormai vicina alla fine della sua vita, disse: «…se avessi avuto mille vite le avrei date tutte per le donne in Cina».

Nacque il 12 dicembre 1840 a Viewmont nella contea di Albemarle, quarta di sette figli di Egward Harris Moon e Anna Maria Barclay Moon.

Da bambina godeva tutti i vantaggi della nobiltà di campagna della Virginia dell’anteguerra. Lo stile di vita della famiglia Moon era reso possibile dai profitti della loro grande piantagione con 52 schiavi e da un giro di affari commerciali molto fiorente. Tutori di francese, di letteratura inglese e di musica provvedevano all’istruzione dei bambini. Il primo scossone alla tranquillità della famiglia venne quando il padre di Lottie contrasse una grave malattia dalla quale si riprese solo per morire in un incidente sulla strada per New Orleans tre mesi più tardi. A quel tempo Lottie aveva 13 anni.

L’anno seguente vide Lottie in un collegio che si chiamava Fermale Seminary Springs. Malgrado lo zio di Lottie era una medico missionario per Israele per conto della relativamente nuova denominazione «DISCEPOLI», mentre i suoi genitori erano Battisti molto radicati, lei era molto scettica.

Apparentemente i giovani Moon erano una razza a parte, che raramente andava in chiesa. La frequenza con la quale Lottie andava in chiesa cambiò molto durante i due anni spesi al Hollins Institute (il nuovo nome dell’istituto), ma non cambiò la sua attitudine verso la religione. La frequenza alla cappella Enon Baptist Church era una tappa obbligata; si trovava di fronte all’istituto che frequentava e rappresentava l’attività domenicale per centinaia di ragazze che andavano a scuola. Ma lei resisteva con testardaggine a questa influenza religiosa.

I due anni spesi presso l’Hollins la videro eccellere negli studi classici, ma non era altrettanto brava in matematica e scienze.

 

Un chiaro cambiamento

 

Il 22 dicembre 1858, Lottie confessò la sua fede in Cristo come suo personale Salvatore. Raccontò che dopo una riunione di risveglio condotta dal Dr John W. Broadus alla chiesa battista di Charlottesville, si recò nella sua stanza per dormire ma vista l’insistente abbaiare di un cane non riuscì a farlo. Fu proprio così, durante una notte insonne, che decise di esaminare il Cristianesimo con onestà e la sua conversione ne fu il risultato. Lei, come tanti altri, era andata ad una riunione per beffare e, invece, si ritrovò a pregare. Il cambiamento nella giovane dotata (ma frivola) fu evidente.

Le sue amiche scrissero del cambiamento che Dio compì nella sua vita. In quel periodo era una studentessa e frequentava il secondo anno nell’appena nato Alberarle Female Institute, che era stato fondato da alcuni ministri che avevano una chiara visione e da laici, per educare e qualificare le donne.

L’Istituto era stato designato ad essere l’equivalente accademico della Università della Virginia che ammetteva soltanto uomini. Qui divenne nota sia per i risultati accademici raggiunti, che per l’impegno costante nel dare fastidio al diavolo. L’influenza che aveva era grande e presto divenne il soggetto di ferventi preghiere fatte dai suoi sensibili amici cristiani e da compagni di studio. Poco dopo il suo battesimo assunse la leadership  degli studenti cristiani dell’Istituto. Quattro anni dopo il suo ingresso ad Alberarle,  Charlotte Diggs Moon fu insignita della laurea in Arti. Durante quel tempo era diventata anche una eccellente linguista; in aggiunta al francese, latino, italiano e spagnolo, aveva raggiunto ottimi risultati anche in greco e in ebraico. Forse il suo interesse per le lingue della Bibbia era stato stimolato dagli insegnamenti brillanti di un giovane professore chiamato Crawford H. Toy, che le insegnò queste lingue. La sorella di Toy, era la sua migliore amica.

L’interesse per il servizio missionario doveva essere stato incoraggiato anche dal professore, che stava cercando di partire missionario per il Giappone.

 

Una chiara chiamata

 

Comunque la chiamata vera e propria per la missione in terra straniera la ebbe circa dieci anni dopo. Durante il suo secondo anno di insegnamento a Cartersville, Georgia, dove un suo cugino aveva guidato un gruppo di uomini d’affari a sponsorizzare una nuova scuola conosciuta col nome di Cartersville Female High Scool, sentì la sua chiamata «chiara come una campana».

Lottie aveva discusso della possibilità di servire in missione con sua sorella Edmonia già all’inizio del 1870. infatti, lei e Edmonia facevano già da tempo numerose donazioni all’opera missionaria per la Cina e per l’Italia.

Finalmente il sogno di Edmonia di diventare missionaria in Cina si avverò quando il Comitato per l’opera missionaria della Convenzione dei Battisti del Sud le diede l’opportunità di partire per il nord della Cina nel 1872. Anche se era instabile quanto al controllo delle emozioni e poco indicata per l’opera missionaria, la sua fatica non rimase infruttuosa.

Donne devote, di cinque chiese di Richmond, trovarono come sostenerla organizzando il «GRUPPO DELLE OFFERTE». Attraverso i suoi resoconti si seppe che c’era molto da fare per il Signore in Cina e che solo le donne lo potevano fare perché la società cinese era molto appartata. Questa informazione toccò le corde più profonde del cuore di Lottie, perché da tempo stava cercando di capire dove il Signore poteva fare un uso più efficace della sua vita.

Una volta presa la decisione non c’era più via di ritorno.

Il 7 luglio del 1873 Charlotte Diggs Moon fu mandata come missionaria in Cina e alle donne battiste della Georgia fu chiesto di provvedere al suo sostegno. Il 7 ottobre, dopo un viaggio sul mare in tempesta durante il quale persino il personale di bordo disperava ormai per la proprio vita, giunse finalmente a Shanghai, dove incontrò missionari veterani come Mattew T., Yates e Tarleton e Marta Crawford.

Tre settimane più tardi, dopo un altro viaggio in mare con un tifone, si sistemò a Tengchow (ora Qingdao) che sarebbe stata la sua casa per i successivi 39 anni.

Qui stava aspettando Edmonia che subito la mise al corrente sia dei privilegi che dei problemi del campo della missione.

Tengchow era il porto principale della Provincia Shantung (ora Shandong), ed era conosciuta come la parte del mondo con la più alta densità di popolazione. Il cristianesimo era riuscito a prendere piede nella città vecchia, particolarmente in mezzo ai poveri.

 

Demoni stranieri

 

 

Anche se il governo della Cina era legato da un trattato all’obbligo di proteggere gli Americani, tuttavia il Consolato di Chefoo non poteva proteggerli dal ridicolo e dalle beffe di coloro che li consideravano e li chiamavano i «demoni stranieri».

I sei missionari battisti, inclusa Lottie, ultima arrivata, ed alcuni altri missionari della Missione Presbiteriana del Nord, costituivano una minoranza in una città di circa 80.000 persone.

Presto imparò con gioia che Presbiteriani e Battisti lavoravano assieme per il quasi impossibile obbiettivo di stabilire una testimonianza per Cristo in mezzo a così tante barriere di odio e pregiudizi.

Edmonia mostrò notevoli capacità nell’esprimersi con la difficile lingua Cinese. Nonostante questo, le condizioni ancora primitive della Provincia Shantung, il costante appellativo di «donna diavolo» che per le strade la accompagnava sempre, associato alla curiosità dei bambini, la denigrazione delle donne, la mancanza di riguardo verso la vita umana, per lei si mostrarono veramente troppo. Il suo sogno di diventare una missionaria per la Cina, si trasformò in un incubo senza fine.

Lo shock culturale, accoppiato ad una saluta abbastanza precaria, convinse la Missione a chiedere a Lottie di riportare a casa sua sorella. Edmonia non ritornò mai più in Cina, ma Lottie si.

Il suo nome divenne presto molto familiare, sinonimo di missione, per oltre un secolo.

 

Sfamando i poveri.

 

Dopo il ritorno in Cina, Lottie cominciò a sviluppare una sua strategia missionaria.

Ciò che più la attirava, era un approccio di tipo educazionale, quello più facilmente accettato in quel particolare periodo.

Aprì una scuola a Tengchow.

La Bibbia e il catechismo che la sua amica missionaria Marta Crawford aveva sviluppato per la sua scuola erano il cuore di tutto il programma.

Alcuni dei suoi studenti cominciarono presto a citare a memoria l’intero Vangelo di Marco o Matteo.

Questa era una piccola vittoria.

Aveva meno successo nel convincere i genitori a non fasciare i piedi delle loro figlie, ma lei insisteva e riuscì a riportare buoni risultati anche in questo campo.

La carestia, comunque, che ricorreva con una frequenza devastante, era una continua frustrazione per tutti i suoi sforzi.

Scrisse della terribile piaga del popolo Cinese affamato sia al Comitato della Missioni, sia al Reilious Herald, pubblicato a Richmond.

Cominciaro ad arrivare molti soldi ma comunque mai abbastanza per le necessità. Sfamava gli affamati che sostavano alla sua porta, spesso a proprie spese, fino a che i fondi erano esauriti. Per anni prese cura in ogni senso di almeno 15 donne che ospitava nella sua casa. Anche se aveva il desiderio di raggiungere i ceti sociali più elevati per vincerli a Cristo, pur non abbandonando il suo sogno, amava tutti i Cinesi, comprese la masse ignoranti e povere. Molte famiglie non avevano la possibilità di mandare i figli a scuola, e Lottie non riuscì mai a raggiungere queste masse attraverso l’educazione. Questa fu una delle ragioni per cui il suo lavoro come educatrice fece un passo indietro per lasciare spazio ad un ministerio di evangelismo «uno ad uno».

 

Predicando nel paese

 

Giorno per giorno, andava con la missionaria veterana Sallie Holmes o con una delle altre missionarie Battiste o Presbiteriane in innumerevoli villaggi. Mentre una missionaria testimoniava alle donne, usando la Bibbia, inni e il catechismo, l’altra istruiva i bambini maschi e femmine. Anche se i vari tabù cinesi impedivano alle donne di rivolgersi agli uomini, costoro riuscivano a trovare un metodo per ascoltare…non a portata di vista ma, abbastanza per ascoltare.

Le giornate erano molto lunghe e c’era poca privacy, ma i cinesi così affamati e curiosi rendevano piacevoli gli sforzi nonostante tutte le sofferenze.

Tempo dopo Lottie scrisse: «…non mi ero mai avvicinata tanto al popolo come durante quelle visite. Non avevo mai avuto tante opportunità per rendere noto alle loro coscienze il dovere che avevano verso Dio e la richiesta da parte del Salvatore di avere il loro amore e la loro devozione. Sento sempre più che questa opera è da Dio».

Nel mezzo della guerra tra la Cina e il Giappone del 1895, ella, insieme ad un giovane missionario compì alcune escursioni evangelistiche in 118 villaggi nel periodo di tre mesi. Non era poi così sorprendente che a Tengchow corresse sempre più forte la voce che «…Miss Lottie era fuori predicando in tutto il paese».

Ancor prima che la guerra tra Cina e Giappone scoppiasse, il “paese” di Lottie si era molto ampliato, anche se non si era mai allontanata più di 50 miglia da Tengchow, divenne sempre più determinata nel voler raggiungere e lavorare in P’ingtu (ora Pingdu) distante circa 120 miglia da Tengchow.

A P’ingtu la sua strategia cambiò.

Invece di andare nelle strade con il messaggio della salvezza decise prima di diventare loro amica e vicina lavorando per costruire rapporti di buon vicinato.

Vinse prima i bambini locali cucinando biscotti usando una ricetta della Virginia; poi, con l’aiuto di due convertiti locali, cominciò a farsi molti amici, amici nelle cui case divenne presto un ospite ben accettato.

 

Prima amici…poi convertiti

 

L’insopportabile freddo dell’inverno, la costrinse ad indossare il pesante abbigliamento indossato dalle donne cinesi. Rimase stupita nel constatare che vestirsi alla cinese faceva la differenza. Ormai non le chiedevano più se era un uomo o una donna, e presto cominciarono a chiamarla «donna diavolo».

La sua nuova strategia consisteva nel lavoro, spiegò ad una delle sue colleghe.

«…dimostrare una vita cristiana con uno stile Cinese», che significava “dobbiamo andare nel loro mezzo e vivere tra loro, manifestando l’amorevole e gentile Spirito del nostro Signore…Dobbiamo diventare loro amici prima di poter sperare di convertirli”.

Con l’aiuto di una coppia cristiana di nome Chao, Lottie divenne quasi una celebrità.

Dato che era l’unica straniera a vivere a P’ingtu City, la curiosità fece presto spazio all’amicizia, l’amicizia portò ad una presa di coscienza del suo ministerio itinerante, che ora raggiungeva innumerevoli villaggi nei dintorni di P’ingtu.

Un certo Mr. Dan Ho-bang di Sha-ling, un piccolo villaggio a 10 miglia dalla città di P’ingtu, sentì parlare della donna che predicava Gesù e che viveva nella parte ovest della città, mandò tre uomini per condurla a Sha-ling, dove ella trovò un devoto gruppo vegetariano conosciuto come la Setta Venerabile del Cielo, che con fervore cercavano Dio.

Lottie invitò la signorina Marta Crawford ed insieme fecero una buona raccolta di anime per Cristo.

Un uomo anziano che aveva sentito dire che la signorina Moon insegnava a Sha-ling, desiderava ardentemente conoscere di più di Colui che perdonava i peccati e cambiava le vite. Lottie gli regalò un Nuovo Testamento pregandolo di leggerlo a suo cugino Li Show-ting, un brillante studente di Confucio. Costui da principio li beffava ma, mentre leggeva e discuteva con miss Moon della nuova religione, la sua attitudine cominciò a cambiare. Sotto la sua attenta guida e quella di due missionarie (alle quali aveva chiesto di raggiungerla proprio per questo scopo), egli si convertì. Nel 1890 fu battezzato e poi, fu «ordinato» ministro. Divenne uno dei più grandi evangelisti del nord della Cina, battezzando più di 10.000 persone neofiti.

Assieme alla grande crescita del Vangelo, in P’ingtu si fece strada anche la persecuzione. Miss Moon rifiutò la protezione del Consolato Americano di Chefoo ed incoraggiava i convertiti a rimanere fedeli. Al culmine della persecuzione pose se stessa nel mezzo tra i persecutori ed i cristiani, dichiarando che avrebbero dovuto uccidere lei prima di poter raggiungere gli altri cristiani.

Il suo coraggio e la sua fede mostravano fin dove arrivava l’affetto che provava per i cristiani di P’ingtu, e loro rimasero fedeli. Di conseguenza la chiesa di P’ingtu divenne la più forte tra la Missione Battista della Cina del nord.

 

Come ci amava!

 

Malgrado Lottie ritornò a Tengchow e ristabilì la sua scuola, continuò a rimanere in contatto con i cristiani di P’ingtu. Aveva riservato nel suo cuore un posto speciale per loro, e loro un posto speciale per lei. Quando in una data occasione, non ritornò nel tempo previsto, due uomini di Sha-ling camminarono per 120 miglia pur di riuscire a vederla.

Dopo la sua morte la chiesa di P’ingtu scrisse: «…come ci amava…».

Infatti, le sofferenze che Lottie dovette sopportare ed il grande amore che provava per i credenti di P’ingtu la portarono ad ammalarsi e poi alla morte.

La ribellione di Boxer era stata parzialmente placata quando la più terribile carestia dell’ultimo periodo colpì la provincia di Shantung. La fame devastava il paese. Lottie sfamava migliaia di persone nella sua casa, ma quando gli fu riferito che la carestia aveva raggiunto P’ingtu rifiutò persino di cibare se stessa.

La situazione finanziaria del Comitato per la Missione all’Estero impediva loro di poterla aiutare. La situazione sembrava senza speranza. La Missione si rese conto che le risorse fisiche e finanziarie di Lottie Moon erano ormai esaurite. I suoi amici e compagni missionari credevano che la sua unica speranza fosse quella di ritornare negli Stati Uniti.

Cominciò il suo lungo viaggio verso casa soltanto per poi morire la sera della vigilia di natale, nel 1912, a bordo di una nave nella baia di Kobe, nel Giappone. L’infermiera che si prendeva cura di lei, la vide alzare il suo fragile corpo e muovere le mani in un cenno di saluto di stile cinese, e poi, abbassare il capo per l’ultima volta.

Aveva dato tutta se stessa.

Spesso aveva scritto: «…fino a che non avrò terminato il mio lavoro, sono immortale…», e durante il primo, freddo e solitario inverno a P’ingtu: «…spero che nessun missionario sia mai solo quanto lo sono stata io…».

Ora il suo lavoro era finito.

…e che lavoro eccezionale era stato.

Ora non sarebbe mai più stata sola.

 

Tratto e liberamente adattato dalla rivista «GRIDO DI BATTAGLIA» del giugno 2002 ( citaa@tin.it )